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lunedì 30 gennaio 2017

Hic sunt clientes





Leggo le solite recriminazioni sull'arbitraggio. Finché non si perderà l'attitudine al vittimismo, non andremo mai da nessuna parte (ammesso che con questa proprietà si possa mai andare da qualche parte).
Anzitutto, il fallo di mano di Bernardeschi sulla linea di porta c'é, ed è di quelli che un arbitro qualsiasi è portato a valutare come determinante e volontario.
Dopodiche, a norma del regolamento attuale, rigore ed espulsione vengono di conseguenza. Sono il primo a considerare l'estromissione di Federico dal match, e la conseguente squalifica per Roma (o Pescara?) come una disgrazia, ma l'episodio purtroppo è ineccepibile per come è stato gestito. Sui fuorigioco e i cartellini prima dopo e durante, soliti discorsi. Ci stanno bene quando sono a favore nostro, ci scatenano il complottismo endemico quando sono contro. Siamo diventati dei "Piagnoni" peggio di quelli di Savonarola.
Questione gestione societaria. Ragazzi, è questa. E non da ora, dai tempi di Prandelli. Cambiano gli allenatori, i giocatori, il prodotto non cambia. Questi due venuti dalle Marche sono due avventurieri, due incapaci, due arruffoni, due mestieranti, non so più come definirli, figuriamoci insultarli. Hanno arraffato una società di calcio per diventare qualcuno, otterranno il risultato di far diventare la Fiorentina NESSUNO. Quando poi la squadra finisce in mano ad un altro incapace come Paulo Sousa, e grazie alle campagne acquisti napoleoniche degli ultimi anni ti ritrovi ad andare a Pescara con una linea difensiva così configurata: De Maio, Sanchez, Tomovic (e meno male che si va a Pescara), il mazzo è completo. Ci si meraviglia ancora di qualcosa?
P.S. Vorrei dire in faccia a Sousa una cosa soltanto: con la squalifica di Bernardeschi domenica a chi li romperai i coglioni con le tue decisioni del cazzo?
Terzo, e concludo. Leggo di gente che ancora si lamenta del tifo. Abbonati e spettatori paganti che non cantano più, non si entusiasmano più, non "tifano" più. Il processo di involuzione di Firenze, dei fiorentini, della Fiorentina, della fiorentinità è in atto da più di vent'anni (e non la butto in politica volutamente, altrimenti....). I della Valle hanno dato soltanto la "mano di coppale", come si diceva una volta. Ai vecchi fiorentini questi due signorotti venuti dalle Marche sarebbero venuti sul cazzo in un battibaleno, e qualcuno o prima o dopo avrebbe corso, o per il Viale dei Mille, o in Piazza Savonarola, o verso la Consuma. Quella gente non c'é più. Non ci siamo più. Siamo diventati un popolo che ingoia tutto. Come le puttane.
Quando Mario Cognigni certificò la morte del "tifoso" e la sua sostituzione con il "cliente", dimenticò di specificare se quel termine lo usava nell'accezione ragionieristica o in quella latina. Chi ha fatto studi classici sa che in latino "clientes" significa "tributari", coloro cioé che bazzicavano i palazzi dei Patrizi, dei grandi signori, perché campavano di briciole gettate loro dal tavolo di quei signori, svolgevano attività collaterali utili alla casa ed alle proprietà di quei signori, facevano parte della plebe che in un modo o nell'altro sbarcava il lunario grazie alla benevolenza o all'indotto delle attività di quei signori.
Questo è diventata la gente che va allo stadio, o si mette davanti a Sky. E' chiaro che mettersi in discussione per questa "clientela" è devastante, il lavoro di psicoanalisi su se stessi è uno dei più difficili e ingrati. Molto più facile dare le colpe di tutti i mali ai complotti, agli arbitri, a Tomovic. Mai, comunque, MAI, MAI, MAI ai fratelli Labionda - Della Valle.
Alla prossima, con gli stessi discorsi.

mercoledì 17 agosto 2016

I Miserabili



Alla fine il numero legale per poter scendere in campo a Torino ci dovrebbe essere. Se poi la sorte volesse fare un regalo in anticipo alla Fiorentina per il suo novantesimo compleanno, le metterebbe di fronte una Juventus che come all’inizio del campionato scorso ha ancora la testa alle vacanze, oppure già a quella Champion’s League che è il suo obbiettivo dichiarato di stagione.
Pericoloso farsi illusioni. I bianconeri saranno anche in officina per la revisione, con diverse parti meccaniche da mettere ancora a punto. Higuain sarà ancora dal dietologo. Ma loro hanno nel DNA che ogni lasciata è persa, e se appena gli capita l’occasione (e la Fiorentina come si è visto di recente ne fornisce in quantità) te la buttano dentro, e poi rifagliela se ti riesce, in queste condizioni. Noi, appunto, siam quella razza che non sta tanto bene, d’estate salta i fossi, d’autunno non si sa che viene.
Senza scomodare il Benigni d’annata, si può dire che la Fiorentina comunque vada, e non solo sabato sera, ha buttato via un’estate. Mancano due settimane (un tempo che storicamente da queste parti preclude miracoli e perfino la conclusione di operazioni normali) alla fine della sessione di mercato più abominevole della sua intera storia. Oddio, ce ne furono un paio simili, anni fa. Al termine delle quali, un anno arrivò Bruzzone, l’altro Zagano. E rìzzati. Ma i proprietari allora non erano in classifica di Forbes.
Quest’anno, siamo partiti dando dell’incapace a Daniele Pradé, reo di tutte le colpe che una tifoseria ormai cloroformizzata è restia a dare al padrone, o almeno a chi tiene i cordoni della borsa per lui. Al suo posto, ecco Corvino 2 Il Ritorno. Tutti a fregarsi le mani, sognando il nuovo Mutu, il nuovo Toni.
Sono arrivati. Il nuovo Hagi, il nuovo Chiesa. Due ragazzini che – se gli adulti non fossero gli scellerati che sono – dovrebbero giocare in Primavera e farsi le ossa come si conviene. Invece sono in prima squadra a reggere il peso della non campagna acquisti, della non preparazione, della non presenza di obbiettivi e di strategie da parte di una non società.
Poi è arrivato un portiere rotto, mossa determinante visto che ne avevamo già due, di cui uno si può definire una promessa del nostro calcio (visto che è nel giro dell’Under 21) e l’altro ormai si può definire una botte che dà il vino che ha. E che abbiamo già assaggiato, con qualche perplessità.
In difesa, continuiamo a cercare centrali, quando è l’unica cosa – a dosi sempre più ridotte – che abbiamo. Gonzalo e Astori reggono baracca, con l’entusiasmo di un judoka egiziano che deve stringere la mano ad uno israeliano, ma la reggono. Più Tomovic, che come l’Araba Fenice risorge tutti gli anni dalle ceneri del mercato. E dei discorsi che da queste parti ormai sostituiscono le risorse economiche. Terzini? No, grazie.
Vedran Corluka è l’ultimo di una lista di nomi seconda soltanto a quella della Panini. Il croato dimostra che buon sangue balcanico non mente, ed usa la Fiorentina come grimaldello per far saltare il monte ingaggi del suo club, il Lokomotiv Mosca, che alla fine gli rinnova per quattro pippi. Roba che a Cognigni non gliela puoi neanche proporre come battuta in pausa caffè. Si va su De Maio, che era qui dietro casa fino ad un mese fa, che adesso è all’Anderlecht, che insomma per arrivare finalmente a Firenze probabilmente presuppone l’imbastitura di uno dei soliti casini stagionali che non ci siamo mai fatti mancare negli ultimi anni. Di Vitor Hugo non ne parliamo, ci sentiamo già abbastanza miserabili così come siamo.
Centrocampo. Si può discutere di tutto. Anche di Borja Valero a Roma per quindici milioni. E vedrete se a Firenze in Viale Manfredo Fanti non ne discutono. Non si può farlo però a chiusura di calciomercato. Questi non son boni nemmeno a trovare un terzo portiere con tutta la stagione davanti. Figurarsi in quindici giorni il sostituto dell’unico regista di centrocampo che abbiamo, dell’unico che dà del tu al pallone, con buona pace sia di Vecino che di Badelj.
In attacco, dice che siamo a posto. Certo, con Gomez che ha fatto il giro d’Europa (questa settimana siamo a Wolfsburg) e che di tornare qui non ha comunque nessuna voglia, né ha voglia di continuare a pagargli lo stipendio il suo datore di lavoro. E poi con Babacar che è diventato più difficile da piazzare di Balotelli. A meno di scordarci Pincopallo, se non andiamo errati gli attaccanti della Fiorentina al momento sono due, e su entrambi non ci si può fare affidamento per trentotto partite, più Europa League e Coppa Italia. Il primo, Nikola Kalinic, perché ha dimostrato che non le regge. Il secondo, Giuseppe Rossi, perché ha dimostrato che se non è prima è dopo, ma ce lo stroncano.
Ma insomma, se il mercato ci affligge, tra poco torna a parlare il campo. Purtroppo. Vorremmo tanto incontrare sabato sera la Juventus dello scorso anno, di questi tempi. E probabilmente non ci basterebbe nemmeno.

mercoledì 10 agosto 2016

Io sto con Giancarlo Antognoni

Disgraziata la patria che ha bisogno di eroi, diceva Bertolt Brecht. E’ il caso di Firenze. Che di eroi, in tutti i campi, ne ha avuti e ne avrà probabilmente sempre. Ma che sono destinati a spiccare sempre di più sullo sfondo di un panorama cittadino d giorno in giorno più misero. E questo non è detto che sia un bene. Anche se i nostri eroi non ce li tocca nessuno, com’è gusto che sia.
Giancarlo Antognoni a Firenze è l’eroe per antonomasia. L’uomo che, dotato di una classe e di una maestria nella propria arte come pochissimi altri prima e dopo, rinunciò a grandi vittorie a lui assolutamente confacenti per attaccamento ad una maglia, quella viola, che ai suoi tempi era già diventata una delle pochissime cose a cui questa città - che una volta di geni ne produceva e ne accoglieva in quantità industriale – poteva aggrapparsi per non avvilirsi a proposito delle sue presenti condizioni.
La luce del sole, se stagliata sullo sfondo di una tenebra fittissima, risplende ancora di più. Ecco perché Firenze ha voluto bene a Julinho, a De Sisti, a Rui Costa, a Mutu, ma a lui, Giancarlo, sempre e comunque un pochino di più. Perché lui è stato la ragione di vita per tutti quei ragazzi che negli anni Settanta cominciarono ad andare allo stadio. Per vedere le giocate del numero 10, e pochissimo altro. Perché lui è stato ed è Firenze. Come Michelangelo. Come Lorenzo il Magnifico. Come Ghiberti e Brunelleschi. Nei secoli dei secoli.
Giancarlo Antognoni è un uomo intelligente. E’ consapevole di essere un personaggio pubblico senza eguali. Non solo qui, ma soprattutto qui. Ecco perché non ha ancora deciso se presenziare alla cosiddetta festa dei 90 anni viola. Perché sa che, comunque si muova, scontenterà qualcuno, compromettendo la sua immagine di icona, di simbolo, di valore super partes.
Se resta a casa, come orgoglio e dignità più che giustificati suggerirebbero, verrà accusato da parte dei filo-societari e degli agnostici di aver boicottato quella che qualcuno spaccia per la più grande celebrazione viola degli ultimi anni per ragioni di “bottega” personale. Se va, cedendo alla mozione di un cuore che ormai bene o male viola è e viola resta, verrà accusato di andare a Canossa per “mendicare qualcosa” da coloro che l’hanno messo ai margini della storia viola. Lui, che è la storia viola, ad inginocchiarsi da chi la storia viola non ha neanche cominciato a scriverla.
In realtà, le cose stanno diversamente. Qualunque cosa faccia, Giancarlo Antognoni resta Giancarlo Antognoni. Firenze deve ringraziarlo, e la Fiorentina pure. E i Della Valle rassegnarsi al fatto che anche qualora cominciassero a vincere qualcosa (del che ci permettiamo non di dubitare ma di essere sicuri del contrario) non potranno mai sperare di avere un milionesimo dell’affetto che la città riserva a colui che essi giustamente – dal loro punto di vista – hanno messo in disparte perché l’ombra che avrebbe proiettato su di loro sarebbe entrata in confitto con tutti i motivi soprattutto di visibilità per cui hanno acquisito e mantengono la Fiorentina.
Quindi, Giancarlo non ha di che preoccuparsi, e sicuramente non se ne preoccupa. Qualunque cosa faccia il 28, lui in quei 90 anni c’é. E non si discute. Chi lo fa, commette un peccato di ignoranza prima ancora che di mancanza di senso critico. Peccato mortale, di questi tempi.
Il fatto però è che il grandissimo Giancarlo Antognoni è ormai, al pari di Julinho, De Sisti, un giocatore del passato. Sono sempre meno quei ragazzi degli anni Settanta di cui sopra, e sono tutti appartenenti a quella maggioranza silenziosa che della gestione Della Valle comincia a non poterne più, ma che comunque non si fa sentire, per timidezza, disinteresse o scarsa voglia di mettersi a discutere con energumeni di ogni ordine e grado.
Gli altri, quelli che vanno allo stadio magari in settori dove si discute poco e si pensa ancora meno, si fanno sentire eccome. Magari non andando oltre la ripetizione di mantra come “tornateci voi a Gubbio”, “se vanno via chi ci piglia”, “allora compratela voi”, “fate i fenomeni con i soldi degli altri”, “i Della Valle ci tengono ai massimi livelli a cui può ambire la Fiorentina” (Baglini vendeva inchiostri e Befani stracci di lana, chissà qual era allora il livello a cui potevano ambire).
Sono coloro che erroneamente vengono definiti i dellavalliani. Gente per cui Giancarlo Antognoni è un video da cineteca, ma “Vittorio se lo ricordano bene, e poi Gubbio e Gualdo Tadino”. Gente per cui anche Gabriel Batistuta comincia a stemperarsi e a sfumare come ricordo nelle nebbie di un passato sempre più lontano e sempre meno conosciuto.
Gente che il 28 agosto si precipiterà alla festa viola, perché bisogna esserci. Poi magari domandate loro che cosa si festeggia, e di ripeterlo – come si faceva a scuola una volta – con parole loro.
Personalmente, riteniamo che tutto ciò che ci sarebbe realmente da festeggiare in questi 90 anni di storia viola o non c’è più (perché la legge del tempo è l’unica che si deve rispettare sempre e comunque, anche in questo paese), oppure finirà per restare ai margini – per un motivo o per un altro – di questa kermesse di Cognigni & soci.
Semmai, ci sarebbe da commemorare proprio quel ragazzo che poteva andare a vincere quello che voleva e dove voleva. E che invece rimase qui a fare assist per gente che per stoppare un pallone rischiava di bucarlo. Poi, nel 1982, si ruppe la testa e quasi si ammazzò per andare in fuga per il terzo scudetto viola. Nel 1984, andato male il primo tentativo, si ruppe la gamba e chiuse la carriera solo per averci riprovato. La Fiorentina alla fine di quei due anni non vinse niente, ma è stata l’ultima volta che è andata veramente vicina a farlo. Batigol, non ce lo dimentichiamo, per mettere le mani su un trofeo che non fosse la Coppa Italia dovette trasferirsi a Roma.
Chi ha voglia di festeggiare qualcosa di serio, il 28, vada su youtube e si guardi tutto quello che c’è sul “ragazzo che giocava guardando le stelle”. E tenga un occhio al calciomercato, perché fra frizzi e lazzi la stagione che va a cominciare potrebbe aggiungere ben poco ai festeggiamenti, e molto a certi corsi e ricorsi storici a cui non vogliamo neanche pensare.

Comunque vada, #noistiamoconGiancarloAntognoni.

giovedì 16 giugno 2016

A proposito di Silvia




Leggo l’ultima intervista di Silvia Berti a Firenzeviola.  Il primo impulso è quello di sempre: non commentare. Conosco Silvia da qualcosa come trentasei anni. Mi son sempre trovato in difficoltà a scrivere di lei, per motivi di obbiettività. Avevo due amici di infanzia nell’A.C.F. Fiorentina, una era lei, l’altro era Sandro Mencucci. Quando si tratta di loro, ho sempre preferito non parlare. E’ difficile essere obbiettivi con qualcuno con cui siamo stati ragazzini insieme.
Stavolta faccio una eccezione. Ho visto che i commenti - peraltro scarsi, e mi dispiace perché gli argomenti sollevati da Silvia sono a mio modesto parere più interessanti e utili per il futuro che verrà di tanti giochini e calembour con cui ci si trastulla in questo periodo di inizio estate e di fermo-campionato – sono improntati o a disinformazione o a disinteresse.
La storia di Silvia alla Fiorentina è, fino al 2009, la storia della Fiorentina. La storia del suo licenziamento è la storia di come la Fiorentina ha perso, stravolto se stessa. Lo dico senza paura di risultare non obbiettivo. Sapendo come sono andate realmente le cose, e non potendone parlare per ovvi motivi di riservatezza, mi permetto di dire che Silvia è stata fin troppo oggettiva, fin troppo onesta nel parlare della sua vecchia società e dei suoi ex datori di lavoro. Fin troppo signora.
Di aneddoti ne conosco tanti, anche più significativi di quel “Non possiamo atterrare a Pisa?” proferito da quel Mario Cognigni il cui avvento, deciso da una proprietà sempre più distratta, biliosa, rancorosa (loro, sì) e economicamente interessata, ha voluto dire – in parallelo con la brusca o progressiva dismissione di personaggi come Giovanni Galli, Silvia Berti, Cesare Prandelli, Sandro Mencucci – la fine di quella Fiorentina che aveva in progetto davvero di vincere, a Firenze, per Firenze e con i fiorentini. Per ridursi a vivacchiare, a gestire partite di giro, a realizzare plusvalenze.
Non sono gli aneddoti che parlano per Silvia da un lato e per chi l’ha licenziata dall’altro. Sono i risultati. Fino al 2009 la Fiorentina aveva un capitale di simpatia immenso in termini di immagine (malgrado nel frattempo avesse vissuto i giorni di Calciopoli). Dopo il 2009, quel capitale è stato sperperato in maniera sistematica, con la nonchalance di chi eredita una cantina da un parente estinto e sostanzialmente dei cimeli che vi trova non gliene frega nulla. Non vede l’ora di buttare via tutto, per metterci le proprie, di cianfrusaglie. E pazienza se lì dentro ci sono i ricordi di una vita intera. Una vita che meritava eredi migliori.
Diego e Andrea Della Valle forse riusciranno a rimanere in classifica di Forbes fino alla fine dei loro giorni. Ma non entreranno mai nella storia né di Firenze né della Fiorentina. E resteranno nella memoria di questa comunità come due persone che sono passate in riva d’Arno, sotto quei monumenti che tutto il mondo ammira, e non hanno alzato la testa nemmeno mezza volta a guardarli. Forse non sanno nemmeno che esistono, dopo quattordici anni.
Silvia Berti nella storia della Fiorentina c’é. Ci entrò nell’estate del 2006, quando a Folgaria ad accogliere i giocatori stravolti dalla notizia della retrocessione in B per Calciopoli c’erano solo lei e Cesare Prandelli. Lo Stato maggiore, come dopo l’8 settembre, era scappato. Non a Brindisi ma a Casette d’Ete. Loro due erano lì. Il campionato della rimonta da -15 nacque lì, da quella donna e quell’uomo.
Ci entrò, nella storia, anche rispondendo male a Cognigni a proposito dell’atterraggio a Pisa. “E’ la nostra gente”. Parole che vorremmo tutti mettere in bocca ai nostri eroi. Non le ha dette Antognoni, non le ha dette Rui Costa, non le ha dette Batistuta. Le ha dette Silvia Berti. Quel giorno, con quelle parole, so per certo che Silvia firmò la sua condanna a morte, come addetta stampa della A.C.F. Fiorentina. Al pari dei nomi che ho elencato sopra, nessuno metterà mai la sua foto nella sede della Fiorentina, almeno finché restano gli attuali proprietari, al posto dei prodi Ariatti e Blasi.
Le foto giuste, ognuno di noi ce le ha stampate nella memoria. Quella allo stadio di Silvia abbracciata a Cesare dopo il ritorno da Torino e la qualificazione alla Champion’s con la rovesciata di Osvaldo non ce la toglie nessuno. E’ appesa nei nostri cuori.

lunedì 30 maggio 2016

Ultimo viene il Corvo

Aveva salutato baracca e burattini, o forse baracca e burattini avevano salutato lui, oppure si erano salutati di comune accordo, la notte passata alla storia viola come quella della vergogna. Il popolo inferocito chiedeva un capro espiatorio per l’onta subita dalla Juventus che aveva pascolato le sue bestie ed abbeverato le sue truppe sul prato del Franchi. Non si trovò di meglio che dare il benservito a lui, che per sette anni aveva avuto in mano l’Area Tecnica. Vale a dire l’approvvigionamento di giocatori. Quei giocatori a cui, dopo aver camminato vittoriosi ad Anfield Road, si era spenta la luce improvvisamente, una volta andato via Cesare Prandelli.
Le responsabilità erano disseminate un po’ ovunque, ma evidentemente fece comodo che se le addossasse tutte lui. Il quale ottemperò, senza battere ciglio. Per tutti questi quattro anni, passati tra Vernole e Bologna, mai una parola aspra, una critica amara. Altri hanno dettato le proprie memorie al web per molto meno. Lui sempre zitto, riservato. Come in attesa di qualcosa, che prima o poi poteva verificarsi. Di nuovo, magari.
Qualcuno diceva che Diego Della Valle e Pantaleo Corvino erano – e sono – congeniali e funzionali l’uno all’altro. Sembrava un’eresia, visto il modo con cui si era concluso il loro rapporto. E invece ecco qua l’A.C.F. Fiorentina annunciare la sera del 30 maggio 2016 che è lieta di comunicare che è stato raggiunto l’accordo per il ritorno a Firenze di Pantaleo Corvino, con l’incarico di Direttore Generale dell’Area Tecnica.
Corvino, già protagonista di un ciclo in viola ricco di soddisfazioni dal 2005 al 2012, si è legato al club con un contratto biennale e sarà al vertice di un comparto che verrà ampliato ed arricchito da nuove figure professionali.
Affidandosi alle competenze, all’esperienza e alle qualità professionali di Pantaleo Corvino, la Fiorentina è certa di garantire un riferimento costante alla Prima squadra e una guida per l’area scouting e il settore giovanile viola.
La Fiorentina dà il bentornato a Corvino, augurandogli buon lavoro per stagioni ricche di soddisfazioni e di successi.
Ecco qua. Tanto male non dovevano essersi lasciati, allora. L’uno, il magnate, aveva avuto modo di riflettere che con le plusvalenze del diesse ci aveva fatto quadrare altri quattro bilanci dopo averlo esautorato, a torto o a ragione. L’altro, il diesse, aveva ben chiaro che di magnati come questi in Italia ce ne sono pochi. Oddio, non è più tempo di vacche grasse nemmeno qui a Firenze, se mai lo è stato. Ma insomma, meglio di tante nozze con i fichi secchi da imbandire in tante altre piazze….
Alla fine, Diego e Pantaleo devono aver valutato che era l’ora di reincrociare le proprie strade. Patti chiari, amicizia lunga, magari. Non è più tempo di andare a prendere in Montenegro ragazzotti slavi di belle promesse e pagarli otto milioni di euro. Magari di riprendere altri ragazzotti slavi da Roma che non hanno sfondato più di tanto e per comune interesse economico sì, vedremo. Non è tempo di spendere per nuovi Toni e Gilardino che non ci sono. Non c’è un Mutu da poter sfilare al fallimento di qualche big, e nemmeno un Gonzalo o un Borja Valero. Di Cuadrado non ne parliamo nemmeno. I nomi che i giornalisti vicini alla società sono autorizzati a fare sono molto meno altisonanti. Non saranno nozze con i fichi secchi, ma magari sarà il caso di rimandare le nozze all’anno prossimo.
Di positivo, c’è che figure da Mammana non dovremmo farne più. Corvino sa che certe cose non cambiano. A Firenze, per far stare tranquillo Diego, comanda tutto il ragionier Cognigni. Con il quale il Corvo va d’accordo a meraviglia, da sempre. Se il Corvo si alza in volo, significa che l’altro corvo – pardon, ragioniere, ci è scappata…. – ha già dato il benestare. Non ci saranno più telefonate transoceaniche sul filo dell’avanspettacolo. Se si parte, si parte per prendere. Magari non si va più in là di Empoli, Frosinone e Carpi. Ma il Corvo a mani vuote a casa non ci torna.
Diamogli dunque il bentornato, insieme alla A.C.F Fiorentina. Ma siamo consapevoli che i tempi sono cambiati. Che questo è un cavallo di ritorno che non deve vincere il Gran Prix d’Amerique o Ascot. Deve correre il Palio della Pizzica. L’orizzonte dei suoi ritrovati datori di lavoro si è ristretto assai, nel frattempo. Pantaleo è l’ultimo tentativo di mantenere in vista comunque un orizzonte, dalla Torre di Maratona.
Altrimenti lo scouting del futuro lo farà qualcuno che viene da molto più lontano. Da laggiù dove sorge il sole. Il Sol Levante.


P.S. Il titolo dell'articolo è una citazione di una raccolta di racconti di Italo Calvino. Il Maestro ci perdonerà.

venerdì 20 maggio 2016

LA STORIA VIOLA FUTURA



Il Milan a sorpresa batté la Juve nella finale di Coppa Italia, come una gran parte degli scommettitori (orientati da alcuni hints del better leader Gigi Buffon) avevano previsto. In una tragica riunione del board della Tod’s a Casette d’Ete, giunse il responso della Federcalcio: Milan qualificato direttamente alla Europa League, Fiorentina ai preliminari.
Diego Della Valle, che stava registrando negli studios di Casette il suo nuovo spot elettorale: Le Marche sono il mio paese, perché scendo in campo, ebbe uno scatto d’ira e prese una decisione che si sarebbe rivelata fatale. Basta, tengo tutti, anche Gomez e Rossi, perfino Błaszczykowski (a proposito, ma chi diamine è, ma che pago anche questo?), al minimo dello stipendio. Per Salah arriverò fino alla Federazione Interstellare. Tutto il potere a Darth Cognigni, agente 00Sousa con licenza di uccidere. Questa volta si fa sul serio, a costo di sacrificare mio fratello a Baal-Moloch.
L’estate del 2016 per la Fiorentina fu quella che i profeti dell’Antico Testamento avevano annunciato con toni apocalittici. Altro che Gubbio. Arrivarono le cavallette, nel senso che in tribuna stampa chiesero l’accredito perfino il gatto di Cerci e la pantegana che abitava da anni nei gabinetti sotto la Curva Fiesole. I giornalisti c’erano già.
Al preliminare d’andata in casa contro il Vladivostok la Fiorentina si presentò con una formazione così composta: Tatarusanu, Roncaglia, Tomovic, Della Martira IV, Canà, Kikatzé, Restelli (clonato), Rocio Valero (con delega del marito), Gomez, Rossi (Paolo, pronto a tornare in squadra, essendo Mediaworld sponsor accessorio della società), Nonpervenido.
La fortuna non arrise alla squadra viola, che attaccò insistentemente, andando anche in vantaggio ma finendo per perdere 0-6. A fine partita, Mario Gomez dichiarò che l’unico italiano buono è l’italiano morto. Si prese una testata nel setto nasale da Riganò, che transitava lì vicino casualmente. L’intervista degenerò in rissa, qualcuno offese la mamma di Andrea Della valle il quale si chiuse in un silenzio stampa che dura tutt’oggi. Diego invece, non avendo capito che la mamma offesa era anche la sua, iniziò una tribuna elettorale con Lilli Gruber su cui stanno ancora discutendo alla Sorbona di Parigi. Il patron viola dichiarò, tra l’altro: è meglio se scendo in campo e mi tengo un po’ in disparte, non scendo per niente, mi faccio aspettare o mi faccio tenere il posto da Cognigni?
Cognigni, che era impegnato dalla costruzione della Morte Nera negli stabilimenti di Bruzzone Marche (sede del nuovo brand che aveva sostituito Florence Tod’s), dovette rientrare precipitosamente in sede a Firenze (sbagliando anche strada per la desuetudine) e richiamare all’ovile Patrizia Panico della Fiorentina Women’s, altrimenti per il ritorno a Vladivostok mancava il numero legale.
Non ci faremo sorprendere in nessun caso, ripeteva per i corridoi del Franchi Andrea Della Valle. Scansando un manrovescio del fratello, si avviò anch’egli verso il pullman da cui non sarebbe più ridisceso. Risultò disperso lungo la Transiberiana, che aveva scambiato per la tramvia di Scandicci ultimata dal suo amico Renzi. La squadra ne prese altri sei in Siberia, battendo il record della Sampdoria.
A fine agosto, alla vigilia del campionato, Darth Cognigni aveva già licenziato tre allenatori, battendo il record di Zamparini, e sedato due rivolte di piazza, o per meglio dire di piazzalino, quello antistante l’ingresso della Tribuna Autorità. La prematura eliminazione dalla coppa fu seguita da un avvio di campionato  che a fine ottobre vedeva la Fiorentina costruita a costo zero a punti zero. Diego non sapeva più che pesci pigliare. Eppure 'sto Vierchowod l’ho già risentito nominare, mormorava sommessamente guardando l’allenatore che alla fine Darth Cognigni gli aveva messo sotto contratto.
Guerini, chi era costui? ululava alle pareti il manager Rogg aggirandosi anche lui nei sotterranei del Franchi in cerca della pantegana della Curva Fiesole, avendo convocato una conferenza stampa ristretta a cui nemmeno lei si era presentata.
A natale, DDV presentò il suo programma in vista delle elezioni. La Confindustria si incavolò a bestia, avendo dedicato ore alla sua lettura e non avendoci capito una mazza. Dette mandato alla Federcalcio di sanzionare la scheggia impazzita del sistema attaccandolo in ciò che aveva più caro, i 250 milioni di euro investiti nella Fiorentina. Cominciarono a mandare alle partite dei viola arbitri provenienti dal badminton. Durante una trasferta a Crotone, fu squalificato l’autista. I giocatori dovettero tornare a piedi lungo l’Appennino, dandosi alla macchia. Qualcuno, arrivato a Gubbio, ebbe una botta di nostalgia e decise di fermarsi lì.
A maggio, la Fiorentina era stata retrocessa in C4 per indegnità morale. Il titolo sportivo era tornato nelle mani del Comune. Dario Nardella si vide arrivare un giorno in ufficio Eugenio Giani, che gli sparò a bruciapelo: “Ho l’uomo che fa per noi!” Da un passaggio segreto di quelli costruiti dal Vasari, ecco saltare fuori il Mago Zurlì che gridò al Sindaco: “Topo Gigio! Finalmente ti ho ritrovato! Quanti anni!
La crisi istituzionale dura tutt’ora. La Fiorentina invece fu data a prezzo simbolico ad un risuolatore di scarpe di Ponte a Mensola, che in quindici giorni compì il miracolo di rimettere insieme una squadra dal nulla, ed iscriversi al campionato su Vega.
Il resto è storia. Sono 24 anni che la Fiorentina non è più retrocessa, a Gubbio non ha più nevicato, nessuno ha più rivisto il Nardella e il Giani, il piazzamento peggiore è stato il sedicesimo posto, che dà diritto alla partecipazione alla sagra del tortello di Sagginale, senza passare dai preliminari. Il decano dei giornalisti fiorentini presenterà prossimamente le proprie memorie, dal titolo: “Noi siamo questi, la nostra dimensione è questa”. In copertina, il celebre piatto di pappardelle alla lepre trangugiato nell’estate del 2012 a Moena da circa 370 addetti stampa accreditati al seguito della squadra.
Pasqual fece la sua ricomparsa un bel giorno d’inverno, avvolto in un mantello. Gli si parò di fronte uno steward, ai tornelli dello stadio. Lui sollevò la mano, e con l’antica arte manipolatoria delle menti deboli propria dei cavalieri Jedi, disse: “Servi bene il tuo padrone”, invitandolo a farsi da parte.
Lo steward, con voce monocorde da ipnotizzato, gli rispose: “Il mio padrone non so nemmeno chi caspita sia”.
To be continued (purtroppo)

martedì 17 maggio 2016

Il Giorno del Ringraziamento

L’addio di Vincenzo Guerini alla Fiorentina apre una nuova – o forse antica – querelle sul funzionamento della A.C.F., e più in generale sulla gestione della relativa proprietà da parte dei Della Valle.
Guerini, ricordiamo, ricopriva dal luglio 2011 l’incarico di club manager della società di Viale Manfredo Fanti. Una figura societaria molto diffusa per esempio in Inghilterra ma abbastanza desueta nel nostro panorama calcistico. Alla quale gli stessi Della Valle erano peraltro ricorsi in un periodo particolarmente travagliato, in cui erano venuti al pettine diversi nodi anche dal punto di vista dell’organico societario e della distribuzione di compiti e responsabilità.
L’ex promessa del calcio fiorentino (la sua carriera di giocatore fu stroncata a 22 anni da un incidente automobilistico quando il suo futuro si era già tinto di viola e di azzurro) riciclatosi allenatore prima e manager poi ha detto esplicitamente che la sua decisione è nata dai contrasti vissuti nel corso della stagione con l’attuale allenatore viola Paulo Sousa. “Mi ha umiliato”, ha dichiarato senza mezzi termini, lamentando di essere stato completamente ignorato dal tecnico quando nessuno ai vertici societari gli aveva fino ad oggi revocato fiducia ed attribuzione di competenze.
In attesa di capire, magari dalle parole dello stesso Sousa (non particolarmente espressivo in questo periodo, come testimonia la stessa assenza di reazione al trionfo della propria squadra all’Olimpico nell’ultima di campionato) che cosa sia successo esattamente tra due figure chiave della società viola, vale la pena forse di avviare una riflessione sul funzionamento della stessa, in generale e nei momenti di crisi (non pochi) vissuti. Una riflessione che parte da lontano.
Guerini era stato chiamato ad un ruolo che per la verità il popolo viola avrebbe voluto veder attribuito a colui che ha rubato il cuore di questa città, Giancarlo Antognoni (che già l’aveva ricoperto tra l’altro egregiamente ai tempi della gestione Cecchi Gori) proprio per ovviare all’assenza – pesantemente avvertita – di una figura di riferimento tra la stanza dei bottoni ed il mondo del tifo e degli addetti ai lavori.
La sua vicenda è emblematica, a nostro giudizio, della mancanza di idee chiare da parte dell’attuale gestione viola in più o meno tutti i settori della vita di una società sportiva a livello professionistico di vertice, eccezion fatta per l’aspetto contabile, di bilancio, nel quale gli uomini di Della Valle hanno sempre dimostrato di eccellere.
I compiti di Guerini non sono mai stati chiarissimi, ed è indubbio che il manager si sia trovato a volte anche in difficoltà nell’esercitarli, a causa della coabitazione o sovrammissione con altre figure societarie (Cognigni, Corvino, Rogg, Prade’). Va tuttavia riconosciuto a Vincenzo di averci sempre messo la faccia, nel bene e nel male. Così fu quando Delio Rossi costrinse la società ad esonerarlo con i suoi schiaffi in mondovisione ad Adem Llajic. In panchina per le ultime due delicatissime gare di una Fiorentina in lotta per non retrocedere ci andò lui, senza battere ciglio e senza pretendere meriti dopo, come Cincinnato. Così è stato in seguito, si trattasse di presentare giocatori più o meno conosciuti o spiegare al pubblico posizioni societarie controverse.
Comunque siano andate le cose, più che aprirsi una falla nell’assetto societario si ripropone il consueto status quo pressappochistico (almeno nel settore tecnico e della comunicazione) che affligge la Fiorentina dai tempi in cui furono esonerati Gino Salica e Giovanni Galli. Il primo episodio di mancata gratitudine applicata al calcio inteso come business risale proprio al 2004-05, quando la Fiorentina dette il benservito ai due manager del miracolo della rinascita (e già che c’era accompagnò loro personaggi entrati nel cuore della città come Riganò e Mondonico) per affidarsi ad un nuovo che in parte avanzò assai poco (Enrico Lucchesi) e dall’altro dura ancora, anzi con poteri sempre più di vita o di morte (Mario Cognigni).
La breve stagione di Lucchesi fu propedeutica alla lunga stagione di Pantaleo Corvino. Il matrimonio con il diesse pugliese (accreditato come possibile cavallo di ritorno in questi giorni) entrò in crisi guarda caso al settimo anno, quando una famiglia Della valle stretta in un angolo dalla improvvida fine del progetto Prandelli e dai cinque schiaffoni presi dalla Juventus (prima dei due presi da Llajic da Rossi) ebbe bisogno di dare un segnale alla tifoseria avviando una ristrutturazione che sapeva tanto di scelta del capro espiatorio. Corvino fu esautorato tra l’altro nel momento peggiore della sua vita personale. Se ne fece senz’altro una ragione, ma l’immagine della Fiorentina ne uscì ancora più a pezzi.
Immagine che dal 2009 non curava più nessuno. L’esonero brusco di Silvia Berti da addetta stampa fu un fulmine a ciel sereno nell’immediato, e rimane uno dei misteri del ventunesimo secolo viola. Fatto sta che dopo quattro anni in cui la public relation woman elbana era riuscita a rendere simpatica una società che altrimenti non è mai riuscita ad esserlo (e comunicativo un patron che ogni volta che parla in televisione fa venir voglia di cambiare canale) la Fiorentina si trovò – causa del suo stesso mal - a dover coprire la madre di tutte le falle.
Dopo due anni, ecco Gianfranco Teotino, tentativo di imitazione del Pier Cesare Baretti pontelliano. Tentativo riuscito male, il tizio arriva, offende subito Antognoni (non male per un addetto alla comunicazione a Firenze) resiste un anno alla meno peggio e poi se ne va. Nel frattempo Mihajlovic e Rossi hanno preso tutte le colpe di una gestione tecnica scellerata. Arrivano Prade’ e Macia, mentre in panchina va un nuovo progetto, Vincenzo Montella.
Eduardo Macia se ne va dopo un paio d’anni passati a segnalare giocatori che puntualmente compra qualcun altro. Daniele Prade’ gli sopravvive (senza contratto) in attesa di sapere chi gli farà le scarpe nel corso della prossima estate. Montella se n’è andato l’estate scorsa, tutti sanno come e perché. Il suo successore, Paulo Sousa, si viene a sapere che ha vissuto un’invernata da separato in casa (con la squadra peraltro in testa alla classifica), a febbraio si era dimesso (dimissioni respinte), da settembre non parlava nemmeno con il suo club manager. E chissà con chi altro.
Alla lista si aggiunge dunque Vincenzo Guerini. Per oggi la chiudiamo qui, anche per non deprimere troppo il lettore, al quale lasciamo ogni commento. E' un dato di fatto che da Viale Manfredo fanti nessuno se ne va senza sbattere la porta, più o meno. Se questa è una società di calcio…..

giovedì 12 maggio 2016

Tutto il potere al Ragioniere



Un fulmine squarcia il cielo plumbeo di una Firenze oppressa dalla cappa di questa primavera in ritardo. L’aria è foriera di cambiamenti, elettrica come in prossimità dello scatenarsi di un temporale tropicale. Uno di quelli che lasciano la terra devastata, niente è più come prima, dopo.
Siamo alla ricerca di un incipit per l’articolo. Meglio questo inizio salgariano, tipo Le Tigri di Casette d’Ete, oppure un qualcosa stile Seconda Guerra Mondiale, Das Oberkommand Der Wehrmacht Florentiner….?
Si ride oggi per non piangere (ancora) domani. Dopo aver intrattenuto gli eroi del primo scudetto viola con una conferenza dal tema “Come mai la Fiorentina non può vincere lo scudetto”, dopo aver dimenticato che la Fiorentina ha poi vinto un secondo scudetto (con annessa conferenza bis), il quartier generale Della Valle ha preso una decisione epocale. Alla Fiorentina cambia tutto. Tutto il potere a Cognigni.
Non è uno slogan marxista (nel senso di Karl, oppure di Groucho, come uno preferisce). E’ un nuovo corso aziendale. Il “nuovo” presidente visionerà tutto, deciderà su tutto, sarà più presente a Firenze. Ogni acquisto, ogni cessione saranno decisi da lui. Bracci (o per meglio dire, secondo i malevoli, braccini) destri, Daniele Pradé (senza contratto) e Paulo Sousa (con un altro anno di contratto).
Chi conosce un po’ di cose viola non può trattenere un sorriso, magari amaro. Il ragioniere, da quando una decina di anni fa fu messo da Diego Della Valle a controllare che nel feudo fiorentino nessuno spendesse un fiorino all’insaputa dei signori, non si è più mosso da Firenze. Né si è più mossa foglia che lui non voglia.
Se questo è il cambiamento, la rivoluzione a 360 gradi promessa dai patron, siamo messi proprio bene. E infatti, il buongiorno s’è visto dal mattino. Firenze (dice) chiama Bruxelles per Praett. Bruxelles risponde, la distanza tra domanda e offerta al momento è chilometrica. Fosse una vignetta della Settimana Enigmistica, la didascalia sotto sarebbe “Chi vi ricorda?”.
Tutte le telefonate finiscono a mammana, potrebbe essere un titolo suggestivo della commedia in vernacolo che sta proseguendo in Viale Manfredo Fanti, dopo l’uscita dal cartellone di Benalouane, l’uomo che giocò due scudetti. Sarà che tra marchigiani e fiorentini ci si capisce poco, i dialetti son diversi. Sarà che i Della Valle sono uomini di letture, e tra queste c’è sicuramente il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi”, è una delle frasi più celebri del romanzo e dell’intera letteratura italiana. E una delle più apprezzate dagli italiani, intesi come cittadini. In questo caso, perché nulla cambi, semplicemente non cambia nulla.
L’abbiamo, una volta di più, buttata sull’ironia. Ma a ben vedere c’è poco da ridere. Il finale di campionato ha mostrato tante cose, la principale è che mentalmente e fisicamente una buona metà dell’attuale squadra è alla frutta. Risorse poche, stimoli zero. Ogni riferimento all’annata di Mihajlovic è assolutamente voluto.
Se a coloro a cui la luce si è spenta aggiungiamo coloro su cui si è accesa quella della plusvalenza, la situazione è allarmante. C’è una squadra da rifondare. C’è un direttore sportivo esautorato da almeno due anni. C’è un presidente che non compra più nemmeno le offerte alla LIDL, spendendo tutto (o quel poco) in bollette del telefono intercontinentali. C’è un allenatore così contento di restare che a gennaio aveva dato le dimissioni, il fratello patron grande gliele aveva accettate, quello piccolo no. Chissà che gli hanno promesso per convincerlo ad onorare il secondo anno di contratto. Non osiamo pensarci, è stato già abbastanza duro a vedersi questo girone di ritorno che si conclude domenica.
Quando qualche mese fa la vita ci sorrideva e tutto sembrava viola, qualcuno lanciò un gioco di società: in quale fontana ti butterai se la Fiorentina vince lo scudetto?”. Qualcuno rispose, nella Fontana di Trevi, visto che l’ultima si gioca a Roma. I pochi che domenica sfideranno l’Autosole, la Lazio ed il tedio per seguire la squadra magari ci si buttano lo stesso. Per disperazione.
Guardiamo il lato positivo. A non vincere nulla il popolo viola quest’anno si è risparmiato un’altra conferenza di Andrea Della Valle, e soprattutto Benalouane che torna trafelato da Leicester per alzare una coppa anche qui. Quando è troppo, è troppo.