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lunedì 9 maggio 2016

Onor di capitano

Bandiera vecchia onor di capitano, dice il proverbio popolare. Che risale evidentemente ad un’epoca in cui esistevano ancora le bandiere, e chi le portava con onore.
Manuel Pasqual è stato il capitano della Fiorentina, una bandiera, anzi, un labaro, vecchio di novant’anni, dal 2012 a ieri sera. La sera in cui aveva appena saputo che la sua squadra non aveva più bisogno di lui. Esodato senza preavviso, unica consolazione la passerella finale, gli applausi del pubblico, il trionfo decretatogli da quelli che da stamani sono i suoi ex compagni. Già, perché impegnandosi come se quella con il Palermo fosse una partita vera, come tutte le altre 356 che ha giocato in maglia viola, ha finito per prendersi un giallo che vale una squalifica per l’ultima di campionato. La sua storia in viola finisce qui.
Manuel lotta per un intero pomeriggio contro la commozione. Alla fine, con il microfono di Sky sotto il viso, non ce la fa più. E’ un cazzotto allo stomaco di Firenze vederlo piangere così. Non sarà stato Robotti, non sarà stato Magnini e nemmeno Rogora, ma è stato il sesto giocatore per numero di presenze della storia di questa squadra da quando esiste, a pari merito con uno che si chiama Giancarlo de Sisti. Qualcosa vorrà pur dire. Quando il mister ha chiamato, dal 2005 ad oggi, il soldato Manuel ha sempre risposto: presente.
Vederlo così, sapere che buona parte di quelle lacrime sono dovute alla mancanza di rispetto pressoché totale riservatagli da una società dove lo spessore umano dei suoi proprietari e dirigenti è pari a quello tecnico, fa ancora più male. Né attenua il colpo – a Manuel come ai suoi tifosi – sapere che è in buona compagnia, che allunga una lista nella quale compaiono nomi eccellenti come Gino Salica, Giovanni Galli, Angelo Di Livio, Fabio Liverani, Silvia Berti.
Il ragazzo di San Donà di Piave ha giocato e vissuto per anni a Firenze senza uscire mai da quelle righe che delimitano il carattere suo e di tanti altri ragazzi e campioni provenienti dalla sua terra. Mai una parola fuori posto, mai una spostatura, sempre pronto e mai polemico, neanche quando ne avrebbe avuto ben donde. Perché l’ultimo schiaffo in faccia a Manuel Pasqual non è stato il primo.
Preso dall’Arezzo come una delle migliori giovani promesse del calcio italiano dal Mago di Vernole, quel Corvino che nella primavera-estate del 2005 non sbagliava un colpo, Manuel ripagò tutti con buona parte degli assist che permisero a Luca Toni (bella questa coincidenza, se ne vanno praticamente insieme) di vincere la Scarpa d’Oro nel 2006 con31 gol. Manuel faceva cose che non si vedevano più dai tempi di Cafù, arrivava sul fondo e crossava. Per un centravanti come Lucagol, bastava seguirlo nelle sue discese, con fiducia.
Partita la Scarpa d’Oro, dei suoi cross sembrò non farsene più nulla nessuno. Lentamente il suo apporto fu svalutato, la Fiorentina aveva preso a giocare per altre linee, né Bobo VieriGilardino sembravano aver più bisogno dei suoi traversoni. Nel 2009, l’anno in cui tanti equilibri saltarono in casa viola, un Prandelli forse non più lucidissimo lo escluse dalla lista UEFA in prospettiva Champion’s League, incaponendosi a considerare miglior terzino al suo posto quel Juan Manuel Vargas che invece era una splendida ala. E che insieme a lui sulla fascia sinistra avrebbe fatto sfracelli, in sovrapposizione.
Ridotto quasi ai margini della squadra, in odore di cessione un giorno sì e quell’altro pure, Manuel – come un provetto lagunare, un soldatino della sua terra – inghiottì tutto, continuò ad allenarsi ed aspettò. Certo che un giorno la Fiorentina avrebbe avuto ancora bisogno delle sue corse, dei suoi cross, delle sue punizioni. Della sua leadership in campo, ora che il tempo bene o male trascorso aveva fatto di lui il più anziano della squadra.
Nel 2012, la fascia di capitano coincise con la sua rinascita viola. Vincenzo Montella sperimentava un tiki taka nostrano, ma essendosi ritrovato a disposizione un Luca Toni release 2.0 non buttava via nulla. Il vecchio Pasqual su quella corsia sinistra faceva un gran comodo. E segnava gol pesantissimi, come quello al PAOK che valse il passaggio di turno in Europa League nel 2014, e la finale di Coppa Italia ai danni dell’Udinese sempre lo stesso anno.
Ma un nuovo equivoco era in agguato, oltre al tempo che passa inesorabile. Marcos Alonso era un talento emergente, e forse un giorno qualcuno capirà che al pari di Vargas non di terzino trattasi ma di ala. Nel frattempo però la sua classe e la sua gioventù sono state sufficienti a relegare di nuovo Manuel Pasqual alla panchina, e questa volta per restarci.
Si sospettava che questa fosse la sua ultima stagione. Succede a tutti i campioni, prima o poi. Successe al Milan, per esempio, ad un certo Mauro Tassotti, e la società lo chiamò per tempo ringraziandolo di tutto e offrendogli un posto nello staff tecnico dirigenziale. Gratitudine, indubbiamente, il che non guasta mai nella vita. Ma soprattutto intelligenza, investimento in una risorsa che la società stessa si è allevata in seno, coltivata nel tempo.
C’è solo un capitano, cantava ieri la Curva. Qualcuno si è risentito. Quel coro è riservato a Firenze ad una sola persona, che aveva sulla maglia il numero 10. Tutto il resto è bestemmia, dicono. Forse sì, ma ieri quel coro non stonava. In una cosa sono assolutamente simili il numero uno ed il numero sei della graduatoria delle presenze di sempre in viola: quel viola di loro adesso non sa che farsene. Non più.
La fascia di capitano adesso è in terra. Qualcuno prima o poi la raccoglierà, dimostrandosene degno. Ma adesso giace sul prato del Franchi, dopo che se l’è tolta l’ultimo che l’ha portata con onore.
Si, il ragazzo di Venezia può dirlo con ragione. Firenze è e resterà la sua città. Se l’è meritato.

giovedì 5 maggio 2016

Una Scarpa d'Oro appesa al chiodo

«Dopo un po’ di riflessioni e tanti anni di calcio ho pensato che domenica sarà la mia ultima partita da giocatore professionista».
Luca Toni appende la Scarpa d’Oro al chiodo. Il momento degli addii è arrivato, ed è un momento triste per tutti. Un po’ meno forse per i fiorentini che a vederlo andar via ci hanno fatto l’abitudine, avendolo salutato con i fazzoletti in mano già due volte.
La prima volta ci fu gran tristezza, la seconda meno. La prima volta salutò una squadra trionfante facendo stendere un velo di malinconia sulla gioia per l’impresa della rimonta dei quindici punti di penalizzazione post-Calciopoli. La Fiorentina batté 5-1 la Sampdoria, ma nessuno gioì più di tanto, tutti avevano il magone per aver visto per l’ultima volta Luca Toni in viola. Il giorno dopo sarebbe partito alla volta di Monaco di Baviera.
La seconda volta una Fiorentina che non aveva niente da invidiare a quella di sei anni prima festeggiava la fine di un gran campionato, il primo di Montella. C’era la consapevolezza che lo avremmo visto l’anno prossimo indossare un’altra maglia, si, ma tuttavia l’impresa realizzata da Luca Toni con i suoi 8 gol fiorentini a sei anni di distanza dai primi 49  era già un qualcosa oltre cui non si può andare. E che lasciava spazio soltanto a sentimenti positivi.
La carriera di Luca che sta per concludersi era cominciata in ritardo, ma alla fine esplosa come poche altre. Una carriera di cui la parte trascorsa in viola rappresenta tra l’altro uno dei segmenti più importanti, se non il più importante.
Lucagol era arrivato in serie A a 23 anni suonati, con un Vicenza tutt’altro che memorabile in cui segnò 9 gol non sufficienti ad evitargli la retrocessione. Niente di eclatante, ma quanto bastava per farsi notare da Carletto Mazzone, l’allenatore del Brescia dei miracoli che aveva già scommesso (vincendo) sul rilancio di Roberto Baggio e sul lancio definitivo di Andrea Pirlo. Buona la prima stagione (13 gol), male la seconda a causa di un brutto infortunio. Ma ormai il bomber di Pavullo nel Frignano si era fatto notare da un’altra società che in quel momento era a caccia di talenti inesplosi, il Palermo di Zamparini.
Il primo anno in B con i siciliani segnò 30 gol, e contribuì in modo determinante alla loro promozione in A, dove l’anno dopo si ripeté segnandone 20 e portando il Palermo al sesto posto finale ed alla qualificazione alla Europa League. Un realizzatore così prolifico non poteva passare inosservato agli occhi di Marcello Lippi, allora selezionatore per la Nazionale azzurra che si apprestava ad andare a lottare in Germania per il titolo mondiale. Per Luca, nel 2005, arrivarono insieme la maglia azzurra e quella viola. Il nuovo direttore sportivo della Fiorentina Pantaleo Corvino quell’estate allestì la squadra del rilancio dopo l’anno dei cattivi pensieri di Zoff, e mise in mano all’allenatore emergente Cesare Prandelli una formazione in cui brillavano diverse stelle in cerca di riscatto o di affermazione, e per la quale Toni fu la ciliegina sulla torta e la punta di diamante.
Per le prime 11 domeniche sembrò addirittura che Lucagol potesse battere il record di Batigol, che dieci anni prima aveva segnato consecutivamente per 13 domeniche superando a sua volta il precedente record di Pascutti con il Bologna dello scudetto. Luca si fermò a 11, per l’appunto, ma tolse a Gabriel un altro record, quello dei gol segnati in una stagione: 31. Anche qui ad un passo dal record assoluto, quello di Antonio Valentin Angelillo che con la maglia dell’Inter nel 1959 segnò 33 reti (in un campionato a 18 squadre). Ma la Scarpa d’Oro, il trofeo destinato al più prolifico realizzatore di reti in tutti i campionati iscritti all’UEFA, era sua senza discussioni, per la prima volta nella storia del calcio e dei calciatori italiani.
Il 14 maggio 2006 al Bentegodi di Verona doveva essere un giorno di festa, per lui e per la sua Fiorentina che con 74 punti aveva raggiunto il 4° posto e la qualificazione ai preliminari di Champion’s League. Ce lo ricordiamo tutti sorridente con la parrucca viola in testa. Ci ricordiamo anche come si spense il sorriso sul volto a lui ed ai suoi compagni, allorché si diffuse (con i giocatori ancora in campo ed il pubblico sulle tribune a festeggiare) la notizia del coinvolgimento della Fiorentina in Calciopoli e della probabile penalizzazione, se non addirittura retrocessione in B.
Fu l’estate del patto di ferro a Folgaria tra Prandelli e i suoi ragazzi, che si impegnarono a rimontare i 15 punti di penalità inflitti alla fine alla società viola da una Giustizia Sportiva simile alla Macelleria Messicana. Fu l’estate in cui l’Italia, che schierava Luca Toni centravanti titolare, vinse il titolo mondiale, riportando la folla festante nelle piazze ed anche un clima meno giustizialista in Federazione (in prima istanza la Fiorentina era stata condannata alla serie B, poi a 19 punti di penalità, infine se la cavò con 15). Fu l’estate del patto tra Diego Della Valle ed il bomber emiliano: salvami la Fiorentina e l’anno prossimo ti lascio andare dove vuoi. Luca accettò, e nonostante una tarsalgia simile a quella che aveva colpito Giancarlo Antognoni nel 1978 lo tormentasse per tutta la stagione, fece il suo dovere contribuendo con 15 gol alla salvezza viola e addirittura al 5° posto finale (3° sul campo). Gli altri 15 li segnò il fenomeno, Adrian Mutu, che Corvino aveva prelevato dal crack Juventus e portato a Firenze a fare coppia con la Scarpa d’Oro. Una coppia da sogno, che purtroppo ballò un solo inverno.
Nel maggio 2007, i tifosi della Fiorentina dovettero strapparsi il cuore una volta di più, come era successo con Baggio, Batistuta, Rui Costa. Almeno, la consolazione fu di non vedere Luca andare ad indossare la maglia di una concorrente italiana. Lo volle il Bayern Monaco, che versando 11 milioni di euro nelle casse viola, portò il campione del mondo Toni a far coppia con il vice-campione Ribery. Una coppia niente male, che nella stagione 2007-08 portò i bavaresi alla doppietta, Bundesliga e Coppa di Germania.
Omar Hitzfeld, allenatore del Bayern, coniò per Luca la definizione di animale da gol che non vuole riposarsi mai. Con 24 reti Lucagol divenne il terzo giocatore italiano di sempre a vincere la classifica dei cannonieri all’estero, dopo Marco Negri con i Glasgow Rangers e Christian Vieri con l’Atletico Madrid. Gli fu dedicata anche una canzone, Numero Uno, di Mathias Matze Knop, non certo un successo paragonabile a quello di Luca.
Nel 2009 un nuovo serio infortunio ne limitò le prestazioni. Il Bayern, che nel frattempo aveva preso l’olandese Robben, non era e non è una società in cui la gratitudine abbondi più che in altre, e Lucagol (che aveva allora la non verde età di 32 anni) venne offerto in prestito gratuito alla Roma. Nella squadra bavarese che rubò la qualificazione ai quarti di Champion’s League alla Fiorentina grazie all’ineffabile arbitro norvegese Ovrebo, Luca non c’era più, e meno male. Nel frattempo, si era fatto male di nuovo in maglia giallorossa, nuovo stop di oltre due mesi. A fine giugno rientrò dal prestito in Germania, ma a quel punto non gli restava che risolvere consensualmente il contratto con il Bayern.
Seguirono gli anni del crepuscolo, prima al Genoa, poi alla Juventus (che non era ancora quella super di Antonio Conte), e poi all’Al Nasr, squadra di Dubai. Stagioni opache, in cui sembrò raccogliere gli ultimi spiccioli e segnò pochi, pochissimi gol. Nuova rescissione di contratto, riecco Luca in Italia nell’estate del 2012 in cerca di una sistemazione in cui trascorrere - forse - l’ultimo inverno da calciatore.
Sembrava che tale destinazione potesse essere Siena, l’ultimo giorno di calciomercato pareva proprio che le parti si sarebbero messe d’accordo per l'approdo di Luca alla Robur. Ma nel frattempo a Firenze era scoppiato lo psico-dramma successivo alla beffa di Berbatov. La bella Fiorentina di Pradè e Macia era senza centravanti. Serviva un nome per calmare la piazza, agguantare l’ex Lucagol sembrava un’ottima idea. A mezz’ora dalla fine del mercato, la Fiorentina annunciò quindi di essersi ri-assicurata le prestazioni del calciatore Luca Toni.
Cinque anni dopo, nessuno in riva all’Arno aveva scordato i suoi 49 gol in due anni e la mano che corre all’orecchio, un gesto entrato nella leggenda (e nel cuore dei tifosi) al pari della mitraglia di Batigol. Cinque anni dopo, a vedere il primo allenamento di Luca di nuovo con la maglia viola c’era talmente tanta gente che la maggior parte delle altre squadre se la sognerebbero anche per una partita di campionato. Luca si era legato alla Fiorentina da un contratto annuale. Aveva chiesto e riavuto il suo vecchio numero di maglia, il 30. Si era impegnato inoltre con il popolare conduttore di una trasmissione radiofonica cittadina legata al tifo viola in una scommessa ambiziosa: segnare almeno 8 gol. Sembravano tanti. Luca ce l'avrebbe fatta giocando sì e no metà campionato.
Quando alla terza giornata mise dentro l’assist di Jovetic nella porta del Catania, la commozione attanagliò il Franchi come se il tempo si fosse fermato. Non era il primo gol di Luca, ma il cinquantesimo. Nella marcia trionfale della Fiorentina nel girone di andata, il vecchio Toni e Furmini avrebbe giocato un ruolo determinante, tornando ad essere il terrore delle difese avversarie. Nel girone di ritorno, gli anni si sarebbero fatti sentire, e siccome i viola avevano nel frattempo scoperto qualche nuova freccia al loro arco come il serbo Llajic, Montella avrebbe potuto dare al bomber di Pavullo il meritato rifiato che gli anni (36 di lì a poco) e le tante botte prese gli avevano fatto meritare.
Il 12 maggio 2013 allo Stadio Franchi di Firenze Luca Toni segnò l’ottavo gol stagionale al Palermo, altra squadra del suo passato. Il 57esimo in totale in maglia viola. L’ultimo. Subito dopo annunciò di dover salutare il pubblico fiorentino per la seconda volta. L’ultima.
Unica consolazione, la destinazione finale di Luca: Hellas Verona, squadra gemellata, e quindi a casa di amici. Non è più tornato a Firenze da avversario, non sarebbe stato possibile accettarlo. Adesso, l’epopea della Scarpa d’Oro è finita. Un altro dei campioni di Berlino che se ne va. A Firenze tuttavia non c’è tristezza. Abbiamo già dato.

venerdì 1 gennaio 2016

Pablo Daniel Osvaldo, l'uomo che decideva le Champion's

Nell’estate del 2007, alla fine del campionato miracoloso della rimonta dalla penalizzazione di quindici punti, Diego della Valle mantiene l’impegno preso nei giorni bui di Calciopoli con Luca Toni e lo cede al Bayern Monaco. L’addio alla Scarpa d’Oro non è indolore per i tifosi, che tuttavia possono consolarsi con un pacchetto di attaccanti di tutto rispetto che viene incaricato di sostituirlo. Assieme al veterano Christian Vieri e alla giovane promessa Gianpaolo Pazzini, arrivato dall’Atalanta insieme all’altro talento Riccardo Montolivo, dal vivaio orobico il DS Corvino preleva anche un ragazzo argentino di belle speranze, che finora ha conosciuto solo il calcio di provincia, sia in patria e poi in Italia, prima all'Atalanta - anche lui - e poi a Lecce.
Pablo Daniel Osvaldo, nipote di emigrati italiani della provincia di Ancona, in possesso quindi del doppio passaporto, si mette subito in mostra per alcuni colpi veramente notevoli, che fanno sembrare ben spesi i 4,5 milioni d’euro versati nelle casse bergamasche. Dopo l’esordio a Livorno in cui contribuisce alla vittoria viola con un go l spettacolare in rovesciata acrobatica, viene fatto giocare poco, ma quando gioca inventa sempre qualcosa. Dei suoi 5 gol in 21 presenze in due anni in viola, i tifosi ricordano soprattutto due gol. Il primo lo segna il 2 marzo 2008 al Delle Alpi di Torino. La Fiorentina ha rimontato la Juventus fino al due pari, potrebbe bastare così, invece no, al 90° gli capita la palla giusta in area e lui non la spreca. 3-2, prima ed unica vittoria sui bianconeri della gestione Della Valle, pubblico viola in delirio, qualcuno propone addirittura di dargli la maglia che fu del grande Omar Gabriel Batistuta, il Re Leone.
Il secondo lo segna sempre a Torino, sponda granata. E’ l’ultima giornata, la Fiorentina è ad un punto dal quarto posto che la qualificherebbe finalmente per la sospirata Champion’s League, dopo due anni andati a male a causa di Calciopoli. A sette minuti dalla fine è 0-0, qualificato il Milan. A Osvaldo capita ancora la palla giusta, e lui non trema. La sua rovesciata avrebbe fatto invidia a Carletto Parola. Ad attendere lui e la squadra ci sono 40.000 persone al Franchi quella notte. Qualcuno lo soprannomina il Re Leone 2.
Sembra l’avvio di un’altra carriera leggendaria in viola. Invece no. Osvaldo se ne va nel gennaio 2009, chiuso dall’arrivo di Gilardino, da un suo carattere che in quel momento non lo favorisce e anche da una società che nonostante le sue prodezze non crede in lui. Insieme a Pazzini, preferisce prendere altre strade al momento apparentemente meno prestigiose, piuttosto che cercare di riguadagnare la stima del mister Cesare Prandelli. E così, parte per Bologna, dove dapprima un infortunio lo blocca. L’anno dopo, alla prima giornata, il suo primo gol in rossoblu. Naturalmente contro la Fiorentina. I tifosi viola cominciano a rimpiangerlo, anche perché progressivamente a Gilardino si spegne la luce e a Mutu si accende la spia rossa che già altre volte ha compromesso la sua carriera di fuoriclasse.
Il gol in rovesciata di Osvaldo al Torino
che decise la qualificazione alla Champion's 2008-9
Nel 2011 lo prende l’Espanyol. In Spagna segna 22 gol in 47 partite, la sua stagione più prolifica. L’esplosione del bomber argentino non passa inosservata a Roma, dove la squadra giallorossa sta tentando di rinnovarsi grazie ad una nuova proprietà, ed è a caccia di talenti. Nella prima stagione romana, malgrado 11 gol, si fa notare piuttosto per il pugno in faccia al compagno Lamela per un mancato passaggio che testimonia una volta di più del riaffiorare di un suo carattere non facile.
Segue un nuovo infortunio che lo tiene fuori per buona parte del campionato. Nella stagione 2012-13, a Roma approda un suo vecchio estimatore dei tempi di Lecce, Zdenek Zeman. Il tecnico boemo lo definisce una forza della natura, scommette di nuovo su di lui, e Simba, come nel frattempo hanno preso a chiamarlo i tifosi capitolini (anch’essi come i fiorentini con ancora negli occhi le prodezze di Batigol), lo ripaga con 16 gol fino a questo momento.
Il 4 maggio 2013 il destino lo mette di nuovo sulla strada della sua ex squadra, quella Fiorentina a cui una volta regalò la Champion’s League. La Roma non è più quella del girone di andata, che fece molto male ai viola, anche con Osvaldo. Zeman non c’è più, Andreazzoli fa quello che può, ma la squadra è incostante ed anche stanca. Ma il match di Firenze vale una stagione, la Roma si fa tosta, picchia duro e poiché l’arbitro Mazzoleni lascia correre, arriva all’ultimo minuto di recupero indenne. Anzi, sull’ultimo casuale calcio d’angolo, salta più alto di tutti Simba, che decide ancora una volta la qualificazione alla Champion’s League tra Milan e Fiorentina. Questa volta a svantaggio dei viola, perché i giallorossi passando a Firenze favoriscono i rossoneri.
E poi? Il futuro del Re Leone 2 non è neanche a Roma, come non lo era stato quello di Batistuta. La rottura con l’ambiente giallorosso non viene ricomposta nemmeno da gol pesanti come quello di Firenze. Da Trigoria deve andarsene, e allora sembra di nuovo oggetto del desiderio della Fiorentina, dopo quattro anni. Si spara addirittura una quotazione: 13 milioni di euro, una cifra da top player europeo per un oriundo ormai stabilmente nel giro della nazionale di Prandelli.
E invece a sorpresa Pablo Daniel vola in Inghilterra, al Southampton dove diventa Dani Osvaldo. E dove va a prenderlo a gennaio una Juventus preoccupata di avere una panchina corta in quanto ad attaccanti, visto che è ancora impegnata su tre fronti). Il Re Leone 2 incontra di nuovo i viola, in Europa league, ma stavolta non lascia il segno, né per la Juventus che è già fuori dalla Champion’s e che va avanti in Europa League senza di lui, né per la Fiorentina che viene eliminata dalla coppa da una magia di Pirlo, mentre di lui quasi neanche si accorge.
A 30 anni, l'ex Re Leone 2 ha abbandonato il sogno di ripetere i fasti del primo. Non ha più ruggiti da lanciare e zampate da dare, e non incrocerà più la strada con i viola, se non a qualche concerto del connazionale Gonzalo Rodriguez, dato che ha intrapreso ormai in pianta stabile la strada della musica abbandonando quella dello sport.  
Il Regno di Simba è finito.