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sabato 19 novembre 2016

Ricominciamo?

Superchi, Rogora, Mancin, Brizi, Ferrante, Esposito, Amarildo, Merlo, Maraschi, De Sisti, Chiarugi. I ragazzi fiorentini della fine degli anni Sessanta la imparavano a memoria questa filastrocca, più facilmente di eifusiccomeimmobile o di lanebbiaagliirticolli. Era la filastrocca che ripeteva tutte le domeniche lo speaker dello Stadio Comunale (allora Artemio Franchi era vivo e vegeto, e stava in Tribuna d’Onore, si chiamava così, ad applaudire insieme ai suoi concittadini gli eroi del secondo scudetto).
Eraldo Mancin era una di quelle invenzioni dei talent scouts di Nello Baglini. L’uomo che aveva rinverdito i fasti di Enrico Befani, ma con una variante sostanziale: puntava sui giovani anziché sui campioni affermati. La Fiorentina yeye era stata assemblata cedendo nomi che stavano facendo la storia del calcio, Hamrin, Albertosi, Brugnera, ed acquistandone altri che promettevano di farla in futuro.
E la fecero, nell’annata 1968-69 una squadra di una città al di sotto del corso del Po interruppe nuovamente il predomino nordista, cinque anni dopo il Bologna di Fulvio Bernardini. Tra questi ragazzi che diventarono uomini e campioni sotto la Torre di Maratona, nell’anno in cui secondo certi pronostici non proprio fausti avrebbero dovuto lottare per non retrocedere, c’era anche lui, Eraldo Mancin da Porto Tolle (RO).
Preso dal Venezia poco più che ventenne, vinse lo scudetto e poi fu sacrificato alle necessità di bilancio di Baglini, che lo spedì a Cagliari prendendo il più affermato Giuseppe Longoni. Viola e sardi si scambiavano spesso giocatori in quegli anni. A Mancin andò bene, perché in Sardegna vinse il secondo scudetto consecutivo l’anno dopo, impresa riuscita nella storia del calcio italiano soltanto a sei giocatori, tra cui un certo Roberto Baggio. A Longoni andò peggio, due secondi posti. Scherzi della vita.
Se n’è andato a 71 anni Eraldo. Un altro eroe viola che se ne va, la nostra Hall of Fame perde pezzi, mentre il presente stenta a consegnarle nuovi eroi. Domani si gioca con il lutto al braccio.
Non sarà la sola novità in casa viola. Ce ne sono altre, alla ripresa del campionato dopo l’amichevole di lusso, lo scontro di civiltà tra chi mette i calzini bianchi sotto i sandali e chi – per quanto decaduto (ma tutt’ora imbattuto, contro i tedeschi) - fa dell’estetica a volte più della sostanza una questione di vita.
La Fiorentina a cui la Nazionale riconsegna un Astori galvanizzato ed un Bernardeschi forse ancora più frastornato di quanto non lo abbia reso Paulo Sousa, scende in campo contro l’Empoli degli ex Pasqual e Gilardino (circostanza particolarmente dolorosa, per lui e per i tifosi, nel caso di Manuel, capitano e gentiluomo). E lo fa sapendo già quasi ufficialmente di annoverare tra i quadri dirigenziali il nome che tutta Firenze aspettava.
Giancarlo Antognoni sta per firmare da vicepresidente, tutto è pronto. L’Unico 10 parla già da quadro viola, e lo fa con la consueta via di mezzo fra la passione di una vita (la Fiorentina, a suo stesso dire) e l’aplomb quasi britannico con cui da sempre commenta e gestisce le cose del calcio.
Firenze vorrebbe gioirne, e invece è preoccupata, almeno a livello delle correnti sotterranee del tifo che attraversano la città come i percorsi avventurosi dell’Inferno di Dan Brown. Antognoni non si discute, né lui del resto farebbe mai nulla per farsi discutere, c’è da giurare. Come manager, dette già ottima prova di sé ai tempi di Vittorio Cecchi Gori. Ma il fatto è che adesso gli viene chiesto di mettere la faccia per coprire quella abbastanza dimessa – diciamo così – di una società che definire prossima ad un nuovo anno zero è usare un eufemismo.
La Fiorentina sarà anche sembrata in ripresa grazie al lavoro del suo allenatore, come l’ha vista il nostro neo vicepresidente. In realtà, per i suoi tifosi è stata più che altro motivo di noia quando non di ansia e di agonia. Nessuno si sogna di dire ad una persona del carisma e dell’intelligenza umana e calcistica di Antonio cosa è opportuno dire e fare, ma insomma non vorremmo che la nostra migliore bandiera fosse usata, sventolata per distrarci, mentre gli eroi sbiaditi dell’ultima generazione senza più bandiere continuano a far danni in campo, e mentre altri manager sicuramente meno bene intenzionati di Giancarlo continuano a farne di peggio nella stanza dei bottoni.
Insomma, tra una bandiera che salutiamo per l’ultima volta ed un’altra che abbiamo quasi paura ad impugnare di nuovo per non rovinarla, la Fiorentina ritrova il campionato, cercando di dimenticarsi e di far dimenticare quanto problematico e scialbo, per non dire peggio, fosse prima della sosta del calzino bianco.
Empoli è un campo amico soltanto in apparenza. D’accordo, ci si va perfino in motorino, è quasi più trasferta San Piero a Sieve durante la preparazione estiva. Ma gli empolesi aspettano questa come la partita della vita. L’anno scorso, con un organico più forte loro ma anche e soprattutto più forte noi, ci tolsero quattro punti su sei, e nominalmente si lottava per il vertice. Non è il caso di aspettarsi gite fuori porta e scampagnate, il presidente Corsi ci manderà di traverso il pranzo più che volentieri, se appena può. Per poi tornare magari ad ammorbidire il tackle in occasione della visita di compagini provenienti da metropoli fuori regione. Ma questo è un problema suo.
C’è un 2016 da concludere mandandolo in archivio con un connotato meno pessimo di quello registrato fino ad oggi, tra la fine del campionato scorso e l’inizio di quello attuale. Preparandoci poi al solito mese di gennaio da Pantoprazolo. Quest’anno non ci sono tesoretti, il che vuol dire che a inizio anno nuovo si vende per far cassa. Le profezie millenaristiche circa lo stadio nuovo dovrebbero avere un rigurgito sempre nello stesso periodo, anche se il ping pong Cognigni Nardella francamente comincia a stancare anche più del gioco di Sousa. Per rivedere la Fiorentina come ai tempi del compianto Eraldo Mancin, i tempi sono storici, e non è detto che sia una storia si compirà nell’arco delle nostre vite.
Radiomercato vuole il Chelsea di Antonio Conte interessato fortemente a Milan Badelj, come terzo incomodo del duo cino-milanese, e anche a Nenad Tomovic. Mentre le sirene di mercato risuonano nuovamente a proposito di Federico Bernardeschi. Sensazione è che anche stavolta se Ulisse non si lega al timone della nave…..

Giancarlo Antognoni si è assunto un compito assai difficile.

venerdì 21 ottobre 2016

L'Uccellino vola ancora, Firenze sospira di sollievo



La notizia di Kurt Hamrin colto da un malore scuote Firenze, in questo annus horribilis che miete vittime illustri in quantità e che ha toccato già il suo Pantheon viola portandosi via Beppe Pecos Bill Virgili. Uccellino per fortuna sta meglio, già in procinto di essere dimesso dall’ospedale e sulla via della convalescenza.
Per capire l’importanza di questo giocatore, di quest’uomo e del sentimento che lo lega – ricambiato – a questa città, basti dire quello che sanno, o dovrebbero sapere, tutti. Per la generazione dei nostri padri, Kurt Hamrin è stato quello che per la nostra è stato Omar Gabriel Batistuta.
L’Uccellino e il Re Leone, la grande storia della Fiorentina è ricompresa sostanzialmente tra queste due figure monumentali, 303 gol in due, 3 Coppe Italia in due, uno scudetto a testa ma vinto altrove, una Coppa delle Coppe Kurt, mentre Omar Gabriel si fermò alla semifinale in cui zittì il Nou Camp, con il Barcellona che al ritorno zittì il Franchi.
Pare proprio che Uccellino ce la farà a festeggiare il prossimo compleanno, l’ottantaduesimo, il prossimo 19 novembre. La partita per lui non si è ancora conclusa. La sua leggenda ha ancora un lieto fine. Ed allora ripercorriamola.
In mezzo al futebol sudamericano di pregevole fattura che l’aveva resa grande, la Fiorentina di Enrico Befani andò a trovare il più grande di tutti vicino al circolo polare artico. Kurt Roland Hamrin era il quinto figlio di un imbianchino svedese, che giocava da dilettante nella squadra della capitale, l’AIK Stoccolma. Nel 1955, a ventun anni, vinse per la prima volta la classifica dei cannonieri del suo paese con 22 gol in altrettante partite giocate. Il suo contratto prevedeva 50 corone a partita vinta e zero in caso di sconfitta. Hamrin, per vivere, doveva per forza diventare un fuoriclasse e nel frattempo continuare a lavorare come zincografo in un giornale svedese.
Nel 1958, fu selezionato come centravanti della Svezia, che organizzava i mondiali in casa propria. Era la squadra favolosa di Gren, Nordhal e Liedholm, che si arrese in finale soltanto davanti all’altrettanto favoloso Brasile di Garrincha e dell’esordiente Pelè. Hamrin finì il torneo risultando capocannoniere con 4 reti. Era già stato notato due anni prima dalla Juventus, che poi però lo ritenne troppo fragile, cedendolo al Padova di Nereo Rocco.
Narra la leggenda che lo svedese facesse ombra a Marisa Boniperti, in fase calante, che pertanto fu ben felice di accogliere John Charles e Omar Sivori e veder andar via quel concorrente scomodo. Il paron Rocco invece lo accolse a braccia aperte, lo mise accanto a Brighenti e si godé i suoi 20 gol in trenta partite, dandogli il soprannome provvisorio di faina.
Quello definitivo l’ebbe a Firenze, dove approdò l’anno dopo, allorché Befani si trovò a dover cercare il successore di Julinho. Uccellino che vola, affibbiatogli per la sua leggerenza e agilità da Beppe Pegolotti, leggendario giornalista della Nazione. Nei nove anni successivi, Kurt ebbe la sua consacrazione, segnando 151 gol (record viola fino al 14 maggio 2000, allorché fu superato da Batistuta) con una media partita pari a 0,48, lui che di partite in serie A ne giocò alla fine 400.
Non vinse mai la classifica cannonieri in Italia, ma è stata l’ala destra viola più prolifica di tutti i tempi. Suo è il record di gol segnati in trasferta, cinque, in quel 7-1 in casa dell’Atalanta che è a tutt’oggi la vittoria più rotonda di sempre della Fiorentina fuori casa.
Nella sua epoca, la Fiorentina dei campioni di Befani e Bernardini prima, e di Longinotti e Baglini e della linea verde poi non scese mai al di sotto del settimo posto in campionato, e vinse la prima edizione della Coppa delle Coppe.
Quando nel 1967, la Fiorentina lo cedette al Milan promuovendo in prima squadra il giovane Primavera Luciano Chiarugi, sembrò un buon affare. Uccellino aveva 33 anni, Luciano ne aveva 20. Il destino in realtà si divertì alla grande. Prima toccò ad Hamrin, vecchia gloria nella squadra rossonera delle vecchie glorie Trapattoni e Maldini (più il giovane Rivera) a vincere lo scudetto. Poi, l’anno dopo, 1969, toccò alla Fiorentina di Chiarugi a trionfare, mentre lo svedese risultava decisivo per la vittoria milanista in Coppa dei Campioni.
Dopo aver appeso le scarpe al chiodo ed aver tentato brevemente la carriera di allenatore a Vercelli, Hamrin tornò in patria e avviò un’attività imprenditoriale, lui che da ragazzo era stato operaio. Fino al 2005 la sua ditta di import-export di ceramica tra l’Italia e la Svezia ha retto, poi, come tanti, ha dovuto cedere alla concorrenza cinese.
Negli ultimi anni si è stabilito a Coverciano, dove ha svolto attività di talent scout (per il Milan, la Fiorentina dei Della Valle non ha trovato posto per lui, come per altre bandiere) e ha insegnato calcio nella Settignanese. L’Uccellino, come tanti altri, alla fine ha fatto l’ultimo nido a Firenze.

mercoledì 10 agosto 2016

Io sto con Giancarlo Antognoni

Disgraziata la patria che ha bisogno di eroi, diceva Bertolt Brecht. E’ il caso di Firenze. Che di eroi, in tutti i campi, ne ha avuti e ne avrà probabilmente sempre. Ma che sono destinati a spiccare sempre di più sullo sfondo di un panorama cittadino d giorno in giorno più misero. E questo non è detto che sia un bene. Anche se i nostri eroi non ce li tocca nessuno, com’è gusto che sia.
Giancarlo Antognoni a Firenze è l’eroe per antonomasia. L’uomo che, dotato di una classe e di una maestria nella propria arte come pochissimi altri prima e dopo, rinunciò a grandi vittorie a lui assolutamente confacenti per attaccamento ad una maglia, quella viola, che ai suoi tempi era già diventata una delle pochissime cose a cui questa città - che una volta di geni ne produceva e ne accoglieva in quantità industriale – poteva aggrapparsi per non avvilirsi a proposito delle sue presenti condizioni.
La luce del sole, se stagliata sullo sfondo di una tenebra fittissima, risplende ancora di più. Ecco perché Firenze ha voluto bene a Julinho, a De Sisti, a Rui Costa, a Mutu, ma a lui, Giancarlo, sempre e comunque un pochino di più. Perché lui è stato la ragione di vita per tutti quei ragazzi che negli anni Settanta cominciarono ad andare allo stadio. Per vedere le giocate del numero 10, e pochissimo altro. Perché lui è stato ed è Firenze. Come Michelangelo. Come Lorenzo il Magnifico. Come Ghiberti e Brunelleschi. Nei secoli dei secoli.
Giancarlo Antognoni è un uomo intelligente. E’ consapevole di essere un personaggio pubblico senza eguali. Non solo qui, ma soprattutto qui. Ecco perché non ha ancora deciso se presenziare alla cosiddetta festa dei 90 anni viola. Perché sa che, comunque si muova, scontenterà qualcuno, compromettendo la sua immagine di icona, di simbolo, di valore super partes.
Se resta a casa, come orgoglio e dignità più che giustificati suggerirebbero, verrà accusato da parte dei filo-societari e degli agnostici di aver boicottato quella che qualcuno spaccia per la più grande celebrazione viola degli ultimi anni per ragioni di “bottega” personale. Se va, cedendo alla mozione di un cuore che ormai bene o male viola è e viola resta, verrà accusato di andare a Canossa per “mendicare qualcosa” da coloro che l’hanno messo ai margini della storia viola. Lui, che è la storia viola, ad inginocchiarsi da chi la storia viola non ha neanche cominciato a scriverla.
In realtà, le cose stanno diversamente. Qualunque cosa faccia, Giancarlo Antognoni resta Giancarlo Antognoni. Firenze deve ringraziarlo, e la Fiorentina pure. E i Della Valle rassegnarsi al fatto che anche qualora cominciassero a vincere qualcosa (del che ci permettiamo non di dubitare ma di essere sicuri del contrario) non potranno mai sperare di avere un milionesimo dell’affetto che la città riserva a colui che essi giustamente – dal loro punto di vista – hanno messo in disparte perché l’ombra che avrebbe proiettato su di loro sarebbe entrata in confitto con tutti i motivi soprattutto di visibilità per cui hanno acquisito e mantengono la Fiorentina.
Quindi, Giancarlo non ha di che preoccuparsi, e sicuramente non se ne preoccupa. Qualunque cosa faccia il 28, lui in quei 90 anni c’é. E non si discute. Chi lo fa, commette un peccato di ignoranza prima ancora che di mancanza di senso critico. Peccato mortale, di questi tempi.
Il fatto però è che il grandissimo Giancarlo Antognoni è ormai, al pari di Julinho, De Sisti, un giocatore del passato. Sono sempre meno quei ragazzi degli anni Settanta di cui sopra, e sono tutti appartenenti a quella maggioranza silenziosa che della gestione Della Valle comincia a non poterne più, ma che comunque non si fa sentire, per timidezza, disinteresse o scarsa voglia di mettersi a discutere con energumeni di ogni ordine e grado.
Gli altri, quelli che vanno allo stadio magari in settori dove si discute poco e si pensa ancora meno, si fanno sentire eccome. Magari non andando oltre la ripetizione di mantra come “tornateci voi a Gubbio”, “se vanno via chi ci piglia”, “allora compratela voi”, “fate i fenomeni con i soldi degli altri”, “i Della Valle ci tengono ai massimi livelli a cui può ambire la Fiorentina” (Baglini vendeva inchiostri e Befani stracci di lana, chissà qual era allora il livello a cui potevano ambire).
Sono coloro che erroneamente vengono definiti i dellavalliani. Gente per cui Giancarlo Antognoni è un video da cineteca, ma “Vittorio se lo ricordano bene, e poi Gubbio e Gualdo Tadino”. Gente per cui anche Gabriel Batistuta comincia a stemperarsi e a sfumare come ricordo nelle nebbie di un passato sempre più lontano e sempre meno conosciuto.
Gente che il 28 agosto si precipiterà alla festa viola, perché bisogna esserci. Poi magari domandate loro che cosa si festeggia, e di ripeterlo – come si faceva a scuola una volta – con parole loro.
Personalmente, riteniamo che tutto ciò che ci sarebbe realmente da festeggiare in questi 90 anni di storia viola o non c’è più (perché la legge del tempo è l’unica che si deve rispettare sempre e comunque, anche in questo paese), oppure finirà per restare ai margini – per un motivo o per un altro – di questa kermesse di Cognigni & soci.
Semmai, ci sarebbe da commemorare proprio quel ragazzo che poteva andare a vincere quello che voleva e dove voleva. E che invece rimase qui a fare assist per gente che per stoppare un pallone rischiava di bucarlo. Poi, nel 1982, si ruppe la testa e quasi si ammazzò per andare in fuga per il terzo scudetto viola. Nel 1984, andato male il primo tentativo, si ruppe la gamba e chiuse la carriera solo per averci riprovato. La Fiorentina alla fine di quei due anni non vinse niente, ma è stata l’ultima volta che è andata veramente vicina a farlo. Batigol, non ce lo dimentichiamo, per mettere le mani su un trofeo che non fosse la Coppa Italia dovette trasferirsi a Roma.
Chi ha voglia di festeggiare qualcosa di serio, il 28, vada su youtube e si guardi tutto quello che c’è sul “ragazzo che giocava guardando le stelle”. E tenga un occhio al calciomercato, perché fra frizzi e lazzi la stagione che va a cominciare potrebbe aggiungere ben poco ai festeggiamenti, e molto a certi corsi e ricorsi storici a cui non vogliamo neanche pensare.

Comunque vada, #noistiamoconGiancarloAntognoni.

lunedì 16 maggio 2016

Sul campo per noi sono tre

Dieci giorni per racchiudere in sintesi tutta la storia della Fiorentina. Dieci giorni che ne hanno cambiato la storia.
6 maggio, sessantesimo anniversario del primo scudetto di Befani, Bernardini, Julinho & c. 11 maggio, quarantasettesimo anniversario del secondo scudetto di Baglini, Pesaola, De Sisti, Amarildo, Chiarugi & c. Poi ci sarebbe anche un 16 maggio, anche questo un anniversario, sono passati trentaquattro anni, ma molti forse non ricordano volentieri da cosa. Potevano essere almeno tre.
1981-82. Tredici anni esatti dall’ultimo scudetto, tanti quanti ne erano passati tra il 56 e il 69. La cabala diceva Fiorentina, il gioco anche. La fortuna e gli arbitri un po’ meno. A metà del girone di andata, il tragico scontro di Giancarlo Antognoni con il ginocchio volante del portiere del Genoa Martina incrinò speranze e certezze dei tifosi viola. Ma la squadra assorbì il colpo e continuò a volare.
Fece partita uguale con la Juve a Torino, e arrivò al titolo d’inverno con un leggero vantaggio, che poteva essere anche maggiore non ci fosse stata la farsa della partita con l’Ascoli sospesa (con i viola in vantaggio) perché pioveva troppo. Oppure altre decisioni discutibili (mai troppo eclatanti, ma ben disseminate tra le varie partite) che gli arbitri adottavano contro i viola.
Al match di ritorno, a Firenze, ormai era un testa a testa alla pari tra noi e la Juve. Finì zero a zero, e la parità perdurò fino all’ultima giornata. Noi andavamo a Cagliari, loro a Catanzaro. Era il 16 maggio 1982. Una giornata che nessuno di noi, almeno nell’inconscio, dimenticherà finché campa. Orgogliosi della nostra squadra, sicuri che almeno lo spareggio nessuno poteva ormai negarcelo. Forse un po’ contratti i giocatori in campo al cospetto di un Cagliari che doveva salvarsi. Forse un po’ ingenui a non pensare, nessuno di noi, che la Juve avrebbe smosso il mondo per attaccarsi sulla maglia la seconda stella. E la Federcalcio, che vedeva di mal’occhio lo spareggio a causa degli imminenti Mondiali di Spagna, si lasciò smuovere.
All’inizio della ripresa venne annullata ad un attonito Ciccio Graziani, senza spiegazioni plausibili, la rete che poteva consegnare lo scudetto a Firenze. Sul fronte opposto, a Catanzaro, al 30' del secondo tempo venne concesso un rigore di quelli che si possono dare o non dare alla Juventus, che permise ai bianconeri di andare avanti di un punto.
Al fischio finale, Firenze si ritrovò dapprima piegata in due da un dolore insopportabile. Poi, come un sol uomo, lanciò il grido che da allora risuona da queste parti ogni volta che si parla della odiata Juventus: Meglio secondi che ladri!
Odiata, sì. Era finita un epoca storica e ne era appena cominciata un’altra. Per la Juventus a Firenze era finita la stagione dell’antipatia. Era cominciata quella dell’odio mortale.

venerdì 1 gennaio 2016

Per esser di Firenze vanto e gloria (Trieste, 6 maggio 1956)



Sarti, Magnini, Cervato, Chiappella, Segato, Rosetta, Montuori, Julinho, Virgili, Prini, Gratton. Lo speaker dello Stadio Comunale di Trieste (il vecchio Littorio, che poi sarebbe stato intitolato a Giuseppe Grezar, uno dei grandi del Grande Torino scomparso a Superga) lesse questa formazione della squadra ospite che quel 6 maggio 1956 scese in campo contro la Triestina.
Non era una partita qualsiasi, alla ventinovesima partita di quel campionato di serie A 1955-56 la Fiorentina si presentava imbattuta da 35 partite. Aveva perso l’ultima volta a Bergamo per 5-1, nel campionato precedente. Poi tutti i pezzi di una macchina da calcio perfetta erano andati a posto. La squadra viola aveva preso il volo, e quel giorno di maggio a Trieste le mancava un punto soltanto per laurearsi campione d’Italia per la prima volta nella sua storia cominciata trent’anni prima.
Segnò Julinho al 42’, il pareggio degli alabardati fu fulmineo, appena due minuti dopo con Sergio Brighenti. Finì 1-1, i viola con cinque giornate d’anticipo chiusero il discorso per quel campionato 1956 riportando lo scudetto a sud dell’Appennino per la prima volta nel dopoguerra. Non contenti, allungarono il proprio record di imbattibilità fino a 40 partite consecutive, vedendoselo interrotto soltanto all’ultima giornata a Marassi a Genova. A un quarto d’ora dalla fine la Fiorentina vinceva 1-0, poi il Genoa ne segnò tre e quel campionato favoloso finì così, con quella minuscola macchia su un affresco che avrebbe mantenuto il suo splendore nei secoli dei secoli.
Artefici di quell’impresa, oltre agli undici cavalieri annunciati quel 6 maggio dallo speaker triestino ed ai loro compagni in panchina Toros, Bartoli, Carpanesi, Mazza, Orzan, Scaramucci e Bizzarri, erano stati principalmente due personaggi. Uno già arcinoto al calcio italiano, l’altro un clamoroso outsider. Quest’ultimo era il presidente Enrico Befani, industriale tessile di Prato con la passione del calcio vissuta in quel di Firenze, che aveva rilevato la squadra viola nel 1951 da Carlo Antonini e dopo un avvio travagliato aveva montato pezzo per pezzo una fuoriserie. Alla guida della quale aveva chiamato un ex enfant prodige romano, Fulvio Bernardini, che da giocatore era stato talmente bravo da costringere Vittorio Pozzo ad escluderlo dalla squadra azzurra campione del mondo nel 1934, perché i compagni non riuscivano a capirlo e stargli dietro.
Da allenatore, Bernardini fu più bravo ancora. Vinse due soli scudetti, ma pesantissimi, ed entrambi al di sotto di quella linea fatidica dell’Appennino: nel 1956 appunto a Firenze, nel 1964 a Bologna. Lo scudetto viola fu un capolavoro impreziosito dalle giocate di alcuni dei più grandi fuoriclasse dell’epoca. Due su tutti: Miguel Angel Montuori, l’oriundo cileno-argentino segnalato a Befani da Padre Volpi un frate missionario talent scout a tempo perso, e soprattutto lui, Julio Botelho detto Julinho. Il primo di una lunga serie di unici 10. Colui che spinse il mister Bernardini ad una definizione leggendaria: “Un’ala può arrivare fino a Julinho. Non oltre".
Come sarebbe successo tredici anni dopo, la chiave di volta del successo viola fu la partita alla quinta giornata contro il Bologna. Diversamente dal secondo scudetto, che prese le mosse dalla frustata subita in casa dai rossoblu per 3-1, il primo decollò invece grazie ad una vittoria in trasferta per 2-0 nel derby dell’Appennino. Fu una marcia trionfale interrotta solo dal gol dell’ex Gunnar Gren a Marassi il 3 giugno, un mese dopo che la Fiorentina si era cucita il suo primo scudetto accanto al giglio in quel di Trieste.
Per la prima volta, i tifosi fiorentini fecero tardi ad attendere la squadra per portarla in trionfo dopo la grande impresa. Per la prima volta, la bandiera che solitamente garriva sulla Torre di Maratona, fu per l’occasione spostata sulla Torre di Arnolfo. La Fiorentina entrava nella storia del calcio stabilendo una serie di record destinati a durare a lungo (quello di imbattibilità fino al 2012, superato dalla Juventus di Antonio Conte) , con il Milan secondo staccato di dodici punti, il capocannoniere Beppe Virgili autore di 21 reti e 20 vittorie su 34 partite di quel campionato.
Come cantava in quegli anni il suo inno interpretato dalla splendida voce di Narciso Parigi, la maglia viola era finalmente di Firenze vanto e gloria.

Adiòs Petisso, sulla tua bara l'ultimo scudetto viola

E’ morto a Napoli, la città di cui tutti gli argentini si innamorano, prima o dopo Maradona. A Napoli aveva raggiunto il secondo posto da allenatore, il miglior risultato assoluto prima dell’avvento di Diego Armando. Da Napoli era poi arrivato a Firenze, nell’estate in cui Nello Baglini puntò tutto sulla ruota dell’imprevedibilità e del genio imprenditoriale. E vinse.
Per diversi anni la Fiorentina ye-ye di Giuseppe Chiappella aveva entusiasmato tifosi e addetti ai lavori, sembrando in grado addirittura di ripetere la favolosa epopea dei tempi di Befani. Poi, nel 1967-68 qualcosa si era inceppato nella linea verde e nel rapporto tra il soldatino di Rogoredo e l’imprenditore pisano dei colori. Beppe Chiappella aveva dato le dimissioni a metà di un campionato nato male e continuato peggio. Baglini aveva affidato la squadra a Luigi Ferrero, allenatore del Grande Torino che si era salvato dalla tragedia di Superga solo perché nel 1947 era venuto a Firenze ad allenare la squadra del Marchese Ridolfi. Assieme a lui, in panchina andò il compianto Andrea Bassi, allenatore emergente e gentleman per chi ha avuto l’onore di conoscerlo. Bassi e Ferrero fecero il miracolo di issare quella Fiorentina al quarto posto.
Poi in estate una nuova tempesta. L’anno prima Kurt Hamrin era andato al Milan in cambio di Amarildo. “Uccellino” a quell’epoca era il più grande centravanti del mondo, una specie di Batistuta dell’epoca (non a caso Omar Gabriel è stato l’unico a sopravanzare Kurt nella classifica dei marcatori viola di tutti i tempi). Nel 1968 anche l portiere della nazionale Enrico Albertosi ed il promettente attaccante Mario Brugnera partirono, destinazione Cagliari. Vox populi a Firenze dava la nostra squadra del cuore candidata sicura alla B, pazienza che fossero nel frattempo arrivati un certo Amarildo dal Milan (campione del mondo 1962 al posto di Pelé) ed un certo Luciano Chiarugi dalla Primavera.
Per rincuorare la piazza, o almeno provarci, Nello Baglini si tirò fuori dal cilindro il “Petisso”, il Piccoletto. Bruno Pesaola era uno di quegli argentini che si immaginano accompagnati dalla colonna sonora di un tango alla Astor Piazzolla. Sempre con la sigaretta in bocca, precursore del “Flaco” Cesar Luis Menoti, agli antipodi del fanatico connazionale Helenio Herrera (un Arrigo Sacchi sudamericano che allora andava per la maggiore grazie alla Grande Inter di Moratti padre). O del paron Nereo Rocco, il teorico di “o palla o gamba, meglio se palla”, che comunque era venuto a patti con il talento di Rivera e aveva vinto le prime due Coppe dei Campioni italiane.
Ai fiorentini, questo argentino con l’espressione da viveur di notti brave platensi non piacque per niente, manco a dirlo. Ed il mantra “quest’anno è la volta buona che si va in B” proseguì imperterrito fino alla quinta giornata del campionato 1968-69. In quella occasione la Fiorentina perse in casa 3-1 dal Bologna. La torcida viola cominciò a mugugnare talmente forte che ci volle tutto il carattere di Baglini per tenere duro. Il mago dei colori ebbe ragione. Quella fu l’unica sconfitta della sua Fiorentina in tutto il campionato, che andò a finire come tutti sanno: “Qui Torino, la Fiorentina è campione d’Italia”. Quell’11 maggio 1969, all’annuncio della vittoria viola decisiva per 2-0 in casa nientemeno della Juventus, migliaia di radioline volarono in aria a giro per Firenze.
Il Petisso entrò nella storia della Fiorentina, ma non nel cuore di Firenze. L’anno dopo non bastarono una difesa onorevole del titolo contro il Cagliari di Gigi Riva ed il Milan di Gianni Rivera. Non bastarono i quarti di finale di Coppa dei Campioni, risultato mai più eguagliato e secondo solo alla finale del 1957 persa contro il Real Madrid immeritatamente. L’anno dopo ancora, quando di nuovo la squadra viola conobbe le sabbie mobili della zona retrocessione, il malcontento di Firenze esplose. Dopo quel Dante Alighieri di cui ricorre in questi giorni il settecentocinquantesimo anniversario della nascita, Firenze esiliò anche Bruno Pesaola, l’ultimo “conducador” che le ha dato un trofeo di quelli da caroselli in auto per tutta la notte.
Come Dante Alighieri, non è morto a Firenze Bruno Pesaola, ma in quella Napoli che l’aveva accolto e – come molti altri argentini prima e dopo – mai rinnegato. Adiòs Petisso, a Firenze hanno contestato anche te. Ti sia lieve la terra, sulla tua bara c’è quel secondo ed ultimo scudetto vinto per una città che dopo di te ha celebrato quasi soltanto una montagna di discorsi.