Visualizzazione post con etichetta galleria. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta galleria. Mostra tutti i post

domenica 27 novembre 2016

La dura vita dell'allenatore nella Firenze dei Della Valle

La monarchia costituzionale fu inventata nel diciottesimo secolo per sollevare i monarchi dalla responsabilità delle loro azioni, soprattutto da quel certo momento in poi in cui prese piede l’usanza di farla valere sul palco della ghigliottina. In sostanza, il ministro o maggiordomo pagavano e pagano al posto del loro sovrano, mettendoci la faccia e in qualche caso la testa.
La filosofia politica ha fatto tanta strada da allora, estendendo il proprio campo d’azione tra l’altro a tutti quei settori che prevedono l’esistenza di un padrone, di un’azienda, di un fatturato e di azionisti – o quantomeno clienti – a cui rispondere.
Eccoci quindi nel mondo del calcio. Non c’è più un Luigi XVI a cui salvare la testa, ma tanti presidenti-proprietari, padroni assoluti come tanti Re Sole fino al giorno in cui la squadra va male, e allora bisogna dare in pasto alla folla inferocita una testa, appunto. Non di un ministro, in questo caso, ma di un allenatore.
E’ la prima cosa che imparano i presidenti del calcio. L’allenatore sta lì a prendersi gli osanna e le maledizioni dei tifosi. Il Presidente, quello non si tocca mai, non si contesta. Perché….. se va via…..
A Firenze, dal 2002 c’è una squadra – azienda. E avresti detto che aziendalisti come i Della Valle, così precisi e rigorosi nelle altre aziende del loro gruppo, avrebbero rifuggito inorriditi da certi malcostumi tipici del calcio. E invece…..
Gli allenatori a Firenze durano poco, storicamente. Il record di permanenza, sei stagioni, a tutt’oggi rimane legato alla memoria di una figura leggendaria: Fulvio Bernardini, il mister del primo scudetto. Proprio con i Della Valle siamo andati vicini a superarlo, con Cesare Claudio Prandelli, che di stagioni da queste parti ne ha rette ben cinque. Sappiamo tutti com’è andata a finire, “si cerchi un’altra squadra” proprio la sera di Liverpool. Qualcosa non funziona nel rapporto degli imprenditori marchigiani con i loro dipendenti in tuta da calcio. Ce ne accorgemmo allora, quando l’illusione di una proprietà che credevamo diversa svanì nello spazio di una nottata e di un girone di ritorno.
Nel 2002, doveva essere Eugenio Fascetti a guidare la Fiorentina retrocessa in B di Vittorio Cecchi Gori. Ma la B diventò C2, la Cecchi Gori Productions diventò una società fallimentare, ed al suo posto la Giunta Domenici tirò fuori dal cappello messole in mano dalla politica romana il Gruppo Tod’s. Che all’inizio ebbe il merito di inventarsi in soli 20 giorni società e squadra. Giovanni Galli ingaggiò l’ex compagno di quasi-scudetto Pietro Vierchowod, per dare la scalata alla C1.
Pietro durò nove giornate. Allenatori non ci si improvvisa, ed il russo scoprì a sue e nostre spese di non avere l’esperienza ed il carisma per portare Riganò & C. ad una marcia trionfale. Al suo posto fu chiamato il navigato Alberto Cavasin, che in C2 se la cavò egregiamente. Dalla C2 alla B, grazie ai meriti di blasone, il passo però fu troppo breve, e nel febbraio 2004 anche Cavasin fu giudicato non all’altezza del compito. In serie cadetta, la squadra era quattordicesima, Firenze voleva la serie A, l’azienda pure. Arrivò il mister tifoso Emiliano Mondonico, vecchio filibustiere di tutte le serie.
Mondo vinse lo spareggio, ma se ne disperò quasi. Aveva annusato che l’aria di Viale Manfredo Fanti era diventata pesante per lui e per gli eroi venuti su dalla C2. Anche lui arrivò fino al novembre successivo, poi passò la mano a Sergio Buso, allenatore fino a quel momento dei portieri. Il povero Buso resse tre mesi, finendo vittima di logiche di sistema che andavano al di là dei suoi demeriti. La Fiorentina dei Della Valle era stata antipatica da subito all’establishment di quella serie A che aveva appena riconquistato. A Genova finì la partita in otto, tanto per gradire. Altro che cattivi pensieri, come quelli che vennero al Grande Timoniere Dino Zoff. Che comunque portò la squadra in salvo con una rimonta alla Chiappella.
E venne Claudio Cesare, vide e vinse. Quarto posto, Champion’s League e Toni Scarpa d’Oro. Peccato che il conto di Calciopoli arrivò proprio quell’estate. Meno quindici, e tanti avvisi di garanzia. A Folgaria quell’anno al raduno c’era solo lui. Diventò per la Fiorentina una specie di Alex Ferguson, salvando la squadra e portandola al terzo posto virtuale. Ma i Della Valle non tolleravano i Ferguson, al massimo i Cognigni. E quando un bel giorno Prandelli chiese conto dei proclami di vittoria entro il 2011, gli fu risposto dal patron Diego in persona: “lei è l’allenatore? E allora pensi ad allenare”.
A novembre 2009 il giocattolo di Prandelli andò in pezzi. Società improvvisamente demotivata, calciatori che ressero di nervi fino al furto di Ovrebo a Monaco. Poi fu Caporetto, 17 sconfitte stagionali. Prandelli la squadra se la trovò davvero, era la Nazionale, nientemeno. Ad ottobre dell’anno dopo, in visita a Firenze con gli azzurri, Andrea Della valle lo accolse con la storica frase “Un giorno mi ringrazierai”. La risposta di Cesare fu altrettanto storica: “Se vuoi posso farlo anche adesso”.
Sinisa Mihajlovic aveva soprattutto la colpa di venire dopo di lui, l’allenatore più amato dai fiorentini dopo Bernardini, Pesaola e De Sisti. Il serbo aveva poca esperienza, come già Vierchowod dieci anni prima, e non aveva ancora grandi idee di gioco. Pagò per sé e per tutti sempre di novembre (mese maledetto per gli allenatori, viola e non) nel 2011. Gli fu fatale l’ennesimo pareggio in una annata che ne vide un visibilio.
Dentro Delio Rossi, aziendalista senza azienda. Via i campioni a cui si stava spegnendo la luce, squadra che affondava nelle parti basse della classifica. Con il Novara in casa a tre giornate dalla fine, il dramma dei cazzotti a Llajic e dei due gol ospiti che stavano spingendo i viola di nuovo in B. Al risultato ci pensò il reprobo Montolivo. A salvare Rossi non poteva ormai pensarci nessuno. Le ultime due giornate in panchina andò Vincenzo Guerini, anche lui ripagato a tempo debito con un bel calcione nel fondo schiena.
Sotto con Vincenzo Montella, un’altra scommessa. Questa volta vinta, perché fu dotato di giocatori validi, con motivazioni di rivalsa forti. Tre quarti posti a fila, due partecipazioni alla Europa League molto buone (con possibili risultati ancora migliori sfumati per ingenuità, contro Juventus e Siviglia), una Champion’s League mancata di un soffio grazie alla supponenza di Pizarro contro l’infame Montolivo.
Anche Montella, come Prandelli, ebbe l’ardire di chiedere in sede se eravamo questi e questi restavamo, o se invece potevamo fare il benedetto 31 dopo il 30. Gli fu risposto che poteva rimanere al mare. Mentre partiva l’ennesima campagna plusvalenze, la società pescava l’oscuro Paulo Sousa, fresco vincitore del campionato svizzero a Basilea, che la gente però ricordava piuttosto per essere stato uno dei gobbi di Lippi.
La Fiorentina partì a razzo nella stagione 2015-16, la gente perdonò volentieri il gobbismo passato a Paulo Sousa e il depauperamento tecnico del parco giocatori alla società. Fino a Natale la squadra era prima o giù di lì. A gennaio, auspicava il tecnico prima ancora dei tifosi, qualcuno si sarebbe frugato in tasca per rinforzarla e tentare fino in fondo di ripetere qualcosa che non succedeva più dal 1969.
Tino Costa, Kone, Benalhouane. I sogni muoiono sempre all’alba del 1° febbraio, in Viale Manfredo Fanti. Girone di ritorno da scoppiati, come l’ultimo di Prandelli. Fiorentina che terminò quinta con fatica. La gente si aspettava che il tecnico deluso rassegnasse le dimissioni, ma egli preferì lo stipendio e rimase a mugugnare e mischiare le carte già sparigliate dal ritorno di Corvino e dalla ripresa dell’Età d’Oro delle Plusvalenze.
Il resto è storia attuale. Che ci riporta al tema iniziale. Compare lo striscione che inneggia al boia, ma la testa è quella sbagliata. Il maggiordomo ha colpa fino ad un certo punto se il servizio è scadente, non parliamo del governo. I tempi si fanno di nuovo cupi. Dopo 14 anni, l’11° allenatore sta per l’undicesima volta per concludere malamente il suo rapporto con il suo datore di lavoro e nostro patron.

Avrà mai la gente di Firenze il coraggio di consegnare al boia (metaforicamente parlando) la testa giusta? Quella del Re?

venerdì 21 ottobre 2016

L'Uccellino vola ancora, Firenze sospira di sollievo



La notizia di Kurt Hamrin colto da un malore scuote Firenze, in questo annus horribilis che miete vittime illustri in quantità e che ha toccato già il suo Pantheon viola portandosi via Beppe Pecos Bill Virgili. Uccellino per fortuna sta meglio, già in procinto di essere dimesso dall’ospedale e sulla via della convalescenza.
Per capire l’importanza di questo giocatore, di quest’uomo e del sentimento che lo lega – ricambiato – a questa città, basti dire quello che sanno, o dovrebbero sapere, tutti. Per la generazione dei nostri padri, Kurt Hamrin è stato quello che per la nostra è stato Omar Gabriel Batistuta.
L’Uccellino e il Re Leone, la grande storia della Fiorentina è ricompresa sostanzialmente tra queste due figure monumentali, 303 gol in due, 3 Coppe Italia in due, uno scudetto a testa ma vinto altrove, una Coppa delle Coppe Kurt, mentre Omar Gabriel si fermò alla semifinale in cui zittì il Nou Camp, con il Barcellona che al ritorno zittì il Franchi.
Pare proprio che Uccellino ce la farà a festeggiare il prossimo compleanno, l’ottantaduesimo, il prossimo 19 novembre. La partita per lui non si è ancora conclusa. La sua leggenda ha ancora un lieto fine. Ed allora ripercorriamola.
In mezzo al futebol sudamericano di pregevole fattura che l’aveva resa grande, la Fiorentina di Enrico Befani andò a trovare il più grande di tutti vicino al circolo polare artico. Kurt Roland Hamrin era il quinto figlio di un imbianchino svedese, che giocava da dilettante nella squadra della capitale, l’AIK Stoccolma. Nel 1955, a ventun anni, vinse per la prima volta la classifica dei cannonieri del suo paese con 22 gol in altrettante partite giocate. Il suo contratto prevedeva 50 corone a partita vinta e zero in caso di sconfitta. Hamrin, per vivere, doveva per forza diventare un fuoriclasse e nel frattempo continuare a lavorare come zincografo in un giornale svedese.
Nel 1958, fu selezionato come centravanti della Svezia, che organizzava i mondiali in casa propria. Era la squadra favolosa di Gren, Nordhal e Liedholm, che si arrese in finale soltanto davanti all’altrettanto favoloso Brasile di Garrincha e dell’esordiente Pelè. Hamrin finì il torneo risultando capocannoniere con 4 reti. Era già stato notato due anni prima dalla Juventus, che poi però lo ritenne troppo fragile, cedendolo al Padova di Nereo Rocco.
Narra la leggenda che lo svedese facesse ombra a Marisa Boniperti, in fase calante, che pertanto fu ben felice di accogliere John Charles e Omar Sivori e veder andar via quel concorrente scomodo. Il paron Rocco invece lo accolse a braccia aperte, lo mise accanto a Brighenti e si godé i suoi 20 gol in trenta partite, dandogli il soprannome provvisorio di faina.
Quello definitivo l’ebbe a Firenze, dove approdò l’anno dopo, allorché Befani si trovò a dover cercare il successore di Julinho. Uccellino che vola, affibbiatogli per la sua leggerenza e agilità da Beppe Pegolotti, leggendario giornalista della Nazione. Nei nove anni successivi, Kurt ebbe la sua consacrazione, segnando 151 gol (record viola fino al 14 maggio 2000, allorché fu superato da Batistuta) con una media partita pari a 0,48, lui che di partite in serie A ne giocò alla fine 400.
Non vinse mai la classifica cannonieri in Italia, ma è stata l’ala destra viola più prolifica di tutti i tempi. Suo è il record di gol segnati in trasferta, cinque, in quel 7-1 in casa dell’Atalanta che è a tutt’oggi la vittoria più rotonda di sempre della Fiorentina fuori casa.
Nella sua epoca, la Fiorentina dei campioni di Befani e Bernardini prima, e di Longinotti e Baglini e della linea verde poi non scese mai al di sotto del settimo posto in campionato, e vinse la prima edizione della Coppa delle Coppe.
Quando nel 1967, la Fiorentina lo cedette al Milan promuovendo in prima squadra il giovane Primavera Luciano Chiarugi, sembrò un buon affare. Uccellino aveva 33 anni, Luciano ne aveva 20. Il destino in realtà si divertì alla grande. Prima toccò ad Hamrin, vecchia gloria nella squadra rossonera delle vecchie glorie Trapattoni e Maldini (più il giovane Rivera) a vincere lo scudetto. Poi, l’anno dopo, 1969, toccò alla Fiorentina di Chiarugi a trionfare, mentre lo svedese risultava decisivo per la vittoria milanista in Coppa dei Campioni.
Dopo aver appeso le scarpe al chiodo ed aver tentato brevemente la carriera di allenatore a Vercelli, Hamrin tornò in patria e avviò un’attività imprenditoriale, lui che da ragazzo era stato operaio. Fino al 2005 la sua ditta di import-export di ceramica tra l’Italia e la Svezia ha retto, poi, come tanti, ha dovuto cedere alla concorrenza cinese.
Negli ultimi anni si è stabilito a Coverciano, dove ha svolto attività di talent scout (per il Milan, la Fiorentina dei Della Valle non ha trovato posto per lui, come per altre bandiere) e ha insegnato calcio nella Settignanese. L’Uccellino, come tanti altri, alla fine ha fatto l’ultimo nido a Firenze.

domenica 19 giugno 2016

Il futuro dice Messi. Il cuore dice Batistuta.

Leo Messi come Batigol. Con la vittoria sul Venezuela nei quarti di finale della Copa America del Centenario che si disputa negli Stati Uniti, l’Argentina si candida alla vittoria finale, mentre celebra la Pulce che raggiunge Omar Gabriel Batistuta in vetta alla classifica dei marcatori di sempre della nazionale biancoceleste.
54 reti. Batigol le ha segnate in 77 partite, tra il 1991 ed il 2002. La Pulce ci ha messo un po’ di più, 111 partite. La media gol del Re leone è dunque inarrivabile. Gli anni invece, per ora, sono gli stessi, 11 dall’esordio, ma Lionel ha la possibilità di allungare la serie e diventare il recordman assoluto.
Sono felice di aver eguagliato il record di gol di Batistuta e di aver raggiunto la semifinale”, ha commentato Messi, che sembra finalmente destinato ad essere profeta in patria e a vincere “qualcosa” con la maglia della sua nazionale. Dopo un decennio di trionfi in blaugrana, lo score in biancoceleste della Pulce finora era desolante, con il punto più basso raggiunto nell’anonima finale dei mondiali 2014 giocata e persa in Brasile contro la Germania. Tanto da far dire a un commentatore d’eccezione come Diego Armando Maradona che Leo aveva la classe ma non il carisma, la personalità adatta.
Ne aveva tanta, da vendere, di personalità Omar Gabriel, che ai suoi tempi fece innamorare una nazione, l’Argentina, ed una città, Firenze.Passare questo record un po’ mi ha fatto male”, ha commentato il Re Leone, fino ad ora l’unico che ha eguagliato Diego Maradona nel sentimento del suo popolo. Gli farà male forse cederlo del tutto, quel record, al prossimo gol biancoceleste di Messi. Si consolerà probabilmente con una nuova vittoria dell’Argentina, che non trionfa in Copa America dal 1993.
Quell’anno si giocava in Ecuador. Nella finale contro il Messico gli argentini vinsero 2-1. Le due reti furono…. indovinate di chi? Ma di Batigol, che domande. Da allora, l’Uomo di Reconquista non aveva più avuto intorno un’Argentina alla sua altezza. Aveva avuto in compenso una Fiorentina abbastanza forte da consentirgli di battere il record viola dei marcatori di sempre, 151 reti contro le 150 di Kurt Hamrin, e questo è un record che gli resterà per un bel po’ di tempo.
Due anni prima, in Cile, il ragazzo che giocava nel Boca Juniors era esploso come capocannoniere della Copa che quell’anno si giocava in Cile, e che vide l’Argentina trionfare in finale nientemeno che contro l’avversario di sempre, il Brasile: 3-2, con gol decisivo….. indovinate di chi? Ad osservarlo c’erano gli emissari della Fiorentina di Mario & Vittorio Cecchi Gori, volati laggiù per Diego Latorre e fulminati dal talento emergente del Rombo di Tuono argentino. Cosa successe dopo la finale, lo sanno tutti.

C’è da immaginare che a Firenze, come in buona parte del Sudamerica, nessuno tiferà per i biancocelesti, e per un nuovo gol dell’Uomo di Rosario, Leo Messi, che proietti l’Argentina ad un nuovo successo, 23 anni dopo l’ultimo firmato Batigol.

giovedì 16 giugno 2016

A proposito di Silvia




Leggo l’ultima intervista di Silvia Berti a Firenzeviola.  Il primo impulso è quello di sempre: non commentare. Conosco Silvia da qualcosa come trentasei anni. Mi son sempre trovato in difficoltà a scrivere di lei, per motivi di obbiettività. Avevo due amici di infanzia nell’A.C.F. Fiorentina, una era lei, l’altro era Sandro Mencucci. Quando si tratta di loro, ho sempre preferito non parlare. E’ difficile essere obbiettivi con qualcuno con cui siamo stati ragazzini insieme.
Stavolta faccio una eccezione. Ho visto che i commenti - peraltro scarsi, e mi dispiace perché gli argomenti sollevati da Silvia sono a mio modesto parere più interessanti e utili per il futuro che verrà di tanti giochini e calembour con cui ci si trastulla in questo periodo di inizio estate e di fermo-campionato – sono improntati o a disinformazione o a disinteresse.
La storia di Silvia alla Fiorentina è, fino al 2009, la storia della Fiorentina. La storia del suo licenziamento è la storia di come la Fiorentina ha perso, stravolto se stessa. Lo dico senza paura di risultare non obbiettivo. Sapendo come sono andate realmente le cose, e non potendone parlare per ovvi motivi di riservatezza, mi permetto di dire che Silvia è stata fin troppo oggettiva, fin troppo onesta nel parlare della sua vecchia società e dei suoi ex datori di lavoro. Fin troppo signora.
Di aneddoti ne conosco tanti, anche più significativi di quel “Non possiamo atterrare a Pisa?” proferito da quel Mario Cognigni il cui avvento, deciso da una proprietà sempre più distratta, biliosa, rancorosa (loro, sì) e economicamente interessata, ha voluto dire – in parallelo con la brusca o progressiva dismissione di personaggi come Giovanni Galli, Silvia Berti, Cesare Prandelli, Sandro Mencucci – la fine di quella Fiorentina che aveva in progetto davvero di vincere, a Firenze, per Firenze e con i fiorentini. Per ridursi a vivacchiare, a gestire partite di giro, a realizzare plusvalenze.
Non sono gli aneddoti che parlano per Silvia da un lato e per chi l’ha licenziata dall’altro. Sono i risultati. Fino al 2009 la Fiorentina aveva un capitale di simpatia immenso in termini di immagine (malgrado nel frattempo avesse vissuto i giorni di Calciopoli). Dopo il 2009, quel capitale è stato sperperato in maniera sistematica, con la nonchalance di chi eredita una cantina da un parente estinto e sostanzialmente dei cimeli che vi trova non gliene frega nulla. Non vede l’ora di buttare via tutto, per metterci le proprie, di cianfrusaglie. E pazienza se lì dentro ci sono i ricordi di una vita intera. Una vita che meritava eredi migliori.
Diego e Andrea Della Valle forse riusciranno a rimanere in classifica di Forbes fino alla fine dei loro giorni. Ma non entreranno mai nella storia né di Firenze né della Fiorentina. E resteranno nella memoria di questa comunità come due persone che sono passate in riva d’Arno, sotto quei monumenti che tutto il mondo ammira, e non hanno alzato la testa nemmeno mezza volta a guardarli. Forse non sanno nemmeno che esistono, dopo quattordici anni.
Silvia Berti nella storia della Fiorentina c’é. Ci entrò nell’estate del 2006, quando a Folgaria ad accogliere i giocatori stravolti dalla notizia della retrocessione in B per Calciopoli c’erano solo lei e Cesare Prandelli. Lo Stato maggiore, come dopo l’8 settembre, era scappato. Non a Brindisi ma a Casette d’Ete. Loro due erano lì. Il campionato della rimonta da -15 nacque lì, da quella donna e quell’uomo.
Ci entrò, nella storia, anche rispondendo male a Cognigni a proposito dell’atterraggio a Pisa. “E’ la nostra gente”. Parole che vorremmo tutti mettere in bocca ai nostri eroi. Non le ha dette Antognoni, non le ha dette Rui Costa, non le ha dette Batistuta. Le ha dette Silvia Berti. Quel giorno, con quelle parole, so per certo che Silvia firmò la sua condanna a morte, come addetta stampa della A.C.F. Fiorentina. Al pari dei nomi che ho elencato sopra, nessuno metterà mai la sua foto nella sede della Fiorentina, almeno finché restano gli attuali proprietari, al posto dei prodi Ariatti e Blasi.
Le foto giuste, ognuno di noi ce le ha stampate nella memoria. Quella allo stadio di Silvia abbracciata a Cesare dopo il ritorno da Torino e la qualificazione alla Champion’s con la rovesciata di Osvaldo non ce la toglie nessuno. E’ appesa nei nostri cuori.

domenica 12 giugno 2016

Il crepuscolo degli Dei

Giuliano Sarti lotta contro la commozione, mentre ricorda Giuseppe Virgili, un altro che se n’è andato dei suoi amici e compagni di quello spogliatoio fantastico che nel 1956 diventò davvero vanto e gloria di Firenze, e meraviglia del resto del mondo.
Siamo rimasti in pochi, è un’angoscia profonda quando qualcuno se ne va”. Pochissimi, Giuliano. La legge inesorabile della vita non risparmia nemmeno gli eroi dello sport. Sono passati sessant’anni da quello scudetto favoloso conquistato con trentatre partite utili consecutive (e peccato per quella trentaquattresima….) e dodici punti di vantaggio sulla seconda, un Milan che non era affatto male. Cinquantanove dalla finale di Madrid dove la Fiorentina contese ad un grande Real la seconda edizione della Coppa dei Campioni.
All’appello rispondono in pochissimi. Giuliano Sarti di Castello d’Argile, classe 1933, è uno di questi. Farà 83 anni il 2 ottobre. A festeggiarlo, ci si augura, ci sarà ancora Ardico Magnini, il terzino di Pistoia, 88 anni sempre ad ottobre, il 21.
Sergio Cervato, l’altro terzino, non c’è più. Nato a Carmignano di Brenta il 22 marzo 1929, si è spento a Firenze il 9 ottobre 2005, dopo che una lunga malattia l’aveva costretto ad interrompere la sua carriera di allenatore, che aveva compreso anche le giovanili viola.
Anche Beppe Chiappella era stato allenatore dopo essere stato il capitano di quella Fiorentina che si era cucita il primo scudetto. A San Donato Milanese era nato il 28 settembre 1924, a Milano si era spento il 26 dicembre 2009. Firenze aveva fatto in tempo a tributargli nuova gratitudine dopo che nel 1978, annus horribilis, aveva salvato la squadra da una retrocessione quasi sicura, subentrando in panchina a Carletto Mazzone.
Lo stopper Francesco Rosetta invece era di Biandrate, nel novarese, dove era nato il 9 ottobre 1922. Nel novarese era tornato a vivere e a morire, l’8 dicembre 2006. Alla Fiorentina si era alternato con Chiappella a indossare la fascia di capitano. Nel 1957 Enrico Befani gli aveva addirittura conferito una medaglia per i servigi resi alla società ed alla squadra.
Armando Segato era di Vicenza, dove era nato il 30 maggio 1930. Nato ala sinistra, Bernardini lo aveva inventato come mediano. Dopo l’addio al calcio agonistico era diventato allenatore. La sua carriera era stata stroncata dal solito male incurabile che se lo era portato via il 19 febbraio 1973, qui a Firenze dove viveva.
Miguel Angel Montuori veniva da Rosario, in Argentina. Scoperto da padre Volpi, un religioso talent scout di calciatori a tempo perso che lo segnalò a Befani, fu uno dei fenomeni della Fiorentina del primo scudetto e dei quattro secondi post successivi, con 72 reti complessive. La sua carriera si era chiusa anzitempo per un infortunio ad un occhio in amichevole. Senza fortuna come allenatore né in Italia né in Cile, era tornato a stabilirsi a Firenze nel 1988. Allenava i giovani dell’Isolotto, finché il male non si era portato via anche lui, 4 giugno 1998.
Julio Botelho detto Julinho era nato a San Paolo del Brasile il 29 luglio 1929, ed a San Paolo era morto l’11 gennaio 2003. In una stanza di cui, si venne a sapere, aveva fatto dipingere i muri di viola. Nella sua bara secondo la sua espressa volontà fu deposto il labaro della Fiorentina. Fu il più grande giocatore brasiliano della generazione prima di Pelé, uno dei più grandi in assoluto del suo tempo. Vittima della saudade carioca quando era a Firenze, vittima di quella fiorentina una volta ritornato in patria.
Giuseppe Virgili era di Udine, dove era nato il 24 luglio 1935. Si è spento all’Ospedale Maggiore di Careggi due giorni fa. Era stato soprannominato Pecos Bill da Gianni Brera, in omaggio ai giornaletti western che come tutti i ragazzi della sua generazione aveva divorato. Anche i portieri avversari aveva divorato. 21 delle 59 reti con cui la Fiorentina conquistò lo scudetto nel 1956 erano sue.
Maurilio Prini veniva dalle Sieci, che il 17 agosto del 1932, giorno in cui era nato, erano già una frazione del Comune di Pontassieve. Prini era centrocampista offensivo, con il vizio del gol. Sua la rete, tra le altre, che eliminò la Stella Rossa di Belgrado in semifinale di Coppa Campioni 1957, e che spedì i viola al Santiago Bernabeu a giocarsi la finale con il Real. E’ morto a Firenze il 22 aprile 2009.
Guido Gratton era di Monfalcone, dove aveva visto la luce il 23 settembre 1932. Quella luce che si era spenta prematuramente a Bagno a Ripoli il 26 novembre 1966, quando i rapinatori introdottisi in casa sua per sottrargli l’incasso del circolo tennistico che dirigeva avevano fatto fuoco, stroncandogli la vita. Per una volta ancora dai tempi gloriosi del Rinascimento e del Risorgimento, la Basilica di Santa Croce era stata giustamente concessa alla celebrazione delle sue esequie.
Claudio Bizzarri, attaccante di riserva di quella leggendaria Fiorentina, c’è ancora. E’ nato a Porto Civitanova il 21 dicembre 1933 ed ha la stessa età di Sarti. C’è ancora anche Giampiero Bartoli, difensore nato a San Giovanni valdarno il 1° aprile 1934, così come Sergio Carpanesi, centrocampista di La Spezia nato il 22 marzo 1936. E’ ancora tra noi anche Alberto Orzan, centrocampista di San Lorenzo di Mossa, nato il 24 luglio 1931.
Non c’è più il portiere di riserva Riccardo Toros, nato e morto a San Lorenzo Isontino (1 dicembre 1930 – 27 giugno 2001). Né Bruno Mazza, centrocampista nato a Crema il 3 giugno 1924 e morto a Milano il 25 luglio 2012. Né Aldo Scaramucci, mediano di Montevarchi, dove era nato il 24 febbraio 1933 ed é morto il 10 gennaio 2014.
Fulvio Bernardini, fuoriclasse del nostro calcio sia come giocatore (talmente forte che Pozzo non lo convocò ai vittoriosi mondiali del 1934 per non sconvolgere gli equilibri di squadra) sia come allenatore (la cui carriera decollò proprio con il sorprendente scudetto viola), era di Roma. Nato il 28 dicembre 1905 e scomparso il 13 gennaio 1984, dopo aver rifondato anche la Nazionale italiana, avviandola verso il titolo mondiale conquistato con Bearzot in panchina.
Il Corriere dello Sport del 7 maggio 1956
Enrico Befani, presidente senza bacini di utenza ma con una grande, sconfinata voglia di vincere e passare alla storia di Firenze oltre che a quella della natìa Prato, era del 1910. Scomparve nel 1968, pochi mesi prima che il suo successore Nello Baglini regalasse a lui e a tutti i tifosi la gioia del secondo scudetto.

Questa è la storia. Gli eroi son tutti giovani e belli. E come tutti gli altri, invecchiano e ci abbandonano, lasciandoci con il cuore gonfio di tristezza. Come se fossimo stati con loro, in quei giorni di gloria, in quello spogliatoio dove – come dice Giuliano Sarti – entravano soltanto amici. E uomini veri.

dedicato a mio padre

martedì 17 maggio 2016

Il Giorno del Ringraziamento

L’addio di Vincenzo Guerini alla Fiorentina apre una nuova – o forse antica – querelle sul funzionamento della A.C.F., e più in generale sulla gestione della relativa proprietà da parte dei Della Valle.
Guerini, ricordiamo, ricopriva dal luglio 2011 l’incarico di club manager della società di Viale Manfredo Fanti. Una figura societaria molto diffusa per esempio in Inghilterra ma abbastanza desueta nel nostro panorama calcistico. Alla quale gli stessi Della Valle erano peraltro ricorsi in un periodo particolarmente travagliato, in cui erano venuti al pettine diversi nodi anche dal punto di vista dell’organico societario e della distribuzione di compiti e responsabilità.
L’ex promessa del calcio fiorentino (la sua carriera di giocatore fu stroncata a 22 anni da un incidente automobilistico quando il suo futuro si era già tinto di viola e di azzurro) riciclatosi allenatore prima e manager poi ha detto esplicitamente che la sua decisione è nata dai contrasti vissuti nel corso della stagione con l’attuale allenatore viola Paulo Sousa. “Mi ha umiliato”, ha dichiarato senza mezzi termini, lamentando di essere stato completamente ignorato dal tecnico quando nessuno ai vertici societari gli aveva fino ad oggi revocato fiducia ed attribuzione di competenze.
In attesa di capire, magari dalle parole dello stesso Sousa (non particolarmente espressivo in questo periodo, come testimonia la stessa assenza di reazione al trionfo della propria squadra all’Olimpico nell’ultima di campionato) che cosa sia successo esattamente tra due figure chiave della società viola, vale la pena forse di avviare una riflessione sul funzionamento della stessa, in generale e nei momenti di crisi (non pochi) vissuti. Una riflessione che parte da lontano.
Guerini era stato chiamato ad un ruolo che per la verità il popolo viola avrebbe voluto veder attribuito a colui che ha rubato il cuore di questa città, Giancarlo Antognoni (che già l’aveva ricoperto tra l’altro egregiamente ai tempi della gestione Cecchi Gori) proprio per ovviare all’assenza – pesantemente avvertita – di una figura di riferimento tra la stanza dei bottoni ed il mondo del tifo e degli addetti ai lavori.
La sua vicenda è emblematica, a nostro giudizio, della mancanza di idee chiare da parte dell’attuale gestione viola in più o meno tutti i settori della vita di una società sportiva a livello professionistico di vertice, eccezion fatta per l’aspetto contabile, di bilancio, nel quale gli uomini di Della Valle hanno sempre dimostrato di eccellere.
I compiti di Guerini non sono mai stati chiarissimi, ed è indubbio che il manager si sia trovato a volte anche in difficoltà nell’esercitarli, a causa della coabitazione o sovrammissione con altre figure societarie (Cognigni, Corvino, Rogg, Prade’). Va tuttavia riconosciuto a Vincenzo di averci sempre messo la faccia, nel bene e nel male. Così fu quando Delio Rossi costrinse la società ad esonerarlo con i suoi schiaffi in mondovisione ad Adem Llajic. In panchina per le ultime due delicatissime gare di una Fiorentina in lotta per non retrocedere ci andò lui, senza battere ciglio e senza pretendere meriti dopo, come Cincinnato. Così è stato in seguito, si trattasse di presentare giocatori più o meno conosciuti o spiegare al pubblico posizioni societarie controverse.
Comunque siano andate le cose, più che aprirsi una falla nell’assetto societario si ripropone il consueto status quo pressappochistico (almeno nel settore tecnico e della comunicazione) che affligge la Fiorentina dai tempi in cui furono esonerati Gino Salica e Giovanni Galli. Il primo episodio di mancata gratitudine applicata al calcio inteso come business risale proprio al 2004-05, quando la Fiorentina dette il benservito ai due manager del miracolo della rinascita (e già che c’era accompagnò loro personaggi entrati nel cuore della città come Riganò e Mondonico) per affidarsi ad un nuovo che in parte avanzò assai poco (Enrico Lucchesi) e dall’altro dura ancora, anzi con poteri sempre più di vita o di morte (Mario Cognigni).
La breve stagione di Lucchesi fu propedeutica alla lunga stagione di Pantaleo Corvino. Il matrimonio con il diesse pugliese (accreditato come possibile cavallo di ritorno in questi giorni) entrò in crisi guarda caso al settimo anno, quando una famiglia Della valle stretta in un angolo dalla improvvida fine del progetto Prandelli e dai cinque schiaffoni presi dalla Juventus (prima dei due presi da Llajic da Rossi) ebbe bisogno di dare un segnale alla tifoseria avviando una ristrutturazione che sapeva tanto di scelta del capro espiatorio. Corvino fu esautorato tra l’altro nel momento peggiore della sua vita personale. Se ne fece senz’altro una ragione, ma l’immagine della Fiorentina ne uscì ancora più a pezzi.
Immagine che dal 2009 non curava più nessuno. L’esonero brusco di Silvia Berti da addetta stampa fu un fulmine a ciel sereno nell’immediato, e rimane uno dei misteri del ventunesimo secolo viola. Fatto sta che dopo quattro anni in cui la public relation woman elbana era riuscita a rendere simpatica una società che altrimenti non è mai riuscita ad esserlo (e comunicativo un patron che ogni volta che parla in televisione fa venir voglia di cambiare canale) la Fiorentina si trovò – causa del suo stesso mal - a dover coprire la madre di tutte le falle.
Dopo due anni, ecco Gianfranco Teotino, tentativo di imitazione del Pier Cesare Baretti pontelliano. Tentativo riuscito male, il tizio arriva, offende subito Antognoni (non male per un addetto alla comunicazione a Firenze) resiste un anno alla meno peggio e poi se ne va. Nel frattempo Mihajlovic e Rossi hanno preso tutte le colpe di una gestione tecnica scellerata. Arrivano Prade’ e Macia, mentre in panchina va un nuovo progetto, Vincenzo Montella.
Eduardo Macia se ne va dopo un paio d’anni passati a segnalare giocatori che puntualmente compra qualcun altro. Daniele Prade’ gli sopravvive (senza contratto) in attesa di sapere chi gli farà le scarpe nel corso della prossima estate. Montella se n’è andato l’estate scorsa, tutti sanno come e perché. Il suo successore, Paulo Sousa, si viene a sapere che ha vissuto un’invernata da separato in casa (con la squadra peraltro in testa alla classifica), a febbraio si era dimesso (dimissioni respinte), da settembre non parlava nemmeno con il suo club manager. E chissà con chi altro.
Alla lista si aggiunge dunque Vincenzo Guerini. Per oggi la chiudiamo qui, anche per non deprimere troppo il lettore, al quale lasciamo ogni commento. E' un dato di fatto che da Viale Manfredo fanti nessuno se ne va senza sbattere la porta, più o meno. Se questa è una società di calcio…..

lunedì 9 maggio 2016

Onor di capitano

Bandiera vecchia onor di capitano, dice il proverbio popolare. Che risale evidentemente ad un’epoca in cui esistevano ancora le bandiere, e chi le portava con onore.
Manuel Pasqual è stato il capitano della Fiorentina, una bandiera, anzi, un labaro, vecchio di novant’anni, dal 2012 a ieri sera. La sera in cui aveva appena saputo che la sua squadra non aveva più bisogno di lui. Esodato senza preavviso, unica consolazione la passerella finale, gli applausi del pubblico, il trionfo decretatogli da quelli che da stamani sono i suoi ex compagni. Già, perché impegnandosi come se quella con il Palermo fosse una partita vera, come tutte le altre 356 che ha giocato in maglia viola, ha finito per prendersi un giallo che vale una squalifica per l’ultima di campionato. La sua storia in viola finisce qui.
Manuel lotta per un intero pomeriggio contro la commozione. Alla fine, con il microfono di Sky sotto il viso, non ce la fa più. E’ un cazzotto allo stomaco di Firenze vederlo piangere così. Non sarà stato Robotti, non sarà stato Magnini e nemmeno Rogora, ma è stato il sesto giocatore per numero di presenze della storia di questa squadra da quando esiste, a pari merito con uno che si chiama Giancarlo de Sisti. Qualcosa vorrà pur dire. Quando il mister ha chiamato, dal 2005 ad oggi, il soldato Manuel ha sempre risposto: presente.
Vederlo così, sapere che buona parte di quelle lacrime sono dovute alla mancanza di rispetto pressoché totale riservatagli da una società dove lo spessore umano dei suoi proprietari e dirigenti è pari a quello tecnico, fa ancora più male. Né attenua il colpo – a Manuel come ai suoi tifosi – sapere che è in buona compagnia, che allunga una lista nella quale compaiono nomi eccellenti come Gino Salica, Giovanni Galli, Angelo Di Livio, Fabio Liverani, Silvia Berti.
Il ragazzo di San Donà di Piave ha giocato e vissuto per anni a Firenze senza uscire mai da quelle righe che delimitano il carattere suo e di tanti altri ragazzi e campioni provenienti dalla sua terra. Mai una parola fuori posto, mai una spostatura, sempre pronto e mai polemico, neanche quando ne avrebbe avuto ben donde. Perché l’ultimo schiaffo in faccia a Manuel Pasqual non è stato il primo.
Preso dall’Arezzo come una delle migliori giovani promesse del calcio italiano dal Mago di Vernole, quel Corvino che nella primavera-estate del 2005 non sbagliava un colpo, Manuel ripagò tutti con buona parte degli assist che permisero a Luca Toni (bella questa coincidenza, se ne vanno praticamente insieme) di vincere la Scarpa d’Oro nel 2006 con31 gol. Manuel faceva cose che non si vedevano più dai tempi di Cafù, arrivava sul fondo e crossava. Per un centravanti come Lucagol, bastava seguirlo nelle sue discese, con fiducia.
Partita la Scarpa d’Oro, dei suoi cross sembrò non farsene più nulla nessuno. Lentamente il suo apporto fu svalutato, la Fiorentina aveva preso a giocare per altre linee, né Bobo VieriGilardino sembravano aver più bisogno dei suoi traversoni. Nel 2009, l’anno in cui tanti equilibri saltarono in casa viola, un Prandelli forse non più lucidissimo lo escluse dalla lista UEFA in prospettiva Champion’s League, incaponendosi a considerare miglior terzino al suo posto quel Juan Manuel Vargas che invece era una splendida ala. E che insieme a lui sulla fascia sinistra avrebbe fatto sfracelli, in sovrapposizione.
Ridotto quasi ai margini della squadra, in odore di cessione un giorno sì e quell’altro pure, Manuel – come un provetto lagunare, un soldatino della sua terra – inghiottì tutto, continuò ad allenarsi ed aspettò. Certo che un giorno la Fiorentina avrebbe avuto ancora bisogno delle sue corse, dei suoi cross, delle sue punizioni. Della sua leadership in campo, ora che il tempo bene o male trascorso aveva fatto di lui il più anziano della squadra.
Nel 2012, la fascia di capitano coincise con la sua rinascita viola. Vincenzo Montella sperimentava un tiki taka nostrano, ma essendosi ritrovato a disposizione un Luca Toni release 2.0 non buttava via nulla. Il vecchio Pasqual su quella corsia sinistra faceva un gran comodo. E segnava gol pesantissimi, come quello al PAOK che valse il passaggio di turno in Europa League nel 2014, e la finale di Coppa Italia ai danni dell’Udinese sempre lo stesso anno.
Ma un nuovo equivoco era in agguato, oltre al tempo che passa inesorabile. Marcos Alonso era un talento emergente, e forse un giorno qualcuno capirà che al pari di Vargas non di terzino trattasi ma di ala. Nel frattempo però la sua classe e la sua gioventù sono state sufficienti a relegare di nuovo Manuel Pasqual alla panchina, e questa volta per restarci.
Si sospettava che questa fosse la sua ultima stagione. Succede a tutti i campioni, prima o poi. Successe al Milan, per esempio, ad un certo Mauro Tassotti, e la società lo chiamò per tempo ringraziandolo di tutto e offrendogli un posto nello staff tecnico dirigenziale. Gratitudine, indubbiamente, il che non guasta mai nella vita. Ma soprattutto intelligenza, investimento in una risorsa che la società stessa si è allevata in seno, coltivata nel tempo.
C’è solo un capitano, cantava ieri la Curva. Qualcuno si è risentito. Quel coro è riservato a Firenze ad una sola persona, che aveva sulla maglia il numero 10. Tutto il resto è bestemmia, dicono. Forse sì, ma ieri quel coro non stonava. In una cosa sono assolutamente simili il numero uno ed il numero sei della graduatoria delle presenze di sempre in viola: quel viola di loro adesso non sa che farsene. Non più.
La fascia di capitano adesso è in terra. Qualcuno prima o poi la raccoglierà, dimostrandosene degno. Ma adesso giace sul prato del Franchi, dopo che se l’è tolta l’ultimo che l’ha portata con onore.
Si, il ragazzo di Venezia può dirlo con ragione. Firenze è e resterà la sua città. Se l’è meritato.

giovedì 5 maggio 2016

Una Scarpa d'Oro appesa al chiodo

«Dopo un po’ di riflessioni e tanti anni di calcio ho pensato che domenica sarà la mia ultima partita da giocatore professionista».
Luca Toni appende la Scarpa d’Oro al chiodo. Il momento degli addii è arrivato, ed è un momento triste per tutti. Un po’ meno forse per i fiorentini che a vederlo andar via ci hanno fatto l’abitudine, avendolo salutato con i fazzoletti in mano già due volte.
La prima volta ci fu gran tristezza, la seconda meno. La prima volta salutò una squadra trionfante facendo stendere un velo di malinconia sulla gioia per l’impresa della rimonta dei quindici punti di penalizzazione post-Calciopoli. La Fiorentina batté 5-1 la Sampdoria, ma nessuno gioì più di tanto, tutti avevano il magone per aver visto per l’ultima volta Luca Toni in viola. Il giorno dopo sarebbe partito alla volta di Monaco di Baviera.
La seconda volta una Fiorentina che non aveva niente da invidiare a quella di sei anni prima festeggiava la fine di un gran campionato, il primo di Montella. C’era la consapevolezza che lo avremmo visto l’anno prossimo indossare un’altra maglia, si, ma tuttavia l’impresa realizzata da Luca Toni con i suoi 8 gol fiorentini a sei anni di distanza dai primi 49  era già un qualcosa oltre cui non si può andare. E che lasciava spazio soltanto a sentimenti positivi.
La carriera di Luca che sta per concludersi era cominciata in ritardo, ma alla fine esplosa come poche altre. Una carriera di cui la parte trascorsa in viola rappresenta tra l’altro uno dei segmenti più importanti, se non il più importante.
Lucagol era arrivato in serie A a 23 anni suonati, con un Vicenza tutt’altro che memorabile in cui segnò 9 gol non sufficienti ad evitargli la retrocessione. Niente di eclatante, ma quanto bastava per farsi notare da Carletto Mazzone, l’allenatore del Brescia dei miracoli che aveva già scommesso (vincendo) sul rilancio di Roberto Baggio e sul lancio definitivo di Andrea Pirlo. Buona la prima stagione (13 gol), male la seconda a causa di un brutto infortunio. Ma ormai il bomber di Pavullo nel Frignano si era fatto notare da un’altra società che in quel momento era a caccia di talenti inesplosi, il Palermo di Zamparini.
Il primo anno in B con i siciliani segnò 30 gol, e contribuì in modo determinante alla loro promozione in A, dove l’anno dopo si ripeté segnandone 20 e portando il Palermo al sesto posto finale ed alla qualificazione alla Europa League. Un realizzatore così prolifico non poteva passare inosservato agli occhi di Marcello Lippi, allora selezionatore per la Nazionale azzurra che si apprestava ad andare a lottare in Germania per il titolo mondiale. Per Luca, nel 2005, arrivarono insieme la maglia azzurra e quella viola. Il nuovo direttore sportivo della Fiorentina Pantaleo Corvino quell’estate allestì la squadra del rilancio dopo l’anno dei cattivi pensieri di Zoff, e mise in mano all’allenatore emergente Cesare Prandelli una formazione in cui brillavano diverse stelle in cerca di riscatto o di affermazione, e per la quale Toni fu la ciliegina sulla torta e la punta di diamante.
Per le prime 11 domeniche sembrò addirittura che Lucagol potesse battere il record di Batigol, che dieci anni prima aveva segnato consecutivamente per 13 domeniche superando a sua volta il precedente record di Pascutti con il Bologna dello scudetto. Luca si fermò a 11, per l’appunto, ma tolse a Gabriel un altro record, quello dei gol segnati in una stagione: 31. Anche qui ad un passo dal record assoluto, quello di Antonio Valentin Angelillo che con la maglia dell’Inter nel 1959 segnò 33 reti (in un campionato a 18 squadre). Ma la Scarpa d’Oro, il trofeo destinato al più prolifico realizzatore di reti in tutti i campionati iscritti all’UEFA, era sua senza discussioni, per la prima volta nella storia del calcio e dei calciatori italiani.
Il 14 maggio 2006 al Bentegodi di Verona doveva essere un giorno di festa, per lui e per la sua Fiorentina che con 74 punti aveva raggiunto il 4° posto e la qualificazione ai preliminari di Champion’s League. Ce lo ricordiamo tutti sorridente con la parrucca viola in testa. Ci ricordiamo anche come si spense il sorriso sul volto a lui ed ai suoi compagni, allorché si diffuse (con i giocatori ancora in campo ed il pubblico sulle tribune a festeggiare) la notizia del coinvolgimento della Fiorentina in Calciopoli e della probabile penalizzazione, se non addirittura retrocessione in B.
Fu l’estate del patto di ferro a Folgaria tra Prandelli e i suoi ragazzi, che si impegnarono a rimontare i 15 punti di penalità inflitti alla fine alla società viola da una Giustizia Sportiva simile alla Macelleria Messicana. Fu l’estate in cui l’Italia, che schierava Luca Toni centravanti titolare, vinse il titolo mondiale, riportando la folla festante nelle piazze ed anche un clima meno giustizialista in Federazione (in prima istanza la Fiorentina era stata condannata alla serie B, poi a 19 punti di penalità, infine se la cavò con 15). Fu l’estate del patto tra Diego Della Valle ed il bomber emiliano: salvami la Fiorentina e l’anno prossimo ti lascio andare dove vuoi. Luca accettò, e nonostante una tarsalgia simile a quella che aveva colpito Giancarlo Antognoni nel 1978 lo tormentasse per tutta la stagione, fece il suo dovere contribuendo con 15 gol alla salvezza viola e addirittura al 5° posto finale (3° sul campo). Gli altri 15 li segnò il fenomeno, Adrian Mutu, che Corvino aveva prelevato dal crack Juventus e portato a Firenze a fare coppia con la Scarpa d’Oro. Una coppia da sogno, che purtroppo ballò un solo inverno.
Nel maggio 2007, i tifosi della Fiorentina dovettero strapparsi il cuore una volta di più, come era successo con Baggio, Batistuta, Rui Costa. Almeno, la consolazione fu di non vedere Luca andare ad indossare la maglia di una concorrente italiana. Lo volle il Bayern Monaco, che versando 11 milioni di euro nelle casse viola, portò il campione del mondo Toni a far coppia con il vice-campione Ribery. Una coppia niente male, che nella stagione 2007-08 portò i bavaresi alla doppietta, Bundesliga e Coppa di Germania.
Omar Hitzfeld, allenatore del Bayern, coniò per Luca la definizione di animale da gol che non vuole riposarsi mai. Con 24 reti Lucagol divenne il terzo giocatore italiano di sempre a vincere la classifica dei cannonieri all’estero, dopo Marco Negri con i Glasgow Rangers e Christian Vieri con l’Atletico Madrid. Gli fu dedicata anche una canzone, Numero Uno, di Mathias Matze Knop, non certo un successo paragonabile a quello di Luca.
Nel 2009 un nuovo serio infortunio ne limitò le prestazioni. Il Bayern, che nel frattempo aveva preso l’olandese Robben, non era e non è una società in cui la gratitudine abbondi più che in altre, e Lucagol (che aveva allora la non verde età di 32 anni) venne offerto in prestito gratuito alla Roma. Nella squadra bavarese che rubò la qualificazione ai quarti di Champion’s League alla Fiorentina grazie all’ineffabile arbitro norvegese Ovrebo, Luca non c’era più, e meno male. Nel frattempo, si era fatto male di nuovo in maglia giallorossa, nuovo stop di oltre due mesi. A fine giugno rientrò dal prestito in Germania, ma a quel punto non gli restava che risolvere consensualmente il contratto con il Bayern.
Seguirono gli anni del crepuscolo, prima al Genoa, poi alla Juventus (che non era ancora quella super di Antonio Conte), e poi all’Al Nasr, squadra di Dubai. Stagioni opache, in cui sembrò raccogliere gli ultimi spiccioli e segnò pochi, pochissimi gol. Nuova rescissione di contratto, riecco Luca in Italia nell’estate del 2012 in cerca di una sistemazione in cui trascorrere - forse - l’ultimo inverno da calciatore.
Sembrava che tale destinazione potesse essere Siena, l’ultimo giorno di calciomercato pareva proprio che le parti si sarebbero messe d’accordo per l'approdo di Luca alla Robur. Ma nel frattempo a Firenze era scoppiato lo psico-dramma successivo alla beffa di Berbatov. La bella Fiorentina di Pradè e Macia era senza centravanti. Serviva un nome per calmare la piazza, agguantare l’ex Lucagol sembrava un’ottima idea. A mezz’ora dalla fine del mercato, la Fiorentina annunciò quindi di essersi ri-assicurata le prestazioni del calciatore Luca Toni.
Cinque anni dopo, nessuno in riva all’Arno aveva scordato i suoi 49 gol in due anni e la mano che corre all’orecchio, un gesto entrato nella leggenda (e nel cuore dei tifosi) al pari della mitraglia di Batigol. Cinque anni dopo, a vedere il primo allenamento di Luca di nuovo con la maglia viola c’era talmente tanta gente che la maggior parte delle altre squadre se la sognerebbero anche per una partita di campionato. Luca si era legato alla Fiorentina da un contratto annuale. Aveva chiesto e riavuto il suo vecchio numero di maglia, il 30. Si era impegnato inoltre con il popolare conduttore di una trasmissione radiofonica cittadina legata al tifo viola in una scommessa ambiziosa: segnare almeno 8 gol. Sembravano tanti. Luca ce l'avrebbe fatta giocando sì e no metà campionato.
Quando alla terza giornata mise dentro l’assist di Jovetic nella porta del Catania, la commozione attanagliò il Franchi come se il tempo si fosse fermato. Non era il primo gol di Luca, ma il cinquantesimo. Nella marcia trionfale della Fiorentina nel girone di andata, il vecchio Toni e Furmini avrebbe giocato un ruolo determinante, tornando ad essere il terrore delle difese avversarie. Nel girone di ritorno, gli anni si sarebbero fatti sentire, e siccome i viola avevano nel frattempo scoperto qualche nuova freccia al loro arco come il serbo Llajic, Montella avrebbe potuto dare al bomber di Pavullo il meritato rifiato che gli anni (36 di lì a poco) e le tante botte prese gli avevano fatto meritare.
Il 12 maggio 2013 allo Stadio Franchi di Firenze Luca Toni segnò l’ottavo gol stagionale al Palermo, altra squadra del suo passato. Il 57esimo in totale in maglia viola. L’ultimo. Subito dopo annunciò di dover salutare il pubblico fiorentino per la seconda volta. L’ultima.
Unica consolazione, la destinazione finale di Luca: Hellas Verona, squadra gemellata, e quindi a casa di amici. Non è più tornato a Firenze da avversario, non sarebbe stato possibile accettarlo. Adesso, l’epopea della Scarpa d’Oro è finita. Un altro dei campioni di Berlino che se ne va. A Firenze tuttavia non c’è tristezza. Abbiamo già dato.

venerdì 1 aprile 2016

LEGENDS: Unico 10


Oggi è amarcord a ruota libera, perché chiunque l'ha visto giocare o anche solo ne ha sentito parlare alla voce Antognoni conserva in archivio una montagna di ricordi e di sensazioni come nessun altro dei tanti campioni che hanno indossato la maglia viola ha saputo suscitare.
Giancarlo Antognoni è stato la bandiera per eccellenza, in un calcio che viveva ancora di bandiere. Come riconosce lui stesso e come tutti ormai comprendono, una storia come la sua oggi non sarebbe più possibile. Il fuoriclasse assoluto, destinato ad alzare un giorno la Coppa del Mondo, che fa una scelta di vita preferendo il viola ad altri colori che gli avrebbero garantito il successo in misura ben maggiore, e l’affetto incredibile di gente che non ne aveva dimostrato granché neppure per concittadini consegnati alla storia dell’umanità come geni assoluti, da Dante Alighieri a Michelangelo Buonarroti.
Oggi, ha ammesso lo stesso Antonio, sarebbe difficile resistere a certe sirene sia per uno come lui che per un grande e ben intenzionato presidente come lo scomparso e anche lui compianto Ugolino Ugolini, che fece il gran rifiuto all’Avvocato. Già lo era pochi anni dopo, nel 1990, in un calcio dove ormai sport e business si intrecciavano già in modo praticamente inestricabile. Baggio e Pontello caddero sotto i colpi di un rinnovato assalto dello stesso Avvocato, e la storia fu molto diversa. Da allora Firenze smise di credere alle bandiere, anche se poi è stato lo stesso Antonio a riabilitare Codino.
Ma allora, negli anni 70, si poteva ancora scegliere di andare dove ti porta il cuore. Gigi Riva lo fece a Cagliari, Giancarlo Antognoni a Firenze. Le chiavi del cuore di questa città sono sue da gran tempo, quelle che gli offrì due anni fa il vicesindaco Nardella sono state soltanto un atto politico e civile, che per una volta mise d’accordo tutta la cittadinanza a maggioranza bulgara.
Buon compleanno unico 10. Pazienza se nella Fiorentina di oggi per te non c’è più posto. Tra altri 60 anni la gente di Firenze si ricorderà ancora di te, c’è da scommettere. Di chi ti ha chiuso le porte in faccia, della Fiorentina che non ha più bandiere ma solo plusvalenze, chissà.

mercoledì 30 marzo 2016

Il Corvo



«Un tempo la gente era convinta che quando qualcuno moriva, un corvo portava la sua anima nella terra dei morti. A volte però accadevano cose talmente orribili, tristi e dolorose, che l'anima non poteva riposare. Così a volte, ma solo a volte, il corvo riportava indietro l'anima, perché rimettesse le cose a posto.»
E’ Sara Mohr che parla, all’inizio del film di cui è protagonista insieme a quell’Eric Draven che fu l’ultima, drammatica (per l’esito) interpretazione di Brandon Lee, il figlio del mitico Bruce. Il Corvo era tratto da una delle più celebri opere “gotiche” di Edgar Allan Poe, il padre fondatore dell’horror d’autore.
Di spunti, come si vede, ce ne sono quanti se ne vuole, venendo a parlare di Fiorentina. Anzitutto il genere. Non siamo ancora all’horror, ma al thriller sì, e da tempo. E di serie B, per giunta, perché la trama ormai è trita e ritrita. Un film già visto, un remake girato male, anzi malissimo, da mestieranti.
Poteva essere una commedia rosa, in perfetto stile hollywoodiano. “Quando finisce un progetto”. ve lo immaginate un Paul Newman o un Robert Redford d’annata, nei panni del bravo allenatore che se ne va sbattendo la porta in un finale da Oscar per salvare il proprio buon nome e quanto di buono ha fatto con i suoi ragazzi, contro le mire abbiette di biechi affaristi che vogliono impadronirsi della sua squadra (anzi, nel caso specifico ne sono già padroni)?
Poi l’annuncio clamoroso. Il Corvo sta tornando. Per portare a termine ciò che non era ancora stato risolto, compiuto. Bruscamente interrotto nella orribile notte in cui la Juventus fece a brandelli lo Stadio Franchi, ed una proprietà terrorizzata dette in pasto alla folla inferocita L’Uomo della Pioggia. Di soldi.
Adesso, dicono, il Corvo sta tornando per rimettere le cose a posto. Le sue, e quelle dei Della Valle, che con lui stavano tanto bene e che dopo di lui hanno vagato incerti per le lande sempre più inospitali del calcio italiano.
La storia è nota. I DV incontrarono l’Uomo di Vernole nell’inverno del 2005, allorché rifilò loro la sola terrificante di Valerj Bojinov. Un bidone da 23 milioni di euro circa che avrebbe abbattuto un elefante. I DV si salvarono (come, è ancora materia di studio degli storici) e provarono ad esorcizzare le bojate di quel 2004-05 assumendone l’involontario autore. Pantaleo Corvino cominciò così la sua cavalcata fiorentina, che lo portò ad essere il più prestigioso diesse italiano in competizione addirittura con Luciano Moggi, e poi infine l’uomo più odiato da una Firenze che aveva mal digerito la fine del progetto Prandelli e che tuttavia era restia a rifarsela con chi di dovere: i fratelli Della Valle.
Il Corvo fu scacciato dal nido nella primavera del 2012. Ancora in quella del 2016, la Fiorentina beneficia delle sue plusvalenze, se è vero che a torto o a ragione (ancora non si sa) accampa pretese dalle successive cessioni di Llajic e Salah, onde lunghe di affari impostati a suo tempo dal manager pugliese. E che affari. Con i giocatori venduti a peso d’oro dai Della Valle negli ultimi tre anni avremmo fatto la campagna acquisti e la felicità di un Paris Saint Germain, di un Real Madrid. Con i soldi entrati – dice – nelle casse viola si sarebbe rifatto uno squadrone, ma questo è un altro discorso.
Dopo la fuga del Corvo, nel frattempo riaccasatosi presso un Bologna che aveva illuso i suoi tifosi di aver trovato il proprio Zio d’America, era toccato a Daniele Prade’ fare mirabilie, ed in qualche caso miracoli. Negli ultimi tempi, piuttosto le “nozze con i fichi secchi”, come si dice a Firenze. Se Corvino aveva vissuto la fine di un progetto, Prade’ ne ha visti morire ben due: quello di Montella, arrivato ad un soffio dal trionfo europeo e colpevole di aver chiesto quel fatidico 31 una volta fatto il 30, e quello di Sousa, che ha ballato una sola estate prima di rendersi conto di avere una coperta da una piazza e mezzo da stendere su un letto matrimoniale.
L’uomo che assicurò un sereno crepuscolo ai Sensi a Roma non riesce più a fare miracoli a Firenze. Le plusvalenze sue e di Corvino sono agli sgoccioli, e i patron non escono più da quell’autofinanziamento che per una società come la Fiorentina significa cabotaggio medio se non piccolo, una via di mezzo tra l’Udinese ed il Parma di qualche tempo fa, prima del Diluvio che spazzò via i Tanzi. Il tempo di Daniele Prade’ in riva all’Arno ormai è contato, e sulle dita di una mano.
Ecco quindi la brillante idea. Di chi? Sicuramente di qualcuno che ai tempi in cui il Corvo volteggiava su Firenze male male non stava. Sia che si mettesse a caccia di IC o che sparisse per mesi in Sudamerica in safari di caccia da cui non sempre riportava animali di specie conosciute, il buon Pantaleo a mani proprio vuote ci restava, e ci faceva restare, di rado. Siamo sicuri che lui il Mammana lo portava a casa. Che poi ne uscisse un altro Gonzalo o un Van den Borre, questo è un altro paio di maniche. Di sicuro ne sarebbe uscita una bella posta di bilancio.
La leggenda del calcio vuole che i cavalli di ritorno finiscano per risultare bolsi. La Vox Populi d’altra parte vuole che i DV non sappiano più cosa inventarsi, stretti tra progetti di grandi opere che non vanno avanti e progetti di rilancio di una squadra che ormai ha gli effettivi ridotti all’osso. E per rimpolpare la quale forse l’autofinanziamento non basta più.
La tentazione di rievocare il Corvo, e quegli anni magici in cui a Firenze piovevano campioni e “promesse” a getto continuo, dev’essere forte. Come quella di poter delegare “qualcuno che ci capisce davvero di calcio” (anche se a modo suo) e tornare finalmente a disinteressarsi in santa pace di questa squadra che – non dimentichiamolo – per il maggiore dei due fratelli è un hobby non si sa più quanto divertente e per il minore quella che a Firenze si chiama una “fittonata”. Un colpo di testa che non vuole saperne di cedere il passo a più miti consigli. Come quello di cercare sul serio partner o compratori.
In attesa di sapere come va a finire questo thriller con venature horror (immaginatevi di perdere in casa con la Sampdoria dell’ex Vincenzino Montella e poi sulla panchina viola per le ultime sette partite va a sedersi direttamente Dario Argento), Firenze avverte quella sottile inquietudine già provata altre volte. Non è la prima circostanza infatti in cui l’autofinanziamento si dissolve trasformandosi in autoerotismo.
Non è destino che l’anima viola possa trovare requie. Mai.

venerdì 1 gennaio 2016

Zarate Kid è tornato



Sessantesimo minuto di Fiorentina - Qarabag. Il risultato ormai è ampiamente a posto per la Fiorentina, ed il suo allenatore decide che è il caso di dare un’occhiata alle condizioni in cui si trova quella che dovrebbe essere una delle armi migliori della sua squadra e che invece – per vicissitudini di natura personale – negli ultimi tempi si è perso completamente di vista.
Non è dato sapere quanto ci creda veramente Paulo Sousa, quando manda in campo Mauro Zarate al posto di Nikola Kalinic. Quanto ci creda Maurito lo si capisce un minuto dopo, quando il portiere Sehic della squadra ospite deve andare a raccogliere in fondo alla rete il pallone del 4 – 0, scagliato dal piede nobile dell’argentino caricato in maniera esplosiva da una voglia di spaccare un mondo diventatogli improvvisamente ostile. Un gol di quelli che una volta, quando il calcio era fatto anche di iperboli ispirate da grandi gesti tecnici di grandissimi campioni, si chiamava eurogol.
Sul prato del Franchi si rivede qualcosa che ormai appartiene ad un passato glorioso, ma che comincia ad avere i colori sbiaditi delle immagini invecchiate dal gran tempo passato. Esattamente vent’anni fa, a San Siro, dopo aver segnato anche lui un eurogol, un marito che aveva da dire qualcosa di importante alla propria moglie si gettò sulla più vicina telecamera per rilasciarle in mondovisione al sua dichiarazione. Si chiamava Omar Gabriel Batistuta, sì, proprio colui che domani riceverà la cittadinanza onoraria di Firenze. E che Firenze, al pari di sua moglie Irina, non è più riuscita a levarsi dal cuore.
Vent’anni dopo, un altro argentino termina la sua corsa festante davanti alla telecamera. Anche lui ha da dire qualcosa di importante a sua moglie, che in questo momento combatte in una partita molto più importante e difficile della sua. Lo fa non con le parole, ma con la scritta che porta sulla maglietta che indossa sotto quella viola d’ordinanza. Gracias Dios Nat te amo. Maurito si becca l’ammonizione prevista dal regolamento, ma in quel momento non ha importanza per nessuno. ciò che importa è che lui riesca a stringere la gola del Franchi per la commozione allo stesso modo del suo connazionale di vent’anni prima. I paragoni sono sempre scomodi e pericolosi, ma stasera accostare Mauro Zarate a Gabriel Batistuta è assolutamente lecito. Anzi, è doveroso.
Nat è Nathalie Weber, la bella moglie di Maurito che si è scoperta affetta da uno dei mali del secolo, e che da tutta l’estate ci sta combattendo contro. Suo marito, per starle vicino, ha dovuto saltare praticamente tutta la preparazione estiva e l’avvio di campionato. Lo davano per affranto, con la testa ormai lontana dal pallone, dal suo mestiere.
Eccolo qui invece. Eurogol al 61’, bis al 77’, con una punizione che ricorda quelle che tirava un altro fenomeno viola, Adrian Mutu. O Manuel Rui Costa, se si vuole tornare indietro fino a quelle immagini ingiallite ormai, ma che ci portiamo tutti dentro il portafoglio insieme a quelle dei figli.
Mauro Zarate con la moglie Natalie ed i figli Mia e Rocco
Grazie a tutti per i messaggi e l’affetto che mi dimostrate in questo momento difficile, grazie alla mia famiglia, gli amici e i miei figli che mi danno la forza di andare avanti e soprattutto per la più bella e coraggiosa donna al mondo. Ti amo amore, sei tutta la mia vita”. E’ la dedica finale di Maurito per una serata che lo riconsegna a Firenze come prima, più di prima.
La vita mette a dura prova, a volte. Chi supera queste prove, o comunque sopravvive loro, può dirsi un uomo o una donna decisamente migliore. Zarate Kid e sua moglie Nathalie sembravano due baciati dalla fortuna, calciatore di successo lui, modella di altrettanto successo lei. Adesso scoprono che l’unica vera fortuna è stata esser l’uno al fianco dell’altra, nel momento più difficile.
Lei affronta una convalescenza difficile, come sa chiunque abbia affrontato il suo male. Lui si ritrova con la voglia di spaccare il mondo, e comincia non appena il mister lo rimanda in campo. Firenze assiste estasiata ai suoi eurogol, dopo aver assistito con compostezza al suo dramma nei mesi scorsi. E scopre di voler stare vicino al suo talento, nella buona come nella cattiva sorte.
Forse è tardi per diventare l’erede di quell’altro argentino, quello di vent’anni fa. Ma Maurito è in tempo a scrivere qualche pagina di storia viola. E c’è da scommettere che se aspirerà prima o poi alla cittadinanza di questa città, a definirla anche lui su casa, nessuno si sentirà di negarglielo.
Zarate Kid è tornato, que viva Zarate Kid.