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lunedì 30 gennaio 2017

Hic sunt clientes





Leggo le solite recriminazioni sull'arbitraggio. Finché non si perderà l'attitudine al vittimismo, non andremo mai da nessuna parte (ammesso che con questa proprietà si possa mai andare da qualche parte).
Anzitutto, il fallo di mano di Bernardeschi sulla linea di porta c'é, ed è di quelli che un arbitro qualsiasi è portato a valutare come determinante e volontario.
Dopodiche, a norma del regolamento attuale, rigore ed espulsione vengono di conseguenza. Sono il primo a considerare l'estromissione di Federico dal match, e la conseguente squalifica per Roma (o Pescara?) come una disgrazia, ma l'episodio purtroppo è ineccepibile per come è stato gestito. Sui fuorigioco e i cartellini prima dopo e durante, soliti discorsi. Ci stanno bene quando sono a favore nostro, ci scatenano il complottismo endemico quando sono contro. Siamo diventati dei "Piagnoni" peggio di quelli di Savonarola.
Questione gestione societaria. Ragazzi, è questa. E non da ora, dai tempi di Prandelli. Cambiano gli allenatori, i giocatori, il prodotto non cambia. Questi due venuti dalle Marche sono due avventurieri, due incapaci, due arruffoni, due mestieranti, non so più come definirli, figuriamoci insultarli. Hanno arraffato una società di calcio per diventare qualcuno, otterranno il risultato di far diventare la Fiorentina NESSUNO. Quando poi la squadra finisce in mano ad un altro incapace come Paulo Sousa, e grazie alle campagne acquisti napoleoniche degli ultimi anni ti ritrovi ad andare a Pescara con una linea difensiva così configurata: De Maio, Sanchez, Tomovic (e meno male che si va a Pescara), il mazzo è completo. Ci si meraviglia ancora di qualcosa?
P.S. Vorrei dire in faccia a Sousa una cosa soltanto: con la squalifica di Bernardeschi domenica a chi li romperai i coglioni con le tue decisioni del cazzo?
Terzo, e concludo. Leggo di gente che ancora si lamenta del tifo. Abbonati e spettatori paganti che non cantano più, non si entusiasmano più, non "tifano" più. Il processo di involuzione di Firenze, dei fiorentini, della Fiorentina, della fiorentinità è in atto da più di vent'anni (e non la butto in politica volutamente, altrimenti....). I della Valle hanno dato soltanto la "mano di coppale", come si diceva una volta. Ai vecchi fiorentini questi due signorotti venuti dalle Marche sarebbero venuti sul cazzo in un battibaleno, e qualcuno o prima o dopo avrebbe corso, o per il Viale dei Mille, o in Piazza Savonarola, o verso la Consuma. Quella gente non c'é più. Non ci siamo più. Siamo diventati un popolo che ingoia tutto. Come le puttane.
Quando Mario Cognigni certificò la morte del "tifoso" e la sua sostituzione con il "cliente", dimenticò di specificare se quel termine lo usava nell'accezione ragionieristica o in quella latina. Chi ha fatto studi classici sa che in latino "clientes" significa "tributari", coloro cioé che bazzicavano i palazzi dei Patrizi, dei grandi signori, perché campavano di briciole gettate loro dal tavolo di quei signori, svolgevano attività collaterali utili alla casa ed alle proprietà di quei signori, facevano parte della plebe che in un modo o nell'altro sbarcava il lunario grazie alla benevolenza o all'indotto delle attività di quei signori.
Questo è diventata la gente che va allo stadio, o si mette davanti a Sky. E' chiaro che mettersi in discussione per questa "clientela" è devastante, il lavoro di psicoanalisi su se stessi è uno dei più difficili e ingrati. Molto più facile dare le colpe di tutti i mali ai complotti, agli arbitri, a Tomovic. Mai, comunque, MAI, MAI, MAI ai fratelli Labionda - Della Valle.
Alla prossima, con gli stessi discorsi.

domenica 27 novembre 2016

La dura vita dell'allenatore nella Firenze dei Della Valle

La monarchia costituzionale fu inventata nel diciottesimo secolo per sollevare i monarchi dalla responsabilità delle loro azioni, soprattutto da quel certo momento in poi in cui prese piede l’usanza di farla valere sul palco della ghigliottina. In sostanza, il ministro o maggiordomo pagavano e pagano al posto del loro sovrano, mettendoci la faccia e in qualche caso la testa.
La filosofia politica ha fatto tanta strada da allora, estendendo il proprio campo d’azione tra l’altro a tutti quei settori che prevedono l’esistenza di un padrone, di un’azienda, di un fatturato e di azionisti – o quantomeno clienti – a cui rispondere.
Eccoci quindi nel mondo del calcio. Non c’è più un Luigi XVI a cui salvare la testa, ma tanti presidenti-proprietari, padroni assoluti come tanti Re Sole fino al giorno in cui la squadra va male, e allora bisogna dare in pasto alla folla inferocita una testa, appunto. Non di un ministro, in questo caso, ma di un allenatore.
E’ la prima cosa che imparano i presidenti del calcio. L’allenatore sta lì a prendersi gli osanna e le maledizioni dei tifosi. Il Presidente, quello non si tocca mai, non si contesta. Perché….. se va via…..
A Firenze, dal 2002 c’è una squadra – azienda. E avresti detto che aziendalisti come i Della Valle, così precisi e rigorosi nelle altre aziende del loro gruppo, avrebbero rifuggito inorriditi da certi malcostumi tipici del calcio. E invece…..
Gli allenatori a Firenze durano poco, storicamente. Il record di permanenza, sei stagioni, a tutt’oggi rimane legato alla memoria di una figura leggendaria: Fulvio Bernardini, il mister del primo scudetto. Proprio con i Della Valle siamo andati vicini a superarlo, con Cesare Claudio Prandelli, che di stagioni da queste parti ne ha rette ben cinque. Sappiamo tutti com’è andata a finire, “si cerchi un’altra squadra” proprio la sera di Liverpool. Qualcosa non funziona nel rapporto degli imprenditori marchigiani con i loro dipendenti in tuta da calcio. Ce ne accorgemmo allora, quando l’illusione di una proprietà che credevamo diversa svanì nello spazio di una nottata e di un girone di ritorno.
Nel 2002, doveva essere Eugenio Fascetti a guidare la Fiorentina retrocessa in B di Vittorio Cecchi Gori. Ma la B diventò C2, la Cecchi Gori Productions diventò una società fallimentare, ed al suo posto la Giunta Domenici tirò fuori dal cappello messole in mano dalla politica romana il Gruppo Tod’s. Che all’inizio ebbe il merito di inventarsi in soli 20 giorni società e squadra. Giovanni Galli ingaggiò l’ex compagno di quasi-scudetto Pietro Vierchowod, per dare la scalata alla C1.
Pietro durò nove giornate. Allenatori non ci si improvvisa, ed il russo scoprì a sue e nostre spese di non avere l’esperienza ed il carisma per portare Riganò & C. ad una marcia trionfale. Al suo posto fu chiamato il navigato Alberto Cavasin, che in C2 se la cavò egregiamente. Dalla C2 alla B, grazie ai meriti di blasone, il passo però fu troppo breve, e nel febbraio 2004 anche Cavasin fu giudicato non all’altezza del compito. In serie cadetta, la squadra era quattordicesima, Firenze voleva la serie A, l’azienda pure. Arrivò il mister tifoso Emiliano Mondonico, vecchio filibustiere di tutte le serie.
Mondo vinse lo spareggio, ma se ne disperò quasi. Aveva annusato che l’aria di Viale Manfredo Fanti era diventata pesante per lui e per gli eroi venuti su dalla C2. Anche lui arrivò fino al novembre successivo, poi passò la mano a Sergio Buso, allenatore fino a quel momento dei portieri. Il povero Buso resse tre mesi, finendo vittima di logiche di sistema che andavano al di là dei suoi demeriti. La Fiorentina dei Della Valle era stata antipatica da subito all’establishment di quella serie A che aveva appena riconquistato. A Genova finì la partita in otto, tanto per gradire. Altro che cattivi pensieri, come quelli che vennero al Grande Timoniere Dino Zoff. Che comunque portò la squadra in salvo con una rimonta alla Chiappella.
E venne Claudio Cesare, vide e vinse. Quarto posto, Champion’s League e Toni Scarpa d’Oro. Peccato che il conto di Calciopoli arrivò proprio quell’estate. Meno quindici, e tanti avvisi di garanzia. A Folgaria quell’anno al raduno c’era solo lui. Diventò per la Fiorentina una specie di Alex Ferguson, salvando la squadra e portandola al terzo posto virtuale. Ma i Della Valle non tolleravano i Ferguson, al massimo i Cognigni. E quando un bel giorno Prandelli chiese conto dei proclami di vittoria entro il 2011, gli fu risposto dal patron Diego in persona: “lei è l’allenatore? E allora pensi ad allenare”.
A novembre 2009 il giocattolo di Prandelli andò in pezzi. Società improvvisamente demotivata, calciatori che ressero di nervi fino al furto di Ovrebo a Monaco. Poi fu Caporetto, 17 sconfitte stagionali. Prandelli la squadra se la trovò davvero, era la Nazionale, nientemeno. Ad ottobre dell’anno dopo, in visita a Firenze con gli azzurri, Andrea Della valle lo accolse con la storica frase “Un giorno mi ringrazierai”. La risposta di Cesare fu altrettanto storica: “Se vuoi posso farlo anche adesso”.
Sinisa Mihajlovic aveva soprattutto la colpa di venire dopo di lui, l’allenatore più amato dai fiorentini dopo Bernardini, Pesaola e De Sisti. Il serbo aveva poca esperienza, come già Vierchowod dieci anni prima, e non aveva ancora grandi idee di gioco. Pagò per sé e per tutti sempre di novembre (mese maledetto per gli allenatori, viola e non) nel 2011. Gli fu fatale l’ennesimo pareggio in una annata che ne vide un visibilio.
Dentro Delio Rossi, aziendalista senza azienda. Via i campioni a cui si stava spegnendo la luce, squadra che affondava nelle parti basse della classifica. Con il Novara in casa a tre giornate dalla fine, il dramma dei cazzotti a Llajic e dei due gol ospiti che stavano spingendo i viola di nuovo in B. Al risultato ci pensò il reprobo Montolivo. A salvare Rossi non poteva ormai pensarci nessuno. Le ultime due giornate in panchina andò Vincenzo Guerini, anche lui ripagato a tempo debito con un bel calcione nel fondo schiena.
Sotto con Vincenzo Montella, un’altra scommessa. Questa volta vinta, perché fu dotato di giocatori validi, con motivazioni di rivalsa forti. Tre quarti posti a fila, due partecipazioni alla Europa League molto buone (con possibili risultati ancora migliori sfumati per ingenuità, contro Juventus e Siviglia), una Champion’s League mancata di un soffio grazie alla supponenza di Pizarro contro l’infame Montolivo.
Anche Montella, come Prandelli, ebbe l’ardire di chiedere in sede se eravamo questi e questi restavamo, o se invece potevamo fare il benedetto 31 dopo il 30. Gli fu risposto che poteva rimanere al mare. Mentre partiva l’ennesima campagna plusvalenze, la società pescava l’oscuro Paulo Sousa, fresco vincitore del campionato svizzero a Basilea, che la gente però ricordava piuttosto per essere stato uno dei gobbi di Lippi.
La Fiorentina partì a razzo nella stagione 2015-16, la gente perdonò volentieri il gobbismo passato a Paulo Sousa e il depauperamento tecnico del parco giocatori alla società. Fino a Natale la squadra era prima o giù di lì. A gennaio, auspicava il tecnico prima ancora dei tifosi, qualcuno si sarebbe frugato in tasca per rinforzarla e tentare fino in fondo di ripetere qualcosa che non succedeva più dal 1969.
Tino Costa, Kone, Benalhouane. I sogni muoiono sempre all’alba del 1° febbraio, in Viale Manfredo Fanti. Girone di ritorno da scoppiati, come l’ultimo di Prandelli. Fiorentina che terminò quinta con fatica. La gente si aspettava che il tecnico deluso rassegnasse le dimissioni, ma egli preferì lo stipendio e rimase a mugugnare e mischiare le carte già sparigliate dal ritorno di Corvino e dalla ripresa dell’Età d’Oro delle Plusvalenze.
Il resto è storia attuale. Che ci riporta al tema iniziale. Compare lo striscione che inneggia al boia, ma la testa è quella sbagliata. Il maggiordomo ha colpa fino ad un certo punto se il servizio è scadente, non parliamo del governo. I tempi si fanno di nuovo cupi. Dopo 14 anni, l’11° allenatore sta per l’undicesima volta per concludere malamente il suo rapporto con il suo datore di lavoro e nostro patron.

Avrà mai la gente di Firenze il coraggio di consegnare al boia (metaforicamente parlando) la testa giusta? Quella del Re?

lunedì 17 ottobre 2016

Il progetto va avanti



Parlo stamattina con un mio amico, storico tifoso viola senza mai un se o un ma. Abbonato da sempre, quest’anno quando la Fiorentina gioca in casa la sua reazione più controllata è un: Madonna che palle, mi tocca andare allo stadio…! Stavolta deve aver passato un qualche Rubicone. Parole sorprendenti: «Ce l’avrei avuto caro a perdere ieri con l’Atalanta, per far scoppiare la crisi!»


Parlo con un’altra amica. Anche lei storica, come amica e come tifosa. Parole agghiaccianti. «Te la ricordi l’Atalanta in casa, nel 1993? Ecco, ieri forse abbiamo evitato che si ripetesse la storia….» Come non me la ricordo, soprattutto mi ricordo la storia successiva e come andò a finire, dall’esonero di Radice al gol udinese di Desideri a Roma.


Un altro: «Corvino è qui solo per far cassa, poi chiudono bottega e se ne vanno, Non pagano due allenatori in contemporanea, Sousa ce lo teniamo, a meno che a Natale non siamo in zona retrocessione».


Questi sono gli umori di Firenze stamattina al risveglio, mentre sorseggia un caffè più amaro di quanto era abituata a sorbire negli ultimi anni e sfoglia le prime pagine dei quotidiani sportivi. Uno, notoriamente vicino alle cose viola, titola a caratteri cubitali: CORVINO: SOUSA RESTA QUI. Sottotitolo: Sousa confermato.
Vuol dire che qualcuno l’aveva messo in discussione? A parte lo stadio Franchi con i suoi fischi assordanti, intendo. Qualcuno nelle riservate stanze dei bottoni? Radio Spogliatoio parla di un faccia a faccia interaziendale, tra Corvino e Sousa. Dev’essere andata a finire come le celebri riunioni del Soviet Supremo dell’URSS ai tempi del comunismo, uno parla e gli altri stanno a sentire (cercando di non addormentarsi e/o di non rompersi troppo le scatole).
Del resto, risposta non c’è, avrebbe detto il neo-Premio Nobel Bob Dylan se per sua disgrazia avesse partecipato ai CdA della Fiorentina. Mi sa che ha ragione quel mio amico, due insieme non ne pagano. Sousa resta qui, a meno che non prenda a schiaffi qualche giocatore, come il buon Delio Rossi ebbe la creanza di fare liberandoci della sua scomoda e altrettanto inutile presenza. Oppure a meno che a Natale siamo in una posizione di classifica a cui è meglio non pensare.
Anche perché, in quella posizione, saremmo tanto per cambiare la squadra meno attrezzata – soprattutto mentalmente – per lottare per la salvezza. Tra giocatori spompati, giocatori che vogliono andarsene e sanno di potersene andare, giocatori che l’inettitudine di questo tecnico sta mettendo in crisi tecnico-psicologica.
Immaginarsi a lottare punto a punto con un Crotone, un Empoli, un Pescara, ma anche un’Udinese o un Palermo Il vecchio Beppe Chiappella e il mago Oronzo Pugliese sono ormai ad allenare gli angeli, un Luciano Chiarugi o un Vincenzo Guerini sono fuori del libro paga dei Della Valle, da cui non hanno neanche ricevuto peraltro un trattamento particolarmente garbato, difficile si prestino dunque a guidare eventuali salvezze miracolo. Non ci verrebbe nemmeno un supertifoso come Mondonico, salute a parte, a finire di rovinarsela per rimettere in carreggiata questa banda sbandata.
Meglio non pensarci, finché si può. Anche se all’orizzonte si staglia lo skyline di Cagliari, una location che non è mai stata fausta per la Fiorentina neanche negli anni delle vacche più grasse. A perdere, cosa ampiamente alla portata di Sousa & C., domenica sera la crisi sarebbe ufficialmente aperta. Nuovi faccia a faccia non si sa come potrebbero finire. Per non parlare del resto della stagione.
L’allenatore non ha più in mano una squadra che peraltro gli ha funzionato bene finché ha proceduto sulla forza d’inerzia di Vincenzo Montella. Esaurita la quale, ed in assenza di cambi sostanziali (anzi con il depauperamento regolarmente arrivato ad una giornata dalla conclusione, secondo gli stilemi del calciomercato viola), i nodi sono venuti al pettine anche per chi, come Borja Valero, a Firenze aveva giurato amore eterno e fedeltà assoluta. L’amore è una cosa, le gambe ed il fiato sono un’altra.
Chissà dove sarebbe stato a quest’ora il buon Borja se la Roma non si fosse suicidata in casa con il Porto. Chissà dove sarebbero stati Kalinic, Vecino e/o Badelj se il Chelsea non avesse avuto da risarcire de facto la Fiorentina per l’affaire Salah supervalutando Alonso all’inverosimile. Chissà dove sarebbero, e visto come giocano c’è da rammaricarsi che non ci siano.
Chissà dove sarebbero Sanchez, Milic e compagnia bella se invece di un commissario liquidatore la Fiorentina avesse assunto un direttore sportivo vero, uno che se serve un terzino compra un terzino, e magari di quelli che sanno anche crossare.
Chissà dove saranno tra un anno – di questo passo – Bernardeschi, Babacar e Tello, i primi due gli unici prodotti del vivaio viola ad avere la ventura di finire in prima squadra da quattordici anni a questa parte (e anche questo la dice lunga sulla capacità di investire dei Della Valle), l’ultimo un prodotto del vivaio blaugrana che l’A.C.F. ha fatto fuoco e fiamme per tenere e che, al pari degli altri due, sta cercando con tutte le sue forze di rovinare. Così neppure più i giocatori in prestito le daranno.
Rovinare i giovani, demotivare i vecchi, dare via i migliori, tenere gli scarponi o prenderne di nuovi e magari autoconvincersi che si tratta di colpacci di mercato, è la nuova frontiera viola. Personalmente Carlos Alberto Sanchez Moreno più che ad un astro del centrocampo mi fa pensare ad un Barry White giovane. Lo ballavamo tutti, ma perché in quel momento la disco music non offriva di meglio.
Gli altri, vecchi e nuovi, sono da cupio dissolvi. Oppure, visti gioco e risultati, da cupio la vecchia Fiorentina anni Settanta, Galdiolo, Tendi, Della Martira, Lelj, Orlandini, Guerini, Roggi. Ma che erano peggio di questi qui?
Facciamo questi benedetti 40 punti prima possibile.

mercoledì 10 agosto 2016

Io sto con Giancarlo Antognoni

Disgraziata la patria che ha bisogno di eroi, diceva Bertolt Brecht. E’ il caso di Firenze. Che di eroi, in tutti i campi, ne ha avuti e ne avrà probabilmente sempre. Ma che sono destinati a spiccare sempre di più sullo sfondo di un panorama cittadino d giorno in giorno più misero. E questo non è detto che sia un bene. Anche se i nostri eroi non ce li tocca nessuno, com’è gusto che sia.
Giancarlo Antognoni a Firenze è l’eroe per antonomasia. L’uomo che, dotato di una classe e di una maestria nella propria arte come pochissimi altri prima e dopo, rinunciò a grandi vittorie a lui assolutamente confacenti per attaccamento ad una maglia, quella viola, che ai suoi tempi era già diventata una delle pochissime cose a cui questa città - che una volta di geni ne produceva e ne accoglieva in quantità industriale – poteva aggrapparsi per non avvilirsi a proposito delle sue presenti condizioni.
La luce del sole, se stagliata sullo sfondo di una tenebra fittissima, risplende ancora di più. Ecco perché Firenze ha voluto bene a Julinho, a De Sisti, a Rui Costa, a Mutu, ma a lui, Giancarlo, sempre e comunque un pochino di più. Perché lui è stato la ragione di vita per tutti quei ragazzi che negli anni Settanta cominciarono ad andare allo stadio. Per vedere le giocate del numero 10, e pochissimo altro. Perché lui è stato ed è Firenze. Come Michelangelo. Come Lorenzo il Magnifico. Come Ghiberti e Brunelleschi. Nei secoli dei secoli.
Giancarlo Antognoni è un uomo intelligente. E’ consapevole di essere un personaggio pubblico senza eguali. Non solo qui, ma soprattutto qui. Ecco perché non ha ancora deciso se presenziare alla cosiddetta festa dei 90 anni viola. Perché sa che, comunque si muova, scontenterà qualcuno, compromettendo la sua immagine di icona, di simbolo, di valore super partes.
Se resta a casa, come orgoglio e dignità più che giustificati suggerirebbero, verrà accusato da parte dei filo-societari e degli agnostici di aver boicottato quella che qualcuno spaccia per la più grande celebrazione viola degli ultimi anni per ragioni di “bottega” personale. Se va, cedendo alla mozione di un cuore che ormai bene o male viola è e viola resta, verrà accusato di andare a Canossa per “mendicare qualcosa” da coloro che l’hanno messo ai margini della storia viola. Lui, che è la storia viola, ad inginocchiarsi da chi la storia viola non ha neanche cominciato a scriverla.
In realtà, le cose stanno diversamente. Qualunque cosa faccia, Giancarlo Antognoni resta Giancarlo Antognoni. Firenze deve ringraziarlo, e la Fiorentina pure. E i Della Valle rassegnarsi al fatto che anche qualora cominciassero a vincere qualcosa (del che ci permettiamo non di dubitare ma di essere sicuri del contrario) non potranno mai sperare di avere un milionesimo dell’affetto che la città riserva a colui che essi giustamente – dal loro punto di vista – hanno messo in disparte perché l’ombra che avrebbe proiettato su di loro sarebbe entrata in confitto con tutti i motivi soprattutto di visibilità per cui hanno acquisito e mantengono la Fiorentina.
Quindi, Giancarlo non ha di che preoccuparsi, e sicuramente non se ne preoccupa. Qualunque cosa faccia il 28, lui in quei 90 anni c’é. E non si discute. Chi lo fa, commette un peccato di ignoranza prima ancora che di mancanza di senso critico. Peccato mortale, di questi tempi.
Il fatto però è che il grandissimo Giancarlo Antognoni è ormai, al pari di Julinho, De Sisti, un giocatore del passato. Sono sempre meno quei ragazzi degli anni Settanta di cui sopra, e sono tutti appartenenti a quella maggioranza silenziosa che della gestione Della Valle comincia a non poterne più, ma che comunque non si fa sentire, per timidezza, disinteresse o scarsa voglia di mettersi a discutere con energumeni di ogni ordine e grado.
Gli altri, quelli che vanno allo stadio magari in settori dove si discute poco e si pensa ancora meno, si fanno sentire eccome. Magari non andando oltre la ripetizione di mantra come “tornateci voi a Gubbio”, “se vanno via chi ci piglia”, “allora compratela voi”, “fate i fenomeni con i soldi degli altri”, “i Della Valle ci tengono ai massimi livelli a cui può ambire la Fiorentina” (Baglini vendeva inchiostri e Befani stracci di lana, chissà qual era allora il livello a cui potevano ambire).
Sono coloro che erroneamente vengono definiti i dellavalliani. Gente per cui Giancarlo Antognoni è un video da cineteca, ma “Vittorio se lo ricordano bene, e poi Gubbio e Gualdo Tadino”. Gente per cui anche Gabriel Batistuta comincia a stemperarsi e a sfumare come ricordo nelle nebbie di un passato sempre più lontano e sempre meno conosciuto.
Gente che il 28 agosto si precipiterà alla festa viola, perché bisogna esserci. Poi magari domandate loro che cosa si festeggia, e di ripeterlo – come si faceva a scuola una volta – con parole loro.
Personalmente, riteniamo che tutto ciò che ci sarebbe realmente da festeggiare in questi 90 anni di storia viola o non c’è più (perché la legge del tempo è l’unica che si deve rispettare sempre e comunque, anche in questo paese), oppure finirà per restare ai margini – per un motivo o per un altro – di questa kermesse di Cognigni & soci.
Semmai, ci sarebbe da commemorare proprio quel ragazzo che poteva andare a vincere quello che voleva e dove voleva. E che invece rimase qui a fare assist per gente che per stoppare un pallone rischiava di bucarlo. Poi, nel 1982, si ruppe la testa e quasi si ammazzò per andare in fuga per il terzo scudetto viola. Nel 1984, andato male il primo tentativo, si ruppe la gamba e chiuse la carriera solo per averci riprovato. La Fiorentina alla fine di quei due anni non vinse niente, ma è stata l’ultima volta che è andata veramente vicina a farlo. Batigol, non ce lo dimentichiamo, per mettere le mani su un trofeo che non fosse la Coppa Italia dovette trasferirsi a Roma.
Chi ha voglia di festeggiare qualcosa di serio, il 28, vada su youtube e si guardi tutto quello che c’è sul “ragazzo che giocava guardando le stelle”. E tenga un occhio al calciomercato, perché fra frizzi e lazzi la stagione che va a cominciare potrebbe aggiungere ben poco ai festeggiamenti, e molto a certi corsi e ricorsi storici a cui non vogliamo neanche pensare.

Comunque vada, #noistiamoconGiancarloAntognoni.

mercoledì 3 agosto 2016

La festa dei Quattordici Anni



E’ la festa dei quattordici anni. E zero titoli.
Quattordici anni fa, Diego della Valle accettava ufficialmente l’offerta di Leonardo Domenici, sindaco  pro-tempore di Firenze che aveva recuperato il titolo sportivo perso dall’A.C. Fiorentina (dichiarata inammissibile ai campionati di calcio della F.I.G.C., e poi anche fallita) dalla holding di Cecchi Gori e l’aveva offerto appunto a quella di Della Valle.
La storia di quei giorni l’abbiamo scritta in tanti, la conosciamo veramente fino in fondo in pochi e ce la immaginiamo però tutti.
Un fallimento indubbiamente pilotato e poco casuale, una rinascita che sul momento ebbe del miracoloso. Squadra e società allestite in meno di 20 giorni (poco dopo Ferragosto la nuova Florentia Viola già giocava al Franchi contro il Pisa). A ripensarci adesso a mente fredda, con l’entusiasmo sbollito da tempo, quella lista di giocatori di categoria (C2) che Gino Salica e Giovanni Galli andarono a comprare in quattro e quattr’otto sembra – fatte le debite proporzioni – come quella che Erdogan aveva già pronta per le epurazioni dopo il fallito colpo di stato.
La storia passata, presente e futura (per quanto prevedibile) del calcio ci insegna che i miracoli si fanno, sì, ma ci vogliono un po’ più di 20 giorni. Le trattative per quel dolorosissimo (per i tifosi) e complicatissimo  (per gli addetti ai lavori) passaggio di mano viola durarono probabilmente più delle 48 ore che Domenici, Giani e compagnia bella hanno consegnato alla leggenda, più che alla storia della Fiorentina.
Che da allora ha come ragione sociale A.C.F.. Non più A.C.. E che non volle recuperare la storica sede di Piazzale Donatello. Da allora alloggia al Franchi, come una sfollata di lusso. A fatica riacquistò nome e trofei, era il minimo sindacale, di meno Firenze non avrebbe accettato. Quel nome e quei trofei erano quanto aveva di più caro. Al pari del David, del Ponte Vecchio, del Campanile di Giotto, del Battistero, del Piazzale Michelangelo, di Santa Maria del Fiore. Non è un mistero, in questa città Giancarlo Antognoni sta alla pari di Michelangelo Buonarroti.
Tra poco si festeggiano i 90 anni. Quando fa comodo l’A.C.F. rivendica una continuità con il passato che nella sostanza non ha mai, o quasi, perseguito. Nei giorni in cui si dura fatica a comprare un terzinaccio, è indubbiamente molto più appassionante giocare al Top 11 o immaginare quale delle vecchie glorie, di un passato con il quale i Della Valle non hanno nulla e non hanno voluto avere nulla a che fare, interverranno alla festa.
Senza chiedersi se non fosse più opportuno limitare la commemorazione agli ultimi quattordici, di questi anni. E interrogarsi sul perché, a parte un paio di amichevoli con squadroni spagnoli in cerca di lauti ingaggi, non abbiamo vinto più nulla, né ci siamo andati vicini.
Di seguito alleghiamo una scheda contenente la lista dei presidenti che si sono succeduti al timone della Fiorentina, A.C. o A.C.F. che dir si voglia.
Lo proponiamo noi un gioco. In questa lista dei TOP 24, i Della Valle a che punto li mettereste? Aspettiamo curiosi le risposte.

I Presidenti Viola

Luigi Ridolfi Way da Verrazzano (1926 – 1942)
Fondatore, promozione in A nel 1931, retrocessione in B nel 1938, promozione in A nel 1939, 1^ Coppa Italia nel 1940, lasciò la presidenza della Fiorentina per assumere quella della Federcalcio nel 1942
Scipione Picchi (1942 – 1945)
Padre del giornalista e storico viola Sandro
Arrigo Paganelli (1945 – 1946)
Ex dirigente della Palestra Ginnastica Fiorentina Libertas, cofondatore della Fiorentina nel 1926 e vicepresidente con Ridolfi, fu reggente della società viola per un anno (con Ridolfi caduto in disgrazia per il suo passato fascista ed un comitato di reggenza che eleggeva le cariche sociali)
Iginio Cassi (1946 – 1947)
Reggente viola per un anno, in seguito presidente della Mostra Internazionale dell’Artigianato (fu lui a spostarla dal Parterre alla Fortezza nel 1958)
Ardelio Cassi (1947 – 48)
Reggente viola per un anno, imprenditore tessile pratese, che sponsorizzò società e squadra anche dopo il termine della propria reggenza
Carlo Antonini (1948 – 1951)
Imprenditore di Chiusi, fu il primo vero presidente viola del dopoguerra, e colui che avviò la costruzione della squadra che sarebbe diventata campione nel 1956
Enrico Befani (1951 – 1961)
Imprenditore tessile pratese, campione d’Italia nel 1956, finalista di Coppa Campioni nel 1957, vincitore di Coppa delel Coppe e Coppa Italia nel 1961, il primo double della storia del calcio europeo (due trofei nella stessa stagione)
Enrico Longinotti (1961 – 1965)
Imprenditore di Geve in Chianti, rilevò la società viola dopo le improvvise dimissioni di Befani, sdegnato perché il C.d.A. viola gli aveva bocciato il progetto di ristrutturazione e ricapitalizzazione societaria.
Nello Baglini (1965 – 1971)
Imprenditore pisano del settore inchiostri, Cmpione d’Italia nel 1969, vincitore di Coppa Italia nel 1966 e nello stesso anno della Mitropa Cup (altro double continentale)
Ugolino Uolini (1971 – 1977)
Imprenditore fiorentino, la Gover Gomma (forniture per edilizia e abbigliamento) era una delle fabbriche più importanti non solo della Toscana, vincitore della Coppa Italia nel 1975 e della Coppa di lega Italo – Inglese nel 1976
Rodolfo Melloni (1977 – 1979)
Presidente per delega di Ugolini, il primo dei tre presidenti morti in carica, per infarto
Enrico Martellini (1979-1980)
Già consigliere viola, anch’egli delegato di Ugolini
Ranieri Pontello (1980 – 1986)
Nessuna vittoria, ma uno scudetto sfiorato per quindici minuti
Pier Cesare Baretti (1986 – 1987)
Ex giornalista, il secondo dei presidenti viola, in questo caso per delega di Pontello, a morire in carica, per incidente aereo
Lorenzo Righetti (1987 – 1990)
Ex arbitro, delegato di Pontello alla presidenza viola fino a pochi mesi prima della cessione della società dopo la finale UEFA di Avellino
Flavio Pontello (1990)
Riassunse la presidenza per breve tempo, quello necessario a trattare la cessione a Cecchi Gori
Mario Cecchi Gori (1990 – 1993)
Imprenditore fiorentino del cinema, terzo presidente a morire in carica, stroncato da un infarto. Una retrocessione in B
Vittorio Cecchi Gori (1993 – 2002)
Una promozione in A, due Coppe Italia, una Supercoppa italiana, un fallimento della società
Ugo Poggi (2002, per due mesi)
Ottavio Bianchi (2002,  per tre mesi)
Leonardo Domenici (1° agosto – 3 agosto 2002)
Sindaco pro – tempore di Firenze, recupera il titolo sportivo della società fallita e lo cede a Diego della Valle, che costituisce la Giorentina 1926 Florentia Viola
Gino Salica (2002 – 2004)
Una promozione in C1, un ripescaggio in B, una promozione in A dopo spareggio con il Perugia
Andrea Della Valle (2004 – 2009)
Mario Cognigni (2009 – 2016)

sabato 30 luglio 2016

Cialdini, prestaci il secchio

Ti alzi, vai a fare colazione al bar, e sulla locandina di un noto quotidiano cittadino leggi: Baby viola ko, l’Ajax su Mario Gomez. Ti prende uno di quei nervosi che andresti dritto filato dal sig. Giovanni Cialdini a sentire se gli è avanzato un secchio di quella roba. E poi via, verso Casette d’Ete. Saltando anche la colazione.
Mentre il popolo viola si diletta con il tormentone estivo della top 11 (capirai, non l’abbiamo mai fatto, sono 50 anni che cerchiamo di stabilire se Sarti è meglio di Albertosi, se Antognoni è meglio di Julinho, se Batistuta è meglio di Hamrin, e altre sciocchezze del genere che servono tanto a distogliere l’attenzione dal presente gramo), una Fiorentina che non è la prima squadra né la Primavera va in campo a Cesena e perde due a zero. Secco. Le cronache, per chi ha voglia di leggerle (avendo previdentemente omesso di seguire la partita in streaming), parlano di una Viola arruffona, senza difesa, sempre in affanno, con un Babacar al suo peggio (difficile, ma ancora possibile). Con un Sousa che alla fine parla di inatteso fuori pista, o giù di lì.
Ieri mattina, a leggere l’elenco dei convocati per la trasferta in Romagna pigliava male. Va bene, i reduci da Europei e Copa America ancora smaltiscono le ferie pregresse. Va bene, c’è qualche infortunato da primi contraccolpi agonistici (non siamo più a Roccaporena, ma anche a Moena qualche salitina da fare c’è, non foss’altro per andare in sala pranzo all’albergo). Ma dico io, benedetto il Signore, domani l’altro è agosto, ultimo mese di calciomercato. Possibile che l’elenco dei convocati della Fiorentina sia come quello di quando si faceva le squadre per il meccettino a porticine di quando s’era ragazzi??? Ma Corvino, e Sousa che è in piena sintonia con lui, che diamine fanno?
Dice, non c’è soldi. Mah, Diego è sempre nei primi dieci di Forbes, che ci ha messo il cappello stavolta per rientrarci?
Dice, c’è il fair play, bisogna vendere e poi comprare. Forse a questo punto bisogna tenere? Non lo so, ma questo Mario Gomez, centravanti titolare della Germania campione del mondo a noi ci fa così tanto schifo? Loew è un cretino e Sousa un genio? Dice, ma c’è da pagarlo. Quando venne tre anni fa, era a gettone?
Dice, Corvino fa così, aspetta agli ultimi giorni a tirare le reti che getta. Facciamo una cosa, allora, ammesso che sia vero. Aboliamo la preparazione estiva. Che si va a fare in ritiro o a giocare queste amichevoli se tanto chi va in campo a luglio non è chi ci va poi a settembre? Cioè quando devi partire a palla perché trovi subito Juventus, Roma e Milan, per non parlare della Europa League dove anche un Trabzonspor o un Apoel di Nicosia ti fanno girare le scatole a ventola?
I proprietari della Fiorentina forse non se la passano bene. Psicologicamente, intendiamo dire. Uno è lì a cercare di capire che è successo al Corriere della Sera, era lì che lo voleva comprare, con i soldi in mano, bam, l’ha preso Cairo. Seguiranno, presumibilmente, due o tre anni di polemiche sterili con Cairo e il mondo, come quelli seguiti a Calciopoli con Moratti.
L’altro fratello l’ha ritrovato l’aria di Moena. E’ venuto, ha detto un po’ di banalities (scusate l’inglese, ma chi scrive avrebbe tanta voglia di Dellavallexit, chissà se si capisce), è ripartito e adesso fino alla prima di campionato non si rivede più.
E noi qui, alle prese con il giochino del top11 (alla migliore formazione in premio una gigantografia di Ariatti firmata da ADV in persona) e con la spasmodica attesa della sagra del tortello viola. La festa dei 90 anni della Fiorentina, di cui negli ultimi 14 in particolare non c’è da festeggiare assolutamente nulla. Una vittoria in amichevole estiva con il Real, una con il Barcellona. End of transmissions.
Dice, ci saranno tutti i presidenti del passato. No, cari amici, ci saranno solo quelli che non hanno vinto un cazzo (ci si scusi il latinismo, stavolta). Quelli che hanno messo trofei in bacheca sono tutti morti, pace all’anima loro. Senti se è passato un giorno da quando la Fiorentina vinceva.
Dice, ci sarà anche Vittorio. Cari signori, scherziamo e sfottiamo poco. Si può pensare ciò che si vuole dell’ultimo Cecchi Gori, ma se oggi qualcuno è a baloccarsi con il giochino del top11 e ha da scegliere tra Hamrin e Batistuta, tra Toldo e Galli, tra Rui Costa e Roberto Baggio, è anche grazie a lui. Che quando andava in Argentina, o ci mandava il famigerato Luna, tornava con il Re Leone, non con figure da Mammana.
Ma tant’é. La sagra del tortello viola si avvicina. Quando si mangia, le polemiche si fanno da parte. A tavola non invecchia nessuno, figurarsi vecchie glorie e giornalisti. Nel frattempo si avvicinano anche il 31 agosto e l’avvio di una stagione che potrebbe essere meno divertente di quello che sembra adesso. L’abbiamo scritto e lo ribadiamo, nel 1977 in estate c’era un clima più o meno così. Confrontare almanacchi per conoscere il seguito, chi non c’era.
Chissà se il sig. Giovanni Cialdini tiene da parte delle scorte della sua “roba”. Stai a vedere se prima o poi con questi non torna utile. E poi tutti a Casette d’Ete.

In un modo o nell’altro si prospetta una stagione di merda.

giovedì 28 luglio 2016

Keep calm & date retta a Andrea



E’ sempre un avvenimento quando l’1% delle azioni dell’A.C.F. Fiorentina si presenta al ritiro della squadra. Passano gli anni, 14 per l’esattezza, e se anche i titoli non arrivano l’avvio di una nuova stagione viola è sempre un momento adatto a fare dei bilanci. Consuntivi e soprattutto preventivi.
Luglio, si sa, è un mese critico per Firenze. Non solo perché le temperature di consueto salgono a ridosso dei 40°, per non parlare del tasso di umidità, rendendo tutti più nervosi del solito (che non è poco). Ma anche perché se qualcosa può andar male, o comunque in modo insoddisfacente (sempre nei parametri della Legge di Murphy), generalmente è questo il mese che sceglie per farlo.
14 anni fa furono i giorni dell’agonia di Vittorio Cecchi Gori, e quelli in cui il Comune di Firenze (erede del titolo sportivo Fiorentina) cercava convulsamente un interlocutore per la rinascita. Firenze conobbe allora Diego Della Valle, imprenditore del ramo calzature poi estesosi ad altri settori anche grazie alla visibilità acquisita con il viola sullo sfondo. Andrea, il fratello minore, arrivò dopo, sia nell’interesse “tout court” per il nuovo giocattolo di famiglia che nel possesso di quella quota societaria pur minima che da allora gli dà diritto di parlare al popolo fiorentino.
L’attesa messianica di quell’1% rappresentato dal biondo Della Valle jr. ha finito negli ultimi anni per sostituire quella tradizionale per i nuovi acquisti. La stagione svolta quando a Moena atterra l’elicottero di Andrea, e dopo che quest’ultimo ha licenziato alla stampa le frasi storiche contenenti le coordinate dell’anno che verrà.
C’è stato un tempo in cui questa stampa aveva bisogno di essere allettata magari anche con inviti a cena. Nel 2012, il secondo progetto fu accompagnato da uno storico piatto di tagliatelle al tartufo che finirono inevitabilmente per prevalere su qualsiasi considerazione tecnica fatta dal proprietario di minoranza. Quello di maggioranza già allora si teneva alla larga dalle cose viola. Parlò il fratellino, tra una forchettata e l’altra. Nessuno si ricorda più cosa disse. Dopo quattr’anni, i titoli son sempre quelli. Non c’è bisogno di ricordarsi nessuna frase in particolare.
Quest’anno, niente cena. Solo bagno di folla, firma di autografi e dichiarazioni in libertà. Che tra un anno nessuno si ricorderà, perché altra acqua sarà passata sotto i ponti di Firenze portandosi dietro chissà cosa. Eppure varrebbe la pena tenersi qualche appunto. Le parole di Andrea sembrano sempre lasciar trapelare un animo sensibile e coinvolto, che purtroppo un destino cinico e baro ha finora tenuto ai margini dei progetti viola. Tutto il contrario di quanto appare a chi segue i campionati della Fiorentina domenica per domenica.
Dunque. La Famiglia ci tiene a Firenze. Andrea ci tiene alla Fiorentina in modo viscerale. Finché durerà questo amore, cioè per sempre, la Famiglia resterà proprietaria della Fiorentina. Continuando a mandare allo stadio e ai ritiri solo l’1% delle azioni, ma poco male, tanto quello che conta è che il restante 99% non molla. Chissà mai perché, ma non molla.
La Famiglia ribadisce che vuole vincere, non vivacchiare. Ma siccome c’è il fair play finanziario (quella regola per cui compri solo se vendi, e se non hai investito bene gli anni scorsi vendere è un bel problema), e siccome arrivano i cinesi (quelli che da tre anni dovevano entrare in Fiorentina e che poi come in tanti altri casi hanno dirottato su Milano), la Famiglia ribadisce che quest’anno si punta al sesto posto. Fatti due conti potrà essere anche l’ottavo, ma non stiamo a sottilizzare.
La famiglia promette lo Stadio nuovo. Non sia mai, a Roma ha restaurato il Colosseo, e vogliamo lasciare Firenze a prendere l’acqua al Franchi tutte le domeniche che piove? A Roma se l’è cavata con 25 milioni d’euro, qui ce ne vorrebbero parecchi ma parecchi di più. A meno di non aspettare che ce li metta il Comune, o qualche sponsor. Ma se tanto ci da tanto, se si dura fatica a mettere il nome del Folletto (con il dovuto rispetto) sulla maglia, forse non siamo messi bene nemmeno in questo campo. Tanta acqua ha da prendere ancora il fiorentino, quanta ne deve scorrere sotto i ponti sull’Arno, probabilmente.
La famiglia ribadisce che tra Corvino e Sousa c’è sintonia. Fa tanto piacere saperlo. Allora la faccia contrita del mister probabilmente dipende da una gastrite cronica. E quella allegrona del diesse non è dovuta a senescenza precoce. Lui ha in serbo qualcosa, vecchia volpe. Solo che aspetta gli ultimi giorni di mercato. Quelli in cui si può dire che con 48 ore a disposizione di più non si poteva fare. Ai tempi della Democrazia Cristiana (quelli in cui tra l’altro secondo un suo esponente di spicco a pensar male si faceva peccato ma ci si indovinava sempre), sarebbe stato un grande faccendiere Pantaleo Corvino.
A proposito, la Famiglia ribadisce anche che di qui non si muove nessuno. Men che meno Kalinic, Borja Valero, il recuperato Rossi, il prode Gonzalo e forse anche il prode redivivo Gomez. A meno che non arrivi l’offerta che non si può rifiutare. Il problema è che da quando ci sono i della Valle, di offerte ne hanno rifiutate ben poche.
L’estate prosegue, le parole dell’1% dell’A.C.F. vanno in archivio. Tra un mese nessuno le ricorderà più, o le confronterà con la realtà, quale che sia. Ed è un peccato, lo era sia ai tempi della D.C. che in questi tempi moderni di fair play.
Come cantava Lucio Dalla? L’anno che sta arrivando tra un anno passerà. Io mi sto preparando, è questa la novità.

giovedì 16 giugno 2016

A proposito di Silvia




Leggo l’ultima intervista di Silvia Berti a Firenzeviola.  Il primo impulso è quello di sempre: non commentare. Conosco Silvia da qualcosa come trentasei anni. Mi son sempre trovato in difficoltà a scrivere di lei, per motivi di obbiettività. Avevo due amici di infanzia nell’A.C.F. Fiorentina, una era lei, l’altro era Sandro Mencucci. Quando si tratta di loro, ho sempre preferito non parlare. E’ difficile essere obbiettivi con qualcuno con cui siamo stati ragazzini insieme.
Stavolta faccio una eccezione. Ho visto che i commenti - peraltro scarsi, e mi dispiace perché gli argomenti sollevati da Silvia sono a mio modesto parere più interessanti e utili per il futuro che verrà di tanti giochini e calembour con cui ci si trastulla in questo periodo di inizio estate e di fermo-campionato – sono improntati o a disinformazione o a disinteresse.
La storia di Silvia alla Fiorentina è, fino al 2009, la storia della Fiorentina. La storia del suo licenziamento è la storia di come la Fiorentina ha perso, stravolto se stessa. Lo dico senza paura di risultare non obbiettivo. Sapendo come sono andate realmente le cose, e non potendone parlare per ovvi motivi di riservatezza, mi permetto di dire che Silvia è stata fin troppo oggettiva, fin troppo onesta nel parlare della sua vecchia società e dei suoi ex datori di lavoro. Fin troppo signora.
Di aneddoti ne conosco tanti, anche più significativi di quel “Non possiamo atterrare a Pisa?” proferito da quel Mario Cognigni il cui avvento, deciso da una proprietà sempre più distratta, biliosa, rancorosa (loro, sì) e economicamente interessata, ha voluto dire – in parallelo con la brusca o progressiva dismissione di personaggi come Giovanni Galli, Silvia Berti, Cesare Prandelli, Sandro Mencucci – la fine di quella Fiorentina che aveva in progetto davvero di vincere, a Firenze, per Firenze e con i fiorentini. Per ridursi a vivacchiare, a gestire partite di giro, a realizzare plusvalenze.
Non sono gli aneddoti che parlano per Silvia da un lato e per chi l’ha licenziata dall’altro. Sono i risultati. Fino al 2009 la Fiorentina aveva un capitale di simpatia immenso in termini di immagine (malgrado nel frattempo avesse vissuto i giorni di Calciopoli). Dopo il 2009, quel capitale è stato sperperato in maniera sistematica, con la nonchalance di chi eredita una cantina da un parente estinto e sostanzialmente dei cimeli che vi trova non gliene frega nulla. Non vede l’ora di buttare via tutto, per metterci le proprie, di cianfrusaglie. E pazienza se lì dentro ci sono i ricordi di una vita intera. Una vita che meritava eredi migliori.
Diego e Andrea Della Valle forse riusciranno a rimanere in classifica di Forbes fino alla fine dei loro giorni. Ma non entreranno mai nella storia né di Firenze né della Fiorentina. E resteranno nella memoria di questa comunità come due persone che sono passate in riva d’Arno, sotto quei monumenti che tutto il mondo ammira, e non hanno alzato la testa nemmeno mezza volta a guardarli. Forse non sanno nemmeno che esistono, dopo quattordici anni.
Silvia Berti nella storia della Fiorentina c’é. Ci entrò nell’estate del 2006, quando a Folgaria ad accogliere i giocatori stravolti dalla notizia della retrocessione in B per Calciopoli c’erano solo lei e Cesare Prandelli. Lo Stato maggiore, come dopo l’8 settembre, era scappato. Non a Brindisi ma a Casette d’Ete. Loro due erano lì. Il campionato della rimonta da -15 nacque lì, da quella donna e quell’uomo.
Ci entrò, nella storia, anche rispondendo male a Cognigni a proposito dell’atterraggio a Pisa. “E’ la nostra gente”. Parole che vorremmo tutti mettere in bocca ai nostri eroi. Non le ha dette Antognoni, non le ha dette Rui Costa, non le ha dette Batistuta. Le ha dette Silvia Berti. Quel giorno, con quelle parole, so per certo che Silvia firmò la sua condanna a morte, come addetta stampa della A.C.F. Fiorentina. Al pari dei nomi che ho elencato sopra, nessuno metterà mai la sua foto nella sede della Fiorentina, almeno finché restano gli attuali proprietari, al posto dei prodi Ariatti e Blasi.
Le foto giuste, ognuno di noi ce le ha stampate nella memoria. Quella allo stadio di Silvia abbracciata a Cesare dopo il ritorno da Torino e la qualificazione alla Champion’s con la rovesciata di Osvaldo non ce la toglie nessuno. E’ appesa nei nostri cuori.

mercoledì 15 giugno 2016

NON PUO’ PIOVERE PER SEMPRE




Stendiamo un velo necessariamente pietoso sulle onoranze funebri a Giuseppe Virgili detto Pecos Bill, uno degli ultimi eroi superstiti del primo scudetto viola, almeno fino a cinque giorni fa. Il figlio Aurelio, nel ringraziare la città di Firenze per aver ricambiato negli ultimi sessant’anni l’affetto che il padre le aveva dimostrato e non solo sul campo, non ha avuto parole tenere per l’A.C.F. Fiorentina. Se le cose stanno come ha raccontato (nemmeno un telegramma di cordoglio) – e non c’è motivo per non credergli – non poteva averne.
La lista si allunga. Da Gratton ad Amarildo, sono tanti coloro che hanno atteso invano il telegramma della Fiorentina, direttamente o per l’interposta persona degli eredi. Telegramma che, solitamente, è stato come il famoso bonifico di Vittorio proveniente dalla banca colombiana. Aveva le stesse probabilità di giungere a destinazione.
Il fatto è, l’abbiamo scritto più volte e lo ripeteremo all’infinito, che da quando l’A.C.F. decise di fare a meno dei servigi di Silvia Berti, il settore comunicazione e public relations della società viola ha funzionato pio meno come l’attività neuronale di un malato sofferente di dislessia e autismo insieme. Ora, finché si fanno i complimenti al Benevento invece che al Leicester di Ranieri, poco male. Claudione, di una certa Firenze, se n’è fatto una ragione ormai da tempo. Ma Virgili è un discorso diverso. Pecos Bill è la grande storia della Fiorentina. E’ come la medaglia che ti lasci rubare alla mostra in Via San Gallo. E’ uno sputo in faccia alla città e a ciò che ha di più caro.
Ce ne faremo una ragione anche noi. Tutto passa, diceva un grande filosofo greco dell’antichità. E’ crollata la Muraglia Cinese, sono finiti i Grandi Imperi, finirà anche questa occupazione di suolo pubblico che dal 2002 vede una proprietà moralmente assenteista (e negli ultimi tempi anche materialmente) dis-interessarsi di una delle istituzioni cittadine più importanti: la Fiorentina. Che non è né A.C. né A.C.F. E’ la Fiorentina e basta. La nostra squadra del cuore. E guai a chi ce la tocca.
L’abbiamo scritto più volte. Alienare una squadra di calcio è diventata negli ultimi anni faccenda complicata. L’esame dei libri contabili, delle partite e delle situazioni contrattuali è cosa che richiede tempo, staff di professionisti e di esperti di comunicazione (e qui ricasca il solito asino, povera bestia). Quando tutto va bene, ma proprio tutto, possono volerci anche un paio d’anni. Se Diego e Andrea avessero in animo di vendere, cominciano ora e finiscono probabilmente dopo la tramvia di Nardella. Se invece sono ancora in attesa di qualcosa, e non hanno ancora deciso cosa fare da grandi, allora lo scenario cambia. Ognuno si figuri il proprio, uno vale l’altro.
La sensazione è che questi imprenditori delle calzature sono venuti su con un certo sistema, e con quel sistema andranno giù. Diego Della Valle è stato ed è un prodotto del Partito Democratico, e resterà patron della Fiorentina fintanto che a Firenze ci sarà un determinato sistema di potere, con determinati referenti. Che poi aspetti la Mercafir, l’area di Castello o il prossimo passaggio della Cometa di Halley, fa tutto parte delle leggende metropolitane, e dello sbarcamento di lunario di chi deve riempire di inchiostro pagine di giornale ogni giorno. Chi lavora nell’area Mercafir sa che – magari sottovoce – tutti dicono che lo stadio in quella zona è una bufala. E’ un gioco delle parti, una commedia dell’arte. Simil baruffe chiozzotte (meno divertenti di quelle di Goldoni, a questo punto) con cui Comune e Fiorentina si reggono botta a vicenda, al di là delle apparenze. Perché nulla cambi, nessuno farà una mazza, ma darà la colpa a quell’altro, per capirsi.
Questo è il quadro. Su cui va dipinto il calciomercato della Fiorentina, perché tra due mesi si ricomincia. Mi si chiede che valore può avere il ritorno di Corvino in sella alla direzione sportiva. La risposta è abbastanza semplice, ne abbiamo anche in questo caso già accennato. Per i Della Valle, Corvino è un bene rifugio. Questo, secondo il calendario cinese (ma i cinesi purtroppo non si vedono ancora all’orizzonte), è l’Anno delle Nozze con i Fichi secchi. E quindi, chi meglio di lui? Dei diesse di Fascia Fichi Secchi il Corvo è il migliore. Pradé non era più capace di andare a prendere giocatori armato solo di discorsi. Pantaleo invece è capacissimo. Qualcosa per settembre combina di sicuro. Che poi sia un qualcosa al massimo da settimo, ottavo posto è un altro discorso. Del resto, stiamo a discutere se prendere Euro-Giaccherini al costo di 1,5 milioni di euro (il Sunderland si accontenta di poco), o se riprendere un giocatore che a ben guardare è già nostro, perché la Roma non ha nessuna voglia di finire di pagarcelo: Adem Llajic. Dove si voglia andare a parare in questo modo, ognun decida per conto proprio.
Mi si chiede anche che convenienza ha Corvino a fare il cavallo di ritorno, ed in queste condizioni di magra.  Semplice: il Corvo è in una botte di ferro. L’hanno mandato via per infame quattro anni fa, e adesso lo richiamano – se son vere le leggende – dicendogli. “Torna, questa è casa tua!”. Nemmeno Mario Merola. Chiaro che se torna in queste condizioni ha garanzie, prima di tutto quella che d’ora in avanti se le cose non andranno bene i capri espiatori saranno altri. Quello che farà lui è ben fatto di default.
A quanto ci risulta, se i Della Valle sono stati con lui sette anni, è perché ci sono stati bene. E lui pure. Sono due coniugi il cui matrimonio funzionava, e dopo una scappatella e una breve separazione, con annessa sperimentazione di altri partner rivelatisi insoddisfacenti, si rimettono insieme. Tanto, semmai, a finire sodomizzata è sempre e soltanto la Fiorentina. La nostra squadra del cuore.

P.S. il titolo è una citazione del celeberrimo film Il Corvo. Ogni riferimento….giudicate un po’ voi.

lunedì 30 maggio 2016

Il film del campionato viola: Ritorno alle stalle



Con il girone di ritorno comincia un altro film. A Milano con il Milan l’ex Mihajlovic si toglie lo sfizio di consumare freddissimo un piatto della vendetta che aspetta di assaggiare da tempo. Bacca segna subito, Kalinic non risponde. Nel finale Boateng approfitta di una dormita difensiva uccellando Tatarusanu. 2-0, per la felicità di Melissa Satta e di Cristina De Pin.
La settimana dopo con il Torino ci si dimentica per una volta di un gemellaggio spesso a senso unico e si gioca l’onesta partita che ristabilisce i valori in campo. 2-0 anche qui, con Ilicic e Gonzalo che timbrano il cartellino e illudono il popolo viola che il peggio sia passato.
A Genova, sponda Genoa, è partita dove si corre tanto e dove per una volta la Fiorentina non impone il suo possesso palla. Alla fine, pur con il fiatone, la Fiorentina strappa uno 0-0 che se va stretto a qualcuno quello è il Grifone.
Tra i rigori dell’inverno, il 3 febbraio i viola vendicano l’eliminazione dalla Coppa Italia contro il Carpi. Nella morsa del gelo segna subito Borja Valero. Dopo settanta minuti, Lasagna si rivela indigesto anche per la Fiorentina. Il neo-acquisto Zarate, unico colpo vincente di una campagna acquisti fallimentare, fa innamorare Firenze con un eurogol al 93’.
A Bologna, finalmente un Bernardeschi schierato da Sousa dove calcio comanda, cioè al centro della mediana di centrocampo, illude i viola portandoli in vantaggio. I suoi compagni lo deludono consentendo a Giaccherini il più comodo dei pareggi.
14 febbraio, per San Valentino arriva l’Inter che vuole dimostrare di non essere quella dell’andata. Non ci riesce, subendo la Fiorentina, ma passa in vantaggio nel primo tempo con Brozovic. Nella ripresa pareggia Borja Valero. Fnirebbe così se Babacar non risorgesse momentaneamente dalla tomba segnando un altro gol di rapina dei suoi, sempre al 93’.
Quattro giorni dopo arriva il Tottenham, di nuovo sorteggiato come avversario dei viola di Europa League. Stavolta è dura. Passano gli inglesi su rigore, pareggia Bernardeschi con un eurogol alla Mauro Bressan. La Fiorentina ne sbaglia tanti, troppi. A Londra stavolta servirà un miracolo.
A Bergamo, rinasce Mati Fernandez, che quando vede Atalanta vede rosso. Raddoppia Tello al suo primo gol in viola, accorcia Conti per gentile concessione della difesa ospite, si rivede Kalinic in contropiede, chiude Pinilla che quando vede viola vede ancora più rosso. Ma non c’è tempo per una nuova beffa, vince la Fiorentina 3-2.
A Londra, niente miracoli. L’avventura di coppa dei ragazzi di Sousa si chiude sotto il peso di tre gol. Stavolta non ci sono attenuanti, né scuse. In campo sembra che ci sia almeno una categoria di differenza con il Tottenham, e non a favore dei viola.
Arriva il Napoli, e per l’ultima volta la Fiorentina si ricorda di come giocava all’andata. Porta in vantaggio i viola Alonso, che poi fa il verso a Ilicic scherzando con Higuain. Pessima idea, pareggio immediato. Finisce 1-1, ma almeno al Franchi si è rivisto giocare un gran calcio.
A Roma, per venti minuti, ci si illude di poter restituire lo sgarbo dell’andata, per non parlare di quelli fatti dai viola la stagione precedente. Poi El Shaarawy e Salah affondano nel burro. Ilicic segna su rigore il gol dell’ultima illusione. Nella ripresa ancora Salah (la cui sentenza UEFA slitta nel frattempo a data da destinarsi) e poi chiude Perotti, altro obbiettivo di mercato, sì, ma degli altri. Nessuno ancora lo immagina, ma il campionato della Fiorentina finisce quella sera, con il sorpasso dei giallorossi al terzo posto.
Gemellati o no, un gesto affettuoso non si nega a nessuno. A Firenze il derelitto Verona va sotto con Zarate. Nella ripresa Pisano si trova in area al momento della distribuzione dei regali e pareggia il conto. Non servirà a salvare i gialloblu, ma ai nerazzurri interisti per riagguantare la Fiorentina al quarto posto sì.
A Frosinone, la vendetta dei gialloblu laziali si consuma partorendo un inguardabile 0-0 che serve solo, anche qui, ad allontanare ulteriormente la Fiorentina dagli obbiettivi dichiarati dai suoi proprietari. Non di recente, comunque, perché il silenzio stampa di un impermalito Della Valle si protrae ormai da settimane.
Continua il mese della solidarietà. Arriva a Firenze la Sampdoria di Vincenzo Montella. Dice lo stesso Paulo Sousa di applaudirlo come merita. Quello che non dice è di regalargli metà della posta in paio. Gran gol di Ilicic vanificato da una dormita collettiva su Alvarez.
Tocca quindi all’Empoli levarsi una soddisfazione attesa da vent’anni al Castellani. Erano i tempi in cui si andava sulla FI-PI-LI in motorino. Adesso si va in macchina, se ne pigliano due da Pucciarelli e Zielinski, e si torna a casa.
A Firenze, arriva il Sassuolo, spauracchio di tutta la serie A. Deve stare peggio di noi, in quanto a condizione, perché ne becca tre: Gonzalo, momentaneo pareggio di Berardi, Ilicic e autorete di Consigli da torneo Viva il Parroco.
A Udine, tocca ai viola confermare la tradizione che li vuole soccombenti alle pendici delle Alpi carniche. Segna subito uno dei tanti Zapata dell’Udinese, pareggia Zarate, vanifica il tutto Thereau.
Una volta Fiorentina – Juventus era l’occasione per riprendersi da campionati mediocri, per giocare la partita della vita. Quella del 24 aprile sembra la partita del cuore. Segna Mandzukic dopo uno sterile predominio territoriale viola. Pareggia Kalinic dopo una faticata immane per bucare la difesa dei campioni d’Italia. Un minuto dopo, su angolo bianconero, vanno in quattro su Tatarusanu, i viola, e nessuno su Morata. Un rigore incredibile concesso al 90° viene sbagliato da Kalinic. Qualcuno comincia a stilare la lista dei non più incedibili, in vista del mercato di giugno. Kalinic c’é. 1-2, e Juventus campione sul prato del Franchi.
Di nuovo a Verona, quartiere Chievo. Altro 0-0 che fa chiedere se sia il caso di mantenere la serie A a 20 squadre. E certi giocatori a stipendio della Fiorentina.
Un altro 0-0 casalingo con il Palermo fa chiedere invece che cosa ci sta a fare l’Ufficio inchieste. Per come va la partita, non ci sarebbe da meravigliarsi se in estate Zamparini facesse qualche pacco dono ai viola.
Si chiude a Roma con la Lazio. Tradizionalmente località e avversario infausti come pochi. Si parte subito sotto, ma poi comincia lo show viola, quattro gol in quaranta minuti: due volte Vecino (era l’ora), Bernardeschi e Tello. Metà cuore gioisce, l’altra metà si infuria chiedendo a lorsignori in viola dov’erano andati a finire negli ultimi due mesi.
Finisce così uno dei campionati più assurdi della storia della Fiorentina. Con una società allo sbando, e una squadra che se n’è accorta da tempo. Diego Della Valle sta dietro a comprare il Corriere della Sera, non una copia ma tutto l’edificio. Forse non ha tempo di leggere i giornali sportivi. Firenze e Casette d’Ete non sono mai state così distanti. L’estate sarà lunga e complicata.