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domenica 27 novembre 2016

La dura vita dell'allenatore nella Firenze dei Della Valle

La monarchia costituzionale fu inventata nel diciottesimo secolo per sollevare i monarchi dalla responsabilità delle loro azioni, soprattutto da quel certo momento in poi in cui prese piede l’usanza di farla valere sul palco della ghigliottina. In sostanza, il ministro o maggiordomo pagavano e pagano al posto del loro sovrano, mettendoci la faccia e in qualche caso la testa.
La filosofia politica ha fatto tanta strada da allora, estendendo il proprio campo d’azione tra l’altro a tutti quei settori che prevedono l’esistenza di un padrone, di un’azienda, di un fatturato e di azionisti – o quantomeno clienti – a cui rispondere.
Eccoci quindi nel mondo del calcio. Non c’è più un Luigi XVI a cui salvare la testa, ma tanti presidenti-proprietari, padroni assoluti come tanti Re Sole fino al giorno in cui la squadra va male, e allora bisogna dare in pasto alla folla inferocita una testa, appunto. Non di un ministro, in questo caso, ma di un allenatore.
E’ la prima cosa che imparano i presidenti del calcio. L’allenatore sta lì a prendersi gli osanna e le maledizioni dei tifosi. Il Presidente, quello non si tocca mai, non si contesta. Perché….. se va via…..
A Firenze, dal 2002 c’è una squadra – azienda. E avresti detto che aziendalisti come i Della Valle, così precisi e rigorosi nelle altre aziende del loro gruppo, avrebbero rifuggito inorriditi da certi malcostumi tipici del calcio. E invece…..
Gli allenatori a Firenze durano poco, storicamente. Il record di permanenza, sei stagioni, a tutt’oggi rimane legato alla memoria di una figura leggendaria: Fulvio Bernardini, il mister del primo scudetto. Proprio con i Della Valle siamo andati vicini a superarlo, con Cesare Claudio Prandelli, che di stagioni da queste parti ne ha rette ben cinque. Sappiamo tutti com’è andata a finire, “si cerchi un’altra squadra” proprio la sera di Liverpool. Qualcosa non funziona nel rapporto degli imprenditori marchigiani con i loro dipendenti in tuta da calcio. Ce ne accorgemmo allora, quando l’illusione di una proprietà che credevamo diversa svanì nello spazio di una nottata e di un girone di ritorno.
Nel 2002, doveva essere Eugenio Fascetti a guidare la Fiorentina retrocessa in B di Vittorio Cecchi Gori. Ma la B diventò C2, la Cecchi Gori Productions diventò una società fallimentare, ed al suo posto la Giunta Domenici tirò fuori dal cappello messole in mano dalla politica romana il Gruppo Tod’s. Che all’inizio ebbe il merito di inventarsi in soli 20 giorni società e squadra. Giovanni Galli ingaggiò l’ex compagno di quasi-scudetto Pietro Vierchowod, per dare la scalata alla C1.
Pietro durò nove giornate. Allenatori non ci si improvvisa, ed il russo scoprì a sue e nostre spese di non avere l’esperienza ed il carisma per portare Riganò & C. ad una marcia trionfale. Al suo posto fu chiamato il navigato Alberto Cavasin, che in C2 se la cavò egregiamente. Dalla C2 alla B, grazie ai meriti di blasone, il passo però fu troppo breve, e nel febbraio 2004 anche Cavasin fu giudicato non all’altezza del compito. In serie cadetta, la squadra era quattordicesima, Firenze voleva la serie A, l’azienda pure. Arrivò il mister tifoso Emiliano Mondonico, vecchio filibustiere di tutte le serie.
Mondo vinse lo spareggio, ma se ne disperò quasi. Aveva annusato che l’aria di Viale Manfredo Fanti era diventata pesante per lui e per gli eroi venuti su dalla C2. Anche lui arrivò fino al novembre successivo, poi passò la mano a Sergio Buso, allenatore fino a quel momento dei portieri. Il povero Buso resse tre mesi, finendo vittima di logiche di sistema che andavano al di là dei suoi demeriti. La Fiorentina dei Della Valle era stata antipatica da subito all’establishment di quella serie A che aveva appena riconquistato. A Genova finì la partita in otto, tanto per gradire. Altro che cattivi pensieri, come quelli che vennero al Grande Timoniere Dino Zoff. Che comunque portò la squadra in salvo con una rimonta alla Chiappella.
E venne Claudio Cesare, vide e vinse. Quarto posto, Champion’s League e Toni Scarpa d’Oro. Peccato che il conto di Calciopoli arrivò proprio quell’estate. Meno quindici, e tanti avvisi di garanzia. A Folgaria quell’anno al raduno c’era solo lui. Diventò per la Fiorentina una specie di Alex Ferguson, salvando la squadra e portandola al terzo posto virtuale. Ma i Della Valle non tolleravano i Ferguson, al massimo i Cognigni. E quando un bel giorno Prandelli chiese conto dei proclami di vittoria entro il 2011, gli fu risposto dal patron Diego in persona: “lei è l’allenatore? E allora pensi ad allenare”.
A novembre 2009 il giocattolo di Prandelli andò in pezzi. Società improvvisamente demotivata, calciatori che ressero di nervi fino al furto di Ovrebo a Monaco. Poi fu Caporetto, 17 sconfitte stagionali. Prandelli la squadra se la trovò davvero, era la Nazionale, nientemeno. Ad ottobre dell’anno dopo, in visita a Firenze con gli azzurri, Andrea Della valle lo accolse con la storica frase “Un giorno mi ringrazierai”. La risposta di Cesare fu altrettanto storica: “Se vuoi posso farlo anche adesso”.
Sinisa Mihajlovic aveva soprattutto la colpa di venire dopo di lui, l’allenatore più amato dai fiorentini dopo Bernardini, Pesaola e De Sisti. Il serbo aveva poca esperienza, come già Vierchowod dieci anni prima, e non aveva ancora grandi idee di gioco. Pagò per sé e per tutti sempre di novembre (mese maledetto per gli allenatori, viola e non) nel 2011. Gli fu fatale l’ennesimo pareggio in una annata che ne vide un visibilio.
Dentro Delio Rossi, aziendalista senza azienda. Via i campioni a cui si stava spegnendo la luce, squadra che affondava nelle parti basse della classifica. Con il Novara in casa a tre giornate dalla fine, il dramma dei cazzotti a Llajic e dei due gol ospiti che stavano spingendo i viola di nuovo in B. Al risultato ci pensò il reprobo Montolivo. A salvare Rossi non poteva ormai pensarci nessuno. Le ultime due giornate in panchina andò Vincenzo Guerini, anche lui ripagato a tempo debito con un bel calcione nel fondo schiena.
Sotto con Vincenzo Montella, un’altra scommessa. Questa volta vinta, perché fu dotato di giocatori validi, con motivazioni di rivalsa forti. Tre quarti posti a fila, due partecipazioni alla Europa League molto buone (con possibili risultati ancora migliori sfumati per ingenuità, contro Juventus e Siviglia), una Champion’s League mancata di un soffio grazie alla supponenza di Pizarro contro l’infame Montolivo.
Anche Montella, come Prandelli, ebbe l’ardire di chiedere in sede se eravamo questi e questi restavamo, o se invece potevamo fare il benedetto 31 dopo il 30. Gli fu risposto che poteva rimanere al mare. Mentre partiva l’ennesima campagna plusvalenze, la società pescava l’oscuro Paulo Sousa, fresco vincitore del campionato svizzero a Basilea, che la gente però ricordava piuttosto per essere stato uno dei gobbi di Lippi.
La Fiorentina partì a razzo nella stagione 2015-16, la gente perdonò volentieri il gobbismo passato a Paulo Sousa e il depauperamento tecnico del parco giocatori alla società. Fino a Natale la squadra era prima o giù di lì. A gennaio, auspicava il tecnico prima ancora dei tifosi, qualcuno si sarebbe frugato in tasca per rinforzarla e tentare fino in fondo di ripetere qualcosa che non succedeva più dal 1969.
Tino Costa, Kone, Benalhouane. I sogni muoiono sempre all’alba del 1° febbraio, in Viale Manfredo Fanti. Girone di ritorno da scoppiati, come l’ultimo di Prandelli. Fiorentina che terminò quinta con fatica. La gente si aspettava che il tecnico deluso rassegnasse le dimissioni, ma egli preferì lo stipendio e rimase a mugugnare e mischiare le carte già sparigliate dal ritorno di Corvino e dalla ripresa dell’Età d’Oro delle Plusvalenze.
Il resto è storia attuale. Che ci riporta al tema iniziale. Compare lo striscione che inneggia al boia, ma la testa è quella sbagliata. Il maggiordomo ha colpa fino ad un certo punto se il servizio è scadente, non parliamo del governo. I tempi si fanno di nuovo cupi. Dopo 14 anni, l’11° allenatore sta per l’undicesima volta per concludere malamente il suo rapporto con il suo datore di lavoro e nostro patron.

Avrà mai la gente di Firenze il coraggio di consegnare al boia (metaforicamente parlando) la testa giusta? Quella del Re?

giovedì 5 maggio 2016

Una Scarpa d'Oro appesa al chiodo

«Dopo un po’ di riflessioni e tanti anni di calcio ho pensato che domenica sarà la mia ultima partita da giocatore professionista».
Luca Toni appende la Scarpa d’Oro al chiodo. Il momento degli addii è arrivato, ed è un momento triste per tutti. Un po’ meno forse per i fiorentini che a vederlo andar via ci hanno fatto l’abitudine, avendolo salutato con i fazzoletti in mano già due volte.
La prima volta ci fu gran tristezza, la seconda meno. La prima volta salutò una squadra trionfante facendo stendere un velo di malinconia sulla gioia per l’impresa della rimonta dei quindici punti di penalizzazione post-Calciopoli. La Fiorentina batté 5-1 la Sampdoria, ma nessuno gioì più di tanto, tutti avevano il magone per aver visto per l’ultima volta Luca Toni in viola. Il giorno dopo sarebbe partito alla volta di Monaco di Baviera.
La seconda volta una Fiorentina che non aveva niente da invidiare a quella di sei anni prima festeggiava la fine di un gran campionato, il primo di Montella. C’era la consapevolezza che lo avremmo visto l’anno prossimo indossare un’altra maglia, si, ma tuttavia l’impresa realizzata da Luca Toni con i suoi 8 gol fiorentini a sei anni di distanza dai primi 49  era già un qualcosa oltre cui non si può andare. E che lasciava spazio soltanto a sentimenti positivi.
La carriera di Luca che sta per concludersi era cominciata in ritardo, ma alla fine esplosa come poche altre. Una carriera di cui la parte trascorsa in viola rappresenta tra l’altro uno dei segmenti più importanti, se non il più importante.
Lucagol era arrivato in serie A a 23 anni suonati, con un Vicenza tutt’altro che memorabile in cui segnò 9 gol non sufficienti ad evitargli la retrocessione. Niente di eclatante, ma quanto bastava per farsi notare da Carletto Mazzone, l’allenatore del Brescia dei miracoli che aveva già scommesso (vincendo) sul rilancio di Roberto Baggio e sul lancio definitivo di Andrea Pirlo. Buona la prima stagione (13 gol), male la seconda a causa di un brutto infortunio. Ma ormai il bomber di Pavullo nel Frignano si era fatto notare da un’altra società che in quel momento era a caccia di talenti inesplosi, il Palermo di Zamparini.
Il primo anno in B con i siciliani segnò 30 gol, e contribuì in modo determinante alla loro promozione in A, dove l’anno dopo si ripeté segnandone 20 e portando il Palermo al sesto posto finale ed alla qualificazione alla Europa League. Un realizzatore così prolifico non poteva passare inosservato agli occhi di Marcello Lippi, allora selezionatore per la Nazionale azzurra che si apprestava ad andare a lottare in Germania per il titolo mondiale. Per Luca, nel 2005, arrivarono insieme la maglia azzurra e quella viola. Il nuovo direttore sportivo della Fiorentina Pantaleo Corvino quell’estate allestì la squadra del rilancio dopo l’anno dei cattivi pensieri di Zoff, e mise in mano all’allenatore emergente Cesare Prandelli una formazione in cui brillavano diverse stelle in cerca di riscatto o di affermazione, e per la quale Toni fu la ciliegina sulla torta e la punta di diamante.
Per le prime 11 domeniche sembrò addirittura che Lucagol potesse battere il record di Batigol, che dieci anni prima aveva segnato consecutivamente per 13 domeniche superando a sua volta il precedente record di Pascutti con il Bologna dello scudetto. Luca si fermò a 11, per l’appunto, ma tolse a Gabriel un altro record, quello dei gol segnati in una stagione: 31. Anche qui ad un passo dal record assoluto, quello di Antonio Valentin Angelillo che con la maglia dell’Inter nel 1959 segnò 33 reti (in un campionato a 18 squadre). Ma la Scarpa d’Oro, il trofeo destinato al più prolifico realizzatore di reti in tutti i campionati iscritti all’UEFA, era sua senza discussioni, per la prima volta nella storia del calcio e dei calciatori italiani.
Il 14 maggio 2006 al Bentegodi di Verona doveva essere un giorno di festa, per lui e per la sua Fiorentina che con 74 punti aveva raggiunto il 4° posto e la qualificazione ai preliminari di Champion’s League. Ce lo ricordiamo tutti sorridente con la parrucca viola in testa. Ci ricordiamo anche come si spense il sorriso sul volto a lui ed ai suoi compagni, allorché si diffuse (con i giocatori ancora in campo ed il pubblico sulle tribune a festeggiare) la notizia del coinvolgimento della Fiorentina in Calciopoli e della probabile penalizzazione, se non addirittura retrocessione in B.
Fu l’estate del patto di ferro a Folgaria tra Prandelli e i suoi ragazzi, che si impegnarono a rimontare i 15 punti di penalità inflitti alla fine alla società viola da una Giustizia Sportiva simile alla Macelleria Messicana. Fu l’estate in cui l’Italia, che schierava Luca Toni centravanti titolare, vinse il titolo mondiale, riportando la folla festante nelle piazze ed anche un clima meno giustizialista in Federazione (in prima istanza la Fiorentina era stata condannata alla serie B, poi a 19 punti di penalità, infine se la cavò con 15). Fu l’estate del patto tra Diego Della Valle ed il bomber emiliano: salvami la Fiorentina e l’anno prossimo ti lascio andare dove vuoi. Luca accettò, e nonostante una tarsalgia simile a quella che aveva colpito Giancarlo Antognoni nel 1978 lo tormentasse per tutta la stagione, fece il suo dovere contribuendo con 15 gol alla salvezza viola e addirittura al 5° posto finale (3° sul campo). Gli altri 15 li segnò il fenomeno, Adrian Mutu, che Corvino aveva prelevato dal crack Juventus e portato a Firenze a fare coppia con la Scarpa d’Oro. Una coppia da sogno, che purtroppo ballò un solo inverno.
Nel maggio 2007, i tifosi della Fiorentina dovettero strapparsi il cuore una volta di più, come era successo con Baggio, Batistuta, Rui Costa. Almeno, la consolazione fu di non vedere Luca andare ad indossare la maglia di una concorrente italiana. Lo volle il Bayern Monaco, che versando 11 milioni di euro nelle casse viola, portò il campione del mondo Toni a far coppia con il vice-campione Ribery. Una coppia niente male, che nella stagione 2007-08 portò i bavaresi alla doppietta, Bundesliga e Coppa di Germania.
Omar Hitzfeld, allenatore del Bayern, coniò per Luca la definizione di animale da gol che non vuole riposarsi mai. Con 24 reti Lucagol divenne il terzo giocatore italiano di sempre a vincere la classifica dei cannonieri all’estero, dopo Marco Negri con i Glasgow Rangers e Christian Vieri con l’Atletico Madrid. Gli fu dedicata anche una canzone, Numero Uno, di Mathias Matze Knop, non certo un successo paragonabile a quello di Luca.
Nel 2009 un nuovo serio infortunio ne limitò le prestazioni. Il Bayern, che nel frattempo aveva preso l’olandese Robben, non era e non è una società in cui la gratitudine abbondi più che in altre, e Lucagol (che aveva allora la non verde età di 32 anni) venne offerto in prestito gratuito alla Roma. Nella squadra bavarese che rubò la qualificazione ai quarti di Champion’s League alla Fiorentina grazie all’ineffabile arbitro norvegese Ovrebo, Luca non c’era più, e meno male. Nel frattempo, si era fatto male di nuovo in maglia giallorossa, nuovo stop di oltre due mesi. A fine giugno rientrò dal prestito in Germania, ma a quel punto non gli restava che risolvere consensualmente il contratto con il Bayern.
Seguirono gli anni del crepuscolo, prima al Genoa, poi alla Juventus (che non era ancora quella super di Antonio Conte), e poi all’Al Nasr, squadra di Dubai. Stagioni opache, in cui sembrò raccogliere gli ultimi spiccioli e segnò pochi, pochissimi gol. Nuova rescissione di contratto, riecco Luca in Italia nell’estate del 2012 in cerca di una sistemazione in cui trascorrere - forse - l’ultimo inverno da calciatore.
Sembrava che tale destinazione potesse essere Siena, l’ultimo giorno di calciomercato pareva proprio che le parti si sarebbero messe d’accordo per l'approdo di Luca alla Robur. Ma nel frattempo a Firenze era scoppiato lo psico-dramma successivo alla beffa di Berbatov. La bella Fiorentina di Pradè e Macia era senza centravanti. Serviva un nome per calmare la piazza, agguantare l’ex Lucagol sembrava un’ottima idea. A mezz’ora dalla fine del mercato, la Fiorentina annunciò quindi di essersi ri-assicurata le prestazioni del calciatore Luca Toni.
Cinque anni dopo, nessuno in riva all’Arno aveva scordato i suoi 49 gol in due anni e la mano che corre all’orecchio, un gesto entrato nella leggenda (e nel cuore dei tifosi) al pari della mitraglia di Batigol. Cinque anni dopo, a vedere il primo allenamento di Luca di nuovo con la maglia viola c’era talmente tanta gente che la maggior parte delle altre squadre se la sognerebbero anche per una partita di campionato. Luca si era legato alla Fiorentina da un contratto annuale. Aveva chiesto e riavuto il suo vecchio numero di maglia, il 30. Si era impegnato inoltre con il popolare conduttore di una trasmissione radiofonica cittadina legata al tifo viola in una scommessa ambiziosa: segnare almeno 8 gol. Sembravano tanti. Luca ce l'avrebbe fatta giocando sì e no metà campionato.
Quando alla terza giornata mise dentro l’assist di Jovetic nella porta del Catania, la commozione attanagliò il Franchi come se il tempo si fosse fermato. Non era il primo gol di Luca, ma il cinquantesimo. Nella marcia trionfale della Fiorentina nel girone di andata, il vecchio Toni e Furmini avrebbe giocato un ruolo determinante, tornando ad essere il terrore delle difese avversarie. Nel girone di ritorno, gli anni si sarebbero fatti sentire, e siccome i viola avevano nel frattempo scoperto qualche nuova freccia al loro arco come il serbo Llajic, Montella avrebbe potuto dare al bomber di Pavullo il meritato rifiato che gli anni (36 di lì a poco) e le tante botte prese gli avevano fatto meritare.
Il 12 maggio 2013 allo Stadio Franchi di Firenze Luca Toni segnò l’ottavo gol stagionale al Palermo, altra squadra del suo passato. Il 57esimo in totale in maglia viola. L’ultimo. Subito dopo annunciò di dover salutare il pubblico fiorentino per la seconda volta. L’ultima.
Unica consolazione, la destinazione finale di Luca: Hellas Verona, squadra gemellata, e quindi a casa di amici. Non è più tornato a Firenze da avversario, non sarebbe stato possibile accettarlo. Adesso, l’epopea della Scarpa d’Oro è finita. Un altro dei campioni di Berlino che se ne va. A Firenze tuttavia non c’è tristezza. Abbiamo già dato.

mercoledì 27 aprile 2016

La nostra dimensione

Slitta l’incontro previsto a breve tra Andrea Della Valle e Paulo Sousa. Malgrado l’inverno sia finito, è giunto il momento di tirare fuori gli slittini. Da qui alla fine di maggio Sousa, Della Valle 1, Della Valle 2, Cognigni, Rogg, Prade’ daranno vita ad un nuovo entusiasmante campionato mondiale di bob a 2, 3, 4, 5, 6. Oppure 0, a seconda delle evenienze più probabili.
C’è in gioco la nuova stagione dell’Acf Fiorentina, quella a cui si riferisce il gustoso post che va per la maggiore su tutti i social network dove si parla di viola. KEEP CALM & SI VINCE I’ PROSSIM’ANNO. Settima edizione. Alla manifestazione sono attesi tutti i principali media sportivi e non, le più grandi firme del giornalismo cittadino. Tutte con il loro armamentario di luoghi comuni sulle cause fisiche dello slittamento: telefoni che non prendono, mogli isteriche, segretarie che si scordano di passare le chiamate, server mail che non funzionano, aerei dirottati, chiamate perse, summit, slittamenti, ore decisive, si dice che.....
Siamo seri. Anche perché, dopo 14 anni, chi ha più voglia di scherzare? Si chiude l’ennesima stagione a zero titoli, si chiude malamente, dopo una Coppa Italia lasciata al primo turno al Carpi, una Europa League dove in un anno il Tottenham ci ha preso più metri di distacco che Cristiano Ronaldo a una lumaca, un campionato dove malgrado una partenza bruciante con undici punti dalla Juventus siamo riusciti a concludere in caduta libera con un quinto posto per il quale dobbiamo ringraziare un Milan ancora più insipido di noi ed un Berlusconi vistosamente senescente, mentre i punti dalla Juventus sono diventati 26, ma a favore di quest’ultima. E domenica sera s’è visto perché. Il tutto condito di figure barbine, “mammanate” varie.
Siamo al momento fatidico della stagione, quello in cui le squadre decidono il loro futuro e impostano il loro mercato estivo. Proprio quello in cui proverbialmente i Della Valle “autofinanziatori”, o per meglio dire (secondo una terminologia più calcisticamente appropriata) “braccini”, incartano puntualmente l’avvenire della loro creatura meno prediletta, la Fiorentina, lasciando occupare lo spazio che dovrebbe essere riservato alla programmazione a polemiche da cortile. Un uomo politico del passato, Rino Formica, definiva tali polemiche (ovviamente in riferimento a questioni molto più serie) roba da “comari di ballatoio”. Il livello, rappresentato con immagine efficacissima, è proprio quello lì.
Quest’anno tocca a Sousa. Va, resta, si riserva di decidere dopo il “faccia a faccia” con DV, ha già deciso, vuole garanzie, vuole un ruolo alla Ferguson. Vuole almeno un terzino (vivaddio). E’ una di quelle repliche che passano una volta al mese sulle PAY TV. Sappiamo già come va a finire, accidenti se non lo sappiamo, è oltretutto un REMAKE di vecchie pellicole dove recitavano Cesare Prandelli e Vincenzo Montella.
Ad un certo punto il protagonista contro tutto e contro tutti parte per le vacanze. Delle due l’una, o ha già altre offerte e allora telefona dalle vacanze per comunicare che si è rotto i coglioni e buonanotte suonatori, oppure è ancora senza alternative e allora farà sì che i suoi ombrosi datori di lavoro perdano i nervi, lo esonerino e continuino a passargli il lauto stipendio. Fermo restando che i coglioni se li è rotti comunque, e ne ha ben d’onde (atteggiamenti e scelte tecniche sue discutibili a parte), perché a gennaio era primo e ultimamente dura fatica a fare le convocazioni per la domenica successiva, manco fosse un coach del minibasket.
L’abbiamo buttata in scherzo. Dopo aver visto la Juve festeggiare l’ennesimo scudetto nel nostro stadio, che altro possiamo fare? Dopo aver sentito Evra dire, “la nostra rimonta è cominciata quando ci siamo resi conto che in testa al campionato c’era la Fiorentina”? Dopo aver constatato che in fondo come dargli torto per quello che poi si è visto, e che tutto sommato si fa miglior figura a stare zitti? Dopo aver sentito il patron (il più piccolo dei due, quello che si ostina ancora a venire allo stadio) uscirsene con un “sono sereno, e orgoglioso di questa squadra”?
Scherziamoci sopra, ci sono cose più serie nella vita. Ma dato che ora si parla di queste e queste ci interessano, diciamo chiaramente che per la prossima stagione più che un nuovo allenatore (si parla di Maran, con il dovuto rispetto sarebbe il caso di una pubblica riabilitazione di Vierchowod e Cavasin, in tal caso) servirebbe un nuovo proprietario. Tenendo presente che se anche fossimo così fortunati (ma la fortuna in genere aiuta gli audaci, non chi si accontenta della “propria dimensione”), avremmo davanti un anno, un anno e mezzo buono di triboli. Vendere una società di calcio al giorno d’oggi non è cosa semplice, e richiede una tempistica del genere, anche se tutto va bene.
Tra l’altro, i Della Valle investivano col braccio rattrappito quando dicevano di nutrire grandi ambizioni. Ve li immaginate nella stagione in cui ufficialmente annunciano di passare la mano? Roba da brividi, meglio non pensarci. Oltretutto sono ombrosi, permalosi, vendicativi.
Meglio farseli venire, i brividi, a seguire le ultime miglia della cavalcata leggendaria di Claudio Ranieri e del suo Leicester in Premier League. YES WE CAN, dicono gli inglesi. NO ‘UN SI POLE, rispondono da Firenze tutti coloro che si sono convinti che questa è la nostra dimensione.

Befani vendeva stracci a Prato, Baglini vendeva inchiostri a Firenze Nova. Domandatelo a loro, quando li rivedrete, qual era la nostra dimensione.

sabato 9 aprile 2016

Da Giampaolo a Giambattista Vico

Era una sera di dicembre del 2009, uno dei giorni immediatamente successivi a quello in cui Alberto Gilardino aveva segnato uno dei gol più importanti della storia viola. Ad Anfield Road a Liverpool, lo stadio in cui non si cammina mai da soli, la Fiorentina aveva eliminato il Liverpool dalla Champion’s League qualificandosi agli ottavi di finale. Dopo anni di magre e di sofferenze seguite al gol di Batistuta a Wembley contro l’Arsenal, di nuovo l’Inghilterra sembrava dare il via ad una nuova epopea viola. Il futuro sembrava roseo. Anzi, di più.
Fu proprio allora che un personaggio di spicco della società ACF Fiorentina (si dice il peccato e non il peccatore, ma tutti sanno che si trattava di un ragioniere con qualifica di plenipotenziario fiduciario del patron Diego della Valle) avvicinò il tecnico Cesare Prandelli prendendolo da una parte e sussurrandogli poche ma micidiali parole, tali da stroncargli dentro qualunque euforia e voglia di festeggiare lo storico successo.
Lei può cercarsi un’altra squadra”. Prandelli aveva già intuito che il ciclo, il progetto, per usare una terminologia cara alla proprietà, di cui era stato protagonista fino a quel momento, era alla fine. Pochi mesi prima, alla richiesta di quei rinforzi che avrebbero consentito di mantenere la promessa di vittoria entro il 2011 si era sentito rispondere dal Capo in testa “lei pensi ad allenare la squadra”. A luglio, la public relations woman Silvia Berti, uno dei personaggi qualificanti il progetto, era stata invitata dall’oggi al domani a fare le valigie e sgomberare i locali occupati nella sede viola. A settembre Andrea Della Valle aveva sclerato improvvisamente dando le dimissioni da presidente, proprio nel momento in cui sembrava entrare nella fase cruciale la trattativa con il Comune per la Cittadella ed il nuovo stadio.
Il vento era improvvisamente cambiato sotto la Torre di Maratona. Ed era un vento di tempesta, per quanto in quel momento ancora “montante”. Il clima da marcia trionfale faticosamente ricostruito dopo la bufera di Calciopoli veniva spazzato via improvvisamente e incomprensibilmente. Prandelli non ci mise molto a capire che era il caso di seguire quel consiglio sibilatogli dal Ragioniere mentre Firenze era in festa per il trionfo più prestigioso non solo dell’Era Della Valle.
Da quel momento, non passò giorno senza che una stampa più o meno interessata lo vedesse a cena con questo o quell’emissario di squadre più o meno importanti. Soprattutto con quelli della squadra a cui a Firenze non si perdona nulla. Chissà quanti chili Roberto Bettega e Cesare Prandelli avrebbero dovuto mettere su in quei mesi invernali se avessero cenato insieme tutte le volte di cui fu dato conto su giornali e siti web in quel periodo. “Il peccato è nell’occhio di chi guarda”, diceva l’Inquisitore Torquemada (che se ne intendeva). Ma “il tifoso è tifoso perché non vuole pensare a niente”, ha affermato a ragione in epoca più recente Oliviero Beha. Molti tifosi caddero nella trappola tesa da una sedicente stampa sportiva indipendente. Prandelli in fondo era stato un “gobbo”. Perché non credere ad un suo ritorno alla Casa Madre?
Quando ad aprile Diego della Valle scelse la via del confronto-scontro pubblico sbottando in pieno Bar Stadio contro il suo stipendiato fedifrago, la città si divise. DDV ebbe meno consensi di quanti i sondaggi gliene avrebbero attribuiti, ma comunque più che sufficienti a creare un partito, destinato a contrapporsi ai “rosiconi”. Dellavalliani da una parte (o “leccavalle” come vengono chiamati sprezzantemente dagli avversari), rosiconi dall’altra, Firenze si accinse a nuovi cicli, nuovi progetti e nuove promesse avendo ritrovato il familiare e più congeniale terreno dei Guelfi e Ghibellini su cui si era dilaniata con estrema voluttà fin dal medioevo.
Cinque anni dopo, toccò ad un nuovo ciclo ritrovarsi strozzato proprio nel momento che sembrava quello del decollo. Dopo tre anni di calcio spettacolo e di risultati promettenti, la sera in cui la Fiorentina si arrestò n semifinale di Europa League cedendo al Siviglia che poi avrebbe vinto il trofeo Vincenzo Montella scoprì di non avere più il sostegno né della proprietà né di quella parte della tifoseria con essa schierata senza se e senza ma.
Alla sua richiesta di nuovi acquisti che consentissero il benedetto salto di qualità (al quale in quel momento di nuovo sembrava mancare davvero poco), non gli fu risposto come a Prandelli ma evidentemente le espressioni facciali furono le stesse. Vincenzo partì per le vacanze estive, dalle quali fece sapere che il suo era un biglietto di sola andata. La società nel frattempo aveva già spedito emissari a Chiasso, direzione Basilea. Obbiettivo, il terzo progetto, la terza scommessa (anzi, quarta, contando quella su Sinisa Mihajlovic abortita subito): Paulo Sousa da Viseu, Portugal.
Comunque uno giudichi tali eventi e la situazione che ne è seguita, era lecito aspettarsi una relativa tranquillità per almeno i tre anni che solitamente dura un ciclo dellavalliano. Macché, alla fine di gennaio dell’anno successivo (quello in corso) siamo già alle porte coi sassi. Uno stralunato Paulo Sousa ancora in corsa spasmodica per non perdere contatto con un primo posto in classifica insperato e storico, si vede recapitare dal calciomercato tali Kone E Benaluoane. E capisce forse che la squadra è bene cercarsela ancor prima che qualcuno abbia la brillante idea di sollecitarlo in tal senso.
Ecco che i ristoranti di Firenze tornano a popolarsi di allenatori viola cospiratori, misteriosi emissari stranieri, giornalisti appostati come agenti segreti (a proposito, ma quanto mangiano questi giornalisti? sempre a cena fuori?). Dettagliati reportages di cene carbonare (nel senso del mistero che le ammanta, non del menu) si alternano a proclami di rivincita e ripartenza in tromba societari.
Tutto, meno quello che la professione giornalistica imporrebbe: dare conto delle condizioni e delle prospettive di questa Fiorentina. Una squadra con l’organico ridotto all’osso, il morale e la concentrazione già inesistenti alla fine di marzo, la prospettiva di rinforzarsi nascosta nelle pieghe di un autofinanziamento in cui le plusvalenze della Fondazione Corvino sono ormai agli sgoccioli.
Ci sono ancora sette partite da giocare, e non vorremmo che andassero a finire come quelle che conclusero l’ultima stagione di Prandelli. Per un totale di diciassette sconfitte, propiziate da un ambiente – quello viola – che aveva già mollato da tempo ma che pretendeva di darne tutte le colpe all’allenatore. Errori di formazione a parte, dobbiamo dire comunque grazie a Paulo Sousa per la professionalità con cui sta portando a una decorosa conclusione di stagione il baraccone viola ex sorpresa di questo campionato.
Poi sarà di nuovo il tempo delle tagliatelle ai funghi e dei proclami (se a vuoto, lo diranno i posteri), delle scommesse e delle promesse, delle plusvalenze e degli autofinanziamenti, degli scudetti di bilancio, dei bacini di utenza, dei vorrei ma non posso (anche se sono il decimo nella classifica dei patrimoni italiani, o giù di lì).

Si parla di Giampaolo sulla panchina viola. Forse, visti i precedenti, sarebbe più adatto Giambattista Vico. Quello dei corsi e ricorsi.


venerdì 1 gennaio 2016

Cesare Prandelli, dagli anni viola a quelli azzurri

Novembre 2007. Manuela Caffi coniugata Prandelli perde la sua lunga battaglia con la malattia che non perdona. La domenica successiva, a suo marito Cesare lo Stadio Artemio Franchi al completo tributa una delle più clamorose manifestazioni di affetto mai riservata a un qualsiasi beniamino viola, un minuto di raccoglimento culminato in un applauso finale da far tremare il cuore e le gambe anche al più insensibile dei convenuti. Il matrimonio religioso e civile di Cesare Prandelli è purtroppo appena terminato, quello sportivo con Firenze e la Fiorentina pare essere in quel momento definitivamente consacrato, e destinato a non avere mai più fine.
Novembre 2009. Claudio Cesare Prandelli ha appena raggiunto e superato nientemeno che Fulvio Bernardini in testa alla classifica degli allenatori più vincenti della storia viola, 100 vitorie in 197 partite. Ma c’è di più, ha appena portato la squadra a vincere ad Anfield Road a Liverpool e a qualificarsi agli ottavi di finale della Champion’s League. Adesso You’ll never walk alone lo cantano i tifosi viola, e pare davvero arrivato il momento di raccogliere per chi ha seminato tanto, come promesso da Della Valle all’avvio del suo ciclo. Eppure, proprio in quel momento qualcuno sembra aver dimenticato la profezia dello scudetto entro il 2011 e tutti i sogni di gloria, perché sceglie proprio quel momento per avvicinare il Mister e fargli sapere che "può cercarsi un’altra squadra”.
Qualunque cosa sia successa, è successa mesi prima, quando viene dapprima licenziata l'addetta stampa Silvia Berti con cui Prandelli aveva stabilito un rapporto speciale, forse l’unico per lui affidabile dal punto di vista umano in società; quando a una riunione tecnica di fronte ad alcune osservazioni avanzate da Prandelli è il capo in persona Diego Della Valle a troncargli la parola in bocca, dicendogli: “lei è l’allenatore? Allora pensi ad allenare e lasci perdere il resto”; quando suo fratello Andrea lascia la presidenza di punto in bianco in apparente (e in quel momento inspiegabile ai più) polemica con la nuova Amministrazione comunale Renzi; quando infine Prandelli chiede dei rinforzi per il salto di qualità definitivo, e gli arrivano nell’ordine Bonazzoli, Bolatti e Keirrison. Alla fine di quel 2009, con la squadra ancora in corsa in tutte le competizioni, Cesare Prandelli si rende conto che il suo tempo sulla panchina viola è finito e che qualunque cosa succeda nel 2011, o forse già nel 2010, ci sarà un altro ad essere chiamato Mister dai suoi giocatori.
In primavera, le cose precipitano, come c’era da aspettarsi. La squadra capisce che il suo allenatore è delegittimato dalla società, e scivola lentamente verso un triste 11° posto finale, dopo quattro anni di piazzamenti prestigiosi. Il Mister delle 100 e passa vitorie in quel campionato avrà collezionato alla fine ben 17 sconfitte. Va meglio nelle Coppe, almeno per modo di dire, perché se in Coppa Italia i viola vengono fermati in semifinale dall’Inter di Mourinho, Eto’o e del Triplete, in Champion’s League si consuma lo scandalo di Klose che segna il gol della vittoria a Monaco per il Bayern in fuorigioco di almeno 10 metri e di Ovrebo (arbitro di quelli che si definiscono “ineffabili”, che non a caso smette di arbitrare il giorno dopo) che convalida sotto gli occhi di Platini, il quale se la ride in tribuna assieme ai dirigenti bavaresi. Al ritorno a Firenze, grande partita dei ragazzi di Prandelli che viene vanificata solo alla fine da un gol di Robben che vale doppio per la regola della trasferta e che porta avanti un Bayern poco meritevole verso una finale che sognare viola non era stato del tutto illecito, almeno per il gioco espresso.
Per la Fiorentina, l’eliminazione scandalosa dalla Coppa con le orecchie è il segnale di smobilitazione. Entra in campo, a piedi uniti, Diego Della Valle, che dimentica il fair play mostrato con l’UEFA dopo il furto di Monaco e aggredisce in pubblico Prandelli, reo di essersi fatto vedere a cena con emissari di altre società, tra cui quel Roberto Bettega che rappresenta la più odiata di tutte, la Juventus. “Prandelli dica che cosa vuole fare!”, tuona Della Valle al Bar Marisa in quella che per lungo tempo sarà di fatto l’ultima sua apparizione a Firenze. Quello che non vuole o forse non può dire è che Prandelli in quel momento vorrebbe probabilmente soltanto onorare il suo contratto (che avrebbe un altro anno di durata), ma la società gli ha già fatto sapere che non è cosa.
La commedia delle parti dura fino alla fine di giugno, anticipando stagioni e vicende anche peggiori come quella che un anno dopo circa avrebbe avuto per protagonista Riccardo Montolivo, per esempio. Poi alla fine ci pensano Marcello Lippi e la sua disgraziata rappresentativa azzurra a risolvere le cose. L’Italia ai Mondiali del Sudafrica va talmente male da farsi eliminare al primo turno e da rendere necessaria una vera e propria rifondazione, come avvenne nel 1974 dopo l’Azzurro Tenebra – per dirla con Giovanni Arpino – dei Mondiali di Germania. In realtà, il contratto con la Fiorentina è già stato rescisso consensualmente dal 3 giugno, tanta era la voglia dei dirigenti viola e del tecnico di voltare pagina e tanta era la fiducia dei dirigenti federali nella squadra che doveva
difendere il titolo mondiale conquistato a Berlino nel 2006.
E così, mentre la squadra gigliata viene affidata ad un "giovane e promettente tecnico" – come si dice sempre in questi casi – a nome Sinisa Mihajlovic (che viene per la verità da una stagione come secondo di Mancini all’Inter pre-Mourinho, da una salvezza faticosa con il Bologna e da una buona stagione a Catania), negli stessi giorni Cesare Prandelli esordisce sulla panchina azzurra perdendo in amichevole dalla Costa d’Avorio di Drogba. Risultato a parte, il compito del Mister di Orzinuovi sembra improbo, tanto appare miserando lo stato in cui è ridotto il calcio italiano a soli quattro anni dalla vittoria mondiale. Anche qui il destino vuole che si muova sulle orme di Fulvio Bernardini, che seppe rifondare la Nazionale nel '74 avviando il ciclo del Mundial '82, ma stavolta non ci sono Antognoni & C. a rendere tutto più facile. A consolarlo, il fatto che in quella che resta la sua città di adozione e residenza, Firenze, sono più i tifosi che hanno preso le sue parti di quelli che si sono schierati a favore di una proprietà che appare sempre più distante, svogliata, francamente incomprensibile. Prandelli per la verità si comporta da signore, limitandosi a dire a quei tifosi che lo fermano che lui a vincere entro il 2011 ci aveva creduto davvero, e che se le cose non sono andate in quel verso la colpa non è sua.
E che avendo lasciato il cuore sulla panchina viola, sogna sempre di ritornarvi prima o poi, dopo quella azzurra. E i tifosi, in quel momento quanto mai depressi da una Fiorentina scialba a cui il suo successore Mihajlovic proprio non riesce a dare gioco e p ersonalità, gli credono. A ottobre, quando l’Italia viene a giocare a Firenze un match di qualificazione agli Europei 2012 contro le Isole Faer Oer, gli tributano applausi e cori riempiendo lo stadio come di rado succedeva negli ultimi anni per la Nazionale. Ma la soddisfazione più grossa se la leva di persona, incrociando un Andrea Della Valle che gli dispensa un paternalistico “Un giorno mi ringrazierai”. “Se vuoi, posso farlo anche subito”, è la pronta risposta del selezionatore azzurro.
Nell’estate del 2012, mentre si consuma lo psicodramma di una Fiorentina salva solo alla penultima giornata grazie ai reprobi Montolivo e Cerci e malgrado gli schiaffi di Delio Rossi non solo a Llajic ma a una Firenze che si era abituata al fair play di Prandelli, quest’ultimo va a compiere un’impresa in Ucraina e Polonia portando alla finale europea quella che sembrava un’Armata Brancaleone senza speranza. In questo torneo Cesare mostra tutti i suoi pregi ed anche i suoi limiti. Il rilancio di stelle cadenti come il vecchio Cassano ed il giovane Balotelli gli consentono di mettere paura alla Invencible Espana all’esordio, poi di cavalcare fino all’ultimo match spazzando via Inghilterra e Germania, quest’ultima soprattutto molto più accreditata degli azzurri.
All’atto conclusivo, però, Prandelli non crede che un Diamanti in buono stato sia meglio di un Cassano acciaccato, e l’insistere sul talento barese e su altri senatori incerottati gli costerà una goleada da parte della Spagna. Che forse avrebbe vinto comunque, ma che mai nella sua storia aveva potuto permettersi quattro gol di differenza con noi.
La vita è strana, e il calcio è una metafora della vita. Quando la nostalgia per l’Uomo della Panchina d’Oro avrebbe dovuto salire a vertici incontrollabili, ecco che arriva – anche lui da Catania, anche lui dopo esser passato in un lampo da Roma – il suo degno successore, colui che non lo farà più rimpiangere e forse lo farà dimenticare.
Vincenzo Montella ha molto in comune con Cesare Prandelli, nel bene e nel male. La Fiorentina che i Della Valle gli mettono in mano è finalmente all’altezza delle aspettative, come lo era quella messa in mano a Prandelli nel 2005. La stagione 2013-14 è destinata a dire molto circa le carriere di Prandelli e di Montella. Si parla in entrambi i casi di Albi d’Oro in cui scrivere il proprio nome, di segni da lasciare nella storia rispettivamente azzurra e viola. Si sogna, per alzare una Coppa di cui nessuno osa per scaramanzia sussurrare nemmeno per sbaglio il nome, in un caso il Maracanà e nell’altro lo Juventus Stadium. Solo che, ormai, per come è fatta Firenze si tratta di due storie differenti. A Prandelli i tifosi augurano ogni bene, ma nessuno lo rimpiange più, da quando la Fiorentina è risorta e sulla sua panchina si è seduto Vincenzo Montella. Qualunque cosa succeda in Brasile ora o tra un anno, giusto o sbagliato che sia per i fiorentini la storia che conta si fa al Franchi, e basta. A Cesare Prandelli restano tanto affetto da parte della gente, qualche vittoria in più di Fulvio Bernardini, e purtroppo uno scudetto in meno.

Cesare Prandelli, ascesa e caduta di una leggenda viola

Se sei un predestinato, in genere lo si vede subito. Probabilmente già da quando i tuoi genitori ti impongono il nome. Se scelgono di chiamarti Claudio Cesare, con il nome cioè di due dei più grandi e famosi imperatori romani, è abbastanza chiaro che auspicano per te un futuro glorioso. Magari non necessariamente a lieto fine, dato che i due eponimi furono entrambi assassinati da congiure di palazzo, ma glorioso sì, senz’altro, e a furor di popolo.
Il popolo fiorentino, o per meglio dire viola, non ha mai avuto dubbi su Claudio Cesare Prandelli. Bastarono poche battute delle sue prime conferenze stampa in quell’estate del 2005 in cui arrivò in riva all’Arno perché la gente che aveva a cuore le sorti di una Fiorentina che veniva da anni decisamente difficili si rendesse conto di aver trovato l’uomo giusto, quello della rinascita. I fratelli Della Valle lo chiamarono quell’anno a sedersi sulla panchina su cui in tre anni si erano alternati Pietro Vierchowod, Alberto Cavasin, Emiliano Mondonico, Sergio Buso e Dino Zoff. Tutti accomunati da un minimo denominatore: risultati bene o male sì, gioco zero. Per chi professava una estetica del calcio al pari di quella ostentata dagli altri prodotti di famiglia (una specie di marchio Tod’s applicato al pallone), era venuto il momento di affidarsi a chi poteva far fare il salto di qualità definitivo a una squadra che si sognava e si prometteva stabilmente insediata nell’alta classifica ed in grado di giocare divertendo. La squadra fu rifatta con acquisti importanti, a cominciare da quel Luca Toni che avrebbe vinto a Firenze la Scarpa d’Oro. E fu affidata al più promettente dei giovani allenatori che era disponibile al momento. Che avrebbe vinto a Firenze, per ben due volte, la Panchina d’Oro.
Claudio Cesare Prandelli era stato a cavallo degli anni settanta e ottanta uno di quei terzini rocciosi che il calcio italiano una volta produceva in quantità. Cremonese, Atalanta e poi Juventus erano state le squadre in cui il bresciano di Orzinuovi aveva militato, senza mai sfondare veramente. Nella Juve che sfilò lo scudetto all’ultima giornata alla Fiorentina nel 1982 c’erano così tanti campioni che trovare una maglia da titolare era un problema. Prandelli aveva davanti Cabrini, Gentile, Furino. Fece tanta panchina, anche se da quella panchina vide i compagni vincere di tutto e di più. Nel 1985 tornò all’Atalanta, dove visse il crepuscolo della sua carriera. L’ultima partita la giocò – gli scherzi del destino – a Firenze nel 1990. Fu un 4-1 per i viola di Baggio, che si salvarono proprio grazie a quel risultato. Baggio poi salutò e andò alla Juve, Prandelli salutò e appese le scarpe al chiodo, diventando allenatore. Dalle giovanili alla prima squadra, Prandelli si issò fino alla serie A, anche se la notorietà gli arrivò solo tra il 2002 e il 2004, in cui riuscì per due anni consecutivi a portare al quinto posto un Parma che già stava vivendo la crisi societaria conseguente al crollo della famiglia Tanzi.
A Parma fece talmente bene, lanciando tra l’altro giocatori come Gilardino o l’eterna promessa Adriano, che si accorse di lui nientemeno che la Roma di Sensi, che gli offrì di allenare Totti & C. Il mister accettò, per poi rinunciare pochi giorni dopo non appena si verificò l’insorgere della malattia che l’avrebbe privato della sua compagna. L’allenatore che rinunciava ad un contratto remunerativo e prestigioso per stare vicino alla moglie malata commosse un mondo con il pelo sullo stomaco come quello del calcio italiano, e Prandelli ne uscì con l’immagine se possibile ancor più ingigantita. Seguì un anno sabbatico in cui la situazione familiare del mister sembrò stabilizzarsi. Un anno dopo, sulla panchina della Roma sedeva ormai Spalletti, ma su quella della Fiorentina non c’era nessuno. Il nuovo DS Corvino avrebbe preferito qualcun altro (Guidolin, ad esempio), ma i Della Valle scelsero lui, l’uomo che prima ancora del buon calcio predicava il fair play.
Cominciò così la storia di Prandelli a Firenze. Del suo passato di gobbo non sembrava ricordarsi più nessuno, il pubblico fu subito dalla sua, anche perché la sua squadra giocava bene e vinceva. Panchina d’Oro e Scarpa d’Oro erano il minimo per una squadra che riuscì a qualificarsi trionfalmente alla Champion’s League dopo un lungo duello con la Roma di Spalletti. Ed era solo l’inizio, o almeno così pareva. Invece arrivò Calciopoli a scombinare i programmi di una società messa in ginocchio da avvisi di garanzia e deferimenti, e tuttavia anche allora Prandelli emerse come una figura di riferimento – l’unica in quel momento insieme al “male non fare, paura non avere” di Diego Della Valle – per i tifosi costretti ancora una volta a stringersi attorno alla loro squadra in pericolo. A Folgaria nell’estate 2006 fu stretto un patto tra uomini veri, il mister e i suoi ragazzi che andarono a giocare un campionato ancora più splendido di quello precedente, se possibile, rimontando 15 punti di penalizzazione e finendo quinti a un passo da una nuova qualificazione alla Champion’s League. Un’impresa clamorosa e senza recedenti che valse a Prandelli la seconda Panchina d’Oro.
Il peggio era passato, e finalmente si poteva riprendere la corsa verso la gloria? Macché, il peggio aveva ancora da venire. Senza più Luca Toni era difficile far gioco e vincere. Nel 2008 la corsa all’Europa League si fermò alla semifinale con i Glasgow Rangers e ai calci di rigore che meritavano miglior sorte, per una squadra che aveva quattro attaccanti di primo piano. In compenso, uno di questi – il prode Osvaldo – segnò lo splendido gol in rovesciata a Torino che valse la prima effettiva Champion’s League dell’era Della Valle, e anche dell’era Prandelli.
Gaio Giulio Cesare fu abbattuto da una congiura di palazzo. La congiura che avrebbe abbattuto Cesare Prandelli cominciò a lavorare nella stagione 2008-9. Nell’estate in cui la Fiorentina doveva giocare il preliminare con lo Slavia Praga, il DS Corvino non trovò di meglio che perfezionare la vendita del fenomeno Adrian Mutu alla Roma, a due giorni dal match decisivo. La reazione di Prandelli fu furibonda, Mutu restò a Firenze e dette alla Fiorentina la qualificazione alla Champions con due gol dei suoi, ma la frattura tra il tecnico e la società si consumò allora.
Il doppio impegno in campionato e coppa si dimostrò troppo pesante per i viola, malgrado l’arrivo del bomber Gilardino a fianco di Mutu ed una rosa molto, forse fin troppo ampia. Cominciarono a venire al pettine alcuni nodi del carattere di Prandelli. Grande motivatore, capace di rigenerare alcuni giocatori in crisi come nessun altro (Gilardino era venuto a Firenze proprio per lui), eppure altrettanto incapace di stabilire un rapporto decente con altri, che alla fine sono dovuti andar via proprio per rigenerarsi. Pazzini e Osvaldo chiesero di andarsene ritenendosi ingiustamente penalizzati dal mister, che “non li vedeva”. Si consumò inoltre la lunga crisi di Manuel Pasqual, da incontenibile terzino d’attacco alla Cabrini a irriconoscibile fantasma vagante per il campo, a cui si sovrapponeva un altro fantasma, quel Vargas preso dal Catania dopo un campionato devastante. Ci volle a Prandelli un intero girone d’andata prima di capire che non si trattava di un terzino e che con Pasqual si dava reciprocamente fastidio.
Malgrado tutto, a fine stagione la Fiorentina era di nuovo in Champion’s. La sensazione era che il salto di qualità definitivo fosse ad un passo. La società aveva promesso lo scudetto nel 2011. Prandelli ci credeva, come tutti, e avanzò un paio di richieste in sede di mercato per colmare le poche lacune dell’organico a sua disposizione. Era l’estate del 2009. Quando saltò tutto, e la congiura di palazzo scattò per tirarlo giù.