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sabato 19 novembre 2016

Ricominciamo?

Superchi, Rogora, Mancin, Brizi, Ferrante, Esposito, Amarildo, Merlo, Maraschi, De Sisti, Chiarugi. I ragazzi fiorentini della fine degli anni Sessanta la imparavano a memoria questa filastrocca, più facilmente di eifusiccomeimmobile o di lanebbiaagliirticolli. Era la filastrocca che ripeteva tutte le domeniche lo speaker dello Stadio Comunale (allora Artemio Franchi era vivo e vegeto, e stava in Tribuna d’Onore, si chiamava così, ad applaudire insieme ai suoi concittadini gli eroi del secondo scudetto).
Eraldo Mancin era una di quelle invenzioni dei talent scouts di Nello Baglini. L’uomo che aveva rinverdito i fasti di Enrico Befani, ma con una variante sostanziale: puntava sui giovani anziché sui campioni affermati. La Fiorentina yeye era stata assemblata cedendo nomi che stavano facendo la storia del calcio, Hamrin, Albertosi, Brugnera, ed acquistandone altri che promettevano di farla in futuro.
E la fecero, nell’annata 1968-69 una squadra di una città al di sotto del corso del Po interruppe nuovamente il predomino nordista, cinque anni dopo il Bologna di Fulvio Bernardini. Tra questi ragazzi che diventarono uomini e campioni sotto la Torre di Maratona, nell’anno in cui secondo certi pronostici non proprio fausti avrebbero dovuto lottare per non retrocedere, c’era anche lui, Eraldo Mancin da Porto Tolle (RO).
Preso dal Venezia poco più che ventenne, vinse lo scudetto e poi fu sacrificato alle necessità di bilancio di Baglini, che lo spedì a Cagliari prendendo il più affermato Giuseppe Longoni. Viola e sardi si scambiavano spesso giocatori in quegli anni. A Mancin andò bene, perché in Sardegna vinse il secondo scudetto consecutivo l’anno dopo, impresa riuscita nella storia del calcio italiano soltanto a sei giocatori, tra cui un certo Roberto Baggio. A Longoni andò peggio, due secondi posti. Scherzi della vita.
Se n’è andato a 71 anni Eraldo. Un altro eroe viola che se ne va, la nostra Hall of Fame perde pezzi, mentre il presente stenta a consegnarle nuovi eroi. Domani si gioca con il lutto al braccio.
Non sarà la sola novità in casa viola. Ce ne sono altre, alla ripresa del campionato dopo l’amichevole di lusso, lo scontro di civiltà tra chi mette i calzini bianchi sotto i sandali e chi – per quanto decaduto (ma tutt’ora imbattuto, contro i tedeschi) - fa dell’estetica a volte più della sostanza una questione di vita.
La Fiorentina a cui la Nazionale riconsegna un Astori galvanizzato ed un Bernardeschi forse ancora più frastornato di quanto non lo abbia reso Paulo Sousa, scende in campo contro l’Empoli degli ex Pasqual e Gilardino (circostanza particolarmente dolorosa, per lui e per i tifosi, nel caso di Manuel, capitano e gentiluomo). E lo fa sapendo già quasi ufficialmente di annoverare tra i quadri dirigenziali il nome che tutta Firenze aspettava.
Giancarlo Antognoni sta per firmare da vicepresidente, tutto è pronto. L’Unico 10 parla già da quadro viola, e lo fa con la consueta via di mezzo fra la passione di una vita (la Fiorentina, a suo stesso dire) e l’aplomb quasi britannico con cui da sempre commenta e gestisce le cose del calcio.
Firenze vorrebbe gioirne, e invece è preoccupata, almeno a livello delle correnti sotterranee del tifo che attraversano la città come i percorsi avventurosi dell’Inferno di Dan Brown. Antognoni non si discute, né lui del resto farebbe mai nulla per farsi discutere, c’è da giurare. Come manager, dette già ottima prova di sé ai tempi di Vittorio Cecchi Gori. Ma il fatto è che adesso gli viene chiesto di mettere la faccia per coprire quella abbastanza dimessa – diciamo così – di una società che definire prossima ad un nuovo anno zero è usare un eufemismo.
La Fiorentina sarà anche sembrata in ripresa grazie al lavoro del suo allenatore, come l’ha vista il nostro neo vicepresidente. In realtà, per i suoi tifosi è stata più che altro motivo di noia quando non di ansia e di agonia. Nessuno si sogna di dire ad una persona del carisma e dell’intelligenza umana e calcistica di Antonio cosa è opportuno dire e fare, ma insomma non vorremmo che la nostra migliore bandiera fosse usata, sventolata per distrarci, mentre gli eroi sbiaditi dell’ultima generazione senza più bandiere continuano a far danni in campo, e mentre altri manager sicuramente meno bene intenzionati di Giancarlo continuano a farne di peggio nella stanza dei bottoni.
Insomma, tra una bandiera che salutiamo per l’ultima volta ed un’altra che abbiamo quasi paura ad impugnare di nuovo per non rovinarla, la Fiorentina ritrova il campionato, cercando di dimenticarsi e di far dimenticare quanto problematico e scialbo, per non dire peggio, fosse prima della sosta del calzino bianco.
Empoli è un campo amico soltanto in apparenza. D’accordo, ci si va perfino in motorino, è quasi più trasferta San Piero a Sieve durante la preparazione estiva. Ma gli empolesi aspettano questa come la partita della vita. L’anno scorso, con un organico più forte loro ma anche e soprattutto più forte noi, ci tolsero quattro punti su sei, e nominalmente si lottava per il vertice. Non è il caso di aspettarsi gite fuori porta e scampagnate, il presidente Corsi ci manderà di traverso il pranzo più che volentieri, se appena può. Per poi tornare magari ad ammorbidire il tackle in occasione della visita di compagini provenienti da metropoli fuori regione. Ma questo è un problema suo.
C’è un 2016 da concludere mandandolo in archivio con un connotato meno pessimo di quello registrato fino ad oggi, tra la fine del campionato scorso e l’inizio di quello attuale. Preparandoci poi al solito mese di gennaio da Pantoprazolo. Quest’anno non ci sono tesoretti, il che vuol dire che a inizio anno nuovo si vende per far cassa. Le profezie millenaristiche circa lo stadio nuovo dovrebbero avere un rigurgito sempre nello stesso periodo, anche se il ping pong Cognigni Nardella francamente comincia a stancare anche più del gioco di Sousa. Per rivedere la Fiorentina come ai tempi del compianto Eraldo Mancin, i tempi sono storici, e non è detto che sia una storia si compirà nell’arco delle nostre vite.
Radiomercato vuole il Chelsea di Antonio Conte interessato fortemente a Milan Badelj, come terzo incomodo del duo cino-milanese, e anche a Nenad Tomovic. Mentre le sirene di mercato risuonano nuovamente a proposito di Federico Bernardeschi. Sensazione è che anche stavolta se Ulisse non si lega al timone della nave…..

Giancarlo Antognoni si è assunto un compito assai difficile.

venerdì 21 ottobre 2016

L'Uccellino vola ancora, Firenze sospira di sollievo



La notizia di Kurt Hamrin colto da un malore scuote Firenze, in questo annus horribilis che miete vittime illustri in quantità e che ha toccato già il suo Pantheon viola portandosi via Beppe Pecos Bill Virgili. Uccellino per fortuna sta meglio, già in procinto di essere dimesso dall’ospedale e sulla via della convalescenza.
Per capire l’importanza di questo giocatore, di quest’uomo e del sentimento che lo lega – ricambiato – a questa città, basti dire quello che sanno, o dovrebbero sapere, tutti. Per la generazione dei nostri padri, Kurt Hamrin è stato quello che per la nostra è stato Omar Gabriel Batistuta.
L’Uccellino e il Re Leone, la grande storia della Fiorentina è ricompresa sostanzialmente tra queste due figure monumentali, 303 gol in due, 3 Coppe Italia in due, uno scudetto a testa ma vinto altrove, una Coppa delle Coppe Kurt, mentre Omar Gabriel si fermò alla semifinale in cui zittì il Nou Camp, con il Barcellona che al ritorno zittì il Franchi.
Pare proprio che Uccellino ce la farà a festeggiare il prossimo compleanno, l’ottantaduesimo, il prossimo 19 novembre. La partita per lui non si è ancora conclusa. La sua leggenda ha ancora un lieto fine. Ed allora ripercorriamola.
In mezzo al futebol sudamericano di pregevole fattura che l’aveva resa grande, la Fiorentina di Enrico Befani andò a trovare il più grande di tutti vicino al circolo polare artico. Kurt Roland Hamrin era il quinto figlio di un imbianchino svedese, che giocava da dilettante nella squadra della capitale, l’AIK Stoccolma. Nel 1955, a ventun anni, vinse per la prima volta la classifica dei cannonieri del suo paese con 22 gol in altrettante partite giocate. Il suo contratto prevedeva 50 corone a partita vinta e zero in caso di sconfitta. Hamrin, per vivere, doveva per forza diventare un fuoriclasse e nel frattempo continuare a lavorare come zincografo in un giornale svedese.
Nel 1958, fu selezionato come centravanti della Svezia, che organizzava i mondiali in casa propria. Era la squadra favolosa di Gren, Nordhal e Liedholm, che si arrese in finale soltanto davanti all’altrettanto favoloso Brasile di Garrincha e dell’esordiente Pelè. Hamrin finì il torneo risultando capocannoniere con 4 reti. Era già stato notato due anni prima dalla Juventus, che poi però lo ritenne troppo fragile, cedendolo al Padova di Nereo Rocco.
Narra la leggenda che lo svedese facesse ombra a Marisa Boniperti, in fase calante, che pertanto fu ben felice di accogliere John Charles e Omar Sivori e veder andar via quel concorrente scomodo. Il paron Rocco invece lo accolse a braccia aperte, lo mise accanto a Brighenti e si godé i suoi 20 gol in trenta partite, dandogli il soprannome provvisorio di faina.
Quello definitivo l’ebbe a Firenze, dove approdò l’anno dopo, allorché Befani si trovò a dover cercare il successore di Julinho. Uccellino che vola, affibbiatogli per la sua leggerenza e agilità da Beppe Pegolotti, leggendario giornalista della Nazione. Nei nove anni successivi, Kurt ebbe la sua consacrazione, segnando 151 gol (record viola fino al 14 maggio 2000, allorché fu superato da Batistuta) con una media partita pari a 0,48, lui che di partite in serie A ne giocò alla fine 400.
Non vinse mai la classifica cannonieri in Italia, ma è stata l’ala destra viola più prolifica di tutti i tempi. Suo è il record di gol segnati in trasferta, cinque, in quel 7-1 in casa dell’Atalanta che è a tutt’oggi la vittoria più rotonda di sempre della Fiorentina fuori casa.
Nella sua epoca, la Fiorentina dei campioni di Befani e Bernardini prima, e di Longinotti e Baglini e della linea verde poi non scese mai al di sotto del settimo posto in campionato, e vinse la prima edizione della Coppa delle Coppe.
Quando nel 1967, la Fiorentina lo cedette al Milan promuovendo in prima squadra il giovane Primavera Luciano Chiarugi, sembrò un buon affare. Uccellino aveva 33 anni, Luciano ne aveva 20. Il destino in realtà si divertì alla grande. Prima toccò ad Hamrin, vecchia gloria nella squadra rossonera delle vecchie glorie Trapattoni e Maldini (più il giovane Rivera) a vincere lo scudetto. Poi, l’anno dopo, 1969, toccò alla Fiorentina di Chiarugi a trionfare, mentre lo svedese risultava decisivo per la vittoria milanista in Coppa dei Campioni.
Dopo aver appeso le scarpe al chiodo ed aver tentato brevemente la carriera di allenatore a Vercelli, Hamrin tornò in patria e avviò un’attività imprenditoriale, lui che da ragazzo era stato operaio. Fino al 2005 la sua ditta di import-export di ceramica tra l’Italia e la Svezia ha retto, poi, come tanti, ha dovuto cedere alla concorrenza cinese.
Negli ultimi anni si è stabilito a Coverciano, dove ha svolto attività di talent scout (per il Milan, la Fiorentina dei Della Valle non ha trovato posto per lui, come per altre bandiere) e ha insegnato calcio nella Settignanese. L’Uccellino, come tanti altri, alla fine ha fatto l’ultimo nido a Firenze.

mercoledì 10 agosto 2016

Io sto con Giancarlo Antognoni

Disgraziata la patria che ha bisogno di eroi, diceva Bertolt Brecht. E’ il caso di Firenze. Che di eroi, in tutti i campi, ne ha avuti e ne avrà probabilmente sempre. Ma che sono destinati a spiccare sempre di più sullo sfondo di un panorama cittadino d giorno in giorno più misero. E questo non è detto che sia un bene. Anche se i nostri eroi non ce li tocca nessuno, com’è gusto che sia.
Giancarlo Antognoni a Firenze è l’eroe per antonomasia. L’uomo che, dotato di una classe e di una maestria nella propria arte come pochissimi altri prima e dopo, rinunciò a grandi vittorie a lui assolutamente confacenti per attaccamento ad una maglia, quella viola, che ai suoi tempi era già diventata una delle pochissime cose a cui questa città - che una volta di geni ne produceva e ne accoglieva in quantità industriale – poteva aggrapparsi per non avvilirsi a proposito delle sue presenti condizioni.
La luce del sole, se stagliata sullo sfondo di una tenebra fittissima, risplende ancora di più. Ecco perché Firenze ha voluto bene a Julinho, a De Sisti, a Rui Costa, a Mutu, ma a lui, Giancarlo, sempre e comunque un pochino di più. Perché lui è stato la ragione di vita per tutti quei ragazzi che negli anni Settanta cominciarono ad andare allo stadio. Per vedere le giocate del numero 10, e pochissimo altro. Perché lui è stato ed è Firenze. Come Michelangelo. Come Lorenzo il Magnifico. Come Ghiberti e Brunelleschi. Nei secoli dei secoli.
Giancarlo Antognoni è un uomo intelligente. E’ consapevole di essere un personaggio pubblico senza eguali. Non solo qui, ma soprattutto qui. Ecco perché non ha ancora deciso se presenziare alla cosiddetta festa dei 90 anni viola. Perché sa che, comunque si muova, scontenterà qualcuno, compromettendo la sua immagine di icona, di simbolo, di valore super partes.
Se resta a casa, come orgoglio e dignità più che giustificati suggerirebbero, verrà accusato da parte dei filo-societari e degli agnostici di aver boicottato quella che qualcuno spaccia per la più grande celebrazione viola degli ultimi anni per ragioni di “bottega” personale. Se va, cedendo alla mozione di un cuore che ormai bene o male viola è e viola resta, verrà accusato di andare a Canossa per “mendicare qualcosa” da coloro che l’hanno messo ai margini della storia viola. Lui, che è la storia viola, ad inginocchiarsi da chi la storia viola non ha neanche cominciato a scriverla.
In realtà, le cose stanno diversamente. Qualunque cosa faccia, Giancarlo Antognoni resta Giancarlo Antognoni. Firenze deve ringraziarlo, e la Fiorentina pure. E i Della Valle rassegnarsi al fatto che anche qualora cominciassero a vincere qualcosa (del che ci permettiamo non di dubitare ma di essere sicuri del contrario) non potranno mai sperare di avere un milionesimo dell’affetto che la città riserva a colui che essi giustamente – dal loro punto di vista – hanno messo in disparte perché l’ombra che avrebbe proiettato su di loro sarebbe entrata in confitto con tutti i motivi soprattutto di visibilità per cui hanno acquisito e mantengono la Fiorentina.
Quindi, Giancarlo non ha di che preoccuparsi, e sicuramente non se ne preoccupa. Qualunque cosa faccia il 28, lui in quei 90 anni c’é. E non si discute. Chi lo fa, commette un peccato di ignoranza prima ancora che di mancanza di senso critico. Peccato mortale, di questi tempi.
Il fatto però è che il grandissimo Giancarlo Antognoni è ormai, al pari di Julinho, De Sisti, un giocatore del passato. Sono sempre meno quei ragazzi degli anni Settanta di cui sopra, e sono tutti appartenenti a quella maggioranza silenziosa che della gestione Della Valle comincia a non poterne più, ma che comunque non si fa sentire, per timidezza, disinteresse o scarsa voglia di mettersi a discutere con energumeni di ogni ordine e grado.
Gli altri, quelli che vanno allo stadio magari in settori dove si discute poco e si pensa ancora meno, si fanno sentire eccome. Magari non andando oltre la ripetizione di mantra come “tornateci voi a Gubbio”, “se vanno via chi ci piglia”, “allora compratela voi”, “fate i fenomeni con i soldi degli altri”, “i Della Valle ci tengono ai massimi livelli a cui può ambire la Fiorentina” (Baglini vendeva inchiostri e Befani stracci di lana, chissà qual era allora il livello a cui potevano ambire).
Sono coloro che erroneamente vengono definiti i dellavalliani. Gente per cui Giancarlo Antognoni è un video da cineteca, ma “Vittorio se lo ricordano bene, e poi Gubbio e Gualdo Tadino”. Gente per cui anche Gabriel Batistuta comincia a stemperarsi e a sfumare come ricordo nelle nebbie di un passato sempre più lontano e sempre meno conosciuto.
Gente che il 28 agosto si precipiterà alla festa viola, perché bisogna esserci. Poi magari domandate loro che cosa si festeggia, e di ripeterlo – come si faceva a scuola una volta – con parole loro.
Personalmente, riteniamo che tutto ciò che ci sarebbe realmente da festeggiare in questi 90 anni di storia viola o non c’è più (perché la legge del tempo è l’unica che si deve rispettare sempre e comunque, anche in questo paese), oppure finirà per restare ai margini – per un motivo o per un altro – di questa kermesse di Cognigni & soci.
Semmai, ci sarebbe da commemorare proprio quel ragazzo che poteva andare a vincere quello che voleva e dove voleva. E che invece rimase qui a fare assist per gente che per stoppare un pallone rischiava di bucarlo. Poi, nel 1982, si ruppe la testa e quasi si ammazzò per andare in fuga per il terzo scudetto viola. Nel 1984, andato male il primo tentativo, si ruppe la gamba e chiuse la carriera solo per averci riprovato. La Fiorentina alla fine di quei due anni non vinse niente, ma è stata l’ultima volta che è andata veramente vicina a farlo. Batigol, non ce lo dimentichiamo, per mettere le mani su un trofeo che non fosse la Coppa Italia dovette trasferirsi a Roma.
Chi ha voglia di festeggiare qualcosa di serio, il 28, vada su youtube e si guardi tutto quello che c’è sul “ragazzo che giocava guardando le stelle”. E tenga un occhio al calciomercato, perché fra frizzi e lazzi la stagione che va a cominciare potrebbe aggiungere ben poco ai festeggiamenti, e molto a certi corsi e ricorsi storici a cui non vogliamo neanche pensare.

Comunque vada, #noistiamoconGiancarloAntognoni.

lunedì 16 maggio 2016

Sul campo per noi sono tre

Dieci giorni per racchiudere in sintesi tutta la storia della Fiorentina. Dieci giorni che ne hanno cambiato la storia.
6 maggio, sessantesimo anniversario del primo scudetto di Befani, Bernardini, Julinho & c. 11 maggio, quarantasettesimo anniversario del secondo scudetto di Baglini, Pesaola, De Sisti, Amarildo, Chiarugi & c. Poi ci sarebbe anche un 16 maggio, anche questo un anniversario, sono passati trentaquattro anni, ma molti forse non ricordano volentieri da cosa. Potevano essere almeno tre.
1981-82. Tredici anni esatti dall’ultimo scudetto, tanti quanti ne erano passati tra il 56 e il 69. La cabala diceva Fiorentina, il gioco anche. La fortuna e gli arbitri un po’ meno. A metà del girone di andata, il tragico scontro di Giancarlo Antognoni con il ginocchio volante del portiere del Genoa Martina incrinò speranze e certezze dei tifosi viola. Ma la squadra assorbì il colpo e continuò a volare.
Fece partita uguale con la Juve a Torino, e arrivò al titolo d’inverno con un leggero vantaggio, che poteva essere anche maggiore non ci fosse stata la farsa della partita con l’Ascoli sospesa (con i viola in vantaggio) perché pioveva troppo. Oppure altre decisioni discutibili (mai troppo eclatanti, ma ben disseminate tra le varie partite) che gli arbitri adottavano contro i viola.
Al match di ritorno, a Firenze, ormai era un testa a testa alla pari tra noi e la Juve. Finì zero a zero, e la parità perdurò fino all’ultima giornata. Noi andavamo a Cagliari, loro a Catanzaro. Era il 16 maggio 1982. Una giornata che nessuno di noi, almeno nell’inconscio, dimenticherà finché campa. Orgogliosi della nostra squadra, sicuri che almeno lo spareggio nessuno poteva ormai negarcelo. Forse un po’ contratti i giocatori in campo al cospetto di un Cagliari che doveva salvarsi. Forse un po’ ingenui a non pensare, nessuno di noi, che la Juve avrebbe smosso il mondo per attaccarsi sulla maglia la seconda stella. E la Federcalcio, che vedeva di mal’occhio lo spareggio a causa degli imminenti Mondiali di Spagna, si lasciò smuovere.
All’inizio della ripresa venne annullata ad un attonito Ciccio Graziani, senza spiegazioni plausibili, la rete che poteva consegnare lo scudetto a Firenze. Sul fronte opposto, a Catanzaro, al 30' del secondo tempo venne concesso un rigore di quelli che si possono dare o non dare alla Juventus, che permise ai bianconeri di andare avanti di un punto.
Al fischio finale, Firenze si ritrovò dapprima piegata in due da un dolore insopportabile. Poi, come un sol uomo, lanciò il grido che da allora risuona da queste parti ogni volta che si parla della odiata Juventus: Meglio secondi che ladri!
Odiata, sì. Era finita un epoca storica e ne era appena cominciata un’altra. Per la Juventus a Firenze era finita la stagione dell’antipatia. Era cominciata quella dell’odio mortale.

venerdì 1 gennaio 2016

Adiòs Petisso, sulla tua bara l'ultimo scudetto viola

E’ morto a Napoli, la città di cui tutti gli argentini si innamorano, prima o dopo Maradona. A Napoli aveva raggiunto il secondo posto da allenatore, il miglior risultato assoluto prima dell’avvento di Diego Armando. Da Napoli era poi arrivato a Firenze, nell’estate in cui Nello Baglini puntò tutto sulla ruota dell’imprevedibilità e del genio imprenditoriale. E vinse.
Per diversi anni la Fiorentina ye-ye di Giuseppe Chiappella aveva entusiasmato tifosi e addetti ai lavori, sembrando in grado addirittura di ripetere la favolosa epopea dei tempi di Befani. Poi, nel 1967-68 qualcosa si era inceppato nella linea verde e nel rapporto tra il soldatino di Rogoredo e l’imprenditore pisano dei colori. Beppe Chiappella aveva dato le dimissioni a metà di un campionato nato male e continuato peggio. Baglini aveva affidato la squadra a Luigi Ferrero, allenatore del Grande Torino che si era salvato dalla tragedia di Superga solo perché nel 1947 era venuto a Firenze ad allenare la squadra del Marchese Ridolfi. Assieme a lui, in panchina andò il compianto Andrea Bassi, allenatore emergente e gentleman per chi ha avuto l’onore di conoscerlo. Bassi e Ferrero fecero il miracolo di issare quella Fiorentina al quarto posto.
Poi in estate una nuova tempesta. L’anno prima Kurt Hamrin era andato al Milan in cambio di Amarildo. “Uccellino” a quell’epoca era il più grande centravanti del mondo, una specie di Batistuta dell’epoca (non a caso Omar Gabriel è stato l’unico a sopravanzare Kurt nella classifica dei marcatori viola di tutti i tempi). Nel 1968 anche l portiere della nazionale Enrico Albertosi ed il promettente attaccante Mario Brugnera partirono, destinazione Cagliari. Vox populi a Firenze dava la nostra squadra del cuore candidata sicura alla B, pazienza che fossero nel frattempo arrivati un certo Amarildo dal Milan (campione del mondo 1962 al posto di Pelé) ed un certo Luciano Chiarugi dalla Primavera.
Per rincuorare la piazza, o almeno provarci, Nello Baglini si tirò fuori dal cilindro il “Petisso”, il Piccoletto. Bruno Pesaola era uno di quegli argentini che si immaginano accompagnati dalla colonna sonora di un tango alla Astor Piazzolla. Sempre con la sigaretta in bocca, precursore del “Flaco” Cesar Luis Menoti, agli antipodi del fanatico connazionale Helenio Herrera (un Arrigo Sacchi sudamericano che allora andava per la maggiore grazie alla Grande Inter di Moratti padre). O del paron Nereo Rocco, il teorico di “o palla o gamba, meglio se palla”, che comunque era venuto a patti con il talento di Rivera e aveva vinto le prime due Coppe dei Campioni italiane.
Ai fiorentini, questo argentino con l’espressione da viveur di notti brave platensi non piacque per niente, manco a dirlo. Ed il mantra “quest’anno è la volta buona che si va in B” proseguì imperterrito fino alla quinta giornata del campionato 1968-69. In quella occasione la Fiorentina perse in casa 3-1 dal Bologna. La torcida viola cominciò a mugugnare talmente forte che ci volle tutto il carattere di Baglini per tenere duro. Il mago dei colori ebbe ragione. Quella fu l’unica sconfitta della sua Fiorentina in tutto il campionato, che andò a finire come tutti sanno: “Qui Torino, la Fiorentina è campione d’Italia”. Quell’11 maggio 1969, all’annuncio della vittoria viola decisiva per 2-0 in casa nientemeno della Juventus, migliaia di radioline volarono in aria a giro per Firenze.
Il Petisso entrò nella storia della Fiorentina, ma non nel cuore di Firenze. L’anno dopo non bastarono una difesa onorevole del titolo contro il Cagliari di Gigi Riva ed il Milan di Gianni Rivera. Non bastarono i quarti di finale di Coppa dei Campioni, risultato mai più eguagliato e secondo solo alla finale del 1957 persa contro il Real Madrid immeritatamente. L’anno dopo ancora, quando di nuovo la squadra viola conobbe le sabbie mobili della zona retrocessione, il malcontento di Firenze esplose. Dopo quel Dante Alighieri di cui ricorre in questi giorni il settecentocinquantesimo anniversario della nascita, Firenze esiliò anche Bruno Pesaola, l’ultimo “conducador” che le ha dato un trofeo di quelli da caroselli in auto per tutta la notte.
Come Dante Alighieri, non è morto a Firenze Bruno Pesaola, ma in quella Napoli che l’aveva accolto e – come molti altri argentini prima e dopo – mai rinnegato. Adiòs Petisso, a Firenze hanno contestato anche te. Ti sia lieve la terra, sulla tua bara c’è quel secondo ed ultimo scudetto vinto per una città che dopo di te ha celebrato quasi soltanto una montagna di discorsi.

Luciano Chiarugi, l'uomo che diventò Cavallo Pazzo

Era arrivato dalla provincia di Pisa, lo chiamavano la Freccia di Ponsacco quando lo presero nelle giovanili della Fiorentina. Luciano Chiarugi aveva tutto, velocità, controllo di palla, tiro in porta e passaggio smarcante ai compagni. Era un attaccante moderno in un calcio ancora antico, non troppo condizionato dagli schemi tattici. Giocava all’ala sinistra per classificazione di maglia, in realtà giocava dove gli pareva, atipico, estroso, indisciplinato. E dotato anche di un caratterino niente male, tanto che presto il suo soprannome sarebbe stato tramutato in Cavallo Pazzo, per analogia con il più estroso e individualista dei Capi Indiani consegnati alla leggenda del Far West.
A quell’epoca, 1965 e dintorni, da ragazzini si giocava nella Primavera e la domenica – quando scendeva in campo la prima squadra – si faceva il raccattapalle allo Stadio (che allora si chiamava Comunale), nella speranza che prima o poi il Mister si accorgesse di te. In quel periodo il Mister era uno che ci capiva, Beppe Chiappella, preoccupato di trovare un giovane sostituto per Uccellino Hamrin che si avvicinava al viale del tramonto. In realtà in squadra c’era già quel Mario Brugnera preso un paio d’anni prima a Venezia dal duo di talent scout Baglini – Pandolfini, ma la Fiorentina ye ye di quell’epoca viveva sulle giovani promesse, e quante più ne scopriva meglio era.
Cavallo Pazzo cominciò la sua epopea il 30 gennaio 1966 a Brescia, in una partita che la Fiorentina vinse per 2-1. Nel campionato del 1966-67 il trio delle meraviglie Hamrin-Brugnera-Chiarugi segnò 21 reti. Alla fine di quella stagione Uccellino volò via verso Milano rossonera. Alla fine di quella successiva, estate 1968, toccò a Brugnera salpare le ancore verso Cagliari. All’epoca funzionava così. Baglini faceva quello che in epoche successive è riuscito bene all’Udinese di Pozzo, lanciare giovani campioni e fare cassa per investire di nuovo in altri talenti ancora più giovani ed ancora più forti.
All’avvio del campionato 1968-69 il giovane Chiarugi si trovò a condividere la responsabilità di un attacco viola completamente rinnovato con i più esperti Mario Maraschi e Francesco Rizzo. Apparentemente pareva una squadra viola assai ridimensionata e non certo inserita tra le favorite per lo scudetto nei pronostici degli addetti ai lavori. In realtà, con la fortuna che a volte aiuta gli audaci e i capaci, Baglini e i suoi ragazzi finirono per cucirsi lo scudetto sulle maglie al termine di una cavalcata emozionante a cui proprio Luciano mise il suggello, l’11 maggio 1969, con la rete del vantaggio viola al Comunale di Torino contro la Juventus, che dette la matematica certezza del titolo. Quell’anno Cavallo Pazzo segnò sette reti, lamentandosi peraltro del fatto che Pesaola gli preferisse spesso i più stagionati colleghi.
Nella stagione successiva, quella in cui il titolo passò al Cagliari di Gigi Riva e del suo ex compagno Brugnera, Luciano Chiarugi ebbe la sua definitiva consacrazione, con 12 reti segnate e la convocazione in nazionale da parte di Ferruccio Valcareggi. Anche la sua leggenda nera contro gli arbitri ebbe la sua consacrazione in quell’annata, dallo scontro con Concetto Lo Bello nella partita casalinga proprio contro i sardi che segnò il passaggio di testimone tra le due squadre (grazie anche al gol annullato all’ala viola per un fuorigioco che ancora fa discutere), fino ai problemi con altre giacchette nere come quel Michelotti che l’aveva preso di mira come cascatore e che coniò appositamente per lui ed i suoi emulatori il termine chiarugismo.
Nel 1972 le strade di Cavallo Pazzo e della Fiorentina si divisero. Passò al Milan (con il quale vinse una Coppa delle Coppe nel 73) e da lì ad altre squadre, andando a concludere la sua carriera nell’85 nella Massese, a due passi da casa. Subito dopo il suo ritiro, la Fiorentina di Pontello lo prese come allenatore della Primavera e cominciò così per lui una seconda vita. L’ex ragazzo dal talento tumultuoso dimostrò subito di cavarsela bene a gestire il talento dei ragazzi delle nuove generazioni. Ma come Mister non ebbe mai le soddisfazioni che si era tolto da giocatore.
Nel 1993, l’anno in cui Vittorio Cecchi Gori esonerò Radice per motivi noti soltanto a loro due, fu chiamato a sostituire il suo sostituto, quell’Aldo Agroppi che già si era fatto disistimare dal pubblico fiorentino anni prima quando aveva gestito malamente il rientro di Antognoni dal secondo infortunio. Agroppi resiste’ poche partite sulla panchina di una squadra in caduta libera nonostante i suoi campioni, prima di lasciare avendo intuito la mala parata. L’onere di chiudere quel campionato con la salvezza toccò a Luciano Chiarugi e alla bandiera Antognoni. I due ci misero il cuore e il valore per la loro Fiorentina, ma quella volta la fortuna guardò da un’altra parte. I giocatori erano troppo frastornati da un’annata cominciata tra i trionfalismi e virata improvvisamente alla tragedia sportiva. Il biscotto dell’Olimpico tra la Roma e l’Udinese non lasciò scampo ad una Fiorentina che si era tenuti tutti i compiti da fare per l’ultimo giorno utile. Nonostante un 6-2 al Foggia, Batistuta & C. andarono in serie B, Antognoni tornò a fare il dirigente in Piazza Savonarola, Luciano Chiarugi riprese ad allenare la Primavera, amareggiato ma con ben poche colpe.
L’anno dopo sembrò che la sorte gli sorridesse, al Torneo di Viareggio (già vinto nel 1992, ultimo trionfo viola a tutt’oggi) la sua splendida Primavera nella quale tra gli altri giocava il “fenomeno” dell’epoca Francesco Flachi arrivò alla Finale contro la nemica di sempre, l’odiata Juventus. In quel momento con la squadra maggiore in serie B, l’occasione di dare soddisfazione – e che soddisfazione – ai tifosi era ghiotta. I ragazzi si batterono bene, costringendo i rivali bianconeri ad una doppia finale con tempi supplementari. La prima finì 2-2, e così stava per finire anche la seconda, senonché anche nella Juve c’era un fenomeno, Alessandro Del Piero, e proprio a lui toccò segnare il 3-2 definitivo su rigore al 105’. Coppa Carnevale alla Juventus e Luciano Chiarugi a rimasticare amaro.
Luciano di carattere ne ha sempre avuto. L’anno dopo vinse la Coppa Italia Primavera (ultimo trofeo fino alla vittoria del 2011 di Renato Buso), e continuò a dirigere da allenatore quello che rimaneva il settore d’eccellenza della Fiorentina, la Primavera. Fino al 2001, anno in cui la squadra maggiore ebbe nuovamente bisogno di lui. Dapprima si trattò di traghettare la panchina dal transfuga Terim all’enfant prodige neopatentato Mancini. Poi l’anno dopo, fuggito anche Mancini su sollecitazione dei tifosi preoccupati da una stagione che volgeva di nuovo al peggio come 10 anni prima, resse la squadra fino all’arrivo di quell’Ottavio Bianchi che mise la pietra tombale sulla Fiorentina di Cecchi Gori, che retrocesse e fallì nell’estate di quel 2002.
La Fiorentina rinacque poco dopo per mano dei fratelli Della Valle. Ma non era più tempo di scorrerie nelle grandi praterie verdi. Erano arrivate le Giacche Blu e per gli Indiani, anche i più irriducibili come Cavallo Pazzo, era arrivato il momento di rientrare in Riserva. Adesso si gode i suoi splendidi 65 anni Luciano Chiarugi. Chissà che prima o poi la patria viola non abbia ancora bisogno di lui. E magari con maggiore fortuna.

Ascesa e caduta della casa Pontello

Maggio 1980. Allo Stadio Comunale di Firenze esplode la contestazione dei tifosi verso la proprietà di una Fiorentina che sta concludendo l’ultimo di una serie di campionati incolori, inframmezzati da un paio in cui ha addirittura rischiato la retrocessione in serie B.
La presidenza di Ugolino Ugolini prima e dei suoi collaboratori Rodolfo Melloni ed Enrico Martellini poi si conclude tristemente tra le urla e i mortaretti degli Ultras ed i fumogeni della Polizia, dopo che per un decennio l’industriale della gomma aveva cercato di rinverdire i fasti del suo predecessore, quel Nello Baglini che aveva portato a Firenze il secondo e ultimo scudetto con la prima “linea verde”, e dopo aver lasciato in eredità alla città il cartellino di Giancarlo Antognoni, un capolavoro paragonabile per i fiorentini al David di Michelangelo, per ottenere il quale la Juventus aveva sferrato una lunga ed insistente quanto inutile offensiva.
La contestazione si placa improvvisamente all’annuncio che la società viola è stata acquistata da una nota famiglia di imprenditori edili locali che stanno assurgendo ad una crescente fama nazionale, i Pontello.
Flavio Callisto Pontello
Maggio 1990. Ancora grida, mortaretti e lacrimogeni a Firenze, ma stavolta in Piazza Savonarola, davanti alla sede dell’A.C. Fiorentina e per le strade circostanti. La guerriglia urbana non è stata scatenata per motivi politici o sociali, ma perché il decennio delle grandi speranze viola legate al nome ed alla gestione dei Pontello si è concluso con la abdicazione all’odiata rivale storica, la Juventus, che si è appena portata via non soltanto la Coppa UEFA conquistata nella doppia finale contro la Fiorentina a Torino ed Avellino, ma anche la stessa “argenteria di famiglia”, quel Roberto Baggio che ormai la gente aveva investito dell’eredità di Giancarlo Antognoni, come nuova bandiera viola da difendere ed ostentare sempre e comunque, a prescindere.
La famiglia che aveva preso la Fiorentina nel clamore di una contestazione la lascia dieci anni dopo nel marasma di una contestazione dieci volte più violenta. In mezzo, un decennio che a tutt’oggi può essere considerato tra i più affascinanti della storia della Fiorentina, molte luci ed ancora più ombre, e soprattutto due titoli agognati da tempo e sfiorati veramente per poco. Sfumati entrambi alla fine di un esaltante ed estenuante confronto con la solita rivale di sempre, la Juventus di Torino.
Nell’albo d’oro, la Fiorentina è ferma all’ultimo scudetto vinto nel 1969 ed a livello internazionale all’ultimo e unico trofeo vinto nel 1961, la Coppa delle Coppe. Nel 1982 arriva a quindici minuti da uno spareggio in cui avrebbe potuto conquistare il terzo scudetto, nel 1990 arriva a un passo dalla sua prima Coppa UEFA. In entrambi i casi il titolo prende all’ultimo momento la via di Torino, e il relativo trofeo finisce nelle mani di Dino Zoff, la prima volta come capitano, la seconda come allenatore.
Stemma araldico famiglia Pontello
Ma chi è questo proprietario, questo condottiero viola che può mettere in campo addirittura un blasone nobiliare, e che rimane a tutt’oggi il patròn viola che è arrivato più vicino a vincere, dai tempi ormai storici di Baglini? Dopo di lui i Cecchi Gori metteranno in bacheca due Coppe Italia, mentre i Della Valle sono fermi a zero tituli, per dirla con Mourinho. Ma la gente ricorda sempre piuttosto quel mancato scudetto del 1982 e quella maledetta finale di Coppa UEFA.
Flavio Callisto era l’erede di una famiglia nobile, i Conti Pontello, inizialmente originari del Friuli e poi trasferitisi a Firenze, che avevano legato con successo le loro fortune all’imprenditoria edilizia. Nel 1944 il giovane Flavio aveva dovuto abbandonare gli studi di ingegneria al Politecnico di Milano, perché la guerra e l’occupazione nazista si erano portati via i “vecchi”. Lui, che era il più grande di quattro fratelli, Claudio, Gianluigi e Miuta, aveva inevitabilmente ereditato le redini dell’impresa di famiglia, la “S.a.s. Costruzioni Pontello”. Negli anni sessanta la ditta aveva partecipato in modo consistente alla realizzazione della rete autostradale che stava modernizzando l’Italia del boom economico.
All’inizio degli anni 80, la Fiorentina era in cerca di un futuro, i Pontello erano in cerca dell’ultimo salto di qualità, quello che ne avrebbe fatto imprenditori di fama nazionale ed internazionale più di quanto già non fossero. Fu così che Ugolini passò la mano al Conte, e il calcio italiano ebbe il suo stemma nobiliare tra i partecipanti al suo massimo torneo, il Campionato di Calcio di Serie A.
Flavio Pontello era un personaggio singolare, che non si accontentava di partecipare. Lui voleva primeggiare. Nel 1968 aveva istituito una Fondazione per l'incremento degli studi e delle ricerche scientifiche in edilizia e in architettura, che ogni anno assegnava premi cospicui a giovani studiosi. Per tutto ciò che aveva fatto nel 1973 aveva ricevuto il Cavalierato del Lavoro dall’allora Presidente della Repubblica Giovanni Leone.
Ranieri Pontello ingaggia Picchio de Sisti
Nel 1980 prese la Fiorentina con l’intento di farne subito uno squadrone. Il primo anno ereditò allenatore e giocatori della passata gestione. Il povero mister Paolo Carosi e i suoi ragazzi raccolti attorno alla “bandiera” Antognoni stavano ripetendo il campionato incolore delle passate ultime stagioni (la Fiorentina passò un intero girone d’andata pareggiando o perdendo, senza vincere mai), quando il Conte, che non era famoso per avere un carattere facile o tollerante, prese in mano la situazione, esonerò Carosi affidando la squadra ad un’altra “bandiera” carica di gloria, quel Picchio De Sisti capitano del secondo scudetto, e partì in quarta in primavera con una campagna acquisti come a Firenze non si vedeva forse dagli anni 50.
Arrivarono Graziani e Pecci da quel Torino che aveva vinto lo scudetto nel 76, Cuccureddu dalla Juventus,  la giovane promessa Daniele Massaro dal Brescia, l’altra promessa Renzo Contratto dall’Atalanta, Francesco Casagrande dal Cagliari, Roberto Galbiati era già arrivato dal Pescara e Daniel Bertoni dal Siviglia, alla riapertura delle frontiere. Questa fu la squadra – vestita della nuova maglia con il giglio stilizzato che fece tanto discutere ed al suono del nuovo inno stile bossa nova che sostituì momentaneamente quello tradizionale glorioso di Narciso Parigi - che sfiorò lo scudetto nel 1982, con Giovanni Galli in porta e con Luciano Miani che sostituì alla grande Antognoni, infortunatosi alla nona giornata contro il ginocchio assassino di Martina, portiere del Genoa, e rientrato solo a tre giornate dal termine. In tempo per giocare uno spareggio che i vertici del Calcio avevano già deciso che non ci dovesse essere.
Ranieri Pontello
Il programma di Pontello era stato semplice. Una sera ad una TV privata dichiarò né più e né meno che “l’epoca della Juventus in Italia era finita”. Dopo la “beffa di Cagliari” ed il rigore di Catanzaro trasformato da Liam Brady, il Conte non si perse d’animo e andò in Argentina a comprare nientemeno che Daniel Alberto Passarella, carismatico capitano della nazionale biancoceleste che aveva trionfato ai mondiali casalinghi del 1978. Dopo il campionato del 1984, naufragato su secondo grave infortunio di Antognoni, andò a prendere anche il capitano del Brasile, quel Socrates che fece innamorare subito anche Firenze con il suo spessore di personaggio anche e soprattutto fuori dal campo.
Nei primi cinque-sei anni Pontello ci provò in tutti i modi, gestendo in prima persona la società con l’ausilio del figlio Ranieri a cui aveva affidato la presidenza formale della stessa. Poi, i colpi della sfortuna, la mancanza di successi e l’arrivo delle prime contestazioni al Comunale nella stagione che coincise con la presa di coscienza che Antognoni era alla fine della carriera (una fine pessimamente gestita dal mister Aldo Agroppi, peraltro), spinsero non solo il Conte ma tutta la famiglia a ridimensionare entusiasmo ed impegno. Ranieri si dimise dalla presidenza, che andò prima al povero Pier cesare Baretti (ex giornalista di Tuttosport e dirigente di Lega Calcio) e poi dopo la scomparsa di questi a Renzo Righetti (ex arbitro e dirigente federale anch’egli).
Gli ultimi quattro anni di gestione Pontello coincisero con il tentativo di attuare una nuova “linea verde”, che ruotava intorno al gioiellino Roberto Baggio acquistato da Baretti e Nassi dal Vicenza, su preciso mandato del Conte. Presidente del Vicenza era Maraschin, l’industriale del ferro. “Lo conosco, abbiamo fatto insieme un’autostrada, ci penso io”, raccontò poi Pontello. Baggio arrivò a Firenze nel 1985, cominciò a giocare nel 1987 – una volta superati due gravi infortuni – e restò fino al 90.
Piazza Savonarola nel maggio 1990
In quell’anno, l’uomo che aveva orgogliosamente e con sprezzo del pericolo affermato una volta che non avrebbe “mai trattato con i metalmeccanici di Torino”, gli Agnelli, decise di farlo, e nel modo più clamoroso. L’avvocato Agnelli si era scornato con Ugolini per Antognoni, era orfano di Platini arrivato a Torino in sua vece. Stavolta voleva Baggio, a tutti i costi. Fece un’offerta di quelle che non si potevano rifiutare. Il Conte accettò, malgrado avesse già deciso di vendere la società a Mario Cecchi Gori, il quale aveva preteso come condizione che il “Codino” rimanesse. E malgrado sapesse anche che Firenze non l’avrebbe presa affatto bene. Come infatti successe.
A Piazza savonarola, tra il fumo dei lacrimogeni, le sirene delle camionette dei Carabinieri e le urla della gente che scappava a nascondersi nelle case circostanti dopo aver lanciato i sampietrini, finì la presidenza dei Pontello, che avrebbe potuto essere ricordata come un periodo glorioso della storia viola. Per lungo tempo i carabinieri dovettero fermarsi di sorveglianza sotto casa del Conte.
Il quale è scomparso nel 2006, poco dopo la sua azienda di famiglia, che non ha retto ai tempi nuovi, arrivati non solo nel calcio.

Ugolino Ugolini, l'uomo che disse no ad Agnelli

Era nato a Firenze nel 1924, due anni prima che il Marchese Ridolfi fondasse quella creatura di cui sarebbe stato innamorato per tutta la vita e la cui società avrebbe avuto l’onore di presiedere, pur in uno dei periodi più difficili. Ugolino Ugolini  era uno di quei fiorentini che aveva avuto successo. La sua impresa, la Gover Gomma (forniture per edilizia e abbigliamento), fondata nel 1952, era diventata ben presto una delle  imprese
toscane più importanti.
Ugolini era entrato nella Fiorentina allorché ne era uscito Befani, nel 1961, diventando uno dei membri del consiglio d’amministrazione durante la Presidenza di Longinotti. Con Baglini era poi diventato amministratore delegato, per rilevare poi da lui proprietà e presidenza quando il presidente del secondo scudetto aveva detto basta, stressato dal durissimo campionato del 1971 conclusosi con una salvezza conquistata all’ultimo tuffo.
Ugolini aveva condiviso molto con Baglini, oltre alle gioie e ai dolori, soprattutto la filosofia imprenditoriale applicata al calcio fiorentino. Pertanto proseguì (o cerco di farlo) sulla strada della linea verde che aveva così ben pagato con il suo predecessore. Anzitutto individuò l’allenatore giusto per il nuovo ciclo in Nils Liedholm, valorizzatore di talenti e fautore del bel gioco come pochi altri mister, all’epoca. Baglini non lo aveva amato, ritenendolo troppo prudente, un non vincente. Ugolini invece gli si affidò senza riserve, e in un primo tempo sembrò aver avuto ragione. Con Liddas (così era stato soprannominato al suo arrivo in Italia), Ugolini cercò di impostare una nuova Fiorentina ye ye cercando talenti in casa propria e a giro per l’Italia sotto la supervisione del mago Pandolfini e dei suoi osservatori.
Inizialmente il progetto ebbe fortuna. Moreno Roggi, Andrea Orlandini, Domenico Caso, Vincenzo Guerini, Claudio Desolati, Walter Speggiorin, Nello Saltutti, Alessio Tendi, Ennio Pellegrini arrivarono progressivamente a sostituire gli eroi del secondo scudetto, a mano a mano che questi se ne andavano o appendevano le scarpe al chiodo. Alcuni di questi baby viola erano considerati delle vere e proprie promesse al pari dei loro predecessori, e qualcuno arrivò anche a vestire una meritata maglia azzurra (erano gli anni di Bernardini – altro estimatore dei piedi buoni - e della rifondazione della Nazionale). Ma soprattutto i nomi di Ugolini e di Liedholm sono consegnati per sempre alla leggenda viola per aver regalato alla città di Firenze quello che è stato e resterà sempre uno dei suoi artisti più grandi, al pari di Michelangelo e del Brunelleschi: Giancarlo Antognoni da Marsciano, in provincia di Perugia.
Con Nils Liedholm
Da tempo Pandolfini aveva segnalato a Liedholm questo ragazzo magro come uno stecco (lo chiamavano canna d’organo) ma dal talento straordinario. Lo svedese lo vide giocare con una selezione azzurra giovanile, e da subito non ebbe dubbi: “se non diventa un campione questo, non ci diventa nessuno”.
Ugolini e i suoi uomini mercato ebbero quindi la richiesta del mister di mettere le mani sul nuovo talento a tutti i costi. La trattativa non era facile, il ragazzo era in forza all’Astimacobi, società satellite della Juventus, che però in quel momento evidentemente era distratta, perché gli emissari viola riuscirono a tornare a Firenze con il loro acquisto preziosissimo, pur dopo una trattativa estenuante. Il fuoriclasse esordì a soli 18 anni in serie A il 15 settembre 1972, sostituendo lo squalificato Picchio De Sisti nella terza giornata del campionato 72-73. Fu un esordio vittorioso, e Antognoni non disattese le speranze di Liedholm che non lo tolse più di squadra nonostante il rientro di De Sisti.
Dopo due campionati conclusi al quinto e quarto posto, Liedholm passò la mano a Radice, giovane tecnico emergente, che però non riuscì a fare meglio del più famoso collega. Per qualche motivo la nuova Fiorentina non decollava, rimanendo dietro ai blasonati squadroni del nord e alla Lazio di Maestrelli e Chinaglia che viveva in quegli anni il suo periodo migliore. Neanche Radice convinse, e allora fu il turno di Nereo Rocco. Il paron triestino era a fine carriera, dopo i trionfi milanesi, e non volle o non seppe dannarsi l’anima a cavare qualcosa di più da questa squadra di ragazzi sempre sul punto di esplodere ma che non ci riusciva mai. Nel frattempo, era stato ceduto De Sisti, dei campioni dello scudetto resistevano solo Brizi, Superchi e Merlo, Antognoni incantava e diventava titolare fisso della Nazionale, ma per quanto grande fosse la sua arte, la squadra più di tanto non lo poteva seguire e molti talenti venivano via via ridimensionati.
Ugolini viveva anche un periodo di crisi nella sua azienda, il che riduceva le possibilità di investimento nel calcio. Nel 1975 esplose anche la contestazione, con Desolati e Speggiorin che dopo l’ennesima prestazione casalinga deludente vennero rincorsi dai tifosi inferociti per il Viale dei Mille. Al campionato mediocre concluso all’ottavo posto fece da contraltare la Coppa Italia, vinta sul Milan di Rivera e Chiarugi e destinata a restare l’ultimo trofeo aggiunto dai viola alla propria bacheca fino alla magica notte di Bergamo nel 1996. 
Il nuovo tecnico preso al posto del pensionando Rocco, Carletto Mazzone non ancora soprannominato “er Magara” ma piuttosto affettuosamente chiamato “stroncapettini” per la sua incipiente calvizie dai tifosi fiorentini, non poté sedersi in panchina perché le carte federali non glielo permettevano ancora, e all’Olimpico con la squadra scese in campo il secondo, Mario Mazzoni.
Antognoni e Rivera nella finale di Coppa Italia 1975
Dopodiché, la stella di Ugolini e della sua Fiorentina declinò irreparabilmente. Roggi e Guerini si infortunarono gravemente, il primo in un incidente di gioco e il secondo in un incidente d’auto, e le loro carriere finirono bruscamente. I sostituti non erano all’altezza, risorse economiche da investire ce n’erano sempre meno, ci si affidava esclusivamente al vivaio, ma i giovani che facevano sfracelli nella primavera al momento di fare il salto nella serie maggiore si perdevano. Mazzone riuscì a concludere il campionato del 1977, quello del lungo derby tra una Juventus ed un Torino di un’altra categoria, al terzo posto ma staccato di quindici punti dalla seconda, la squadra granata appunto.
L’anno dopo tornò di scena il dramma. Ugolini aveva preso la presidenza nel 1971, all’indomani di una salvezza per il rotto della cuffia, e la lasciò nel dicembre 1977, mentre la squadra si trovava di nuovo impelagata in una lotta per non retrocedere, ancora più drammatica se possibile. Alla fine lo stress per le vicende viola unito a quello per le vicende della propria azienda diventarono per lui insopportabili, e pur rimanendo proprietario fino al 1980, delegò la presidenza prima a Rodolfo Melloni e poi ad Enrico Martellini, suoi ex collaboratori. Al primo toccò ricostruire un minimo di squadra e di ambiente dopo la salvezza al cardiopalma del 1978, ingaggiando il tecnico Paolo Carosi al posto del “salvatore” Chiappella che aveva a sua volta preso il posto dell’esonerato Mazzone. Al secondo toccò invece traghettare la società verso i nuovi proprietari, i Pontello, famiglia emergente dell’imprenditoria edile fiorentina, e presto anche nazionale.
A conclusione di questo altalenante e alla fine drammatico periodo, la presidenza di Ugolini resta nel cuore dei tifosi e nella storia della Fiorentina soprattutto per un motivo: non aver mai ceduto alle lusinghe della Juventus affinché le cedesse il gioiello della corona, quel Giancarlo Antognoni che fu in quel periodo buio l’unica consolazione (enorme, peraltro) dei tifosi. Soprattutto nel 1978, all’indomani della scampata retrocessione, i bianconeri fecero un’offerta che non si poteva rifiutare. Nessuno aveva mai detto di no all’Avvocato Agnelli, più che mai deciso oltretutto a prendersi ciò che gli era sfuggito da sotto il naso anni prima. Ugolini lo fece. Per questo motivo sulla sua tomba, in cui è sceso nel 2009, non mancherà mai un fiore
portato dai fiorentini riconoscenti.

Nello Baglini,per la Fiorentina questo ed altro

Se il primo scudetto della Fiorentina era nato a Prato, il secondo nacque a Pisa. Nello Baglini vi ebbe i natali nel 1907, anche se poi la vita lo portò a Firenze, città alla quale sentì sempre di appartenere per adozione. La sua professione di imprenditore nel settore degli inchiostri da stampa lo obbligava a trascorrere gran parte del suo tempo a Milano, ma il suo cuore era sempre nel capoluogo toscano. Tifoso della Fiorentina, quando venne il suo momento si rivelò uno dei più grandi presidenti di sempre, al pari del leggendario Befani.
Befani aveva lasciato la società nel 1961, alla fine del suo ciclo vincente. Per avviarne un altro servivano investimenti, e per farli aveva chiesto modifiche societarie che il C.d’A. non gli accordò. Allora l’industriale pratese lasciò la mano a Longinotti, da Enrico I a Enrico II, titolò la stampa cittadina. In realtà Longinotti non seppe capitalizzare l’eredità del suo predecessore, accumulò forti debiti (800 milioni di lire, niente male per l’epoca) ed ottenne scarsi risultati, finché nel 1965 decise di lasciare a sua volta.
Questa era la situazione che Baglini trovò al suo arrivo. Bilancio da risanare e squadra da rifondare. Lui era ritenuto un duro, un lottatore, e lo dimostrò subito. Al motto di «per la Fiorentina questo ed altro!» si mise subito all’opera attuando pochi ma semplici concetti. Per battere gli squadroni del nord non si poteva far loro concorrenza sul piano economico, ormai. Bisognava puntare sui giovani, sviluppando al massimo quel vivaio che sotto la guida di Egisto Pandolfini stava già all’epoca raggiungendo risultati di eccellenza, e approfittare delle occasioni di mercato, come quella che gli capitò poco dopo il suo arrivo, allorché prese dalla Roma il romano de Roma Giancarlo De Sisti, che si rivelò subito il fuoriclasse intorno a cui costruire la squadra.
Poi vennero uno dopo l’altro Merlo, Brugnera, Chiarugi, Maraschi, Brizi, Ferrante, Esposito, Superchi. Già nel 1966 arrivarono la Coppa Italia e la Mitropa Cup. Mentre Uccellino Hamrin spendeva gli ultimi scampoli di una gloriosa carriera, Picchio De Sisti e gli altri ragazzi terribili dettero corpo all’epopea della Fiorentina ye ye. Con questo termine da musica pop inglese si volle sottolineare appunto l’aspetto giovanile e brioso, in linea con i tempi, di una squadra che non era stata allestita a suon di colpi di mercato come quella del 1956, ma che seppe comunque ripeterne le imprese.
Baglini, che nel frattempo stava riorganizzando anche la società adottando provvedimenti indubbiamente drastici e coraggiosi, come quello di sospendere tutti gli ingressi omaggio in tribuna d’onore e di obbligare anche gli stessi consiglieri a pagarsi l’abbonamento, agì dunque con coraggio e determinazione sul mercato, dimostrando di voler puntare al vertice. Dopo una stagione sofferta, che aveva visto alla fine del 1967 l’esonero dello stimato allenatore Beppe Chiappella in favore del duo Luigi Ferrero - Andrea Bassi, Il presidente andò a trattare niente meno che Helenio Herrera, che aveva appena lasciato la Grande Inter di Moratti.
Sfumato il suo ingaggio per l’intervento della Roma (e di un potente tifoso della Roma appartenente al mondo politico, pare, soprattutto), senza battere ciglio andò a prendere l’ex allenatore del Napoli, quel Bruno Pesaola, detto il Petisso, che aveva portato i partenopei ad un incredibile secondo posto. Gran giocatore di poker e fumatore di sigarette, Pesaola non risultò simpatico ai giornalisti fiorentini, ma non si scompose, dichiarando subito di essere consapevole di avere una grande squadra e che il tempo gli avrebbe dato ragione. E così fu.
Dopo aver ceduto Hamrin al Milan in cambio di Amarildo e poi anche Brugnera e Albertosi al Cagliari emergente di Gigi Riva, Baglini consegnò al tecnico argentino e agli attoniti tifosi una squadra indecifrabile, apparentemente indebolita, ma che invece si rivelò una compagine formidabile.
Partita malino (alla quinta giornata perse in casa con il Bologna, ma fu l’unica sconfitta di quel campionato), la Fiorentina della linea verde prese coraggio partita dopo partita, tenendo botta al Milan ed al Cagliari e poi ritrovandosi in testa e difendendo il vantaggio strenuamente nel girone di ritorno, fino all’epica sfida con la Juventus al Comunale di Torino, dove il 2-0 firmato da Chiarugi e Maraschi le dette la certezza matematica: «Qui Torino, la Fiorentina è campione d’Italia» annunciò la radio alla fine, e Firenze tornò a tingersi di viola.
Baglini era nella leggenda, e avrebbe atteso inutilmente nei trenta anni successivi, fino alla sua morte avvenuta nel 1999, che qualche altro presidente andasse a raggiungerlo, regalandogli e regalandoci la gioia di un altro scudetto. Invece purtroppo fece appena in tempo a vedere l’ultimo tentativo, quello di Batistuta ed Edmundo, andare a male.
Lasciò la presidenza nel 1971, dopo una stagione (1969/70) in cui difese onorevolmente il titolo contro Rombo di Tuono ed il Cagliari di Scopigno e conquistò i quarti di finale di Coppa dei Campioni, ed un’altra (1970/71) in cui la squadra ormai scarica soprattutto di nervi si ritrovò a lottare per non retrocedere, costringendolo ad esonerare l’allenatore Pesaola che lui aveva amato ma che Firenze (per qualche ragione) aveva solo sopportato. Il suo sostituto, Oronzo Pugliese, ottenne la salvezza solo agli ultimi minuti del campionato.
Cominciava un’altra storia. Baglini lasciò la Fiorentina a colui che era stato uno dei suoi collaboratori, Ugolino Ugolini, il quale fece il possibile per continuare la sua politica dei giovani, però con meno fortuna di lui. E fino all’ultimo giorno restò tifoso della squadra viola. E’ stato il fondatore del Centro di Coordinamento Viola Club già nel 1965, la prima struttura di organizzazione del tifo a Firenze. E lasciò una Fiorentina in attivo, che poteva appuntare orgogliosa sulla sua bandiera due scudetti e tre Coppe Italia, oltre alla Coppa delle Coppe ed alla Mitropa. Una bandiera che dai suoi tempi, purtroppo, non è cambiata molto, quanto a trofei esibiti.