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venerdì 1 gennaio 2016

Una Coppa tinta di viola: gli anni dei sogni infranti

Ugolino Ugolini non era da meno dei suoi due predecessori Befani e Baglini, né come passione né come capacità. Avrebbe anche lui al pari di loro voluto costruire un ciclo vincente e lasciare il suo nome nella storia della Fiorentina insieme a qualche trofeo importante nella bacheca. La sorte gli voltò le spalle ben presto, con la recessione economica che gli tolse capacità di spesa e con la sfortuna che gli tolse alcuni dei frutti più promettenti del vivaio, che costituivano l’ossatura della seconda generazione della linea verde viola.
La sua presidenza in pratica si svolse tra una mancata retrocessione e l’altra. Nel 1971 il “mago” Oronzo Pugliese salvò i reduci di uno scudetto ormai lontano all’ultima giornata, complice l’Inter che condannò la diretta rivale Foggia. Baglini passò la mano a Ugolini, che per sette anni tentò di eguagliare il predecessore, perdendo lungo la strada i pezzi migliori: Guerini, Roggi, Orlandini. Nel 1978 il vecchio soldato Chiappella salvò ancora la patria viola, complice di nuovo l’Inter che condannò di nuovo il Foggia sempre all’ultima giornata. Ugolini passò la mano a due luogotenenti, Melloni e Martellini, e due anni dopo la società ai Pontello.
Tra queste date tanti sogni e tanta sfortuna. Ed un solo trofeo, la Coppa Italia del 1975, arrivata dopo dieci anni di partecipazioni opache. La FIGC aveva deciso, per rendere più interessante la manifestazione, di far disputare il torneo tramite sette gironi all’italiana alle cui qualificate si sarebbe aggiunta la detentrice. Quell’anno si giocavano all’italiana anche quarti e semifinali. La Fiorentina si qualificò a spese di Ternana, Foggia, Palermo ed Alessandria, ed al turno successivo ebbe la meglio su Torino, Roma e Napoli. Dall’altra parte uscì fuori il Milan, vincitore su Juventus, Inter e Bologna.
Il 28 giugno 1975 all’Olimpico di Roma alla presenza del Presidente della Repubblica Giovanni Leone, Milan e Fiorentina scesero in campo per la coccarda tricolore. Tra i rossoneri stava giungendo a conclusione la gloriosa carriera del golden boy Gianni Rivera, in cerca delle ultime vittorie da aggiungere ad una lunga serie. Tra i viola cominciava la carriera di colui che sarebbe stato designato come suo successore, che ne aveva preso il posto in Nazionale e che - con iperbole altrettanto immaginifica di quelle con cui il fuoriclasse milanista era stato appellato - era stato definito il ragazzo che giocava guardando le stelle, Giancarlo Antognoni.
Finì 3-2 per la Fiorentina, con reti di Casarsa, Guerini e Rosi, a cui risposero Bigon e l’ex Chiarugi. Il giovane capitano viola alzò la coppa davanti al vecchio capitano rossonero (che si sarebbe rifatto nel 1977 prima di ritirarsi a quasi 40 anni). Superchi, Beatrice, Roggi, Guerini, Pellegrini, Della Martira, Caso, Merlo, Casarsa, Antognoni, Desolati furono gli ultimi giocatori della Fiorentina a portare a casa un trofeo importante prima di un black out che sarebbe durato più di vent’anni. L’anno dopo, il trofeo anglo-italiano e la Mitropa Cup (vecchio cimelio di un calcio che fu) chiusero definitivamente il discorso vittorie prima che si passasse ad occuparsi di altre questioni, tipo la salvezza dalla serie B.
Passarono giorni, mesi, anni, come fogli di un calendario ingiallito ed interminabile. Passò Ugolini, passarono i Pontello, passò Mario Cecchi Gori. Antognoni fu negato alla Juventus, Baggio invece gli fu concesso insieme alle illusioni di vittoria degli anni 80. Arrivò un produttore cinematografico di fama mondiale, un infarto se lo portò via mentre la squadra era in B, finalmente retrocessa soprattutto grazie agli sforzi del figlio del produttore stesso. Il minimo che poteva fare Vittorio Cecchi Gori per ripulire dal fango il labaro di una squadra che era retrocessa una volta sola, nel 1938, era vincere qualcosa.
Nel 1996 la formazione della Fiorentina recitava Toldo, Carnasciali, Padalino, Amoruso, Serena, Schwarz, M. Orlando, Cois, Rui Costa, Baiano, Batistuta. Una delle più forti di sempre, entrata di diritto tra le Sette Sorelle che lottavano stabilmente per scudetto e Champion’s League. In campionato finì terza dietro a Milan e Juventus, in Coppa fu una marcia trionfale. 2-1 ad Ascoli, 5-0 a Lecce, nei quarti Palermo battuto 1-0 in casa e 2-1 in trasferta. In semifinale 3-1 all’Inter al Franchi, al ritorno vittoria 1-0 a San Siro con eurogol di Batistuta, pallonetto in uscita su Pagliuca dopo un contropiede travolgente.
In finale c’era l’Atalanta, che aveva avuto ragione di Juventus, Cagliari e Bologna. All’andata a Firenze ci pensò ancora Batistuta a dare la vittoria ai viola. Al ritorno a Bergamo di tifosi ne andarono tanti, ma molti di più erano quelli che rimasero al Franchi (oltre 30.000 persone secondo le stime) ad aspettare la squadra che tornò nella notte, con la Coppa Italia sul pullman. Amoruso e Batistuta avevano regolato la questione in Lombardia con un 2-0 che valeva la quinta coccarda sulla bandiera viola. Pochi mesi dopo, Batistuta sbancò San Siro assegnando la Supercoppa italiana per la prima volta nella storia alla vincitrice della Coppa contro la vincitrice del campionato.
Quella Fiorentina aveva sangue talmente buono che la sua corsa l’anno seguente si arrestò soltanto in semifinale di Coppa delle Coppe di fronte ad un Barcellona che aveva poco o nulla da invidiare a quello attuale, ma soprattutto grazie ad un arbitro, lo svedese Frisk, che aveva poco o nulla da imparare da Ovrebo. Purtroppo, i conti della società non erano così brillanti come il gioco della squadra, e allora dopo aver sfiorato lo scudetto nel 1999 l’Invencible Armada viola cominciò a dissolversi. Batistuta finì a Roma, Cecchi Gori finì sul banco d’accusa della Co.Vi.Soc.
Come in ogni tragedia greca che si rispetti, agli eroi viola toccò un’ultima grande impresa prima dell’epilogo per mano di un destino infausto. Nel 2001 la Coppa Italia la cominciò Fatih Terim e la finì Roberto Mancini. E la finì alla grande. Negli ottavi i viola si vendicarono della Salerntana e della trappola UEFA del 1998, la bomba carta che dette la vittoria al Grasshoppers. 5-0 a Salerno e 3-1 a Firenze. Nei quarti Brescia battuto 6-0 in casa e 3-1 fuori. In semifinale toccò al Milan chinare il capo, 2-2 a Milano e 2-0 a Firenze, con un Rui Costa che fece di tutto per non far sentire l’assenza di Batistuta segnando due gol.
Toldo, Repka, Adani, Pierini, Moretti, M. Rossi, Amaral, Di Livio, Nuno Gomes, Rui Costa, Chiesa. Toccò a Manuel alzare l’ultima Coppa viola la sera del 13 giugno 2001, dopo il pareggio casalingo per 1-1 con il Parma che sommato alla vittoria per 1-0 in Emilia aveva sancito la sesta vittoria della Fiorentina. Nel 1999 avevano sorriso gli emiliani, 1-1 a casa loro, 2-2 a casa nostra e Coppa all’ex Malesani, malgrado quell’anno la Fiorentina fosse davvero forte, in testa alla classifica del campionato fino alla partenza di Edmundo per il Carnevale di Rio. Stavolta piansero loro, almeno nell’immediato. Perché poco più avanti toccò di nuovo a Firenze, con la messa in mora di Cecchi Gori, la vendita forzata di Rui Costa e Toldo e la rapida discesa nell’abisso del fallimento.

Tredici anni dopo siamo ancora fermi a Manuel Rui Costa che sorride felice accanto alla sig.ra Valeria Cecchi Gori. A quella sesta ed ultima vittoria a cui per ora una nuova proprietà venuta da fuori non ha saputo aggiungere altro. Zero titoli, almeno fino a sabato prossimo. Quest’anno i sogni di gloria in campionato si sono spenti sugli infortuni di Mario Gomez e Giuseppe Rossi, in Europa sulla punizione di Andrea Pirlo. Ma in Coppa siamo alla decima finale, conquistata battendo il Chievo negli ottavi, il Siena nei quarti e l’Udinese nel doppio confronto in semifinale tra i comproprietari di Cuadrado che il 3 maggio all’Olimpico non ci sarà, perché squalificato. Il Napoli arriva favorito, dopo aver eliminato la Roma, anche se con qualche acciacco anch’esso. Ma come si diceva all’inizio in una partita secca ci sta tutto. E il terzo posto nell’Albo d’Oro a pari merito con l’Inter è lì che aspetta. E’ tanto che al labaro viola non viene aggiunto più niente.

Una Coppa tinta di viola: gli anni ruggenti

Quante volte l’abbiamo detto, o sentito dire: “In una partita secca ci può stare di tutto, nel calcio non vincono sempre i più forti”. E’ lo spirito della Coppa Italia, o TIM Cup che dir si voglia da qualche anno a questa parte. Che del resto nacque per questo, quasi cento anni fa. Nel 1922 le società più forti (già allora le stesse di oggi e quasi altrettanto determinate a far prevalere il business sull’aspetto sportivo) fecero uno sgarbo alla Federazione minacciando uno scisma che rese problematica la disputa del campionato 1921-22. La Federazione le ripagò istituendo una competizione in cui le squadre si incontravano in un tabellone ad eliminazione diretta, dentro o fuori da subito. Le favorite potevano essere rimandate a casa in novanta minuti, a giocarsi la Coppa Italia potevano arrivare formazioni provenienti addirittura dalla serie C. Il primo anno in finale arrivarono il Vado Ligure e l’Udinese. I liguri ebbero ragione dei friulani, alla loro prima ed unica apparizione all’atto conclusivo.
Dopo un avvio balbettante, la Coppa fu disputata regolarmente e sistematicamente solo a partire dal 1936, con il regolamento della Coppa d’Inghilterra, incontri ad eliminazione con sorteggio della squadra ospitante e ripetizione in caso di parità a campo invertito. La finale si giocava in campo neutro deciso di volta in volta, la vincitrice si fregiava dello scudetto (per chi trionfava nel campionato c’era la croce sabauda sormontata dal fascio littorio) e partecipava all’unica Coppa Internazionale esistente all’epoca, la Mitropa Cup che vedeva affrontarsi formazioni italiane, austriache, ungheresi, cecoslovacche e svizzere.
In una partita secca ci stava di tutto, si diceva. E spesso è andata così. Prova ne sia che la Fiorentina, che solo di rado è riuscita a fare campionati di vertice e solo due volte è riuscita a vincerli, nell’Albo d’Oro della Coppa Italia figura aver disputato ben nove finali, vincendone sei e posizionandosi al quarto posto assoluto dietro Roma, Juventus ed Inter. Se sabato i viola faranno propria la settima finale raggiungeranno appunto i nerazzurri, se invece a prevalere sarà il Napoli accorcerà le distanze portandosi a cinque successi.
In attesa di sapere cosa riserva il futuro, un breve excursus in un glorioso passato. Che cominciò nel 1939-40, quando la Fiorentina fece la prima apparizione nelle zone alte della classifica ed iscrisse per la prima volta il proprio nome sull’albo d’oro di una competizione. In Coppa i viola fecero fuori il Cavagnaro Genova Sestri Ponente nei sedicesimi, il Milano negli ottavi (1-1 a Milano e 5-0 a Firenze nella ripetizione), la Lazio nei quarti per 4-1, la Juventus in semifinale per 3-0.
In finale i viola furono sorteggiati in casa e lo Stadio Giovanni Berta (come si chiamava allora il Comunale Artemio Franchi) poté assistere al loro trionfo, pochi giorni dopo che l’Italia era entrata nella Seconda Guerra Mondiale, per 1-0 sul Genova 1893 con rete di Celoria al 26’ del primo tempo. Da notare come il Fascismo avesse imposto il cambio di nome a società che erano nate sotto l’egida del calcio britannico. Si salvò la Juventus perché il nome era di origine latina. L’Ambrosiana ex-Inter quell’anno era uscita negli ottavi. I viola trionfatori erano Griffanti, Da Costa, Piccardi, Ellena, Bigogno, Poggi II, Menti II, Morselli, Celoria, Baldini.
Seguirono gli anni della guerra e l’avvio dell’epopea del Grande Torino. Nell’anno in cui cadde il Fascismo, il 1943, i fuoriclasse granata trionfarono sia in campionato che in Coppa. L’anno dopo con l’Italia spaccata in due tra tedeschi ed alleati il campionato fu disputato a pezzi, la Coppa saltò per essere ripresa solo nel 1958. Oltre al periodo d’oro del Torino, questa pausa sacrificò anche buona parte di quello della Fiorentina, che nel 1956 vinse il primo scudetto e nei quattro anni successivi arrivò seconda.
Quando per riempire il vuoto lasciato dalla mancata qualificazione ai Mondiali del 1958 la Federazione rilanciò proprio la Coppa Italia, fu proprio la Fiorentina a disputare la prima finale, e a perderla contro la Lazio a Roma. I viola erano fortissimi, alcuni di loro erano ancora quelli del primo scudetto, ma venivano da un campionato estenuante lasciato nelle mani del Milan proprio all’ultimo tuffo, e a detta di molti Sarti, Robotti, Castelletti, Chiappella, Cervato, Segato, Hamrin, Lojacono, Montuori, Gratton, Morosi non sentirono abbastanza l’impegno.
Lo sentirono senz’altro di più due anni dopo, quando in finale affrontarono a San Siro la Juventus a cui avevano appena lasciato il titolo di campione d’Italia, finendo secondi per la quarta volta. I bianconeri erano già visti come avversari “particolari” dai tifosi viola, anche se la rivalità era solo agli albori. Sarti, Robotti, Castelletti, Micheli, Orzan, Marchesi, Hamrin, Montuori, Da Costa, Milan, Petris cedettero 3-2 dopo i tempi supplementari alla Juventus in cui tirava gli ultimi calci Boniperti e facevano faville campioni come Charles e Sivori. I viola si consolarono bene, tuttavia, finendo qualificati di diritto alla prima edizione della Coppa delle Coppe, che vinsero l’anno dopo con l’impresa di Ibrox Park. La Juventus in compenso aveva fatto l’accoppiata campionato e coppa che fino ad allora era riuscita solo al Grande Torino.
Fiorentina 1960-61 i "leoni di Ibrox"
L’anno dopo, 1960-61, fu la Fiorentina a fare l’accoppiata, aggiungendo la seconda Coppa Italia della sua storia alla Coppa delle Coppe, primo storico trofeo internazionale vinto nel dopoguerra da una squadra italiana insieme alla Coppa delle Fiere (in seguito Coppa UEFA e poi Europa League) vinta dalla Roma quello stesso anno. I viola Albertosi, Robotti, Castelletti, Gonfiantini, Orzan, Marchesi, Hamrin., Micheli, Da Costa, Milan, Petris si vendicarono della Juventus in semifinale sconfiggendola 3-1, e poi nella finale - sorteggiata a Firenze - della Lazio, battuta per 2-0.
Per ritrovare la Fiorentina in finale bisognò poi attendere il 1965-66 ed una nuova generazione, quella ye-ye che avrebbe portato tre anni dopo al secondo scudetto. Albertosi, Pirovano, Rogora, Bertini, Ferrante, Brizi, Hamrin, Merlo, Brugnera, De Sisti, Chiarugi fecero fuori Palermo, Catania, Milan ed Inter, per trovare in finale un sorprendente Catanzaro, autore di autentiche prodezze contro Napoli, Lazio e Torino e capace di eliminare in semifinale la Juventus addirittura in trasferta a Torino. A Roma, dove da allora si sarebbero giocate tutte le finali in quanto capitale, il Catanzaro dette del filo da torcere anche ai viola, che andarono in vantaggio con Hamrin e furono raggiunti da Pippo Marchioro. Segnò il gol della vittoria Bertini su rigore al 1’ minuto del secondo tempo supplementare.

Era la terza Coppa. Poi lo scudetto, poi ancora anni difficili e l’avvio di una nuova generazione ye-ye, che nei piani di Ugolino Ugolini avrebbe dovuto allungare la serie di vittorie. Ma non sarebbe andata così.

domenica 4 maggio 2014

La coppa della vergogna

Gennaro De Tommaso detto Genny a carogna
ROMA – Volano via tante illusioni nella notte dell’Olimpico. E tutto sommato, quella della Fiorentina di concludere la stagione alzando finalmente un trofeo è la meno importante. La principale, quella che una volta infranta è difficilissimo se non impossibile ricreare, è quella di vivere in un paese normale. Se ne va subito, ben prima del fischio d’inizio del sig. Orsato. E quando le squadre finalmente scendono in campo per giocarsi la Coppa che porta il nome del nostro paese, quello che è già andato in mondovisione è il dettagliato resoconto di una nuova Caporetto italiana. E in fondo quello che succede dopo è soltanto contorno, colore locale, folklore, come direbbero a Napoli. E a Napoli sanno bene di cosa parlano.
Succede che un paio d’ore prima della partita si scontrano in varie località periferiche della capitale frange di due tifoserie fra le più “corrette” d’Italia, quella romana e romanista e quella napoletana. I fiorentini non c’entrano nulla, sono quasi tutti già dentro lo stadio, sono all’Olimpico soltanto per vedere la loro squadra finalmente in una finale dopo tanto tempo, ed eventualmente gioire di una vittoria da tanto tempo attesa. No, quello che succede per ammissione stessa di quelle che ancora ci ostiniamo a definire “Autorità” è un fatto extracalcistico, un probabile regolamento di conti tra due ambienti prima di tutto malavitosi e poi incidentalmente anche coincidenti con il tifo sportivo. Due clan che se le sono promesse probabilmente in occasione di precedenti incontri-scontri, come ad esempio la semifinale di questa Coppa.
Un ragazzo napoletano finisce all’ospedale in gravi condizioni. Al momento di accendere i riflettori per l’inizio della finale la prognosi è strettamente riservata. La curva nord, occupata da trentamila napoletani (i trentamila fiorentini sono nella sud, tranquillissimi e ignari di quanto sta avvenendo) è una bolgia. A quanto pare il tifo partenopeo è riluttante a veder giocare la partita in assenza di precise informazioni, se non garanzie, circa lo stato di salute del suo “caduto”. Si assiste quindi a scene concitate, a loro modo anche drammatiche, che ripetono quelle già viste in passato, tipo quel Roma-Lazio che fu giocato dai tifosi e non dai giocatori, o quel Juventus-Napoli che proprio qui un paio d’anni fa rischiò di finire in una carneficina.
Marek Hamsick va a parlare coni tifosi
Marek Hamsick, invece di essere con i suoi compagni a preparare la partita, in qualità di capitano designato del Napoli viene convocato dalle Autorità (continuiamo a chiamarle così per comodità) e spedito a parlamentare con i suoi “tifosi”. Tra i quali assume rilievo una figura inquietante, un energumeno dalla faccia non proprio rassicurante, tale “Genny ‘a carogna”, che issatosi sulla rete di recinzione si accredita a furor di popolo come il “capo delegazione” napoletano. Con questo individuo il Questore di Roma si rapporta da pari a pari per la trattativa concernente l’inizio o meno della finale di Coppa Italia. Con questo individuo che ostenta - oltre alla sua espressione ed ai suoi modi che richiamano alla memoria un altro energumeno, il serbo che quattro anni fa guidò la “rivolta di Marassi” in occasione della partita tra la sua nazionale e quella italiana – una maglietta recante scritto “SPEZIALE LIBERO”. Dove Speziale, per chi non lo ricordasse, è niente più e niente meno che l’assassino del Commissario Raciti in quel di Catania, nel frattempo condannato dalla giustizia italiana.
Durante il “parlamento” tra Genny ‘a carogna, Marek Hamsick e quel poco che rimane dello Stato italiano accadono altre cose. La prima è il lancio di mortaretti, fumogeni e quant’altro da parte della brava gente assiepata in curva nord, che forse intende anticipare gioiosamente Piedigrotta ma che di fatto bersaglia il gruppo dei “parlamentari” circondati dal cordone degli stewards e puntualmente ferisce un vigile del fuoco. In Tribuna invece varia umanità, istituzionale e non, fa bella mostra di sé. Su tutti spicca il Presidente del Consiglio Matteo Renzi, che pare francamente uno dei tanti ragazzotti presenti allo stadio e in attesa di sapere se si gioca o si torna a casa, più o meno con la stessa cognizione di causa e la stessa espressione facciale di buona parte degli altri sessantamila.
Andrea Della Valle e Aurelio De Laurentiis
Manco fosse un vip di passaggio e non il capo del governo italiano, Renzi perde più punti in mezz’ora di Tribuna Monte Mario che in cinque anni di governo approssimativo della Città di Firenze. Alla fine accenna anche ad andarsene “indignato”, e per fortuna che qualche “curatore di immagine” in possesso delle sue facoltà mentali deve ancora avercelo, perché dopo poco fa ritorno al suo posto. Poco più in là, mentre Aurelio De Laurentiis non molla un attimo i dirigenti della Federazione e l’entourage della Pubblica Sicurezza, i due Della Valle se la spassano come due turisti in gita a Roma per qualche beatificazione. Sorrisi alle telecamere, e nessuno dei due a cui venga in mente di andare a sentire cosa succede, visto che in ballo stasera qualcuno dei loro interessi c’é. Alla fine si muove Andrea, andando a confabulare con l’omologo napoletano. L’impressione che finisce per dare è quella del cameriere di De Laurentiis che riceve le istruzioni per la serata.
Mentre Cesare Prandelli si starà domandando chi diavolo va a rappresentare tra un mese in Brasile, la curva fiorentina trascorre circa un’ora completamente all’oscuro di cause e sviluppi di cosa sta succedendo. Gli speaker dello stadio evidentemente sono tutti a casa con la faringite, nessuno va a spiegare ai trentamila giunti da Firenze che fine sono destinati a fare stasera, e i trentamila fatalmente cominciano a rumoreggiare. Finalmente qualcosa si muove, i sopravvissuti del bombardamento missilistico di prima (a proposito, e i controlli allo Stadio Olimpico chi li fa, Al Qaeda?) ritornano dall’ineffabile Genny ‘a carogna e ne ottengono il “permesso a giocare”. I gesti del capopopolo partenopeo sono eloquenti. Le “Autorità” italiane possono tornare a riferire al resto della popolazione: stavolta non è l’Europa che lo vuole, è Genny o chi per lui, ma va bene lo stesso, si gioca.
Non esiste più un’Italia presentabile al mondo quando le due squadre fanno il loro ingresso in capo alle 21,45 per giocarsi la Coppa giunta alla sessantaseiesima edizione. E francamente non avremmo nemmeno voglia di commentare l’evento sportivo, dopo una simile Caporetto. Ma siccome lo spettacolo deve andare avanti, ci tocca dire qualcosa della decima finale giocata dai viola dal 1940 ad oggi. Che purtroppo va ad aggiungersi alle tre perse, anziché alle sei vinte.
Sarebbe ingeneroso buttare la croce addosso a chi ha giocato ieri sera – in un contesto tra l’altro decisamente complicato da fattori come spesso succede extracalcistici – e a chi ha messo la squadra in campo. Abbiamo detto più volte che questa è stata una stagione contraddittoria, con momenti di bel gioco (riproposti anche ieri sera) a cui di rado ha fatto seguito il conseguimento di risultati adeguati. Dare la colpa a Montella di aver schierato anche all’Olimpico gli uomini intesi ad attuare l’unico schema di cui evidentemente si fida, il “giro palla” alla spagnola, sarebbe poco generoso. Non è colpa sua se la società non gli ha preso i rinforzi attesi, anche se un Matri in panchina ce l’avrebbe, e nei pochi minuti in cui è costretto a farlo giocare gli abbassa decisamente il voto come allenatore.
Così come non è colpa di nessuno se Cuadrado ha rimediato una squalifica fatale, se Pasqual è invecchiato, se Borja Valero è un giocatore sopravvalutato (altro voto abbassato a Montella, la sostituzione di Aquilani nei minuti finali dopo che per tutta la partita lo spagnolo non ne ha fatta una giusta), se Ilicic ha i riflessi del bradipo e quando il suo sistema neuronale gli fornisce l’informazione esatta l’azione è già sfumata o la palla gol è già sbagliata. Va a finire che questa stagione andrà in archivio con il sigillo di due palle gol clamorose e fallite dallo sloveno, una contro la Juventus in Europa League, l’altra ieri sera che avrebbe dato il pareggio contro un Napoli alle corde e in dieci uomini per l’espulsione del killer Inler.
Detto anche del sig. Orsato che evidentemente ha sofferto di “situazioni”, diciamo così, ambientali particolari e pressanti e ha finito per indovinarne veramente poche, tra cui il gol annullato ad Aquilani perché aveva il ciuffo sulla fronte in fuorigioco, va sottolineato come il risultato è stato compromesso dai venti minuti iniziali in cui i viola hanno mandato in campo le gambe ma non la testa. Ed hanno lasciato come al solito buchi enormi in difesa a chi ne sapeva approfittare, leggasi Insigne. Il 3-1 finale di Martens reitera l’errore ma aggiunge poco, a quel punto la squadra era scorata per l’errore marchiano di Ilicic e soprattutto per aver tenuto il pallino per quasi un’ora senza produrre altre occasioni da rete. Il Napoli alla fine era Behrami e poco più, ma gli è bastato. L’ingresso di Rossi tra i viola quattro mesi dopo l’infortunio ha fatto bene al cuore, ma purtroppo in quel contesto di gioco è risultato completamente ininfluente.
Si conclude così una stagione che aveva autorizzato grandi speranze in avvio, ma che con l’andare del tempo si è ripiegata su se stessa come uno striscione dispiegato con troppa fiducia e troppo orgoglio. I giocatori hanno dato quello che avevano, nel bene e nel male, e c’è poco da dire. Per la società invece il discorso è diverso. I titoli restano a zero, e fino ad oggi dispiace dire che in quanto a risultati concreti la gestione Della Valle è una delle peggiori della storia della Fiorentina. Quanto al futuro, c’è di che preoccuparsi. E’ vero che le voci non fanno mercato, ma sono quasi tutte nel senso della dipartita d Juan Guillermo Cuadrado, e si è visto ieri sera cosa sarebbe la squadra viola un altr’anno se privata della sua Arma Letale. Con tutto il rispetto poi per Samuel e per la sua venerabile età, la difesa ha bisogno di ben altro, se è vero che quest’anno la Fiorentina i confronti di vertice li ha persi tutti, soprattutto in casa.
I napoletani sparano mortaretti e feriscono un vigile del fuoco
La chiusura è d’obbligo con la telecamera di nuovo dedicata ai tifosi del Napoli. Che al fischio finale non trovano di meglio che invadere il campo e andare fin sotto la Curva Nord a “sfruculiare”, schernire i fiorentini. Polizia tra l’altro inesistente, forse sono tuti al congresso del SIULP. La Coppa Italia viene consegnata mentre il campo è pieno di gente che non dovrebbe esserci, manco fossimo tornati agli anni settanta. Nel frattempo, gli intervistati a bordo campo stigmatizzano i tifosi viola che hanno fischiato l’inno nazionale. Anche questa è l’Italia che se ne va, nel cielo della notte romana.
Francamente, a questo punto spiegare a un ragazzo fiorentino perché dovrebbe sentirsi italiano dopo questa ennesima celebrazione della dignità nazionale è un’impresa improba. Noi ci rinunciamo senz’altro.