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lunedì 17 ottobre 2016

Il progetto va avanti



Parlo stamattina con un mio amico, storico tifoso viola senza mai un se o un ma. Abbonato da sempre, quest’anno quando la Fiorentina gioca in casa la sua reazione più controllata è un: Madonna che palle, mi tocca andare allo stadio…! Stavolta deve aver passato un qualche Rubicone. Parole sorprendenti: «Ce l’avrei avuto caro a perdere ieri con l’Atalanta, per far scoppiare la crisi!»


Parlo con un’altra amica. Anche lei storica, come amica e come tifosa. Parole agghiaccianti. «Te la ricordi l’Atalanta in casa, nel 1993? Ecco, ieri forse abbiamo evitato che si ripetesse la storia….» Come non me la ricordo, soprattutto mi ricordo la storia successiva e come andò a finire, dall’esonero di Radice al gol udinese di Desideri a Roma.


Un altro: «Corvino è qui solo per far cassa, poi chiudono bottega e se ne vanno, Non pagano due allenatori in contemporanea, Sousa ce lo teniamo, a meno che a Natale non siamo in zona retrocessione».


Questi sono gli umori di Firenze stamattina al risveglio, mentre sorseggia un caffè più amaro di quanto era abituata a sorbire negli ultimi anni e sfoglia le prime pagine dei quotidiani sportivi. Uno, notoriamente vicino alle cose viola, titola a caratteri cubitali: CORVINO: SOUSA RESTA QUI. Sottotitolo: Sousa confermato.
Vuol dire che qualcuno l’aveva messo in discussione? A parte lo stadio Franchi con i suoi fischi assordanti, intendo. Qualcuno nelle riservate stanze dei bottoni? Radio Spogliatoio parla di un faccia a faccia interaziendale, tra Corvino e Sousa. Dev’essere andata a finire come le celebri riunioni del Soviet Supremo dell’URSS ai tempi del comunismo, uno parla e gli altri stanno a sentire (cercando di non addormentarsi e/o di non rompersi troppo le scatole).
Del resto, risposta non c’è, avrebbe detto il neo-Premio Nobel Bob Dylan se per sua disgrazia avesse partecipato ai CdA della Fiorentina. Mi sa che ha ragione quel mio amico, due insieme non ne pagano. Sousa resta qui, a meno che non prenda a schiaffi qualche giocatore, come il buon Delio Rossi ebbe la creanza di fare liberandoci della sua scomoda e altrettanto inutile presenza. Oppure a meno che a Natale siamo in una posizione di classifica a cui è meglio non pensare.
Anche perché, in quella posizione, saremmo tanto per cambiare la squadra meno attrezzata – soprattutto mentalmente – per lottare per la salvezza. Tra giocatori spompati, giocatori che vogliono andarsene e sanno di potersene andare, giocatori che l’inettitudine di questo tecnico sta mettendo in crisi tecnico-psicologica.
Immaginarsi a lottare punto a punto con un Crotone, un Empoli, un Pescara, ma anche un’Udinese o un Palermo Il vecchio Beppe Chiappella e il mago Oronzo Pugliese sono ormai ad allenare gli angeli, un Luciano Chiarugi o un Vincenzo Guerini sono fuori del libro paga dei Della Valle, da cui non hanno neanche ricevuto peraltro un trattamento particolarmente garbato, difficile si prestino dunque a guidare eventuali salvezze miracolo. Non ci verrebbe nemmeno un supertifoso come Mondonico, salute a parte, a finire di rovinarsela per rimettere in carreggiata questa banda sbandata.
Meglio non pensarci, finché si può. Anche se all’orizzonte si staglia lo skyline di Cagliari, una location che non è mai stata fausta per la Fiorentina neanche negli anni delle vacche più grasse. A perdere, cosa ampiamente alla portata di Sousa & C., domenica sera la crisi sarebbe ufficialmente aperta. Nuovi faccia a faccia non si sa come potrebbero finire. Per non parlare del resto della stagione.
L’allenatore non ha più in mano una squadra che peraltro gli ha funzionato bene finché ha proceduto sulla forza d’inerzia di Vincenzo Montella. Esaurita la quale, ed in assenza di cambi sostanziali (anzi con il depauperamento regolarmente arrivato ad una giornata dalla conclusione, secondo gli stilemi del calciomercato viola), i nodi sono venuti al pettine anche per chi, come Borja Valero, a Firenze aveva giurato amore eterno e fedeltà assoluta. L’amore è una cosa, le gambe ed il fiato sono un’altra.
Chissà dove sarebbe stato a quest’ora il buon Borja se la Roma non si fosse suicidata in casa con il Porto. Chissà dove sarebbero stati Kalinic, Vecino e/o Badelj se il Chelsea non avesse avuto da risarcire de facto la Fiorentina per l’affaire Salah supervalutando Alonso all’inverosimile. Chissà dove sarebbero, e visto come giocano c’è da rammaricarsi che non ci siano.
Chissà dove sarebbero Sanchez, Milic e compagnia bella se invece di un commissario liquidatore la Fiorentina avesse assunto un direttore sportivo vero, uno che se serve un terzino compra un terzino, e magari di quelli che sanno anche crossare.
Chissà dove saranno tra un anno – di questo passo – Bernardeschi, Babacar e Tello, i primi due gli unici prodotti del vivaio viola ad avere la ventura di finire in prima squadra da quattordici anni a questa parte (e anche questo la dice lunga sulla capacità di investire dei Della Valle), l’ultimo un prodotto del vivaio blaugrana che l’A.C.F. ha fatto fuoco e fiamme per tenere e che, al pari degli altri due, sta cercando con tutte le sue forze di rovinare. Così neppure più i giocatori in prestito le daranno.
Rovinare i giovani, demotivare i vecchi, dare via i migliori, tenere gli scarponi o prenderne di nuovi e magari autoconvincersi che si tratta di colpacci di mercato, è la nuova frontiera viola. Personalmente Carlos Alberto Sanchez Moreno più che ad un astro del centrocampo mi fa pensare ad un Barry White giovane. Lo ballavamo tutti, ma perché in quel momento la disco music non offriva di meglio.
Gli altri, vecchi e nuovi, sono da cupio dissolvi. Oppure, visti gioco e risultati, da cupio la vecchia Fiorentina anni Settanta, Galdiolo, Tendi, Della Martira, Lelj, Orlandini, Guerini, Roggi. Ma che erano peggio di questi qui?
Facciamo questi benedetti 40 punti prima possibile.

giovedì 18 agosto 2016

Auf Wiedersehen Stierkampfer *



Siamo una tifoseria unica al mondo. Trovatene un’altra che gioisce per le cessioni, piuttosto che per gli acquisti.
Mario Gomez Garcia non è più un giocatore della Fiorentina. Il Wolfsburg alla fine se l’è portato via, per 5 milioni di euro, di cui la metà spettano al Besiktas secondo gli accordi presi l’anno scorso con il club turco nella prima fase dal tentativo di sbolognamento del Torero, diventato improvvisamente ingombrante, inutile, insopportabile.
Siamo fatti così. A rileggere le cronache di tre anni fa, quando Supermario arrivò dal Bayern di Monaco pagato a peso d’oro, dovrebbe risaltare adesso evidente la sensazione di fallimento complessivo insita in questa vicenda. Siamo l’unica squadra al mondo che è riuscita a non far segnare Mario Gomez, mentre la Germania campione del mondo continua ad affidargli la maglia di centravanti titolare della Mannschaft.
Siamo riusciti a darlo via alla fine rimettendoci, e per di più dovendo fare a mezzo di questa rimessa con un terzo incomodo, che non solo con lui ha vinto un campionato nazionale (chissà cosa si prova, sensazione a noi ignota…..) facendogli segnare altre 26 reti in 33 partite (se le sogna Kalinic, anche nella prossima vita……ah, già, ma dice che il campionato turco a confronto al nostro è una cazzata…..), ma che l’ha fatto senza rimetterci una lira (turca) ed anzi mettendosi in cassa molti euro. Il 50 % dell’affarone made in Corvino & C.
Sostituti? Per ora, zero. C’è di che battersi la testa al muro, è dai tempi di Chiarugi sostituito con Sormani che non si fa una boiata del genere. Macché. Firenze in festa. Tra due giorni comincia un campionato per il quale siamo attrezzati in attacco con una punta e mezzo. E noi si fa festa.
Forse, e lo diciamo consapevoli di poter scatenare quella parte di Firenze che ogni giorno ringrazia Dio di non dover tornare a Gubbio, il problema della Fiorentina degli ultimi quattordici anni non è stato Mario Gomez, o chi per lui e prima di lui. Non sono stati nemmeno Vincenzo Montella e Paulo Sousa, gli unici due allenatori al mondo che non hanno saputo cosa farsene del bomber tedesco.
Il problema della Fiorentina si chiama Diego Della Valle. Per fare l’imprenditore in un determinato settore bisogna capirci qualcosa, in partenza. Il discorso è tutto lì.

(*Addio Torero)

mercoledì 17 agosto 2016

I Miserabili



Alla fine il numero legale per poter scendere in campo a Torino ci dovrebbe essere. Se poi la sorte volesse fare un regalo in anticipo alla Fiorentina per il suo novantesimo compleanno, le metterebbe di fronte una Juventus che come all’inizio del campionato scorso ha ancora la testa alle vacanze, oppure già a quella Champion’s League che è il suo obbiettivo dichiarato di stagione.
Pericoloso farsi illusioni. I bianconeri saranno anche in officina per la revisione, con diverse parti meccaniche da mettere ancora a punto. Higuain sarà ancora dal dietologo. Ma loro hanno nel DNA che ogni lasciata è persa, e se appena gli capita l’occasione (e la Fiorentina come si è visto di recente ne fornisce in quantità) te la buttano dentro, e poi rifagliela se ti riesce, in queste condizioni. Noi, appunto, siam quella razza che non sta tanto bene, d’estate salta i fossi, d’autunno non si sa che viene.
Senza scomodare il Benigni d’annata, si può dire che la Fiorentina comunque vada, e non solo sabato sera, ha buttato via un’estate. Mancano due settimane (un tempo che storicamente da queste parti preclude miracoli e perfino la conclusione di operazioni normali) alla fine della sessione di mercato più abominevole della sua intera storia. Oddio, ce ne furono un paio simili, anni fa. Al termine delle quali, un anno arrivò Bruzzone, l’altro Zagano. E rìzzati. Ma i proprietari allora non erano in classifica di Forbes.
Quest’anno, siamo partiti dando dell’incapace a Daniele Pradé, reo di tutte le colpe che una tifoseria ormai cloroformizzata è restia a dare al padrone, o almeno a chi tiene i cordoni della borsa per lui. Al suo posto, ecco Corvino 2 Il Ritorno. Tutti a fregarsi le mani, sognando il nuovo Mutu, il nuovo Toni.
Sono arrivati. Il nuovo Hagi, il nuovo Chiesa. Due ragazzini che – se gli adulti non fossero gli scellerati che sono – dovrebbero giocare in Primavera e farsi le ossa come si conviene. Invece sono in prima squadra a reggere il peso della non campagna acquisti, della non preparazione, della non presenza di obbiettivi e di strategie da parte di una non società.
Poi è arrivato un portiere rotto, mossa determinante visto che ne avevamo già due, di cui uno si può definire una promessa del nostro calcio (visto che è nel giro dell’Under 21) e l’altro ormai si può definire una botte che dà il vino che ha. E che abbiamo già assaggiato, con qualche perplessità.
In difesa, continuiamo a cercare centrali, quando è l’unica cosa – a dosi sempre più ridotte – che abbiamo. Gonzalo e Astori reggono baracca, con l’entusiasmo di un judoka egiziano che deve stringere la mano ad uno israeliano, ma la reggono. Più Tomovic, che come l’Araba Fenice risorge tutti gli anni dalle ceneri del mercato. E dei discorsi che da queste parti ormai sostituiscono le risorse economiche. Terzini? No, grazie.
Vedran Corluka è l’ultimo di una lista di nomi seconda soltanto a quella della Panini. Il croato dimostra che buon sangue balcanico non mente, ed usa la Fiorentina come grimaldello per far saltare il monte ingaggi del suo club, il Lokomotiv Mosca, che alla fine gli rinnova per quattro pippi. Roba che a Cognigni non gliela puoi neanche proporre come battuta in pausa caffè. Si va su De Maio, che era qui dietro casa fino ad un mese fa, che adesso è all’Anderlecht, che insomma per arrivare finalmente a Firenze probabilmente presuppone l’imbastitura di uno dei soliti casini stagionali che non ci siamo mai fatti mancare negli ultimi anni. Di Vitor Hugo non ne parliamo, ci sentiamo già abbastanza miserabili così come siamo.
Centrocampo. Si può discutere di tutto. Anche di Borja Valero a Roma per quindici milioni. E vedrete se a Firenze in Viale Manfredo Fanti non ne discutono. Non si può farlo però a chiusura di calciomercato. Questi non son boni nemmeno a trovare un terzo portiere con tutta la stagione davanti. Figurarsi in quindici giorni il sostituto dell’unico regista di centrocampo che abbiamo, dell’unico che dà del tu al pallone, con buona pace sia di Vecino che di Badelj.
In attacco, dice che siamo a posto. Certo, con Gomez che ha fatto il giro d’Europa (questa settimana siamo a Wolfsburg) e che di tornare qui non ha comunque nessuna voglia, né ha voglia di continuare a pagargli lo stipendio il suo datore di lavoro. E poi con Babacar che è diventato più difficile da piazzare di Balotelli. A meno di scordarci Pincopallo, se non andiamo errati gli attaccanti della Fiorentina al momento sono due, e su entrambi non ci si può fare affidamento per trentotto partite, più Europa League e Coppa Italia. Il primo, Nikola Kalinic, perché ha dimostrato che non le regge. Il secondo, Giuseppe Rossi, perché ha dimostrato che se non è prima è dopo, ma ce lo stroncano.
Ma insomma, se il mercato ci affligge, tra poco torna a parlare il campo. Purtroppo. Vorremmo tanto incontrare sabato sera la Juventus dello scorso anno, di questi tempi. E probabilmente non ci basterebbe nemmeno.

sabato 30 luglio 2016

Cialdini, prestaci il secchio

Ti alzi, vai a fare colazione al bar, e sulla locandina di un noto quotidiano cittadino leggi: Baby viola ko, l’Ajax su Mario Gomez. Ti prende uno di quei nervosi che andresti dritto filato dal sig. Giovanni Cialdini a sentire se gli è avanzato un secchio di quella roba. E poi via, verso Casette d’Ete. Saltando anche la colazione.
Mentre il popolo viola si diletta con il tormentone estivo della top 11 (capirai, non l’abbiamo mai fatto, sono 50 anni che cerchiamo di stabilire se Sarti è meglio di Albertosi, se Antognoni è meglio di Julinho, se Batistuta è meglio di Hamrin, e altre sciocchezze del genere che servono tanto a distogliere l’attenzione dal presente gramo), una Fiorentina che non è la prima squadra né la Primavera va in campo a Cesena e perde due a zero. Secco. Le cronache, per chi ha voglia di leggerle (avendo previdentemente omesso di seguire la partita in streaming), parlano di una Viola arruffona, senza difesa, sempre in affanno, con un Babacar al suo peggio (difficile, ma ancora possibile). Con un Sousa che alla fine parla di inatteso fuori pista, o giù di lì.
Ieri mattina, a leggere l’elenco dei convocati per la trasferta in Romagna pigliava male. Va bene, i reduci da Europei e Copa America ancora smaltiscono le ferie pregresse. Va bene, c’è qualche infortunato da primi contraccolpi agonistici (non siamo più a Roccaporena, ma anche a Moena qualche salitina da fare c’è, non foss’altro per andare in sala pranzo all’albergo). Ma dico io, benedetto il Signore, domani l’altro è agosto, ultimo mese di calciomercato. Possibile che l’elenco dei convocati della Fiorentina sia come quello di quando si faceva le squadre per il meccettino a porticine di quando s’era ragazzi??? Ma Corvino, e Sousa che è in piena sintonia con lui, che diamine fanno?
Dice, non c’è soldi. Mah, Diego è sempre nei primi dieci di Forbes, che ci ha messo il cappello stavolta per rientrarci?
Dice, c’è il fair play, bisogna vendere e poi comprare. Forse a questo punto bisogna tenere? Non lo so, ma questo Mario Gomez, centravanti titolare della Germania campione del mondo a noi ci fa così tanto schifo? Loew è un cretino e Sousa un genio? Dice, ma c’è da pagarlo. Quando venne tre anni fa, era a gettone?
Dice, Corvino fa così, aspetta agli ultimi giorni a tirare le reti che getta. Facciamo una cosa, allora, ammesso che sia vero. Aboliamo la preparazione estiva. Che si va a fare in ritiro o a giocare queste amichevoli se tanto chi va in campo a luglio non è chi ci va poi a settembre? Cioè quando devi partire a palla perché trovi subito Juventus, Roma e Milan, per non parlare della Europa League dove anche un Trabzonspor o un Apoel di Nicosia ti fanno girare le scatole a ventola?
I proprietari della Fiorentina forse non se la passano bene. Psicologicamente, intendiamo dire. Uno è lì a cercare di capire che è successo al Corriere della Sera, era lì che lo voleva comprare, con i soldi in mano, bam, l’ha preso Cairo. Seguiranno, presumibilmente, due o tre anni di polemiche sterili con Cairo e il mondo, come quelli seguiti a Calciopoli con Moratti.
L’altro fratello l’ha ritrovato l’aria di Moena. E’ venuto, ha detto un po’ di banalities (scusate l’inglese, ma chi scrive avrebbe tanta voglia di Dellavallexit, chissà se si capisce), è ripartito e adesso fino alla prima di campionato non si rivede più.
E noi qui, alle prese con il giochino del top11 (alla migliore formazione in premio una gigantografia di Ariatti firmata da ADV in persona) e con la spasmodica attesa della sagra del tortello viola. La festa dei 90 anni della Fiorentina, di cui negli ultimi 14 in particolare non c’è da festeggiare assolutamente nulla. Una vittoria in amichevole estiva con il Real, una con il Barcellona. End of transmissions.
Dice, ci saranno tutti i presidenti del passato. No, cari amici, ci saranno solo quelli che non hanno vinto un cazzo (ci si scusi il latinismo, stavolta). Quelli che hanno messo trofei in bacheca sono tutti morti, pace all’anima loro. Senti se è passato un giorno da quando la Fiorentina vinceva.
Dice, ci sarà anche Vittorio. Cari signori, scherziamo e sfottiamo poco. Si può pensare ciò che si vuole dell’ultimo Cecchi Gori, ma se oggi qualcuno è a baloccarsi con il giochino del top11 e ha da scegliere tra Hamrin e Batistuta, tra Toldo e Galli, tra Rui Costa e Roberto Baggio, è anche grazie a lui. Che quando andava in Argentina, o ci mandava il famigerato Luna, tornava con il Re Leone, non con figure da Mammana.
Ma tant’é. La sagra del tortello viola si avvicina. Quando si mangia, le polemiche si fanno da parte. A tavola non invecchia nessuno, figurarsi vecchie glorie e giornalisti. Nel frattempo si avvicinano anche il 31 agosto e l’avvio di una stagione che potrebbe essere meno divertente di quello che sembra adesso. L’abbiamo scritto e lo ribadiamo, nel 1977 in estate c’era un clima più o meno così. Confrontare almanacchi per conoscere il seguito, chi non c’era.
Chissà se il sig. Giovanni Cialdini tiene da parte delle scorte della sua “roba”. Stai a vedere se prima o poi con questi non torna utile. E poi tutti a Casette d’Ete.

In un modo o nell’altro si prospetta una stagione di merda.

giovedì 28 luglio 2016

Keep calm & date retta a Andrea



E’ sempre un avvenimento quando l’1% delle azioni dell’A.C.F. Fiorentina si presenta al ritiro della squadra. Passano gli anni, 14 per l’esattezza, e se anche i titoli non arrivano l’avvio di una nuova stagione viola è sempre un momento adatto a fare dei bilanci. Consuntivi e soprattutto preventivi.
Luglio, si sa, è un mese critico per Firenze. Non solo perché le temperature di consueto salgono a ridosso dei 40°, per non parlare del tasso di umidità, rendendo tutti più nervosi del solito (che non è poco). Ma anche perché se qualcosa può andar male, o comunque in modo insoddisfacente (sempre nei parametri della Legge di Murphy), generalmente è questo il mese che sceglie per farlo.
14 anni fa furono i giorni dell’agonia di Vittorio Cecchi Gori, e quelli in cui il Comune di Firenze (erede del titolo sportivo Fiorentina) cercava convulsamente un interlocutore per la rinascita. Firenze conobbe allora Diego Della Valle, imprenditore del ramo calzature poi estesosi ad altri settori anche grazie alla visibilità acquisita con il viola sullo sfondo. Andrea, il fratello minore, arrivò dopo, sia nell’interesse “tout court” per il nuovo giocattolo di famiglia che nel possesso di quella quota societaria pur minima che da allora gli dà diritto di parlare al popolo fiorentino.
L’attesa messianica di quell’1% rappresentato dal biondo Della Valle jr. ha finito negli ultimi anni per sostituire quella tradizionale per i nuovi acquisti. La stagione svolta quando a Moena atterra l’elicottero di Andrea, e dopo che quest’ultimo ha licenziato alla stampa le frasi storiche contenenti le coordinate dell’anno che verrà.
C’è stato un tempo in cui questa stampa aveva bisogno di essere allettata magari anche con inviti a cena. Nel 2012, il secondo progetto fu accompagnato da uno storico piatto di tagliatelle al tartufo che finirono inevitabilmente per prevalere su qualsiasi considerazione tecnica fatta dal proprietario di minoranza. Quello di maggioranza già allora si teneva alla larga dalle cose viola. Parlò il fratellino, tra una forchettata e l’altra. Nessuno si ricorda più cosa disse. Dopo quattr’anni, i titoli son sempre quelli. Non c’è bisogno di ricordarsi nessuna frase in particolare.
Quest’anno, niente cena. Solo bagno di folla, firma di autografi e dichiarazioni in libertà. Che tra un anno nessuno si ricorderà, perché altra acqua sarà passata sotto i ponti di Firenze portandosi dietro chissà cosa. Eppure varrebbe la pena tenersi qualche appunto. Le parole di Andrea sembrano sempre lasciar trapelare un animo sensibile e coinvolto, che purtroppo un destino cinico e baro ha finora tenuto ai margini dei progetti viola. Tutto il contrario di quanto appare a chi segue i campionati della Fiorentina domenica per domenica.
Dunque. La Famiglia ci tiene a Firenze. Andrea ci tiene alla Fiorentina in modo viscerale. Finché durerà questo amore, cioè per sempre, la Famiglia resterà proprietaria della Fiorentina. Continuando a mandare allo stadio e ai ritiri solo l’1% delle azioni, ma poco male, tanto quello che conta è che il restante 99% non molla. Chissà mai perché, ma non molla.
La Famiglia ribadisce che vuole vincere, non vivacchiare. Ma siccome c’è il fair play finanziario (quella regola per cui compri solo se vendi, e se non hai investito bene gli anni scorsi vendere è un bel problema), e siccome arrivano i cinesi (quelli che da tre anni dovevano entrare in Fiorentina e che poi come in tanti altri casi hanno dirottato su Milano), la Famiglia ribadisce che quest’anno si punta al sesto posto. Fatti due conti potrà essere anche l’ottavo, ma non stiamo a sottilizzare.
La famiglia promette lo Stadio nuovo. Non sia mai, a Roma ha restaurato il Colosseo, e vogliamo lasciare Firenze a prendere l’acqua al Franchi tutte le domeniche che piove? A Roma se l’è cavata con 25 milioni d’euro, qui ce ne vorrebbero parecchi ma parecchi di più. A meno di non aspettare che ce li metta il Comune, o qualche sponsor. Ma se tanto ci da tanto, se si dura fatica a mettere il nome del Folletto (con il dovuto rispetto) sulla maglia, forse non siamo messi bene nemmeno in questo campo. Tanta acqua ha da prendere ancora il fiorentino, quanta ne deve scorrere sotto i ponti sull’Arno, probabilmente.
La famiglia ribadisce che tra Corvino e Sousa c’è sintonia. Fa tanto piacere saperlo. Allora la faccia contrita del mister probabilmente dipende da una gastrite cronica. E quella allegrona del diesse non è dovuta a senescenza precoce. Lui ha in serbo qualcosa, vecchia volpe. Solo che aspetta gli ultimi giorni di mercato. Quelli in cui si può dire che con 48 ore a disposizione di più non si poteva fare. Ai tempi della Democrazia Cristiana (quelli in cui tra l’altro secondo un suo esponente di spicco a pensar male si faceva peccato ma ci si indovinava sempre), sarebbe stato un grande faccendiere Pantaleo Corvino.
A proposito, la Famiglia ribadisce anche che di qui non si muove nessuno. Men che meno Kalinic, Borja Valero, il recuperato Rossi, il prode Gonzalo e forse anche il prode redivivo Gomez. A meno che non arrivi l’offerta che non si può rifiutare. Il problema è che da quando ci sono i della Valle, di offerte ne hanno rifiutate ben poche.
L’estate prosegue, le parole dell’1% dell’A.C.F. vanno in archivio. Tra un mese nessuno le ricorderà più, o le confronterà con la realtà, quale che sia. Ed è un peccato, lo era sia ai tempi della D.C. che in questi tempi moderni di fair play.
Come cantava Lucio Dalla? L’anno che sta arrivando tra un anno passerà. Io mi sto preparando, è questa la novità.

venerdì 15 luglio 2016

A metà del guado in acque pericolose



Chi scrive, non ha visto la partita Fiorentina - Team Trentino, prima uscita stagionale della compagine viola 2016-17. Per quanti peccati uno possa aver commesso nella vita, la pena – diceva Beccaria – deve essere sempre commisurata alla colpa. E perciò certi supplizi non devono essere giammai inferti a chicchessia.
Riportano le cronache di una vittoria per 10 – 1, dove quell’1 sta a testimoniare di una non felice prova della difesa viola. O quantomeno di quella parte della difesa viola che si sta allenando gli ordini del mister Sousa. L’altra parte is blowing in the wind. A Corvino hanno messo in mano un retino da farfalle, con quello dovrebbe acchiappare un paio di terzini di qui a fine agosto. Pare che la nouvelle vague sia adesso il campionato olandese. Quello serbo, a regola, è diventato troppo caro per i braccini, pardon, per i portafogli viola.
Chi scrive, già che c’era, s’è guardato bene dal sorbirsi anche la prima conferenza stampa stagionale di Paulo Sousa. Dice che c’era un entusiasmo come da primo giorno di scuola alla ripresa dell’anno scolastico. Frase memorabile: “Non mi aspetto acquisti, io penso ad allenare”. Ecco.
La Fiorentina è una pentola che bolle, con la temperatura e la pressione che stanno raggiungendo livelli di attenzione. Per il livello di guardia, bisognerà attendere le prime partite ufficiali e vedere quanti punti avremo messo in classifica dopo le prime quattro – cinque di campionato.
E’ calcio di luglio, nemmeno d’agosto. Tra un mese magari battiamo il Bayern Monaco in amichevole preagonistica, o preagonica se si preferisce, e cambia tutto. Adesso si vive di sensazioni. La prima delle quali è che questo mister così poco entusiasta possa non mangiare il panettone. O non tirare i coriandoli a Carnevale. O non mangiare la colomba pasquale. Il suo entusiasmo per il progetto” è pari alla voglia dei Della Valle di portarlo avanti. Di solito questa è una miscela esplosiva altamente instabile, come la nitroglicerina. Dipende a quale delle due parti saltano prima i nervi, ma di sicuro a qualcuno saltano. Dipende dalle solite quattro – cinque partite di inizio campionato, e da come vanno.
Altra sensazione. La Fiorentina è una squadra da sistemare, finire di allestire, registrare. Ognuno usi il termine che preferisce. Quella che si sta allenando a Moena è una Primavera allargata, mancano i reduci dall’Europeo e gli eventuali acquisti. Ormai è diventato un trend. Chi si allena d’estate non gioca d’inverno. Finiti i tempi di quei bei ritiri in cui si partiva per Roccaporena con tutti gli effettivi, primi giorni corse in salita e basta prima di vedere il pallone. Chi arrivava a vedere il pallone faceva anche la foto ricordo e finiva nell’album delle figurine con la maglia viola, per tutta la stagione successiva.
Tuttavia, a vedere le cose da un altro punto di vista, la Fiorentina attuale sarebbe una squadra che avrebbe molto di più di quello che si rende conto di avere. Un attacco potenziale Gomez Rossi Kalinic quante squadre ce l’hanno in Europa? Il tedesco è tornato dagli europei rigenerato. Il croato idem. Quanto a Rossi, sempre in termini di sensazioni si può dire che se non ce lo stroncano qualche cosa come seconda punta può ancora combinarla. In viola, intendiamo.
Con un attacco così ed un centrocampo sui livelli della scorsa stagione, veramente basterebbero un par di terzini. Centrali di difesa ne abbiamo a iosa. Portieri idem, più noi dell’Excelsior. Non mancherebbe neanche tanto per poter dire la squadra è a posto. Al netto degli affari sfumati, delle giovani promesse lasciate scappare via e di tutti i soliti discorsi. Questi, i Della Valle, non vogliono più spendere né lambiccarsi la testa con questo gioco troppo complicato. Ma a rigore di autofinanziamento basterebbe anche poco per fare una squadra più che discreta.
Problema. Rossi, Gomez e Kalinic (per non parlar di Babacar) guadagnano da soli più del resto della squadra messo insieme. Bisogna limare il monte ingaggi è uno slogan che furoreggia da tempo, e che anche quest’anno è scritto a caratteri cubitali sul frontone dello Stadio Franchi. Ergo, il Gomez tornato Gomez fa gioco per essere venduto, non per farci qualche gol. Mentre l’INDA volteggia intorno a Bernardeschi come un avvoltoio e la Roma girella come uno squalo intorno a Borja Valero, altra sensazione è che qualche brandello di carne prima o dopo ce lo staccano. Magari agli ultimi giorni di mercato, quando non trovi più nemmeno il disinfettante per medicarti.
Diego Della Valle è uomo dalle tante idee, ma confuse. Di tutto ciò che voleva fare da grande, a parte le scarpe e la ristrutturazione del Colosseo, sembra sulla strada di concretizzare ben poco. La discesa in campo in politica si è concretizzata in poche frasi sconnesse pronunciate al cospetto di Lilli Gruber. La costruzione del nuovo stadio si è arenata su secche ampiamente segnate sulle carte nautiche. Il braccio di ferro con Nardella peraltro è più patetico che avvincente, a questo punto. Quanto alla Fiorentina, i risultati parlano da soli, dopo quattordici anni.
Parla anche Patrizia Panico, dall’altra metà del cielo viola. Nel salutare per sempre la Fiorentina Women’s, la bomber romana che era stata il valore aggiunto di una squadra viola femminile destinata la scorsa stagione a grandi cose non le manda a dire.
“Quel progetto però, che mi ha convinto a mettermi in gioco con l'entusiasmo di una ventenne, oggi si è arenato e forse addirittura ha fatto qualche passo indietro: la Fiorentina ha ridimensionato le ambizioni, diciamo così, e di conseguenza non ci sono state più chiarezza, correttezza e trasparenza sul percorso che, intrapreso nella scorsa stagione, questa squadra dovrebbe continuare a fare”.
Parole che non hanno bisogno di commento. Continua la Panico, inviando il proprio ringraziamento “ai tifosi e alla città che meritano di più: meritano che le due maggiori squadre di Firenze, la maschile e la femminile, siano costruite col reale intendimento di competere con le forze più grandi, sia del nostro campionato sia d'Europa. A questi tifosi sempre vicini e partecipi, capaci di riempirti di attenzione e amore, la società deve dare squadre di spessore e qualità. E non false illusioni”.
No comment, appunto. Siamo perfettamente allineati, dunque, maschi e femmine. Una cosa va riconosciuta a questi Della Valle. Dopo il fair play a tutti i livelli possono dire di aver attuato anche la parità di genere: braccini al maschile, braccini al femminile. Titoli rigorosamente zero.

martedì 12 luglio 2016

E' tutto sbagliato, tutto da rifare



Finiti gli Europei, si ritorna ad occuparci del nostro orticello. Un orto di guerra, più che mai. Parte a Moena la stagione 2016-17, la prima del Corvino-bis, l’ennesima dell’autofinanziamento.
La lista dei convocati parla di una Fiorentina a metà del guado, tra l’ultima stagione di Montella, la prima di Sousa (confermato a sorpresa dopo un girone di ritorno da separato in casa) ed un futuro che mai come in questa estate appare indefinibile. Sembra una di quelle di 40 anni fa, anni settanta, post e pre campionati senza infamia e senza lode, senza acquisti di rilievo a compensare perdite crescenti, fino all’anno della grande paura, quel 1978 che tolse diversi anni di vita a chi era allora tifoso viola.
Dunque, vediamo. All’organico 2016 mancano all’appello il Kuba, che se da un lato ci solleva da uno degli spelling più difficili della storia gigliata, dall’altro ci fa rammaricare. Diventare il miglior realizzatore della Polonia di sempre agli Europei, scavalcando gente come Gregorsz Lato e Zbignew Boniek, non è da tutti. Può darsi che uno così ci manchi. Sousa dice di no. Magari sarebbe stato meglio che fosse venuto a mancare lui, diciamo noi.
Manca anche Cristian Tello, l’unico raggio di sole dello scorso inverno assieme a Mauro Zarate, che invece è presente (almeno per ora). Il barcellonese era quanto di più vicino ad un sostituto del mai abbastanza rimpianto Joaquin che lo staff viola avesse rimediato. Mica Bruno Conti o Claudio Sala, ma insomma l’uomo ogni tanto lo saltava. Ci volevano 8 pippi per riscattarlo, mica i 120 di Pogba. E’ stato deciso di non spenderli.
Pare che finché non entrano i pippi delle cessioni, qua non si muove foglia. Diego pare che non voglia. A breve gli arrivano le fatture del Colosseo, non scherziamo. Questi balocchi cominciano a costare troppo, ‘sta storia del fair play lui mica l’aveva intesa così….
Cedere necesse est. IIlicic è aggregato, ma è già iscritto nella colonna del dare. Pare che ci siano anche Babacar, Mati Fernandez, Tomovic e uno tra Badelj e Vecino. Di pippi in tasca se ne metterebbero tanti. Nel bilancio viola, chissà.  Pare che ci potrebbe finire anche Bernardeschi, nella colonna del dare, se le sirene dell’Inter, anzi dell’INDA!, fossero confermate.
Strana gente i tifosi. Tra un ragazzo di 22 anni di sicuro futuro come Berna e un signore di 31 che il futuro ce l’ha dietro le spalle come Borja, all’unanimità danno via il primo. E Borja sindaco (oddio, peggio di Nardella….). Se Ugolini avesse ragionato così, vendeva Antognoni e teneva De Sisti. Altri tempi, altri costumi. E poi Ugolini di calcio ci capiva. Adesso son tutti intenditori di bilanci. Con i soldi degli altri, che non li vogliono cacciare.
Con i tempi di Corvino applicati al calciomercato, pare di poter dire che chi è al mare adesso ci resti tranquillamente. A Moena è come sul fronte occidentale di Erich Maria Remarque: non succede una mazza. Altrimenti sarebbe già successo.
Voglio dire, Giaccherini semmai lo prendi prima degli Europei, quando costa 1,5. Non dopo, quando costa 15 e perfino il suo agente Furio Valcareggi si è dimenticato di essere tifoso viola di lungo corso. Adem Llajic, idem con patatine. Lo prendi subito, e con l’occasione fai pari e patta con la Roma di tante questioni aperte, invece di continuare a pagare avvocati che sono bravi a seguire soprattutto i propri, di interessi.
A quel punto hai praticamente rifatto la squadra,e  ti mancano solo i terzini (solo, trattandosi di Fiorentina, è un eufemismo, visto che il terzinus ordinarius è un animale che qui latita dai tempi di Christian Maggio). Sì, perché nel frattempo hai ringraziato tutti gli dei del pallone di averti restituito un Mario Gomez centravanti titolare della Germania che vale almeno quanto l’avevi pagato, e a questo punto hai solo da convincere il prode Sousa a non rompere i coglioni e farlo giocare. Insieme a Rossi, possibilmente. Di Kalinic a questo punto fai quello che vuoi. Vuoi plusvalere? E plusvali, oppure tienilo come terzo attaccante, visto che il Baba con il portoghese non se la dice per niente.
Ammesso che il problema sia Sousa, o non piuttosto il braccio corto della famiglia padrona. Che soldi nel calcio non ne vuole più spendere, solo guadagnare. Il fair play è ridotto a non fare rutti a tavola e lasciare il posto alle signore entrando in ascensore. Il resto son discorsi, e in sede son tutti commercialisti.
E’ una squadra a metà quella che corricchia sotto il sole di Moena agli ordini del capataz Sousa. E non è detto che tutti i pezzi del puzzle vadano a posto di qui al primo settembre. O che la partenza sia fogata come quella dell’anno scorso, anzi. Dicono i bene informati che quest’anno in Val di Fassa si lavora soprattutto sul fondo.
Speriamo di arrivarci, in fondo. Chi scrive si ricorda di estati simili nei formidabili anni settanta. Soprattutto di quella in cui cominciò un incubo che finì solo all’ultimo minuto dell’ultima partita la primavera successiva. Grazie ad un nostro giocatore, l’indimenticabile ed indimenticato Ezio Sella, e ad uno dell’INDA, Alessandro Scanziani. Quel giorno c’era gente di sessant’anni suonati che piangeva, all’uscita dallo stadio.
Le lacrime basta, per favore.


mercoledì 15 giugno 2016

NON PUO’ PIOVERE PER SEMPRE




Stendiamo un velo necessariamente pietoso sulle onoranze funebri a Giuseppe Virgili detto Pecos Bill, uno degli ultimi eroi superstiti del primo scudetto viola, almeno fino a cinque giorni fa. Il figlio Aurelio, nel ringraziare la città di Firenze per aver ricambiato negli ultimi sessant’anni l’affetto che il padre le aveva dimostrato e non solo sul campo, non ha avuto parole tenere per l’A.C.F. Fiorentina. Se le cose stanno come ha raccontato (nemmeno un telegramma di cordoglio) – e non c’è motivo per non credergli – non poteva averne.
La lista si allunga. Da Gratton ad Amarildo, sono tanti coloro che hanno atteso invano il telegramma della Fiorentina, direttamente o per l’interposta persona degli eredi. Telegramma che, solitamente, è stato come il famoso bonifico di Vittorio proveniente dalla banca colombiana. Aveva le stesse probabilità di giungere a destinazione.
Il fatto è, l’abbiamo scritto più volte e lo ripeteremo all’infinito, che da quando l’A.C.F. decise di fare a meno dei servigi di Silvia Berti, il settore comunicazione e public relations della società viola ha funzionato pio meno come l’attività neuronale di un malato sofferente di dislessia e autismo insieme. Ora, finché si fanno i complimenti al Benevento invece che al Leicester di Ranieri, poco male. Claudione, di una certa Firenze, se n’è fatto una ragione ormai da tempo. Ma Virgili è un discorso diverso. Pecos Bill è la grande storia della Fiorentina. E’ come la medaglia che ti lasci rubare alla mostra in Via San Gallo. E’ uno sputo in faccia alla città e a ciò che ha di più caro.
Ce ne faremo una ragione anche noi. Tutto passa, diceva un grande filosofo greco dell’antichità. E’ crollata la Muraglia Cinese, sono finiti i Grandi Imperi, finirà anche questa occupazione di suolo pubblico che dal 2002 vede una proprietà moralmente assenteista (e negli ultimi tempi anche materialmente) dis-interessarsi di una delle istituzioni cittadine più importanti: la Fiorentina. Che non è né A.C. né A.C.F. E’ la Fiorentina e basta. La nostra squadra del cuore. E guai a chi ce la tocca.
L’abbiamo scritto più volte. Alienare una squadra di calcio è diventata negli ultimi anni faccenda complicata. L’esame dei libri contabili, delle partite e delle situazioni contrattuali è cosa che richiede tempo, staff di professionisti e di esperti di comunicazione (e qui ricasca il solito asino, povera bestia). Quando tutto va bene, ma proprio tutto, possono volerci anche un paio d’anni. Se Diego e Andrea avessero in animo di vendere, cominciano ora e finiscono probabilmente dopo la tramvia di Nardella. Se invece sono ancora in attesa di qualcosa, e non hanno ancora deciso cosa fare da grandi, allora lo scenario cambia. Ognuno si figuri il proprio, uno vale l’altro.
La sensazione è che questi imprenditori delle calzature sono venuti su con un certo sistema, e con quel sistema andranno giù. Diego Della Valle è stato ed è un prodotto del Partito Democratico, e resterà patron della Fiorentina fintanto che a Firenze ci sarà un determinato sistema di potere, con determinati referenti. Che poi aspetti la Mercafir, l’area di Castello o il prossimo passaggio della Cometa di Halley, fa tutto parte delle leggende metropolitane, e dello sbarcamento di lunario di chi deve riempire di inchiostro pagine di giornale ogni giorno. Chi lavora nell’area Mercafir sa che – magari sottovoce – tutti dicono che lo stadio in quella zona è una bufala. E’ un gioco delle parti, una commedia dell’arte. Simil baruffe chiozzotte (meno divertenti di quelle di Goldoni, a questo punto) con cui Comune e Fiorentina si reggono botta a vicenda, al di là delle apparenze. Perché nulla cambi, nessuno farà una mazza, ma darà la colpa a quell’altro, per capirsi.
Questo è il quadro. Su cui va dipinto il calciomercato della Fiorentina, perché tra due mesi si ricomincia. Mi si chiede che valore può avere il ritorno di Corvino in sella alla direzione sportiva. La risposta è abbastanza semplice, ne abbiamo anche in questo caso già accennato. Per i Della Valle, Corvino è un bene rifugio. Questo, secondo il calendario cinese (ma i cinesi purtroppo non si vedono ancora all’orizzonte), è l’Anno delle Nozze con i Fichi secchi. E quindi, chi meglio di lui? Dei diesse di Fascia Fichi Secchi il Corvo è il migliore. Pradé non era più capace di andare a prendere giocatori armato solo di discorsi. Pantaleo invece è capacissimo. Qualcosa per settembre combina di sicuro. Che poi sia un qualcosa al massimo da settimo, ottavo posto è un altro discorso. Del resto, stiamo a discutere se prendere Euro-Giaccherini al costo di 1,5 milioni di euro (il Sunderland si accontenta di poco), o se riprendere un giocatore che a ben guardare è già nostro, perché la Roma non ha nessuna voglia di finire di pagarcelo: Adem Llajic. Dove si voglia andare a parare in questo modo, ognun decida per conto proprio.
Mi si chiede anche che convenienza ha Corvino a fare il cavallo di ritorno, ed in queste condizioni di magra.  Semplice: il Corvo è in una botte di ferro. L’hanno mandato via per infame quattro anni fa, e adesso lo richiamano – se son vere le leggende – dicendogli. “Torna, questa è casa tua!”. Nemmeno Mario Merola. Chiaro che se torna in queste condizioni ha garanzie, prima di tutto quella che d’ora in avanti se le cose non andranno bene i capri espiatori saranno altri. Quello che farà lui è ben fatto di default.
A quanto ci risulta, se i Della Valle sono stati con lui sette anni, è perché ci sono stati bene. E lui pure. Sono due coniugi il cui matrimonio funzionava, e dopo una scappatella e una breve separazione, con annessa sperimentazione di altri partner rivelatisi insoddisfacenti, si rimettono insieme. Tanto, semmai, a finire sodomizzata è sempre e soltanto la Fiorentina. La nostra squadra del cuore.

P.S. il titolo è una citazione del celeberrimo film Il Corvo. Ogni riferimento….giudicate un po’ voi.

lunedì 30 maggio 2016

Ultimo viene il Corvo

Aveva salutato baracca e burattini, o forse baracca e burattini avevano salutato lui, oppure si erano salutati di comune accordo, la notte passata alla storia viola come quella della vergogna. Il popolo inferocito chiedeva un capro espiatorio per l’onta subita dalla Juventus che aveva pascolato le sue bestie ed abbeverato le sue truppe sul prato del Franchi. Non si trovò di meglio che dare il benservito a lui, che per sette anni aveva avuto in mano l’Area Tecnica. Vale a dire l’approvvigionamento di giocatori. Quei giocatori a cui, dopo aver camminato vittoriosi ad Anfield Road, si era spenta la luce improvvisamente, una volta andato via Cesare Prandelli.
Le responsabilità erano disseminate un po’ ovunque, ma evidentemente fece comodo che se le addossasse tutte lui. Il quale ottemperò, senza battere ciglio. Per tutti questi quattro anni, passati tra Vernole e Bologna, mai una parola aspra, una critica amara. Altri hanno dettato le proprie memorie al web per molto meno. Lui sempre zitto, riservato. Come in attesa di qualcosa, che prima o poi poteva verificarsi. Di nuovo, magari.
Qualcuno diceva che Diego Della Valle e Pantaleo Corvino erano – e sono – congeniali e funzionali l’uno all’altro. Sembrava un’eresia, visto il modo con cui si era concluso il loro rapporto. E invece ecco qua l’A.C.F. Fiorentina annunciare la sera del 30 maggio 2016 che è lieta di comunicare che è stato raggiunto l’accordo per il ritorno a Firenze di Pantaleo Corvino, con l’incarico di Direttore Generale dell’Area Tecnica.
Corvino, già protagonista di un ciclo in viola ricco di soddisfazioni dal 2005 al 2012, si è legato al club con un contratto biennale e sarà al vertice di un comparto che verrà ampliato ed arricchito da nuove figure professionali.
Affidandosi alle competenze, all’esperienza e alle qualità professionali di Pantaleo Corvino, la Fiorentina è certa di garantire un riferimento costante alla Prima squadra e una guida per l’area scouting e il settore giovanile viola.
La Fiorentina dà il bentornato a Corvino, augurandogli buon lavoro per stagioni ricche di soddisfazioni e di successi.
Ecco qua. Tanto male non dovevano essersi lasciati, allora. L’uno, il magnate, aveva avuto modo di riflettere che con le plusvalenze del diesse ci aveva fatto quadrare altri quattro bilanci dopo averlo esautorato, a torto o a ragione. L’altro, il diesse, aveva ben chiaro che di magnati come questi in Italia ce ne sono pochi. Oddio, non è più tempo di vacche grasse nemmeno qui a Firenze, se mai lo è stato. Ma insomma, meglio di tante nozze con i fichi secchi da imbandire in tante altre piazze….
Alla fine, Diego e Pantaleo devono aver valutato che era l’ora di reincrociare le proprie strade. Patti chiari, amicizia lunga, magari. Non è più tempo di andare a prendere in Montenegro ragazzotti slavi di belle promesse e pagarli otto milioni di euro. Magari di riprendere altri ragazzotti slavi da Roma che non hanno sfondato più di tanto e per comune interesse economico sì, vedremo. Non è tempo di spendere per nuovi Toni e Gilardino che non ci sono. Non c’è un Mutu da poter sfilare al fallimento di qualche big, e nemmeno un Gonzalo o un Borja Valero. Di Cuadrado non ne parliamo nemmeno. I nomi che i giornalisti vicini alla società sono autorizzati a fare sono molto meno altisonanti. Non saranno nozze con i fichi secchi, ma magari sarà il caso di rimandare le nozze all’anno prossimo.
Di positivo, c’è che figure da Mammana non dovremmo farne più. Corvino sa che certe cose non cambiano. A Firenze, per far stare tranquillo Diego, comanda tutto il ragionier Cognigni. Con il quale il Corvo va d’accordo a meraviglia, da sempre. Se il Corvo si alza in volo, significa che l’altro corvo – pardon, ragioniere, ci è scappata…. – ha già dato il benestare. Non ci saranno più telefonate transoceaniche sul filo dell’avanspettacolo. Se si parte, si parte per prendere. Magari non si va più in là di Empoli, Frosinone e Carpi. Ma il Corvo a mani vuote a casa non ci torna.
Diamogli dunque il bentornato, insieme alla A.C.F Fiorentina. Ma siamo consapevoli che i tempi sono cambiati. Che questo è un cavallo di ritorno che non deve vincere il Gran Prix d’Amerique o Ascot. Deve correre il Palio della Pizzica. L’orizzonte dei suoi ritrovati datori di lavoro si è ristretto assai, nel frattempo. Pantaleo è l’ultimo tentativo di mantenere in vista comunque un orizzonte, dalla Torre di Maratona.
Altrimenti lo scouting del futuro lo farà qualcuno che viene da molto più lontano. Da laggiù dove sorge il sole. Il Sol Levante.


P.S. Il titolo dell'articolo è una citazione di una raccolta di racconti di Italo Calvino. Il Maestro ci perdonerà.

martedì 17 maggio 2016

Il Giorno del Ringraziamento

L’addio di Vincenzo Guerini alla Fiorentina apre una nuova – o forse antica – querelle sul funzionamento della A.C.F., e più in generale sulla gestione della relativa proprietà da parte dei Della Valle.
Guerini, ricordiamo, ricopriva dal luglio 2011 l’incarico di club manager della società di Viale Manfredo Fanti. Una figura societaria molto diffusa per esempio in Inghilterra ma abbastanza desueta nel nostro panorama calcistico. Alla quale gli stessi Della Valle erano peraltro ricorsi in un periodo particolarmente travagliato, in cui erano venuti al pettine diversi nodi anche dal punto di vista dell’organico societario e della distribuzione di compiti e responsabilità.
L’ex promessa del calcio fiorentino (la sua carriera di giocatore fu stroncata a 22 anni da un incidente automobilistico quando il suo futuro si era già tinto di viola e di azzurro) riciclatosi allenatore prima e manager poi ha detto esplicitamente che la sua decisione è nata dai contrasti vissuti nel corso della stagione con l’attuale allenatore viola Paulo Sousa. “Mi ha umiliato”, ha dichiarato senza mezzi termini, lamentando di essere stato completamente ignorato dal tecnico quando nessuno ai vertici societari gli aveva fino ad oggi revocato fiducia ed attribuzione di competenze.
In attesa di capire, magari dalle parole dello stesso Sousa (non particolarmente espressivo in questo periodo, come testimonia la stessa assenza di reazione al trionfo della propria squadra all’Olimpico nell’ultima di campionato) che cosa sia successo esattamente tra due figure chiave della società viola, vale la pena forse di avviare una riflessione sul funzionamento della stessa, in generale e nei momenti di crisi (non pochi) vissuti. Una riflessione che parte da lontano.
Guerini era stato chiamato ad un ruolo che per la verità il popolo viola avrebbe voluto veder attribuito a colui che ha rubato il cuore di questa città, Giancarlo Antognoni (che già l’aveva ricoperto tra l’altro egregiamente ai tempi della gestione Cecchi Gori) proprio per ovviare all’assenza – pesantemente avvertita – di una figura di riferimento tra la stanza dei bottoni ed il mondo del tifo e degli addetti ai lavori.
La sua vicenda è emblematica, a nostro giudizio, della mancanza di idee chiare da parte dell’attuale gestione viola in più o meno tutti i settori della vita di una società sportiva a livello professionistico di vertice, eccezion fatta per l’aspetto contabile, di bilancio, nel quale gli uomini di Della Valle hanno sempre dimostrato di eccellere.
I compiti di Guerini non sono mai stati chiarissimi, ed è indubbio che il manager si sia trovato a volte anche in difficoltà nell’esercitarli, a causa della coabitazione o sovrammissione con altre figure societarie (Cognigni, Corvino, Rogg, Prade’). Va tuttavia riconosciuto a Vincenzo di averci sempre messo la faccia, nel bene e nel male. Così fu quando Delio Rossi costrinse la società ad esonerarlo con i suoi schiaffi in mondovisione ad Adem Llajic. In panchina per le ultime due delicatissime gare di una Fiorentina in lotta per non retrocedere ci andò lui, senza battere ciglio e senza pretendere meriti dopo, come Cincinnato. Così è stato in seguito, si trattasse di presentare giocatori più o meno conosciuti o spiegare al pubblico posizioni societarie controverse.
Comunque siano andate le cose, più che aprirsi una falla nell’assetto societario si ripropone il consueto status quo pressappochistico (almeno nel settore tecnico e della comunicazione) che affligge la Fiorentina dai tempi in cui furono esonerati Gino Salica e Giovanni Galli. Il primo episodio di mancata gratitudine applicata al calcio inteso come business risale proprio al 2004-05, quando la Fiorentina dette il benservito ai due manager del miracolo della rinascita (e già che c’era accompagnò loro personaggi entrati nel cuore della città come Riganò e Mondonico) per affidarsi ad un nuovo che in parte avanzò assai poco (Enrico Lucchesi) e dall’altro dura ancora, anzi con poteri sempre più di vita o di morte (Mario Cognigni).
La breve stagione di Lucchesi fu propedeutica alla lunga stagione di Pantaleo Corvino. Il matrimonio con il diesse pugliese (accreditato come possibile cavallo di ritorno in questi giorni) entrò in crisi guarda caso al settimo anno, quando una famiglia Della valle stretta in un angolo dalla improvvida fine del progetto Prandelli e dai cinque schiaffoni presi dalla Juventus (prima dei due presi da Llajic da Rossi) ebbe bisogno di dare un segnale alla tifoseria avviando una ristrutturazione che sapeva tanto di scelta del capro espiatorio. Corvino fu esautorato tra l’altro nel momento peggiore della sua vita personale. Se ne fece senz’altro una ragione, ma l’immagine della Fiorentina ne uscì ancora più a pezzi.
Immagine che dal 2009 non curava più nessuno. L’esonero brusco di Silvia Berti da addetta stampa fu un fulmine a ciel sereno nell’immediato, e rimane uno dei misteri del ventunesimo secolo viola. Fatto sta che dopo quattro anni in cui la public relation woman elbana era riuscita a rendere simpatica una società che altrimenti non è mai riuscita ad esserlo (e comunicativo un patron che ogni volta che parla in televisione fa venir voglia di cambiare canale) la Fiorentina si trovò – causa del suo stesso mal - a dover coprire la madre di tutte le falle.
Dopo due anni, ecco Gianfranco Teotino, tentativo di imitazione del Pier Cesare Baretti pontelliano. Tentativo riuscito male, il tizio arriva, offende subito Antognoni (non male per un addetto alla comunicazione a Firenze) resiste un anno alla meno peggio e poi se ne va. Nel frattempo Mihajlovic e Rossi hanno preso tutte le colpe di una gestione tecnica scellerata. Arrivano Prade’ e Macia, mentre in panchina va un nuovo progetto, Vincenzo Montella.
Eduardo Macia se ne va dopo un paio d’anni passati a segnalare giocatori che puntualmente compra qualcun altro. Daniele Prade’ gli sopravvive (senza contratto) in attesa di sapere chi gli farà le scarpe nel corso della prossima estate. Montella se n’è andato l’estate scorsa, tutti sanno come e perché. Il suo successore, Paulo Sousa, si viene a sapere che ha vissuto un’invernata da separato in casa (con la squadra peraltro in testa alla classifica), a febbraio si era dimesso (dimissioni respinte), da settembre non parlava nemmeno con il suo club manager. E chissà con chi altro.
Alla lista si aggiunge dunque Vincenzo Guerini. Per oggi la chiudiamo qui, anche per non deprimere troppo il lettore, al quale lasciamo ogni commento. E' un dato di fatto che da Viale Manfredo fanti nessuno se ne va senza sbattere la porta, più o meno. Se questa è una società di calcio…..

lunedì 9 maggio 2016

Onor di capitano

Bandiera vecchia onor di capitano, dice il proverbio popolare. Che risale evidentemente ad un’epoca in cui esistevano ancora le bandiere, e chi le portava con onore.
Manuel Pasqual è stato il capitano della Fiorentina, una bandiera, anzi, un labaro, vecchio di novant’anni, dal 2012 a ieri sera. La sera in cui aveva appena saputo che la sua squadra non aveva più bisogno di lui. Esodato senza preavviso, unica consolazione la passerella finale, gli applausi del pubblico, il trionfo decretatogli da quelli che da stamani sono i suoi ex compagni. Già, perché impegnandosi come se quella con il Palermo fosse una partita vera, come tutte le altre 356 che ha giocato in maglia viola, ha finito per prendersi un giallo che vale una squalifica per l’ultima di campionato. La sua storia in viola finisce qui.
Manuel lotta per un intero pomeriggio contro la commozione. Alla fine, con il microfono di Sky sotto il viso, non ce la fa più. E’ un cazzotto allo stomaco di Firenze vederlo piangere così. Non sarà stato Robotti, non sarà stato Magnini e nemmeno Rogora, ma è stato il sesto giocatore per numero di presenze della storia di questa squadra da quando esiste, a pari merito con uno che si chiama Giancarlo de Sisti. Qualcosa vorrà pur dire. Quando il mister ha chiamato, dal 2005 ad oggi, il soldato Manuel ha sempre risposto: presente.
Vederlo così, sapere che buona parte di quelle lacrime sono dovute alla mancanza di rispetto pressoché totale riservatagli da una società dove lo spessore umano dei suoi proprietari e dirigenti è pari a quello tecnico, fa ancora più male. Né attenua il colpo – a Manuel come ai suoi tifosi – sapere che è in buona compagnia, che allunga una lista nella quale compaiono nomi eccellenti come Gino Salica, Giovanni Galli, Angelo Di Livio, Fabio Liverani, Silvia Berti.
Il ragazzo di San Donà di Piave ha giocato e vissuto per anni a Firenze senza uscire mai da quelle righe che delimitano il carattere suo e di tanti altri ragazzi e campioni provenienti dalla sua terra. Mai una parola fuori posto, mai una spostatura, sempre pronto e mai polemico, neanche quando ne avrebbe avuto ben donde. Perché l’ultimo schiaffo in faccia a Manuel Pasqual non è stato il primo.
Preso dall’Arezzo come una delle migliori giovani promesse del calcio italiano dal Mago di Vernole, quel Corvino che nella primavera-estate del 2005 non sbagliava un colpo, Manuel ripagò tutti con buona parte degli assist che permisero a Luca Toni (bella questa coincidenza, se ne vanno praticamente insieme) di vincere la Scarpa d’Oro nel 2006 con31 gol. Manuel faceva cose che non si vedevano più dai tempi di Cafù, arrivava sul fondo e crossava. Per un centravanti come Lucagol, bastava seguirlo nelle sue discese, con fiducia.
Partita la Scarpa d’Oro, dei suoi cross sembrò non farsene più nulla nessuno. Lentamente il suo apporto fu svalutato, la Fiorentina aveva preso a giocare per altre linee, né Bobo VieriGilardino sembravano aver più bisogno dei suoi traversoni. Nel 2009, l’anno in cui tanti equilibri saltarono in casa viola, un Prandelli forse non più lucidissimo lo escluse dalla lista UEFA in prospettiva Champion’s League, incaponendosi a considerare miglior terzino al suo posto quel Juan Manuel Vargas che invece era una splendida ala. E che insieme a lui sulla fascia sinistra avrebbe fatto sfracelli, in sovrapposizione.
Ridotto quasi ai margini della squadra, in odore di cessione un giorno sì e quell’altro pure, Manuel – come un provetto lagunare, un soldatino della sua terra – inghiottì tutto, continuò ad allenarsi ed aspettò. Certo che un giorno la Fiorentina avrebbe avuto ancora bisogno delle sue corse, dei suoi cross, delle sue punizioni. Della sua leadership in campo, ora che il tempo bene o male trascorso aveva fatto di lui il più anziano della squadra.
Nel 2012, la fascia di capitano coincise con la sua rinascita viola. Vincenzo Montella sperimentava un tiki taka nostrano, ma essendosi ritrovato a disposizione un Luca Toni release 2.0 non buttava via nulla. Il vecchio Pasqual su quella corsia sinistra faceva un gran comodo. E segnava gol pesantissimi, come quello al PAOK che valse il passaggio di turno in Europa League nel 2014, e la finale di Coppa Italia ai danni dell’Udinese sempre lo stesso anno.
Ma un nuovo equivoco era in agguato, oltre al tempo che passa inesorabile. Marcos Alonso era un talento emergente, e forse un giorno qualcuno capirà che al pari di Vargas non di terzino trattasi ma di ala. Nel frattempo però la sua classe e la sua gioventù sono state sufficienti a relegare di nuovo Manuel Pasqual alla panchina, e questa volta per restarci.
Si sospettava che questa fosse la sua ultima stagione. Succede a tutti i campioni, prima o poi. Successe al Milan, per esempio, ad un certo Mauro Tassotti, e la società lo chiamò per tempo ringraziandolo di tutto e offrendogli un posto nello staff tecnico dirigenziale. Gratitudine, indubbiamente, il che non guasta mai nella vita. Ma soprattutto intelligenza, investimento in una risorsa che la società stessa si è allevata in seno, coltivata nel tempo.
C’è solo un capitano, cantava ieri la Curva. Qualcuno si è risentito. Quel coro è riservato a Firenze ad una sola persona, che aveva sulla maglia il numero 10. Tutto il resto è bestemmia, dicono. Forse sì, ma ieri quel coro non stonava. In una cosa sono assolutamente simili il numero uno ed il numero sei della graduatoria delle presenze di sempre in viola: quel viola di loro adesso non sa che farsene. Non più.
La fascia di capitano adesso è in terra. Qualcuno prima o poi la raccoglierà, dimostrandosene degno. Ma adesso giace sul prato del Franchi, dopo che se l’è tolta l’ultimo che l’ha portata con onore.
Si, il ragazzo di Venezia può dirlo con ragione. Firenze è e resterà la sua città. Se l’è meritato.

giovedì 5 maggio 2016

VIOLA NELLA TESTA E NEL CUORE: L'estate del nostro scontento



La stagione è alla fine. Il pallone ha da rotolare, stancamente sospinto da svogliati attori in attesa del sipario e del rompete le righe (peraltro già rotte da tempo), ancora un paio di volte. Poi il calcio giocato lascerà definitivamente il posto a quello parlato. Sarà tempo di calciomercato, la fiera delle vanità e delle illusioni. Firenze tornerà capitale. Delle chiacchiere e delle favole, avendo mancato di esserlo davvero sul campo, per scelta dei suoi signori.
Dopo quattordici anni, dovremmo essere abituati a certe dinamiche. La società meno comunicativa della storia viola (e forse del calcio intero) si picca di investire nella comunicazione (o presunta tale) quello che non investe in giocatori e strutture. Lo scopo dovrebbe ormai esserci chiaro. Come nel Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, perché nulla cambi tutto deve cambiare. Via al nuovo progetto, che poi è sempre quello vecchio: tirare fuori dal cappello il coniglio dal nome che eccita o almeno intriga la platea. E ricominciare da capo un nuovo ciclo destinato a finire un giorno non lontano dove finiscono tutti i cicli dei Della Valle: al quarto posto (che palle), al pareggio di bilancio, a gironi di andata e/o di ritorno che sono una rottura di scatole ed una sofferenza per chi ormai l’abbonamento l’ha già fatto. O per chi malgrado tutto ci crede ancora.
Torna Corvino, resta Sousa, arriva Mandrake. In questi giorni sulla stampa specializzata si legge di tutto. Consapevoli (gli addetti ai lavori) che verba volant, quello che è scritto stamani domattina serve per incartare il pesce ed al 99% nessuno se ne ricorda più (e meno male).
Le favole della buonanotte sono ormai il pane di questa città da quando ha rinunciato al suo orgoglio (più o meno giustificato) e si è affidata in tutti i settori della sua vita, calcio compreso, a dei mestieranti, per di più gente che ha a cuore soltanto el suo particolare, come diceva Guicciardini. Nel calcio, siccome al momento buono di autoctoni non s’era fatto avanti nessuno, furon chiamati questi signorotti dalle Marche, come usava ai tempi di Dante. Diversamente dai tempi di Dante, ci siamo poi dimenticati di esiliarli non appena è stato chiaro che non avrebbero risollevato le sorti del comune. Anzi.
Piuttosto che inseguire la ridda di voci su torna questo, va via quello che da ora a settembre allieterà le nostre mattinate, preferiamo fare un ragionamento su qualche scenario più attendibile. Credendo di fare cosa gradita al pubblico viola.
Dunque, dopo aver dimostrato che l’unico scudetto a cui gli stilisti della calzatura marchigiani tengono è quello del bilancio, siamo arrivati al punto in cui va programmato il prossimo. Di scudetti, di bilanci, di progetti, chiamatelo come meglio vi piace.
Delle tre, l’una. Vanno via. Ipotesi suggestiva, quanto sinistra nelle sue ricadute. Un anno, un anno e mezzo è quello che ci vuole mediamente ad una proprietà di squadra di calcio per passare la mano e ad un’altra per subentrare, dal momento in cui si cominciano ad esaminare i libri contabili a quello in cui si va finalmente da un notaio. In questo lasso di tempo, che dura più di un campionato, ci sarebbe da reinvestire in un parco giocatori che quest’anno – a prescindere da ogni altra considerazione – ha mostrato di essere assai ridotto ed usurato, nella testa e nel fisico.
Siamo a discutere del mancato rinnovo a Pasqual. Gratitudine (doverosa) a parte, trattasi di giocatore di 34 primavere. Non è un buon segno che il mercato della Fiorentina parta da lì. Non è un buon segno che il diesse attuale sia anch’egli senza contratto, che vada o che resti. Avvalorerebbe l’ipotesi del cambio di proprietà, assieme ad altri segnali di smobilitazione. Sempre se dentro l’A.C.F. Fiorentina c’è ancora una logica, del che ci permettiamo di dubitare.
Seconda ipotesi. Restano. Così come sono. Con l’autofinanziamento, la manfrina della Cittadella-Stadio, la scommessa su un nuovo tecnico emergente e una serie di giocatori da reinventare o da fare esplodere (possibilmente non in faccia ai tifosi, come i recenti Tino Costa e Benalouane). Delle tre ipotesi, è quella più angosciante, e volutamente la liquidiamo brevemente. Non so voi, ma a noi un altro campionato come quello appena concluso provoca l’herpes zoster. Addormentarsi alle partite di calcio non è bello, incavolarsi oltremisura nemmeno. Ci sono passatempi più economici e anche divertenti.
Terza ipotesi. Restano, ma con un partner che porta soldi freschi. Cinese, arabo, russo, o come diavolo dev’essere. Minoritario o maggioritario. Non ha importanza. Basta che ci levi da questa palude dell’autofinanziamento, della plusvalenza, del fair play finanziario, del terzo tempo, della telefonata di assenso a Cognigni per qualsiasi cosa, dall’acquisto della carta igienica a quello di un terzino.
Qualunque sia lo scenario che si va disegnando, ci aspetta un’estate complicata, cari amici viola vicini e lontani. Un’estate in cui prima di tutto si vende. Poi, se del caso, si ricompra. Ma quando i pezzi meglio sono già andati altrove (magari compresi i nostri), perché le altre società la programmazione l’hanno già fatta, più o meno al tempo in cui Andrea Della Valle faceva le bizze con i giornalisti e per far loro dispetto si tagliava il microfono.
Poi magari arrivano Robben e Xabi Alonso, con Mourinho che vuole riaprire un nuovo ciclo in  provincia, scegliendo Firenze per i suoi monumenti e per la bonomia dei suoi abitanti. O magari la sera del 31 agosto siamo ancora a pietire da Ramadani qualche uomo di fascia sinistra perché Marcos Alonso aveva voglia di chiudere la carriera al Real Madrid e tanto ha detto, tanto ha fatto che è stato accontentato quella mattina stessa. “Alle ore 18,50 la Fiorentina annuncia poi di essersi assicurata le prestazioni del difensore del Chievo Alessandro Gamberini, al quale rivolge un caloroso bentornato”. O giù di lì, roba del genere.
Film già visto? Ricordatevene la prossima volta che leggete sul giornale, qualsiasi giornale, che la Fiorentina sta valutando l’ingaggio di Harry Kane o in alternativa di Jamie Vardy, e si riserva di sciogliere il dubbio entro la sessione di mercato, o tutt’al più nella successiva di gennaio. Gli emissari viola sono già a Londra.