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sabato 4 febbraio 2017

Roma Fiorentina, uno spot per il nostro calcio

E’ praticamente il primo ricordo d’infanzia che ho, allo stadio con mio padre. 22 gennaio 1967, Fiorentina-Roma 2-2, Brugnera (F), Carpenetti (R), Bertini (F), Enzo (R). Per tutta la sua vita avrei sentito ripetere a mio padre che quella fu la più bella partita che lui si ricordasse di aver visto allo Stadio Comunale, non ancora intitolato ad Artemio Franchi. E con lui erano d’accordo in molti, della sua generazione. Ci ho ripensato tante volte. Viola e giallorossi da allora è come se avessero stabilito un legame kharmico. Destinati spesso e volentieri ad affidare le loro speranze di successo al bel gioco piuttosto che ad altre caratteristiche. Destinati quasi sempre a sublimare il gioco del calcio, quando si incontrano.
"Picchio" De Sisti ed il compianto Agostino Di Bartolomei
E’ una lunga storia di spettacolo e di prodezze, quella dei match tra Roma e Fiorentina. Uscite dal buio degli anni settanta, durante i quali rischiarono di finire fuori più volte dal calcio che conta prima di trovare condottieri dotati delle opportune motivazioni nonché risorse, si presentarono all’inizio del decennio successivo come l’unica seria alternativa allo strapotere juventino. Il 5 aprile 1980 una tripletta di Giancarlo Antognoni stese una Roma in cui già militavano – per dirne alcuni – Di Bartolomei, Ancelotti, Pruzzo, Bruno Conti e sulla cui panchina già sedeva il mitico Nils Liedholm. I campioni del secondo scudetto giallorosso c’erano già tutti, mancava solo Paulo Roberto Falcao, che sarebbe arrivato nell’estate successiva.
"Antonio" e Falcao
Nel 1981 l’ing. Dino Viola diede il primo assalto allo scudetto juventino. Fu fermato a due giornate dalla fine dall’annullamento – a tutt’oggi inspiegabile – del gol di Ramon Turone che gli avrebbe dato la vittoria a Torino nello scontro diretto con i rivali ed il sorpasso in classifica. L’anno dopo fu la volta della Fiorentina di Pontello, uno squadrone che conobbe due sole sconfitte, una delle quali proprio all’Olimpico con i giallorossi. Tutti ricordano il colpo di tacco volante di Falcao che liberò Roberto Pruzzo per il colpo di testa del 2-0. Al ritorno a Firenze fu ancora spettacolo, con Luciano Miani che segnò il gol che eliminava i capitolini dalla corsa al titolo. Corsa che si concluse a pochi minuti dalla fine del campionato come l’anno precedente, con un gol annullato agli avversari della Juventus, in quel caso la Fiorentina.
Nel 1983 ancora la Roma, stavolta i bianconeri non poterono fermarla, malgrado la vittoria nella sfida diretta sia a Torino che a Roma. Liedholm, Falcao & C. si cucirono finalmente il tricolore sulla maglia, Venditti poté cantare al Circo Massimo e la Fiorentina rimase a guardare, alle prese con una stagione di transizione in cui dovette inserire Passarella e rimpiazzare Vierchowod, passato proprio ai giallorossi. Ancora un anno più tardi, la corsa della Fiorentina si fermò sul secondo infortunio di Antognoni, quella della Roma sulla difficoltà di conciliare campionato e Coppa dei Campioni, di cui disputò la sfortunata finale casalinga contro il Liverpool.
Seguì una fase di cosiddetto “tono minore”, con l’unico acuto romanista nella stagione 1985-86, allorché Sven Goran Eriksson – poi ribattezzato Svengo dagli stessi tifosi capitolini – vide la sua squadra farsi battere dal Lecce già retrocesso a due giornate dalla fine, mentre era in rimonta su una Juventus stremata e a fine ciclo, quello dei Mundial.
Il "Principe" e l'Ottavo Re di Roma, agli esordi
Seguirono anni a fasi alterne. A Firenze andò in scena lo psico-dramma della cessione di Baggio alla Juve e del passaggio della società da Pontello a Cecchi Gori. A Roma il “principe” Giannini non seppe far rivivere ai suoi concittadini l’epopea di Falcao & C. Si dovette aspettare il 1993 perché succedesse qualcosa di importante. Quell’anno nella capitale fece il suo esordio con la maglia della sua squadra del cuore un ragazzino che avrebbe fatto parlare di sé a lungo, Francesco Totti.
Quell’anno successe anche qualcosa che avrebbe cementato per lungo tempo rapporti non proprio idilliaci tra le due tifoserie. All’ultima giornata, una Fiorentina costruita per spaccare le ossa a tutti, era con le ossa rotte in fondo alla classifica, dopo la cacciata di Radice da parte del figlio del padrone, già allora assai intemperante. I viola dovevano vincere e sperare che la Roma battesse in casa l’Udinese. La prima condizione si verificò, un 6-0 al Foggia in cui Batistuta & C. sfogarono tutta la loro rabbia per una stagione virata in modo incredibile verso lo scatafascio.
La seconda invece no, la Roma era in vantaggio fino a sei minuti dalla fine, quando consentì – in modo a detta di molti troppo accomodante – ai friulani di portarsi sul pareggio. L’Udinese restò in A, la Fiorentina andò in B, e da allora a Firenze se chiedete chi odiano di più tra juventini o romanisti ci devono pensare su, perché la risposta non è più semplice né immediata come prima.
Bandiere
A quell’epoca la Roma passò in mano a Franco Sensi, la Fiorentina a Vittorio Cecchi Gori. Le due squadre si sistemarono stabilmente nelle cosiddette Sette Sorelle, quelle che lottavano per lo scudetto, guidate rispettivamente da Totti e Batistuta. Ogni volta che si incontravano era spettacolo, anche se il risultato – almeno all’Olimpico – finiva per premiare sempre i giallorossi. Dopo un 3-1 a firma di Batigol nel 1992, la Fiorentina per vent’anni riportò dalla capitale a malapena un punto, nel 2006 con Tonigol. Il fuoriclasse Totti, nel frattempo laureatosi campione del mondo con la Nazionale di Lippi a Berlino, sembrava inmarcabile per i difensori viola di almeno un paio di generazioni.
Dopo il passaggio di Batigol alla Roma, il terzo scudetto romanista ed il fallimento della Settima Sorella, quella di Vittorio Cecchi Gori, con la ripartenza dalla C2 dei nuovi patron Della Valle, lo spettacolo riprese nel 2005 con una Roma sistemata stabilmente ai vertici della classifica ed una Fiorentina che remava per ritornarci. La prima vittoria fiorentina a Roma avvenne nel 2012, e fu decisiva per scongiurare un’altra retrocessione, nell’anno in cui sembrò che il progetto dei Della valle fosse andato definitivamente in pezzi. Nel 2009 Prandelli invece aveva fatto registrare uno storico 4-1 casalingo, che è rimasta l’ultima vittoria interna della Fiorentina sulla Roma fino al jolly pescato da Badelj. In quella circostanza i tifosi viola riadattarono per l’occasione la famosa canzone di Irene Grandi Bruci la città, vittoriosa al festival di Sanremo, a testimonianza di un immutato affetto verso la capitale.
Nel 2011 il prestigio viola fu affidato alla primavera, che andò a vincere Coppa italia e Supercoppa di categoria proprio sul prato degli acerrimi rivali giallorossi. Canzone viola risuonò all’Olimpico, segnando la rinascita di un settore – quello giovanile – che una volta era un vanto per la Fiorentina (al pari della Roma) e che da dopo la retrocessione in C2 aveva stentato a rinascere.
Batistuta e Totti, prima nemici poi amici
Nelle ultime cinque stagioni, i giallorossi sono stati praticamente l’unica indomabile bestia nera della rinata Fiorentina spagnola di Vincenzo Montella, e poi di quella ereditata da Paulo Sousa. Otto vittorie giallorosse, due pareggi e tre vittorie viola, tra cui le due prestigiose in Coppa Italia e Europa League dell’ultimo anno di Montella, maturate in trasferta.
La Fiorentina torna martedi sera all’Olimpico di Roma dopo il successo insperato dell’andata al Franchi, propiziato da un gol di Badelj dopo che i giallorossi avevano fatto vedere i sorci verdi ai viola per buona parte del match. L’Olimpico negli ultimi 25 anni è sempre stato particolarmente avaro di soddisfazioni per i colori viola, su entrambe le sponde. Spesso e volentieri, i giallorossi si sono trasformati in altrettanti lupi, come chiese una volta il loro allenatore Garcia, al cospetto di viola che troppo spesso si sono affacciati allo stadio della capitale come agnelli troppo leziosi.

Una speranza viva ci consola, e ci tiene accesa una piccola fiammella anche stavolta. Fiorentina – Roma o Roma – Fiorentina è da sempre uno degli spot migliori per il nostro calcio. Da quel 1967 in cui un ragazzino assistette alla sua prima edizione, per sapere poi che aveva visto la più bella partita per tanto tempo a venire.

mercoledì 3 agosto 2016

La festa dei Quattordici Anni



E’ la festa dei quattordici anni. E zero titoli.
Quattordici anni fa, Diego della Valle accettava ufficialmente l’offerta di Leonardo Domenici, sindaco  pro-tempore di Firenze che aveva recuperato il titolo sportivo perso dall’A.C. Fiorentina (dichiarata inammissibile ai campionati di calcio della F.I.G.C., e poi anche fallita) dalla holding di Cecchi Gori e l’aveva offerto appunto a quella di Della Valle.
La storia di quei giorni l’abbiamo scritta in tanti, la conosciamo veramente fino in fondo in pochi e ce la immaginiamo però tutti.
Un fallimento indubbiamente pilotato e poco casuale, una rinascita che sul momento ebbe del miracoloso. Squadra e società allestite in meno di 20 giorni (poco dopo Ferragosto la nuova Florentia Viola già giocava al Franchi contro il Pisa). A ripensarci adesso a mente fredda, con l’entusiasmo sbollito da tempo, quella lista di giocatori di categoria (C2) che Gino Salica e Giovanni Galli andarono a comprare in quattro e quattr’otto sembra – fatte le debite proporzioni – come quella che Erdogan aveva già pronta per le epurazioni dopo il fallito colpo di stato.
La storia passata, presente e futura (per quanto prevedibile) del calcio ci insegna che i miracoli si fanno, sì, ma ci vogliono un po’ più di 20 giorni. Le trattative per quel dolorosissimo (per i tifosi) e complicatissimo  (per gli addetti ai lavori) passaggio di mano viola durarono probabilmente più delle 48 ore che Domenici, Giani e compagnia bella hanno consegnato alla leggenda, più che alla storia della Fiorentina.
Che da allora ha come ragione sociale A.C.F.. Non più A.C.. E che non volle recuperare la storica sede di Piazzale Donatello. Da allora alloggia al Franchi, come una sfollata di lusso. A fatica riacquistò nome e trofei, era il minimo sindacale, di meno Firenze non avrebbe accettato. Quel nome e quei trofei erano quanto aveva di più caro. Al pari del David, del Ponte Vecchio, del Campanile di Giotto, del Battistero, del Piazzale Michelangelo, di Santa Maria del Fiore. Non è un mistero, in questa città Giancarlo Antognoni sta alla pari di Michelangelo Buonarroti.
Tra poco si festeggiano i 90 anni. Quando fa comodo l’A.C.F. rivendica una continuità con il passato che nella sostanza non ha mai, o quasi, perseguito. Nei giorni in cui si dura fatica a comprare un terzinaccio, è indubbiamente molto più appassionante giocare al Top 11 o immaginare quale delle vecchie glorie, di un passato con il quale i Della Valle non hanno nulla e non hanno voluto avere nulla a che fare, interverranno alla festa.
Senza chiedersi se non fosse più opportuno limitare la commemorazione agli ultimi quattordici, di questi anni. E interrogarsi sul perché, a parte un paio di amichevoli con squadroni spagnoli in cerca di lauti ingaggi, non abbiamo vinto più nulla, né ci siamo andati vicini.
Di seguito alleghiamo una scheda contenente la lista dei presidenti che si sono succeduti al timone della Fiorentina, A.C. o A.C.F. che dir si voglia.
Lo proponiamo noi un gioco. In questa lista dei TOP 24, i Della Valle a che punto li mettereste? Aspettiamo curiosi le risposte.

I Presidenti Viola

Luigi Ridolfi Way da Verrazzano (1926 – 1942)
Fondatore, promozione in A nel 1931, retrocessione in B nel 1938, promozione in A nel 1939, 1^ Coppa Italia nel 1940, lasciò la presidenza della Fiorentina per assumere quella della Federcalcio nel 1942
Scipione Picchi (1942 – 1945)
Padre del giornalista e storico viola Sandro
Arrigo Paganelli (1945 – 1946)
Ex dirigente della Palestra Ginnastica Fiorentina Libertas, cofondatore della Fiorentina nel 1926 e vicepresidente con Ridolfi, fu reggente della società viola per un anno (con Ridolfi caduto in disgrazia per il suo passato fascista ed un comitato di reggenza che eleggeva le cariche sociali)
Iginio Cassi (1946 – 1947)
Reggente viola per un anno, in seguito presidente della Mostra Internazionale dell’Artigianato (fu lui a spostarla dal Parterre alla Fortezza nel 1958)
Ardelio Cassi (1947 – 48)
Reggente viola per un anno, imprenditore tessile pratese, che sponsorizzò società e squadra anche dopo il termine della propria reggenza
Carlo Antonini (1948 – 1951)
Imprenditore di Chiusi, fu il primo vero presidente viola del dopoguerra, e colui che avviò la costruzione della squadra che sarebbe diventata campione nel 1956
Enrico Befani (1951 – 1961)
Imprenditore tessile pratese, campione d’Italia nel 1956, finalista di Coppa Campioni nel 1957, vincitore di Coppa delel Coppe e Coppa Italia nel 1961, il primo double della storia del calcio europeo (due trofei nella stessa stagione)
Enrico Longinotti (1961 – 1965)
Imprenditore di Geve in Chianti, rilevò la società viola dopo le improvvise dimissioni di Befani, sdegnato perché il C.d.A. viola gli aveva bocciato il progetto di ristrutturazione e ricapitalizzazione societaria.
Nello Baglini (1965 – 1971)
Imprenditore pisano del settore inchiostri, Cmpione d’Italia nel 1969, vincitore di Coppa Italia nel 1966 e nello stesso anno della Mitropa Cup (altro double continentale)
Ugolino Uolini (1971 – 1977)
Imprenditore fiorentino, la Gover Gomma (forniture per edilizia e abbigliamento) era una delle fabbriche più importanti non solo della Toscana, vincitore della Coppa Italia nel 1975 e della Coppa di lega Italo – Inglese nel 1976
Rodolfo Melloni (1977 – 1979)
Presidente per delega di Ugolini, il primo dei tre presidenti morti in carica, per infarto
Enrico Martellini (1979-1980)
Già consigliere viola, anch’egli delegato di Ugolini
Ranieri Pontello (1980 – 1986)
Nessuna vittoria, ma uno scudetto sfiorato per quindici minuti
Pier Cesare Baretti (1986 – 1987)
Ex giornalista, il secondo dei presidenti viola, in questo caso per delega di Pontello, a morire in carica, per incidente aereo
Lorenzo Righetti (1987 – 1990)
Ex arbitro, delegato di Pontello alla presidenza viola fino a pochi mesi prima della cessione della società dopo la finale UEFA di Avellino
Flavio Pontello (1990)
Riassunse la presidenza per breve tempo, quello necessario a trattare la cessione a Cecchi Gori
Mario Cecchi Gori (1990 – 1993)
Imprenditore fiorentino del cinema, terzo presidente a morire in carica, stroncato da un infarto. Una retrocessione in B
Vittorio Cecchi Gori (1993 – 2002)
Una promozione in A, due Coppe Italia, una Supercoppa italiana, un fallimento della società
Ugo Poggi (2002, per due mesi)
Ottavio Bianchi (2002,  per tre mesi)
Leonardo Domenici (1° agosto – 3 agosto 2002)
Sindaco pro – tempore di Firenze, recupera il titolo sportivo della società fallita e lo cede a Diego della Valle, che costituisce la Giorentina 1926 Florentia Viola
Gino Salica (2002 – 2004)
Una promozione in C1, un ripescaggio in B, una promozione in A dopo spareggio con il Perugia
Andrea Della Valle (2004 – 2009)
Mario Cognigni (2009 – 2016)

domenica 19 giugno 2016

Il futuro dice Messi. Il cuore dice Batistuta.

Leo Messi come Batigol. Con la vittoria sul Venezuela nei quarti di finale della Copa America del Centenario che si disputa negli Stati Uniti, l’Argentina si candida alla vittoria finale, mentre celebra la Pulce che raggiunge Omar Gabriel Batistuta in vetta alla classifica dei marcatori di sempre della nazionale biancoceleste.
54 reti. Batigol le ha segnate in 77 partite, tra il 1991 ed il 2002. La Pulce ci ha messo un po’ di più, 111 partite. La media gol del Re leone è dunque inarrivabile. Gli anni invece, per ora, sono gli stessi, 11 dall’esordio, ma Lionel ha la possibilità di allungare la serie e diventare il recordman assoluto.
Sono felice di aver eguagliato il record di gol di Batistuta e di aver raggiunto la semifinale”, ha commentato Messi, che sembra finalmente destinato ad essere profeta in patria e a vincere “qualcosa” con la maglia della sua nazionale. Dopo un decennio di trionfi in blaugrana, lo score in biancoceleste della Pulce finora era desolante, con il punto più basso raggiunto nell’anonima finale dei mondiali 2014 giocata e persa in Brasile contro la Germania. Tanto da far dire a un commentatore d’eccezione come Diego Armando Maradona che Leo aveva la classe ma non il carisma, la personalità adatta.
Ne aveva tanta, da vendere, di personalità Omar Gabriel, che ai suoi tempi fece innamorare una nazione, l’Argentina, ed una città, Firenze.Passare questo record un po’ mi ha fatto male”, ha commentato il Re Leone, fino ad ora l’unico che ha eguagliato Diego Maradona nel sentimento del suo popolo. Gli farà male forse cederlo del tutto, quel record, al prossimo gol biancoceleste di Messi. Si consolerà probabilmente con una nuova vittoria dell’Argentina, che non trionfa in Copa America dal 1993.
Quell’anno si giocava in Ecuador. Nella finale contro il Messico gli argentini vinsero 2-1. Le due reti furono…. indovinate di chi? Ma di Batigol, che domande. Da allora, l’Uomo di Reconquista non aveva più avuto intorno un’Argentina alla sua altezza. Aveva avuto in compenso una Fiorentina abbastanza forte da consentirgli di battere il record viola dei marcatori di sempre, 151 reti contro le 150 di Kurt Hamrin, e questo è un record che gli resterà per un bel po’ di tempo.
Due anni prima, in Cile, il ragazzo che giocava nel Boca Juniors era esploso come capocannoniere della Copa che quell’anno si giocava in Cile, e che vide l’Argentina trionfare in finale nientemeno che contro l’avversario di sempre, il Brasile: 3-2, con gol decisivo….. indovinate di chi? Ad osservarlo c’erano gli emissari della Fiorentina di Mario & Vittorio Cecchi Gori, volati laggiù per Diego Latorre e fulminati dal talento emergente del Rombo di Tuono argentino. Cosa successe dopo la finale, lo sanno tutti.

C’è da immaginare che a Firenze, come in buona parte del Sudamerica, nessuno tiferà per i biancocelesti, e per un nuovo gol dell’Uomo di Rosario, Leo Messi, che proietti l’Argentina ad un nuovo successo, 23 anni dopo l’ultimo firmato Batigol.

domenica 12 giugno 2016

Il crepuscolo degli Dei

Giuliano Sarti lotta contro la commozione, mentre ricorda Giuseppe Virgili, un altro che se n’è andato dei suoi amici e compagni di quello spogliatoio fantastico che nel 1956 diventò davvero vanto e gloria di Firenze, e meraviglia del resto del mondo.
Siamo rimasti in pochi, è un’angoscia profonda quando qualcuno se ne va”. Pochissimi, Giuliano. La legge inesorabile della vita non risparmia nemmeno gli eroi dello sport. Sono passati sessant’anni da quello scudetto favoloso conquistato con trentatre partite utili consecutive (e peccato per quella trentaquattresima….) e dodici punti di vantaggio sulla seconda, un Milan che non era affatto male. Cinquantanove dalla finale di Madrid dove la Fiorentina contese ad un grande Real la seconda edizione della Coppa dei Campioni.
All’appello rispondono in pochissimi. Giuliano Sarti di Castello d’Argile, classe 1933, è uno di questi. Farà 83 anni il 2 ottobre. A festeggiarlo, ci si augura, ci sarà ancora Ardico Magnini, il terzino di Pistoia, 88 anni sempre ad ottobre, il 21.
Sergio Cervato, l’altro terzino, non c’è più. Nato a Carmignano di Brenta il 22 marzo 1929, si è spento a Firenze il 9 ottobre 2005, dopo che una lunga malattia l’aveva costretto ad interrompere la sua carriera di allenatore, che aveva compreso anche le giovanili viola.
Anche Beppe Chiappella era stato allenatore dopo essere stato il capitano di quella Fiorentina che si era cucita il primo scudetto. A San Donato Milanese era nato il 28 settembre 1924, a Milano si era spento il 26 dicembre 2009. Firenze aveva fatto in tempo a tributargli nuova gratitudine dopo che nel 1978, annus horribilis, aveva salvato la squadra da una retrocessione quasi sicura, subentrando in panchina a Carletto Mazzone.
Lo stopper Francesco Rosetta invece era di Biandrate, nel novarese, dove era nato il 9 ottobre 1922. Nel novarese era tornato a vivere e a morire, l’8 dicembre 2006. Alla Fiorentina si era alternato con Chiappella a indossare la fascia di capitano. Nel 1957 Enrico Befani gli aveva addirittura conferito una medaglia per i servigi resi alla società ed alla squadra.
Armando Segato era di Vicenza, dove era nato il 30 maggio 1930. Nato ala sinistra, Bernardini lo aveva inventato come mediano. Dopo l’addio al calcio agonistico era diventato allenatore. La sua carriera era stata stroncata dal solito male incurabile che se lo era portato via il 19 febbraio 1973, qui a Firenze dove viveva.
Miguel Angel Montuori veniva da Rosario, in Argentina. Scoperto da padre Volpi, un religioso talent scout di calciatori a tempo perso che lo segnalò a Befani, fu uno dei fenomeni della Fiorentina del primo scudetto e dei quattro secondi post successivi, con 72 reti complessive. La sua carriera si era chiusa anzitempo per un infortunio ad un occhio in amichevole. Senza fortuna come allenatore né in Italia né in Cile, era tornato a stabilirsi a Firenze nel 1988. Allenava i giovani dell’Isolotto, finché il male non si era portato via anche lui, 4 giugno 1998.
Julio Botelho detto Julinho era nato a San Paolo del Brasile il 29 luglio 1929, ed a San Paolo era morto l’11 gennaio 2003. In una stanza di cui, si venne a sapere, aveva fatto dipingere i muri di viola. Nella sua bara secondo la sua espressa volontà fu deposto il labaro della Fiorentina. Fu il più grande giocatore brasiliano della generazione prima di Pelé, uno dei più grandi in assoluto del suo tempo. Vittima della saudade carioca quando era a Firenze, vittima di quella fiorentina una volta ritornato in patria.
Giuseppe Virgili era di Udine, dove era nato il 24 luglio 1935. Si è spento all’Ospedale Maggiore di Careggi due giorni fa. Era stato soprannominato Pecos Bill da Gianni Brera, in omaggio ai giornaletti western che come tutti i ragazzi della sua generazione aveva divorato. Anche i portieri avversari aveva divorato. 21 delle 59 reti con cui la Fiorentina conquistò lo scudetto nel 1956 erano sue.
Maurilio Prini veniva dalle Sieci, che il 17 agosto del 1932, giorno in cui era nato, erano già una frazione del Comune di Pontassieve. Prini era centrocampista offensivo, con il vizio del gol. Sua la rete, tra le altre, che eliminò la Stella Rossa di Belgrado in semifinale di Coppa Campioni 1957, e che spedì i viola al Santiago Bernabeu a giocarsi la finale con il Real. E’ morto a Firenze il 22 aprile 2009.
Guido Gratton era di Monfalcone, dove aveva visto la luce il 23 settembre 1932. Quella luce che si era spenta prematuramente a Bagno a Ripoli il 26 novembre 1966, quando i rapinatori introdottisi in casa sua per sottrargli l’incasso del circolo tennistico che dirigeva avevano fatto fuoco, stroncandogli la vita. Per una volta ancora dai tempi gloriosi del Rinascimento e del Risorgimento, la Basilica di Santa Croce era stata giustamente concessa alla celebrazione delle sue esequie.
Claudio Bizzarri, attaccante di riserva di quella leggendaria Fiorentina, c’è ancora. E’ nato a Porto Civitanova il 21 dicembre 1933 ed ha la stessa età di Sarti. C’è ancora anche Giampiero Bartoli, difensore nato a San Giovanni valdarno il 1° aprile 1934, così come Sergio Carpanesi, centrocampista di La Spezia nato il 22 marzo 1936. E’ ancora tra noi anche Alberto Orzan, centrocampista di San Lorenzo di Mossa, nato il 24 luglio 1931.
Non c’è più il portiere di riserva Riccardo Toros, nato e morto a San Lorenzo Isontino (1 dicembre 1930 – 27 giugno 2001). Né Bruno Mazza, centrocampista nato a Crema il 3 giugno 1924 e morto a Milano il 25 luglio 2012. Né Aldo Scaramucci, mediano di Montevarchi, dove era nato il 24 febbraio 1933 ed é morto il 10 gennaio 2014.
Fulvio Bernardini, fuoriclasse del nostro calcio sia come giocatore (talmente forte che Pozzo non lo convocò ai vittoriosi mondiali del 1934 per non sconvolgere gli equilibri di squadra) sia come allenatore (la cui carriera decollò proprio con il sorprendente scudetto viola), era di Roma. Nato il 28 dicembre 1905 e scomparso il 13 gennaio 1984, dopo aver rifondato anche la Nazionale italiana, avviandola verso il titolo mondiale conquistato con Bearzot in panchina.
Il Corriere dello Sport del 7 maggio 1956
Enrico Befani, presidente senza bacini di utenza ma con una grande, sconfinata voglia di vincere e passare alla storia di Firenze oltre che a quella della natìa Prato, era del 1910. Scomparve nel 1968, pochi mesi prima che il suo successore Nello Baglini regalasse a lui e a tutti i tifosi la gioia del secondo scudetto.

Questa è la storia. Gli eroi son tutti giovani e belli. E come tutti gli altri, invecchiano e ci abbandonano, lasciandoci con il cuore gonfio di tristezza. Come se fossimo stati con loro, in quei giorni di gloria, in quello spogliatoio dove – come dice Giuliano Sarti – entravano soltanto amici. E uomini veri.

dedicato a mio padre

lunedì 16 maggio 2016

Sul campo per noi sono tre

Dieci giorni per racchiudere in sintesi tutta la storia della Fiorentina. Dieci giorni che ne hanno cambiato la storia.
6 maggio, sessantesimo anniversario del primo scudetto di Befani, Bernardini, Julinho & c. 11 maggio, quarantasettesimo anniversario del secondo scudetto di Baglini, Pesaola, De Sisti, Amarildo, Chiarugi & c. Poi ci sarebbe anche un 16 maggio, anche questo un anniversario, sono passati trentaquattro anni, ma molti forse non ricordano volentieri da cosa. Potevano essere almeno tre.
1981-82. Tredici anni esatti dall’ultimo scudetto, tanti quanti ne erano passati tra il 56 e il 69. La cabala diceva Fiorentina, il gioco anche. La fortuna e gli arbitri un po’ meno. A metà del girone di andata, il tragico scontro di Giancarlo Antognoni con il ginocchio volante del portiere del Genoa Martina incrinò speranze e certezze dei tifosi viola. Ma la squadra assorbì il colpo e continuò a volare.
Fece partita uguale con la Juve a Torino, e arrivò al titolo d’inverno con un leggero vantaggio, che poteva essere anche maggiore non ci fosse stata la farsa della partita con l’Ascoli sospesa (con i viola in vantaggio) perché pioveva troppo. Oppure altre decisioni discutibili (mai troppo eclatanti, ma ben disseminate tra le varie partite) che gli arbitri adottavano contro i viola.
Al match di ritorno, a Firenze, ormai era un testa a testa alla pari tra noi e la Juve. Finì zero a zero, e la parità perdurò fino all’ultima giornata. Noi andavamo a Cagliari, loro a Catanzaro. Era il 16 maggio 1982. Una giornata che nessuno di noi, almeno nell’inconscio, dimenticherà finché campa. Orgogliosi della nostra squadra, sicuri che almeno lo spareggio nessuno poteva ormai negarcelo. Forse un po’ contratti i giocatori in campo al cospetto di un Cagliari che doveva salvarsi. Forse un po’ ingenui a non pensare, nessuno di noi, che la Juve avrebbe smosso il mondo per attaccarsi sulla maglia la seconda stella. E la Federcalcio, che vedeva di mal’occhio lo spareggio a causa degli imminenti Mondiali di Spagna, si lasciò smuovere.
All’inizio della ripresa venne annullata ad un attonito Ciccio Graziani, senza spiegazioni plausibili, la rete che poteva consegnare lo scudetto a Firenze. Sul fronte opposto, a Catanzaro, al 30' del secondo tempo venne concesso un rigore di quelli che si possono dare o non dare alla Juventus, che permise ai bianconeri di andare avanti di un punto.
Al fischio finale, Firenze si ritrovò dapprima piegata in due da un dolore insopportabile. Poi, come un sol uomo, lanciò il grido che da allora risuona da queste parti ogni volta che si parla della odiata Juventus: Meglio secondi che ladri!
Odiata, sì. Era finita un epoca storica e ne era appena cominciata un’altra. Per la Juventus a Firenze era finita la stagione dell’antipatia. Era cominciata quella dell’odio mortale.

domenica 8 maggio 2016

Saldi di fine stagione

Un’altra domenica al Franchi, di quelle che Fabio Concato avrebbe definito senza mezzi termini. Bestiale, appunto. Per dovere di cronaca ve la dobbiamo raccontare comunque. Ma siccome non si può descrivere l’indescrivibile, andiamo per forza di cose a cercare argomenti e situazioni di contorno. Sperando di non annoiarvi più di quanto abbia già fatto la vostra squadra del cuore.
Anniversari. Accade che due giorni prima di questo match (chiamiamolo così), che conclude la stagione viola almeno per le partite casalinghe, ricorra l’anniversario del primo scudetto. Quello conquistato nel 1956, il 6 maggio appunto con un pareggio in quel di Trieste, dallo squadrone allenato da Fulvio Bernardini e allestito da un presidente, Enrico Befani, che sicuramente fatturava meno di Diego Della Valle, aveva un “bacino d’utenza” ed una “clientela” assai più ridotta, ma in compenso aveva dimostrato di avere braccia assai più lunghe (ci vuole poco) e testa e cuore che a Casette d’Ete possono soltanto sognarseli. La Curva Fiesole, comprensibilmente, dedica alla ricorrenza una delle sue consuete coreografie. Peccato che stoni completamente con la condizione attuale della Fiorentina, neanche parente alla lontana di quella di sessant’anni fa, con il girone di ritorno a dir poco vergognoso che ha disputato, con la partita che oggi stesso si accinge a giocare. Alla fine, lo spettacolo vira al patetico, e non certo per colpa della Curva Fiesole.
Onori alla maglia. Non è la sola ricorrenza. Al termine di una settimana di polemiche stracittadine come solo Firenze sa produrre in questi tempi di magra, lo stadio rende omaggio a Manuel Pasqual, al suo passo d’addio alla maglia viola che ha indossato per 11 anni e 356 partite, di cui 302 in serie A. Manuel raggiunge Picchio De Sisti nella graduatoria dei più presenti in viola di sempre, e scusate se è poco. Lo stadio gli si stringe attorno con tutto l’affetto e la riconoscenza possibili. Peccato che alla fine di una partita inguardabile il clima sia freddo, e il “vola vola” dei compagni sotto la Fiesole passi non diciamo inosservato ma in un clima di freddezza generale. Del resto, ci ha pensato per tempo la società A.C.F. Fiorentina ad ammantare la celebrazione di gelo come nemmeno nel cartone animato Frozen di Walt Disney. La società che spende in comunicazione più di ogni altra non ne azzecca mai una quando si tratta di comunicare una immagine positiva. Così, dopo aver festeggiato il Benevento al posto del Leicester, si dimentica di accompagnare questo suo affezionato dipendente alla pensione con un minimo di calore e di considerazione. Nemmeno il megadirettore grand uff farabutt lup mann di Fantozzi avrebbe saputo far di peggio. Il Sousa ritornato aziendalista, da parte sua, cosa fa? Ti schiaffa il Manuel in prima squadra contro il Palermo, credendo di fargli cosa gradita e invece coinvolgendolo soltanto nella pessima passerella dei compagni.
Questioni istituzionali. Non vorremmo sbagliarci, ma abbiamo la sensazione che con il famigerato decreto Boschi sia stato abolito anche l’Ufficio Inchieste. In attesa di documentarci meglio, o almeno del referendum abrogativo di ottobre prossimo, ci consoliamo con il fatto che se esistesse ancora un ufficio degno di quel nome, la partita di oggi finirebbe di diritto sul tavolo di uno dei suoi inquirenti. A meno di non voler considerare prova di partita regolare la sforbiciata da Circo Medrano con cui Kalinic calcia sul palo un assist di Bernardeschi (complimenti al funambolo, era più difficile che fare gol, poi dicono che non è preciso…..) e una punizione di Mati Fernandez che aveva telefonato a Sorrentino già dalla partita di andata. A meno di non voler considerare i giocatori viola in campo come undici Zarate: l’argentino se ne parte all’inizio in un paio di discese che rischiano di far saltare lo 0-0, poi qualcuno dei compagni gli deve far notare che non è cosa, ed anche lui si mette a cuccia come tutti gli altri. No, oggi non è cosa, e lo si capisce fin dai primi minuti, appena la radiolina informa del vantaggio della Lazio a Carpi. Un punto noi, un punto loro, tutti contenti. A quel punto la cosa più difficile è far finta per novanta minuti di darsele di santa ragione. Colpire la palla però è rischioso, meglio le caviglie. E così il buon Orsato ti regala una settimana anticipata di vacanze. Vero, Borja Valero?
Questioni aziendali. Dopo la fine dei mondiali di slittino, alla fine ADV e PS1 (Andrea Della Valle e Paulo Sousa) si incontrano per davvero. Ne esce una clamorosa riappacificazione. Sousa proclama al mondo che lui qui ci sta bene (e te credo) e che pertanto ci sarà un PS2. Certo che questi della Valle son capaci di risolvere le situazioni come Cristo di resuscitare Lazzaro. Diego convinse Luca Toni a rimandare il Bayern con un caffè al Bar Stadio. Stai a vedere che convince Nardella a ripartire con la Cittadella? Nel frattempo Andrea, dopo quattro mesi da separato in casa con il suo allenatore (che si sbizzarrisce peraltro a fargli anche i dispetti ogni volta che deve stilare una formazione al punto da strafalcionarne 18 su 19, ad arrotondare per difetto) lo sorprende sulla via non di Damasco ma sicuramente di qualche altra località del Nord Italia o Nord Europa e con uno sguardo dei suoi lo convince a restare più convinto e felice di prima. Ora, delle due l’una: o lo sguardo di ADV – per quanto carismatico possa essere (le telecamere di Sky raramente gli rendono giustizia) – è accompagnato da un bel rinforzo di bigliettoni verdi, oppure, detto in vernacolo, ci pigliano in giro. La questione è semplice: ti trovi al primo posto della classifica a Natale, a quel punto basterebbe che la società ti comprasse un paio di rinforzi decenti, facciamo tre per sicurezza, ma roba da non svenarsi. Arriva invece una banda di soggetti che nemmeno i “cattivi” disegnati dalla Marvel dei tempi d’oro. Ciliegina sulla torta, quel Benalouane che stava talmente male da precipitarsi a Leicester a festeggiare lo scudetto dei compagni. O ex compagni. O futuri compagni. Vai a sapere. Risultato? Finisci quinto perché dietro hai un campionato di morti viventi, il punto più basso nella storia del glorioso calcio italiano dal 1898 ad oggi. Ti viene il dubbio che il tuo datore di lavoro “o ci è o ci fa”? E se non ti viene, non sarai per caso te che “o ci sei o ci fai”?
Scivolata nostalgica nel vintage. Dato che siamo in clima di ricorrenze e celebrazioni, mettiamoci anche questa. I tifosi un po’ più in là con gli anni si ricordano senz’altro quelle ultime partite di campionato di quel tempo che fu, quando le curve scendevano giù dalle gradinate già alla metà della ripresa per essere pronti al fischio finale all’invasione di campo festosa. Un anno la festa finì in rissa, tra i supporters viola che si disputavano non ricordiamo più se la maglia di Mauro Della Martira o quella di Alessio Tendi. Un altro anno portarono in trionfo Beppe Chiappella non per lo scudetto del ’56 ma per la salvezza del ’78. Un altro anno “finì a labbrate”, con la polizia che sparava lacrimogeni ad alzo zero, perché si perse l’ultima con l’Inter campione d’Italia di Bersellini, noi già sicuri di un sesto posto che all’epoca voleva dire Coppa Uefa.
Tempi eroici. Calcio che non esiste più. Non potrebbe esistere, con le norme UEFA ed il politically correct che impera adesso. Ma almeno un Andrea Della Valle si sarebbe guardato bene dal mischiarsi ai tifosi per farsi dei selfie come si è visto oggi. Nessuno gli avrebbe mai torto un capello, per carità. Firenze non è mai stata così cialtrona. Ma di “bischero” – dopo un campionato gettato via così – ne avrebbe presi tanti. E se li sarebbe portati meritatamente a casa.

Domenica si chiude, vivaddio, con la Lazio. Poi, come si suol dire, per i bischeri non c’è paradiso.

lunedì 18 gennaio 2016

VIOLA VINTAGE: Viale dei Mille

da "La Nazione" del 15 marzo 2012

VENTISEI gennaio 1975, Fiorentina battuta in casa dalla Samp (reti di Prunecchi e Maraschi). Sulla squadra volteggiano voci di dolce vita che l’allenatore Rocco — già sotto choc per i famosi pantaloni rossi di Speggiorin e le potenti auto esibite dai calciatori — non ridimensiona con le sue occhiate cupe. I giovani del gruppo sono nel mirino e la sconfitta in casa è la scusa per una lezione spicciola di galateo.Il 26 gennaio 1975 è il giorno della contestazione delle contestazioni, quella che nella memoria è archiviata come la vittoria suprema del tifoso: la rabbia del popolo e i giocatori che scappano a piedi, soddisfazione massima senza feriti, la rivincita sui divi che ritornano umani scappando sulle gambe, che all’occorrenza sanno muovere con frequenze notevoli.La pista era quella del viale dei Mille, la distanza i 500 metri piani.
Dopo 34 anni il protagonista dello sprint sorride al ricordo. Claudio Desolati aveva vent’anni e contro la Samp aveva giocato solo un quarto d’ora entrando nel finale al posto di Guerini: «Io c’entravo poco, ma mi trovai in mezzo a quella bolgia e corsi come Mennea».
Ricostruiamo l’episodio, se le va.
«Come no. Restammo chiusi un’ora e mezzo negli spogliatoi, poi un dirigente accompagnò me e Speggiorin nella sede viola, che era nel viale dei Mille. Quando uscii capii subito che non era il caso di parlare con chi ci stava aspettando».
E allora?
«C’era Carlo, il cuoco della nostra mensa. Gli dissi: coprimi, che io parto. Lui non capì, mi chiese che fai, ma ero già scappato. Più di cinquecento metri a tutto fuoco, anche se avevo uno strappo muscolare alla coscia destra. Ogni tanto mi voltavo e gli inseguitori perdevano terreno».
E poi?
«Avevo la macchina in un garage, la presi e fuggii a casa. Quando arrivai avevo la febbre a 39 per la paura. Il giorno dopo però era finito tutto, arrivai allo stadio e nessuno mi offese».
I tifosi avevano ragione a contestarvi?
«In quel periodo andavamo in ritiro da una settimana all’altra, anche volendo non avremmo avuto la possibilità di fare niente di particolare... Ma quando la squadra perde, la gente ha sempre ragione».
Anche oggi?
«Anche oggi. Non vorrei che a Firenze qualcuno si fosse adagiato, soprattutto fra i più giovani. I tifosi hanno ragione: in campo bisogna correre».

venerdì 1 gennaio 2016

Paolo Valenti, che confessò di essere viola al 90° minuto

Il 15 novembre 1990 se ne andava, in punta di piedi e con lo stile con cui era vissuto, Paolo Valenti, campione di una generazione di giornalisti ormai estinta e tifoso viola sconosciuto agli altri tifosi viola fino al termine della sua vita.
Era nato a Roma nel 1922, ma il suo cuore era viola, avendo lui trascorso l’infanzia a Firenze. Lo avrebbe confessato solo negli ultimi istanti della sua ultima trasmissione in RAI, poco prima di lasciarci per sempre, sconfitto dal male del secolo, il cancro. Alla RAI era entrato nel 1950. Dopo una lunga gavetta fatta di tante tappe del Giro d’Italia, diverse edizioni delle Olimpiadi, gare di automobilismo e pugilato, era stato consacrato alla notorietà dalla telecronaca del leggendario match valevole per il titolo mondiale dei pesi medi tra Nino benvenuti ed Emile Griffith, vinto dal triestino.
Nel 1970 dette vita insieme a Maurizio Barendson e Remo Pascucci alla sua creatura che ha fatto la storia della televisione italiana: quel Novantesimo Minuto che ha fatto compagnia la domenica a generazioni di tifosi fino all’avvento delle pay TV. La gente correva a casa, dopo aver visto la partita allo stadio o averla seguita alla radio con Tutto il calcio minuto per minuto, e a quel punto in religioso silenzio si disponeva a vedere Paolo officiare il rito domenicale della trasmissione di gol, risultati e classifiche.
Nel 1976, con la riforma della RAI che assegnò 90° Minuto al palinsesto della Rete 1, rimase solo a condurre la trasmissione all’interno del contenitore Domenica In, dove lo volle un’altra leggenda della televisione di quegli anni, Corrado Mantoni. Allora Paolo Valenti ebbe un’ulteriore intuizione che trasformò in meglio se possibile una trasmissione già amatissima dagli italiani: la costituzione in ciascuna sede regionale di una redazione alla quale era affidata non solo la trasmissione dei “riflessi filmati” delle partite (come si diceva allora) ma anche il commento tecnico più o meno a caldo di quanto era successo.
Valenti si portò dietro nella storia molti altri colleghi, alcuni dei quali al pari di lui non ci sono più, altri si godono una meritata pensione: Marcello Giannini, Luigi Necco, Tonino Carino, Cesare Castellotti, Giorgio Bubba, Gianni Vasino, Giampiero galeazzi, Piero Pasini, Ferruccio Gard, Emanuele Giacoia e un giovanissimo Lamberto Sposini. Per molti anni Paolo Valenti riuscì a coordinare questo gruppo di talenti offrendo una trasmissione garbata e divertente, un “teatrino” come lo definì lui stesso in cui si dava informazione completa senza mai trascendere circa gli eventi relativi allo sport più amato dagli italiani.
La carriera e la vita di Paolo arrivarono fino a Italia 90, a commento di cui realizzò una trasmissione speciale chiamata Minuto Zero che offrì il suo ultimo contributo al commento di uno spettacolo su cui si stavano affacciando le TV commerciali, che proponevano format sicuramente più innovativi, come quello dell’emergente Alba Parietti, o altri che però complessivamente erano dotati di assai minore aplomb.

Poco dopo, la malattia prevalse e al momento di salutare il suo pubblico per l’ultima volta Paolo Valenti finalmente si concesse un accenno a quella squadra per cui aveva tifato per tutta la vita, senza mai lasciar trapelare nulla che potesse minimamente inficiare la sua enorme professionalità: la Fiorentina. La circostanza fu poi confermata e messa in risalto da Nando Martellini, che lo commemorò a 90° Minuto dopo la sua scomparsa. E dagli stessi tifosi viola che la domenica successiva esposero uno striscione su cui era scritto: Paolo, al 90° l’abbiamo saputo, viola con classe e dignità.

Per esser di Firenze vanto e gloria (Trieste, 6 maggio 1956)



Sarti, Magnini, Cervato, Chiappella, Segato, Rosetta, Montuori, Julinho, Virgili, Prini, Gratton. Lo speaker dello Stadio Comunale di Trieste (il vecchio Littorio, che poi sarebbe stato intitolato a Giuseppe Grezar, uno dei grandi del Grande Torino scomparso a Superga) lesse questa formazione della squadra ospite che quel 6 maggio 1956 scese in campo contro la Triestina.
Non era una partita qualsiasi, alla ventinovesima partita di quel campionato di serie A 1955-56 la Fiorentina si presentava imbattuta da 35 partite. Aveva perso l’ultima volta a Bergamo per 5-1, nel campionato precedente. Poi tutti i pezzi di una macchina da calcio perfetta erano andati a posto. La squadra viola aveva preso il volo, e quel giorno di maggio a Trieste le mancava un punto soltanto per laurearsi campione d’Italia per la prima volta nella sua storia cominciata trent’anni prima.
Segnò Julinho al 42’, il pareggio degli alabardati fu fulmineo, appena due minuti dopo con Sergio Brighenti. Finì 1-1, i viola con cinque giornate d’anticipo chiusero il discorso per quel campionato 1956 riportando lo scudetto a sud dell’Appennino per la prima volta nel dopoguerra. Non contenti, allungarono il proprio record di imbattibilità fino a 40 partite consecutive, vedendoselo interrotto soltanto all’ultima giornata a Marassi a Genova. A un quarto d’ora dalla fine la Fiorentina vinceva 1-0, poi il Genoa ne segnò tre e quel campionato favoloso finì così, con quella minuscola macchia su un affresco che avrebbe mantenuto il suo splendore nei secoli dei secoli.
Artefici di quell’impresa, oltre agli undici cavalieri annunciati quel 6 maggio dallo speaker triestino ed ai loro compagni in panchina Toros, Bartoli, Carpanesi, Mazza, Orzan, Scaramucci e Bizzarri, erano stati principalmente due personaggi. Uno già arcinoto al calcio italiano, l’altro un clamoroso outsider. Quest’ultimo era il presidente Enrico Befani, industriale tessile di Prato con la passione del calcio vissuta in quel di Firenze, che aveva rilevato la squadra viola nel 1951 da Carlo Antonini e dopo un avvio travagliato aveva montato pezzo per pezzo una fuoriserie. Alla guida della quale aveva chiamato un ex enfant prodige romano, Fulvio Bernardini, che da giocatore era stato talmente bravo da costringere Vittorio Pozzo ad escluderlo dalla squadra azzurra campione del mondo nel 1934, perché i compagni non riuscivano a capirlo e stargli dietro.
Da allenatore, Bernardini fu più bravo ancora. Vinse due soli scudetti, ma pesantissimi, ed entrambi al di sotto di quella linea fatidica dell’Appennino: nel 1956 appunto a Firenze, nel 1964 a Bologna. Lo scudetto viola fu un capolavoro impreziosito dalle giocate di alcuni dei più grandi fuoriclasse dell’epoca. Due su tutti: Miguel Angel Montuori, l’oriundo cileno-argentino segnalato a Befani da Padre Volpi un frate missionario talent scout a tempo perso, e soprattutto lui, Julio Botelho detto Julinho. Il primo di una lunga serie di unici 10. Colui che spinse il mister Bernardini ad una definizione leggendaria: “Un’ala può arrivare fino a Julinho. Non oltre".
Come sarebbe successo tredici anni dopo, la chiave di volta del successo viola fu la partita alla quinta giornata contro il Bologna. Diversamente dal secondo scudetto, che prese le mosse dalla frustata subita in casa dai rossoblu per 3-1, il primo decollò invece grazie ad una vittoria in trasferta per 2-0 nel derby dell’Appennino. Fu una marcia trionfale interrotta solo dal gol dell’ex Gunnar Gren a Marassi il 3 giugno, un mese dopo che la Fiorentina si era cucita il suo primo scudetto accanto al giglio in quel di Trieste.
Per la prima volta, i tifosi fiorentini fecero tardi ad attendere la squadra per portarla in trionfo dopo la grande impresa. Per la prima volta, la bandiera che solitamente garriva sulla Torre di Maratona, fu per l’occasione spostata sulla Torre di Arnolfo. La Fiorentina entrava nella storia del calcio stabilendo una serie di record destinati a durare a lungo (quello di imbattibilità fino al 2012, superato dalla Juventus di Antonio Conte) , con il Milan secondo staccato di dodici punti, il capocannoniere Beppe Virgili autore di 21 reti e 20 vittorie su 34 partite di quel campionato.
Come cantava in quegli anni il suo inno interpretato dalla splendida voce di Narciso Parigi, la maglia viola era finalmente di Firenze vanto e gloria.

Una Coppa tinta di viola: gli anni dei sogni infranti

Ugolino Ugolini non era da meno dei suoi due predecessori Befani e Baglini, né come passione né come capacità. Avrebbe anche lui al pari di loro voluto costruire un ciclo vincente e lasciare il suo nome nella storia della Fiorentina insieme a qualche trofeo importante nella bacheca. La sorte gli voltò le spalle ben presto, con la recessione economica che gli tolse capacità di spesa e con la sfortuna che gli tolse alcuni dei frutti più promettenti del vivaio, che costituivano l’ossatura della seconda generazione della linea verde viola.
La sua presidenza in pratica si svolse tra una mancata retrocessione e l’altra. Nel 1971 il “mago” Oronzo Pugliese salvò i reduci di uno scudetto ormai lontano all’ultima giornata, complice l’Inter che condannò la diretta rivale Foggia. Baglini passò la mano a Ugolini, che per sette anni tentò di eguagliare il predecessore, perdendo lungo la strada i pezzi migliori: Guerini, Roggi, Orlandini. Nel 1978 il vecchio soldato Chiappella salvò ancora la patria viola, complice di nuovo l’Inter che condannò di nuovo il Foggia sempre all’ultima giornata. Ugolini passò la mano a due luogotenenti, Melloni e Martellini, e due anni dopo la società ai Pontello.
Tra queste date tanti sogni e tanta sfortuna. Ed un solo trofeo, la Coppa Italia del 1975, arrivata dopo dieci anni di partecipazioni opache. La FIGC aveva deciso, per rendere più interessante la manifestazione, di far disputare il torneo tramite sette gironi all’italiana alle cui qualificate si sarebbe aggiunta la detentrice. Quell’anno si giocavano all’italiana anche quarti e semifinali. La Fiorentina si qualificò a spese di Ternana, Foggia, Palermo ed Alessandria, ed al turno successivo ebbe la meglio su Torino, Roma e Napoli. Dall’altra parte uscì fuori il Milan, vincitore su Juventus, Inter e Bologna.
Il 28 giugno 1975 all’Olimpico di Roma alla presenza del Presidente della Repubblica Giovanni Leone, Milan e Fiorentina scesero in campo per la coccarda tricolore. Tra i rossoneri stava giungendo a conclusione la gloriosa carriera del golden boy Gianni Rivera, in cerca delle ultime vittorie da aggiungere ad una lunga serie. Tra i viola cominciava la carriera di colui che sarebbe stato designato come suo successore, che ne aveva preso il posto in Nazionale e che - con iperbole altrettanto immaginifica di quelle con cui il fuoriclasse milanista era stato appellato - era stato definito il ragazzo che giocava guardando le stelle, Giancarlo Antognoni.
Finì 3-2 per la Fiorentina, con reti di Casarsa, Guerini e Rosi, a cui risposero Bigon e l’ex Chiarugi. Il giovane capitano viola alzò la coppa davanti al vecchio capitano rossonero (che si sarebbe rifatto nel 1977 prima di ritirarsi a quasi 40 anni). Superchi, Beatrice, Roggi, Guerini, Pellegrini, Della Martira, Caso, Merlo, Casarsa, Antognoni, Desolati furono gli ultimi giocatori della Fiorentina a portare a casa un trofeo importante prima di un black out che sarebbe durato più di vent’anni. L’anno dopo, il trofeo anglo-italiano e la Mitropa Cup (vecchio cimelio di un calcio che fu) chiusero definitivamente il discorso vittorie prima che si passasse ad occuparsi di altre questioni, tipo la salvezza dalla serie B.
Passarono giorni, mesi, anni, come fogli di un calendario ingiallito ed interminabile. Passò Ugolini, passarono i Pontello, passò Mario Cecchi Gori. Antognoni fu negato alla Juventus, Baggio invece gli fu concesso insieme alle illusioni di vittoria degli anni 80. Arrivò un produttore cinematografico di fama mondiale, un infarto se lo portò via mentre la squadra era in B, finalmente retrocessa soprattutto grazie agli sforzi del figlio del produttore stesso. Il minimo che poteva fare Vittorio Cecchi Gori per ripulire dal fango il labaro di una squadra che era retrocessa una volta sola, nel 1938, era vincere qualcosa.
Nel 1996 la formazione della Fiorentina recitava Toldo, Carnasciali, Padalino, Amoruso, Serena, Schwarz, M. Orlando, Cois, Rui Costa, Baiano, Batistuta. Una delle più forti di sempre, entrata di diritto tra le Sette Sorelle che lottavano stabilmente per scudetto e Champion’s League. In campionato finì terza dietro a Milan e Juventus, in Coppa fu una marcia trionfale. 2-1 ad Ascoli, 5-0 a Lecce, nei quarti Palermo battuto 1-0 in casa e 2-1 in trasferta. In semifinale 3-1 all’Inter al Franchi, al ritorno vittoria 1-0 a San Siro con eurogol di Batistuta, pallonetto in uscita su Pagliuca dopo un contropiede travolgente.
In finale c’era l’Atalanta, che aveva avuto ragione di Juventus, Cagliari e Bologna. All’andata a Firenze ci pensò ancora Batistuta a dare la vittoria ai viola. Al ritorno a Bergamo di tifosi ne andarono tanti, ma molti di più erano quelli che rimasero al Franchi (oltre 30.000 persone secondo le stime) ad aspettare la squadra che tornò nella notte, con la Coppa Italia sul pullman. Amoruso e Batistuta avevano regolato la questione in Lombardia con un 2-0 che valeva la quinta coccarda sulla bandiera viola. Pochi mesi dopo, Batistuta sbancò San Siro assegnando la Supercoppa italiana per la prima volta nella storia alla vincitrice della Coppa contro la vincitrice del campionato.
Quella Fiorentina aveva sangue talmente buono che la sua corsa l’anno seguente si arrestò soltanto in semifinale di Coppa delle Coppe di fronte ad un Barcellona che aveva poco o nulla da invidiare a quello attuale, ma soprattutto grazie ad un arbitro, lo svedese Frisk, che aveva poco o nulla da imparare da Ovrebo. Purtroppo, i conti della società non erano così brillanti come il gioco della squadra, e allora dopo aver sfiorato lo scudetto nel 1999 l’Invencible Armada viola cominciò a dissolversi. Batistuta finì a Roma, Cecchi Gori finì sul banco d’accusa della Co.Vi.Soc.
Come in ogni tragedia greca che si rispetti, agli eroi viola toccò un’ultima grande impresa prima dell’epilogo per mano di un destino infausto. Nel 2001 la Coppa Italia la cominciò Fatih Terim e la finì Roberto Mancini. E la finì alla grande. Negli ottavi i viola si vendicarono della Salerntana e della trappola UEFA del 1998, la bomba carta che dette la vittoria al Grasshoppers. 5-0 a Salerno e 3-1 a Firenze. Nei quarti Brescia battuto 6-0 in casa e 3-1 fuori. In semifinale toccò al Milan chinare il capo, 2-2 a Milano e 2-0 a Firenze, con un Rui Costa che fece di tutto per non far sentire l’assenza di Batistuta segnando due gol.
Toldo, Repka, Adani, Pierini, Moretti, M. Rossi, Amaral, Di Livio, Nuno Gomes, Rui Costa, Chiesa. Toccò a Manuel alzare l’ultima Coppa viola la sera del 13 giugno 2001, dopo il pareggio casalingo per 1-1 con il Parma che sommato alla vittoria per 1-0 in Emilia aveva sancito la sesta vittoria della Fiorentina. Nel 1999 avevano sorriso gli emiliani, 1-1 a casa loro, 2-2 a casa nostra e Coppa all’ex Malesani, malgrado quell’anno la Fiorentina fosse davvero forte, in testa alla classifica del campionato fino alla partenza di Edmundo per il Carnevale di Rio. Stavolta piansero loro, almeno nell’immediato. Perché poco più avanti toccò di nuovo a Firenze, con la messa in mora di Cecchi Gori, la vendita forzata di Rui Costa e Toldo e la rapida discesa nell’abisso del fallimento.

Tredici anni dopo siamo ancora fermi a Manuel Rui Costa che sorride felice accanto alla sig.ra Valeria Cecchi Gori. A quella sesta ed ultima vittoria a cui per ora una nuova proprietà venuta da fuori non ha saputo aggiungere altro. Zero titoli, almeno fino a sabato prossimo. Quest’anno i sogni di gloria in campionato si sono spenti sugli infortuni di Mario Gomez e Giuseppe Rossi, in Europa sulla punizione di Andrea Pirlo. Ma in Coppa siamo alla decima finale, conquistata battendo il Chievo negli ottavi, il Siena nei quarti e l’Udinese nel doppio confronto in semifinale tra i comproprietari di Cuadrado che il 3 maggio all’Olimpico non ci sarà, perché squalificato. Il Napoli arriva favorito, dopo aver eliminato la Roma, anche se con qualche acciacco anch’esso. Ma come si diceva all’inizio in una partita secca ci sta tutto. E il terzo posto nell’Albo d’Oro a pari merito con l’Inter è lì che aspetta. E’ tanto che al labaro viola non viene aggiunto più niente.

Una Coppa tinta di viola: gli anni ruggenti

Quante volte l’abbiamo detto, o sentito dire: “In una partita secca ci può stare di tutto, nel calcio non vincono sempre i più forti”. E’ lo spirito della Coppa Italia, o TIM Cup che dir si voglia da qualche anno a questa parte. Che del resto nacque per questo, quasi cento anni fa. Nel 1922 le società più forti (già allora le stesse di oggi e quasi altrettanto determinate a far prevalere il business sull’aspetto sportivo) fecero uno sgarbo alla Federazione minacciando uno scisma che rese problematica la disputa del campionato 1921-22. La Federazione le ripagò istituendo una competizione in cui le squadre si incontravano in un tabellone ad eliminazione diretta, dentro o fuori da subito. Le favorite potevano essere rimandate a casa in novanta minuti, a giocarsi la Coppa Italia potevano arrivare formazioni provenienti addirittura dalla serie C. Il primo anno in finale arrivarono il Vado Ligure e l’Udinese. I liguri ebbero ragione dei friulani, alla loro prima ed unica apparizione all’atto conclusivo.
Dopo un avvio balbettante, la Coppa fu disputata regolarmente e sistematicamente solo a partire dal 1936, con il regolamento della Coppa d’Inghilterra, incontri ad eliminazione con sorteggio della squadra ospitante e ripetizione in caso di parità a campo invertito. La finale si giocava in campo neutro deciso di volta in volta, la vincitrice si fregiava dello scudetto (per chi trionfava nel campionato c’era la croce sabauda sormontata dal fascio littorio) e partecipava all’unica Coppa Internazionale esistente all’epoca, la Mitropa Cup che vedeva affrontarsi formazioni italiane, austriache, ungheresi, cecoslovacche e svizzere.
In una partita secca ci stava di tutto, si diceva. E spesso è andata così. Prova ne sia che la Fiorentina, che solo di rado è riuscita a fare campionati di vertice e solo due volte è riuscita a vincerli, nell’Albo d’Oro della Coppa Italia figura aver disputato ben nove finali, vincendone sei e posizionandosi al quarto posto assoluto dietro Roma, Juventus ed Inter. Se sabato i viola faranno propria la settima finale raggiungeranno appunto i nerazzurri, se invece a prevalere sarà il Napoli accorcerà le distanze portandosi a cinque successi.
In attesa di sapere cosa riserva il futuro, un breve excursus in un glorioso passato. Che cominciò nel 1939-40, quando la Fiorentina fece la prima apparizione nelle zone alte della classifica ed iscrisse per la prima volta il proprio nome sull’albo d’oro di una competizione. In Coppa i viola fecero fuori il Cavagnaro Genova Sestri Ponente nei sedicesimi, il Milano negli ottavi (1-1 a Milano e 5-0 a Firenze nella ripetizione), la Lazio nei quarti per 4-1, la Juventus in semifinale per 3-0.
In finale i viola furono sorteggiati in casa e lo Stadio Giovanni Berta (come si chiamava allora il Comunale Artemio Franchi) poté assistere al loro trionfo, pochi giorni dopo che l’Italia era entrata nella Seconda Guerra Mondiale, per 1-0 sul Genova 1893 con rete di Celoria al 26’ del primo tempo. Da notare come il Fascismo avesse imposto il cambio di nome a società che erano nate sotto l’egida del calcio britannico. Si salvò la Juventus perché il nome era di origine latina. L’Ambrosiana ex-Inter quell’anno era uscita negli ottavi. I viola trionfatori erano Griffanti, Da Costa, Piccardi, Ellena, Bigogno, Poggi II, Menti II, Morselli, Celoria, Baldini.
Seguirono gli anni della guerra e l’avvio dell’epopea del Grande Torino. Nell’anno in cui cadde il Fascismo, il 1943, i fuoriclasse granata trionfarono sia in campionato che in Coppa. L’anno dopo con l’Italia spaccata in due tra tedeschi ed alleati il campionato fu disputato a pezzi, la Coppa saltò per essere ripresa solo nel 1958. Oltre al periodo d’oro del Torino, questa pausa sacrificò anche buona parte di quello della Fiorentina, che nel 1956 vinse il primo scudetto e nei quattro anni successivi arrivò seconda.
Quando per riempire il vuoto lasciato dalla mancata qualificazione ai Mondiali del 1958 la Federazione rilanciò proprio la Coppa Italia, fu proprio la Fiorentina a disputare la prima finale, e a perderla contro la Lazio a Roma. I viola erano fortissimi, alcuni di loro erano ancora quelli del primo scudetto, ma venivano da un campionato estenuante lasciato nelle mani del Milan proprio all’ultimo tuffo, e a detta di molti Sarti, Robotti, Castelletti, Chiappella, Cervato, Segato, Hamrin, Lojacono, Montuori, Gratton, Morosi non sentirono abbastanza l’impegno.
Lo sentirono senz’altro di più due anni dopo, quando in finale affrontarono a San Siro la Juventus a cui avevano appena lasciato il titolo di campione d’Italia, finendo secondi per la quarta volta. I bianconeri erano già visti come avversari “particolari” dai tifosi viola, anche se la rivalità era solo agli albori. Sarti, Robotti, Castelletti, Micheli, Orzan, Marchesi, Hamrin, Montuori, Da Costa, Milan, Petris cedettero 3-2 dopo i tempi supplementari alla Juventus in cui tirava gli ultimi calci Boniperti e facevano faville campioni come Charles e Sivori. I viola si consolarono bene, tuttavia, finendo qualificati di diritto alla prima edizione della Coppa delle Coppe, che vinsero l’anno dopo con l’impresa di Ibrox Park. La Juventus in compenso aveva fatto l’accoppiata campionato e coppa che fino ad allora era riuscita solo al Grande Torino.
Fiorentina 1960-61 i "leoni di Ibrox"
L’anno dopo, 1960-61, fu la Fiorentina a fare l’accoppiata, aggiungendo la seconda Coppa Italia della sua storia alla Coppa delle Coppe, primo storico trofeo internazionale vinto nel dopoguerra da una squadra italiana insieme alla Coppa delle Fiere (in seguito Coppa UEFA e poi Europa League) vinta dalla Roma quello stesso anno. I viola Albertosi, Robotti, Castelletti, Gonfiantini, Orzan, Marchesi, Hamrin., Micheli, Da Costa, Milan, Petris si vendicarono della Juventus in semifinale sconfiggendola 3-1, e poi nella finale - sorteggiata a Firenze - della Lazio, battuta per 2-0.
Per ritrovare la Fiorentina in finale bisognò poi attendere il 1965-66 ed una nuova generazione, quella ye-ye che avrebbe portato tre anni dopo al secondo scudetto. Albertosi, Pirovano, Rogora, Bertini, Ferrante, Brizi, Hamrin, Merlo, Brugnera, De Sisti, Chiarugi fecero fuori Palermo, Catania, Milan ed Inter, per trovare in finale un sorprendente Catanzaro, autore di autentiche prodezze contro Napoli, Lazio e Torino e capace di eliminare in semifinale la Juventus addirittura in trasferta a Torino. A Roma, dove da allora si sarebbero giocate tutte le finali in quanto capitale, il Catanzaro dette del filo da torcere anche ai viola, che andarono in vantaggio con Hamrin e furono raggiunti da Pippo Marchioro. Segnò il gol della vittoria Bertini su rigore al 1’ minuto del secondo tempo supplementare.

Era la terza Coppa. Poi lo scudetto, poi ancora anni difficili e l’avvio di una nuova generazione ye-ye, che nei piani di Ugolino Ugolini avrebbe dovuto allungare la serie di vittorie. Ma non sarebbe andata così.