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sabato 4 febbraio 2017

Roma Fiorentina, uno spot per il nostro calcio

E’ praticamente il primo ricordo d’infanzia che ho, allo stadio con mio padre. 22 gennaio 1967, Fiorentina-Roma 2-2, Brugnera (F), Carpenetti (R), Bertini (F), Enzo (R). Per tutta la sua vita avrei sentito ripetere a mio padre che quella fu la più bella partita che lui si ricordasse di aver visto allo Stadio Comunale, non ancora intitolato ad Artemio Franchi. E con lui erano d’accordo in molti, della sua generazione. Ci ho ripensato tante volte. Viola e giallorossi da allora è come se avessero stabilito un legame kharmico. Destinati spesso e volentieri ad affidare le loro speranze di successo al bel gioco piuttosto che ad altre caratteristiche. Destinati quasi sempre a sublimare il gioco del calcio, quando si incontrano.
"Picchio" De Sisti ed il compianto Agostino Di Bartolomei
E’ una lunga storia di spettacolo e di prodezze, quella dei match tra Roma e Fiorentina. Uscite dal buio degli anni settanta, durante i quali rischiarono di finire fuori più volte dal calcio che conta prima di trovare condottieri dotati delle opportune motivazioni nonché risorse, si presentarono all’inizio del decennio successivo come l’unica seria alternativa allo strapotere juventino. Il 5 aprile 1980 una tripletta di Giancarlo Antognoni stese una Roma in cui già militavano – per dirne alcuni – Di Bartolomei, Ancelotti, Pruzzo, Bruno Conti e sulla cui panchina già sedeva il mitico Nils Liedholm. I campioni del secondo scudetto giallorosso c’erano già tutti, mancava solo Paulo Roberto Falcao, che sarebbe arrivato nell’estate successiva.
"Antonio" e Falcao
Nel 1981 l’ing. Dino Viola diede il primo assalto allo scudetto juventino. Fu fermato a due giornate dalla fine dall’annullamento – a tutt’oggi inspiegabile – del gol di Ramon Turone che gli avrebbe dato la vittoria a Torino nello scontro diretto con i rivali ed il sorpasso in classifica. L’anno dopo fu la volta della Fiorentina di Pontello, uno squadrone che conobbe due sole sconfitte, una delle quali proprio all’Olimpico con i giallorossi. Tutti ricordano il colpo di tacco volante di Falcao che liberò Roberto Pruzzo per il colpo di testa del 2-0. Al ritorno a Firenze fu ancora spettacolo, con Luciano Miani che segnò il gol che eliminava i capitolini dalla corsa al titolo. Corsa che si concluse a pochi minuti dalla fine del campionato come l’anno precedente, con un gol annullato agli avversari della Juventus, in quel caso la Fiorentina.
Nel 1983 ancora la Roma, stavolta i bianconeri non poterono fermarla, malgrado la vittoria nella sfida diretta sia a Torino che a Roma. Liedholm, Falcao & C. si cucirono finalmente il tricolore sulla maglia, Venditti poté cantare al Circo Massimo e la Fiorentina rimase a guardare, alle prese con una stagione di transizione in cui dovette inserire Passarella e rimpiazzare Vierchowod, passato proprio ai giallorossi. Ancora un anno più tardi, la corsa della Fiorentina si fermò sul secondo infortunio di Antognoni, quella della Roma sulla difficoltà di conciliare campionato e Coppa dei Campioni, di cui disputò la sfortunata finale casalinga contro il Liverpool.
Seguì una fase di cosiddetto “tono minore”, con l’unico acuto romanista nella stagione 1985-86, allorché Sven Goran Eriksson – poi ribattezzato Svengo dagli stessi tifosi capitolini – vide la sua squadra farsi battere dal Lecce già retrocesso a due giornate dalla fine, mentre era in rimonta su una Juventus stremata e a fine ciclo, quello dei Mundial.
Il "Principe" e l'Ottavo Re di Roma, agli esordi
Seguirono anni a fasi alterne. A Firenze andò in scena lo psico-dramma della cessione di Baggio alla Juve e del passaggio della società da Pontello a Cecchi Gori. A Roma il “principe” Giannini non seppe far rivivere ai suoi concittadini l’epopea di Falcao & C. Si dovette aspettare il 1993 perché succedesse qualcosa di importante. Quell’anno nella capitale fece il suo esordio con la maglia della sua squadra del cuore un ragazzino che avrebbe fatto parlare di sé a lungo, Francesco Totti.
Quell’anno successe anche qualcosa che avrebbe cementato per lungo tempo rapporti non proprio idilliaci tra le due tifoserie. All’ultima giornata, una Fiorentina costruita per spaccare le ossa a tutti, era con le ossa rotte in fondo alla classifica, dopo la cacciata di Radice da parte del figlio del padrone, già allora assai intemperante. I viola dovevano vincere e sperare che la Roma battesse in casa l’Udinese. La prima condizione si verificò, un 6-0 al Foggia in cui Batistuta & C. sfogarono tutta la loro rabbia per una stagione virata in modo incredibile verso lo scatafascio.
La seconda invece no, la Roma era in vantaggio fino a sei minuti dalla fine, quando consentì – in modo a detta di molti troppo accomodante – ai friulani di portarsi sul pareggio. L’Udinese restò in A, la Fiorentina andò in B, e da allora a Firenze se chiedete chi odiano di più tra juventini o romanisti ci devono pensare su, perché la risposta non è più semplice né immediata come prima.
Bandiere
A quell’epoca la Roma passò in mano a Franco Sensi, la Fiorentina a Vittorio Cecchi Gori. Le due squadre si sistemarono stabilmente nelle cosiddette Sette Sorelle, quelle che lottavano per lo scudetto, guidate rispettivamente da Totti e Batistuta. Ogni volta che si incontravano era spettacolo, anche se il risultato – almeno all’Olimpico – finiva per premiare sempre i giallorossi. Dopo un 3-1 a firma di Batigol nel 1992, la Fiorentina per vent’anni riportò dalla capitale a malapena un punto, nel 2006 con Tonigol. Il fuoriclasse Totti, nel frattempo laureatosi campione del mondo con la Nazionale di Lippi a Berlino, sembrava inmarcabile per i difensori viola di almeno un paio di generazioni.
Dopo il passaggio di Batigol alla Roma, il terzo scudetto romanista ed il fallimento della Settima Sorella, quella di Vittorio Cecchi Gori, con la ripartenza dalla C2 dei nuovi patron Della Valle, lo spettacolo riprese nel 2005 con una Roma sistemata stabilmente ai vertici della classifica ed una Fiorentina che remava per ritornarci. La prima vittoria fiorentina a Roma avvenne nel 2012, e fu decisiva per scongiurare un’altra retrocessione, nell’anno in cui sembrò che il progetto dei Della valle fosse andato definitivamente in pezzi. Nel 2009 Prandelli invece aveva fatto registrare uno storico 4-1 casalingo, che è rimasta l’ultima vittoria interna della Fiorentina sulla Roma fino al jolly pescato da Badelj. In quella circostanza i tifosi viola riadattarono per l’occasione la famosa canzone di Irene Grandi Bruci la città, vittoriosa al festival di Sanremo, a testimonianza di un immutato affetto verso la capitale.
Nel 2011 il prestigio viola fu affidato alla primavera, che andò a vincere Coppa italia e Supercoppa di categoria proprio sul prato degli acerrimi rivali giallorossi. Canzone viola risuonò all’Olimpico, segnando la rinascita di un settore – quello giovanile – che una volta era un vanto per la Fiorentina (al pari della Roma) e che da dopo la retrocessione in C2 aveva stentato a rinascere.
Batistuta e Totti, prima nemici poi amici
Nelle ultime cinque stagioni, i giallorossi sono stati praticamente l’unica indomabile bestia nera della rinata Fiorentina spagnola di Vincenzo Montella, e poi di quella ereditata da Paulo Sousa. Otto vittorie giallorosse, due pareggi e tre vittorie viola, tra cui le due prestigiose in Coppa Italia e Europa League dell’ultimo anno di Montella, maturate in trasferta.
La Fiorentina torna martedi sera all’Olimpico di Roma dopo il successo insperato dell’andata al Franchi, propiziato da un gol di Badelj dopo che i giallorossi avevano fatto vedere i sorci verdi ai viola per buona parte del match. L’Olimpico negli ultimi 25 anni è sempre stato particolarmente avaro di soddisfazioni per i colori viola, su entrambe le sponde. Spesso e volentieri, i giallorossi si sono trasformati in altrettanti lupi, come chiese una volta il loro allenatore Garcia, al cospetto di viola che troppo spesso si sono affacciati allo stadio della capitale come agnelli troppo leziosi.

Una speranza viva ci consola, e ci tiene accesa una piccola fiammella anche stavolta. Fiorentina – Roma o Roma – Fiorentina è da sempre uno degli spot migliori per il nostro calcio. Da quel 1967 in cui un ragazzino assistette alla sua prima edizione, per sapere poi che aveva visto la più bella partita per tanto tempo a venire.

domenica 27 novembre 2016

La dura vita dell'allenatore nella Firenze dei Della Valle

La monarchia costituzionale fu inventata nel diciottesimo secolo per sollevare i monarchi dalla responsabilità delle loro azioni, soprattutto da quel certo momento in poi in cui prese piede l’usanza di farla valere sul palco della ghigliottina. In sostanza, il ministro o maggiordomo pagavano e pagano al posto del loro sovrano, mettendoci la faccia e in qualche caso la testa.
La filosofia politica ha fatto tanta strada da allora, estendendo il proprio campo d’azione tra l’altro a tutti quei settori che prevedono l’esistenza di un padrone, di un’azienda, di un fatturato e di azionisti – o quantomeno clienti – a cui rispondere.
Eccoci quindi nel mondo del calcio. Non c’è più un Luigi XVI a cui salvare la testa, ma tanti presidenti-proprietari, padroni assoluti come tanti Re Sole fino al giorno in cui la squadra va male, e allora bisogna dare in pasto alla folla inferocita una testa, appunto. Non di un ministro, in questo caso, ma di un allenatore.
E’ la prima cosa che imparano i presidenti del calcio. L’allenatore sta lì a prendersi gli osanna e le maledizioni dei tifosi. Il Presidente, quello non si tocca mai, non si contesta. Perché….. se va via…..
A Firenze, dal 2002 c’è una squadra – azienda. E avresti detto che aziendalisti come i Della Valle, così precisi e rigorosi nelle altre aziende del loro gruppo, avrebbero rifuggito inorriditi da certi malcostumi tipici del calcio. E invece…..
Gli allenatori a Firenze durano poco, storicamente. Il record di permanenza, sei stagioni, a tutt’oggi rimane legato alla memoria di una figura leggendaria: Fulvio Bernardini, il mister del primo scudetto. Proprio con i Della Valle siamo andati vicini a superarlo, con Cesare Claudio Prandelli, che di stagioni da queste parti ne ha rette ben cinque. Sappiamo tutti com’è andata a finire, “si cerchi un’altra squadra” proprio la sera di Liverpool. Qualcosa non funziona nel rapporto degli imprenditori marchigiani con i loro dipendenti in tuta da calcio. Ce ne accorgemmo allora, quando l’illusione di una proprietà che credevamo diversa svanì nello spazio di una nottata e di un girone di ritorno.
Nel 2002, doveva essere Eugenio Fascetti a guidare la Fiorentina retrocessa in B di Vittorio Cecchi Gori. Ma la B diventò C2, la Cecchi Gori Productions diventò una società fallimentare, ed al suo posto la Giunta Domenici tirò fuori dal cappello messole in mano dalla politica romana il Gruppo Tod’s. Che all’inizio ebbe il merito di inventarsi in soli 20 giorni società e squadra. Giovanni Galli ingaggiò l’ex compagno di quasi-scudetto Pietro Vierchowod, per dare la scalata alla C1.
Pietro durò nove giornate. Allenatori non ci si improvvisa, ed il russo scoprì a sue e nostre spese di non avere l’esperienza ed il carisma per portare Riganò & C. ad una marcia trionfale. Al suo posto fu chiamato il navigato Alberto Cavasin, che in C2 se la cavò egregiamente. Dalla C2 alla B, grazie ai meriti di blasone, il passo però fu troppo breve, e nel febbraio 2004 anche Cavasin fu giudicato non all’altezza del compito. In serie cadetta, la squadra era quattordicesima, Firenze voleva la serie A, l’azienda pure. Arrivò il mister tifoso Emiliano Mondonico, vecchio filibustiere di tutte le serie.
Mondo vinse lo spareggio, ma se ne disperò quasi. Aveva annusato che l’aria di Viale Manfredo Fanti era diventata pesante per lui e per gli eroi venuti su dalla C2. Anche lui arrivò fino al novembre successivo, poi passò la mano a Sergio Buso, allenatore fino a quel momento dei portieri. Il povero Buso resse tre mesi, finendo vittima di logiche di sistema che andavano al di là dei suoi demeriti. La Fiorentina dei Della Valle era stata antipatica da subito all’establishment di quella serie A che aveva appena riconquistato. A Genova finì la partita in otto, tanto per gradire. Altro che cattivi pensieri, come quelli che vennero al Grande Timoniere Dino Zoff. Che comunque portò la squadra in salvo con una rimonta alla Chiappella.
E venne Claudio Cesare, vide e vinse. Quarto posto, Champion’s League e Toni Scarpa d’Oro. Peccato che il conto di Calciopoli arrivò proprio quell’estate. Meno quindici, e tanti avvisi di garanzia. A Folgaria quell’anno al raduno c’era solo lui. Diventò per la Fiorentina una specie di Alex Ferguson, salvando la squadra e portandola al terzo posto virtuale. Ma i Della Valle non tolleravano i Ferguson, al massimo i Cognigni. E quando un bel giorno Prandelli chiese conto dei proclami di vittoria entro il 2011, gli fu risposto dal patron Diego in persona: “lei è l’allenatore? E allora pensi ad allenare”.
A novembre 2009 il giocattolo di Prandelli andò in pezzi. Società improvvisamente demotivata, calciatori che ressero di nervi fino al furto di Ovrebo a Monaco. Poi fu Caporetto, 17 sconfitte stagionali. Prandelli la squadra se la trovò davvero, era la Nazionale, nientemeno. Ad ottobre dell’anno dopo, in visita a Firenze con gli azzurri, Andrea Della valle lo accolse con la storica frase “Un giorno mi ringrazierai”. La risposta di Cesare fu altrettanto storica: “Se vuoi posso farlo anche adesso”.
Sinisa Mihajlovic aveva soprattutto la colpa di venire dopo di lui, l’allenatore più amato dai fiorentini dopo Bernardini, Pesaola e De Sisti. Il serbo aveva poca esperienza, come già Vierchowod dieci anni prima, e non aveva ancora grandi idee di gioco. Pagò per sé e per tutti sempre di novembre (mese maledetto per gli allenatori, viola e non) nel 2011. Gli fu fatale l’ennesimo pareggio in una annata che ne vide un visibilio.
Dentro Delio Rossi, aziendalista senza azienda. Via i campioni a cui si stava spegnendo la luce, squadra che affondava nelle parti basse della classifica. Con il Novara in casa a tre giornate dalla fine, il dramma dei cazzotti a Llajic e dei due gol ospiti che stavano spingendo i viola di nuovo in B. Al risultato ci pensò il reprobo Montolivo. A salvare Rossi non poteva ormai pensarci nessuno. Le ultime due giornate in panchina andò Vincenzo Guerini, anche lui ripagato a tempo debito con un bel calcione nel fondo schiena.
Sotto con Vincenzo Montella, un’altra scommessa. Questa volta vinta, perché fu dotato di giocatori validi, con motivazioni di rivalsa forti. Tre quarti posti a fila, due partecipazioni alla Europa League molto buone (con possibili risultati ancora migliori sfumati per ingenuità, contro Juventus e Siviglia), una Champion’s League mancata di un soffio grazie alla supponenza di Pizarro contro l’infame Montolivo.
Anche Montella, come Prandelli, ebbe l’ardire di chiedere in sede se eravamo questi e questi restavamo, o se invece potevamo fare il benedetto 31 dopo il 30. Gli fu risposto che poteva rimanere al mare. Mentre partiva l’ennesima campagna plusvalenze, la società pescava l’oscuro Paulo Sousa, fresco vincitore del campionato svizzero a Basilea, che la gente però ricordava piuttosto per essere stato uno dei gobbi di Lippi.
La Fiorentina partì a razzo nella stagione 2015-16, la gente perdonò volentieri il gobbismo passato a Paulo Sousa e il depauperamento tecnico del parco giocatori alla società. Fino a Natale la squadra era prima o giù di lì. A gennaio, auspicava il tecnico prima ancora dei tifosi, qualcuno si sarebbe frugato in tasca per rinforzarla e tentare fino in fondo di ripetere qualcosa che non succedeva più dal 1969.
Tino Costa, Kone, Benalhouane. I sogni muoiono sempre all’alba del 1° febbraio, in Viale Manfredo Fanti. Girone di ritorno da scoppiati, come l’ultimo di Prandelli. Fiorentina che terminò quinta con fatica. La gente si aspettava che il tecnico deluso rassegnasse le dimissioni, ma egli preferì lo stipendio e rimase a mugugnare e mischiare le carte già sparigliate dal ritorno di Corvino e dalla ripresa dell’Età d’Oro delle Plusvalenze.
Il resto è storia attuale. Che ci riporta al tema iniziale. Compare lo striscione che inneggia al boia, ma la testa è quella sbagliata. Il maggiordomo ha colpa fino ad un certo punto se il servizio è scadente, non parliamo del governo. I tempi si fanno di nuovo cupi. Dopo 14 anni, l’11° allenatore sta per l’undicesima volta per concludere malamente il suo rapporto con il suo datore di lavoro e nostro patron.

Avrà mai la gente di Firenze il coraggio di consegnare al boia (metaforicamente parlando) la testa giusta? Quella del Re?

lunedì 17 ottobre 2016

Il progetto va avanti



Parlo stamattina con un mio amico, storico tifoso viola senza mai un se o un ma. Abbonato da sempre, quest’anno quando la Fiorentina gioca in casa la sua reazione più controllata è un: Madonna che palle, mi tocca andare allo stadio…! Stavolta deve aver passato un qualche Rubicone. Parole sorprendenti: «Ce l’avrei avuto caro a perdere ieri con l’Atalanta, per far scoppiare la crisi!»


Parlo con un’altra amica. Anche lei storica, come amica e come tifosa. Parole agghiaccianti. «Te la ricordi l’Atalanta in casa, nel 1993? Ecco, ieri forse abbiamo evitato che si ripetesse la storia….» Come non me la ricordo, soprattutto mi ricordo la storia successiva e come andò a finire, dall’esonero di Radice al gol udinese di Desideri a Roma.


Un altro: «Corvino è qui solo per far cassa, poi chiudono bottega e se ne vanno, Non pagano due allenatori in contemporanea, Sousa ce lo teniamo, a meno che a Natale non siamo in zona retrocessione».


Questi sono gli umori di Firenze stamattina al risveglio, mentre sorseggia un caffè più amaro di quanto era abituata a sorbire negli ultimi anni e sfoglia le prime pagine dei quotidiani sportivi. Uno, notoriamente vicino alle cose viola, titola a caratteri cubitali: CORVINO: SOUSA RESTA QUI. Sottotitolo: Sousa confermato.
Vuol dire che qualcuno l’aveva messo in discussione? A parte lo stadio Franchi con i suoi fischi assordanti, intendo. Qualcuno nelle riservate stanze dei bottoni? Radio Spogliatoio parla di un faccia a faccia interaziendale, tra Corvino e Sousa. Dev’essere andata a finire come le celebri riunioni del Soviet Supremo dell’URSS ai tempi del comunismo, uno parla e gli altri stanno a sentire (cercando di non addormentarsi e/o di non rompersi troppo le scatole).
Del resto, risposta non c’è, avrebbe detto il neo-Premio Nobel Bob Dylan se per sua disgrazia avesse partecipato ai CdA della Fiorentina. Mi sa che ha ragione quel mio amico, due insieme non ne pagano. Sousa resta qui, a meno che non prenda a schiaffi qualche giocatore, come il buon Delio Rossi ebbe la creanza di fare liberandoci della sua scomoda e altrettanto inutile presenza. Oppure a meno che a Natale siamo in una posizione di classifica a cui è meglio non pensare.
Anche perché, in quella posizione, saremmo tanto per cambiare la squadra meno attrezzata – soprattutto mentalmente – per lottare per la salvezza. Tra giocatori spompati, giocatori che vogliono andarsene e sanno di potersene andare, giocatori che l’inettitudine di questo tecnico sta mettendo in crisi tecnico-psicologica.
Immaginarsi a lottare punto a punto con un Crotone, un Empoli, un Pescara, ma anche un’Udinese o un Palermo Il vecchio Beppe Chiappella e il mago Oronzo Pugliese sono ormai ad allenare gli angeli, un Luciano Chiarugi o un Vincenzo Guerini sono fuori del libro paga dei Della Valle, da cui non hanno neanche ricevuto peraltro un trattamento particolarmente garbato, difficile si prestino dunque a guidare eventuali salvezze miracolo. Non ci verrebbe nemmeno un supertifoso come Mondonico, salute a parte, a finire di rovinarsela per rimettere in carreggiata questa banda sbandata.
Meglio non pensarci, finché si può. Anche se all’orizzonte si staglia lo skyline di Cagliari, una location che non è mai stata fausta per la Fiorentina neanche negli anni delle vacche più grasse. A perdere, cosa ampiamente alla portata di Sousa & C., domenica sera la crisi sarebbe ufficialmente aperta. Nuovi faccia a faccia non si sa come potrebbero finire. Per non parlare del resto della stagione.
L’allenatore non ha più in mano una squadra che peraltro gli ha funzionato bene finché ha proceduto sulla forza d’inerzia di Vincenzo Montella. Esaurita la quale, ed in assenza di cambi sostanziali (anzi con il depauperamento regolarmente arrivato ad una giornata dalla conclusione, secondo gli stilemi del calciomercato viola), i nodi sono venuti al pettine anche per chi, come Borja Valero, a Firenze aveva giurato amore eterno e fedeltà assoluta. L’amore è una cosa, le gambe ed il fiato sono un’altra.
Chissà dove sarebbe stato a quest’ora il buon Borja se la Roma non si fosse suicidata in casa con il Porto. Chissà dove sarebbero stati Kalinic, Vecino e/o Badelj se il Chelsea non avesse avuto da risarcire de facto la Fiorentina per l’affaire Salah supervalutando Alonso all’inverosimile. Chissà dove sarebbero, e visto come giocano c’è da rammaricarsi che non ci siano.
Chissà dove sarebbero Sanchez, Milic e compagnia bella se invece di un commissario liquidatore la Fiorentina avesse assunto un direttore sportivo vero, uno che se serve un terzino compra un terzino, e magari di quelli che sanno anche crossare.
Chissà dove saranno tra un anno – di questo passo – Bernardeschi, Babacar e Tello, i primi due gli unici prodotti del vivaio viola ad avere la ventura di finire in prima squadra da quattordici anni a questa parte (e anche questo la dice lunga sulla capacità di investire dei Della Valle), l’ultimo un prodotto del vivaio blaugrana che l’A.C.F. ha fatto fuoco e fiamme per tenere e che, al pari degli altri due, sta cercando con tutte le sue forze di rovinare. Così neppure più i giocatori in prestito le daranno.
Rovinare i giovani, demotivare i vecchi, dare via i migliori, tenere gli scarponi o prenderne di nuovi e magari autoconvincersi che si tratta di colpacci di mercato, è la nuova frontiera viola. Personalmente Carlos Alberto Sanchez Moreno più che ad un astro del centrocampo mi fa pensare ad un Barry White giovane. Lo ballavamo tutti, ma perché in quel momento la disco music non offriva di meglio.
Gli altri, vecchi e nuovi, sono da cupio dissolvi. Oppure, visti gioco e risultati, da cupio la vecchia Fiorentina anni Settanta, Galdiolo, Tendi, Della Martira, Lelj, Orlandini, Guerini, Roggi. Ma che erano peggio di questi qui?
Facciamo questi benedetti 40 punti prima possibile.

martedì 12 luglio 2016

E' tutto sbagliato, tutto da rifare



Finiti gli Europei, si ritorna ad occuparci del nostro orticello. Un orto di guerra, più che mai. Parte a Moena la stagione 2016-17, la prima del Corvino-bis, l’ennesima dell’autofinanziamento.
La lista dei convocati parla di una Fiorentina a metà del guado, tra l’ultima stagione di Montella, la prima di Sousa (confermato a sorpresa dopo un girone di ritorno da separato in casa) ed un futuro che mai come in questa estate appare indefinibile. Sembra una di quelle di 40 anni fa, anni settanta, post e pre campionati senza infamia e senza lode, senza acquisti di rilievo a compensare perdite crescenti, fino all’anno della grande paura, quel 1978 che tolse diversi anni di vita a chi era allora tifoso viola.
Dunque, vediamo. All’organico 2016 mancano all’appello il Kuba, che se da un lato ci solleva da uno degli spelling più difficili della storia gigliata, dall’altro ci fa rammaricare. Diventare il miglior realizzatore della Polonia di sempre agli Europei, scavalcando gente come Gregorsz Lato e Zbignew Boniek, non è da tutti. Può darsi che uno così ci manchi. Sousa dice di no. Magari sarebbe stato meglio che fosse venuto a mancare lui, diciamo noi.
Manca anche Cristian Tello, l’unico raggio di sole dello scorso inverno assieme a Mauro Zarate, che invece è presente (almeno per ora). Il barcellonese era quanto di più vicino ad un sostituto del mai abbastanza rimpianto Joaquin che lo staff viola avesse rimediato. Mica Bruno Conti o Claudio Sala, ma insomma l’uomo ogni tanto lo saltava. Ci volevano 8 pippi per riscattarlo, mica i 120 di Pogba. E’ stato deciso di non spenderli.
Pare che finché non entrano i pippi delle cessioni, qua non si muove foglia. Diego pare che non voglia. A breve gli arrivano le fatture del Colosseo, non scherziamo. Questi balocchi cominciano a costare troppo, ‘sta storia del fair play lui mica l’aveva intesa così….
Cedere necesse est. IIlicic è aggregato, ma è già iscritto nella colonna del dare. Pare che ci siano anche Babacar, Mati Fernandez, Tomovic e uno tra Badelj e Vecino. Di pippi in tasca se ne metterebbero tanti. Nel bilancio viola, chissà.  Pare che ci potrebbe finire anche Bernardeschi, nella colonna del dare, se le sirene dell’Inter, anzi dell’INDA!, fossero confermate.
Strana gente i tifosi. Tra un ragazzo di 22 anni di sicuro futuro come Berna e un signore di 31 che il futuro ce l’ha dietro le spalle come Borja, all’unanimità danno via il primo. E Borja sindaco (oddio, peggio di Nardella….). Se Ugolini avesse ragionato così, vendeva Antognoni e teneva De Sisti. Altri tempi, altri costumi. E poi Ugolini di calcio ci capiva. Adesso son tutti intenditori di bilanci. Con i soldi degli altri, che non li vogliono cacciare.
Con i tempi di Corvino applicati al calciomercato, pare di poter dire che chi è al mare adesso ci resti tranquillamente. A Moena è come sul fronte occidentale di Erich Maria Remarque: non succede una mazza. Altrimenti sarebbe già successo.
Voglio dire, Giaccherini semmai lo prendi prima degli Europei, quando costa 1,5. Non dopo, quando costa 15 e perfino il suo agente Furio Valcareggi si è dimenticato di essere tifoso viola di lungo corso. Adem Llajic, idem con patatine. Lo prendi subito, e con l’occasione fai pari e patta con la Roma di tante questioni aperte, invece di continuare a pagare avvocati che sono bravi a seguire soprattutto i propri, di interessi.
A quel punto hai praticamente rifatto la squadra,e  ti mancano solo i terzini (solo, trattandosi di Fiorentina, è un eufemismo, visto che il terzinus ordinarius è un animale che qui latita dai tempi di Christian Maggio). Sì, perché nel frattempo hai ringraziato tutti gli dei del pallone di averti restituito un Mario Gomez centravanti titolare della Germania che vale almeno quanto l’avevi pagato, e a questo punto hai solo da convincere il prode Sousa a non rompere i coglioni e farlo giocare. Insieme a Rossi, possibilmente. Di Kalinic a questo punto fai quello che vuoi. Vuoi plusvalere? E plusvali, oppure tienilo come terzo attaccante, visto che il Baba con il portoghese non se la dice per niente.
Ammesso che il problema sia Sousa, o non piuttosto il braccio corto della famiglia padrona. Che soldi nel calcio non ne vuole più spendere, solo guadagnare. Il fair play è ridotto a non fare rutti a tavola e lasciare il posto alle signore entrando in ascensore. Il resto son discorsi, e in sede son tutti commercialisti.
E’ una squadra a metà quella che corricchia sotto il sole di Moena agli ordini del capataz Sousa. E non è detto che tutti i pezzi del puzzle vadano a posto di qui al primo settembre. O che la partenza sia fogata come quella dell’anno scorso, anzi. Dicono i bene informati che quest’anno in Val di Fassa si lavora soprattutto sul fondo.
Speriamo di arrivarci, in fondo. Chi scrive si ricorda di estati simili nei formidabili anni settanta. Soprattutto di quella in cui cominciò un incubo che finì solo all’ultimo minuto dell’ultima partita la primavera successiva. Grazie ad un nostro giocatore, l’indimenticabile ed indimenticato Ezio Sella, e ad uno dell’INDA, Alessandro Scanziani. Quel giorno c’era gente di sessant’anni suonati che piangeva, all’uscita dallo stadio.
Le lacrime basta, per favore.


giovedì 5 maggio 2016

Una Scarpa d'Oro appesa al chiodo

«Dopo un po’ di riflessioni e tanti anni di calcio ho pensato che domenica sarà la mia ultima partita da giocatore professionista».
Luca Toni appende la Scarpa d’Oro al chiodo. Il momento degli addii è arrivato, ed è un momento triste per tutti. Un po’ meno forse per i fiorentini che a vederlo andar via ci hanno fatto l’abitudine, avendolo salutato con i fazzoletti in mano già due volte.
La prima volta ci fu gran tristezza, la seconda meno. La prima volta salutò una squadra trionfante facendo stendere un velo di malinconia sulla gioia per l’impresa della rimonta dei quindici punti di penalizzazione post-Calciopoli. La Fiorentina batté 5-1 la Sampdoria, ma nessuno gioì più di tanto, tutti avevano il magone per aver visto per l’ultima volta Luca Toni in viola. Il giorno dopo sarebbe partito alla volta di Monaco di Baviera.
La seconda volta una Fiorentina che non aveva niente da invidiare a quella di sei anni prima festeggiava la fine di un gran campionato, il primo di Montella. C’era la consapevolezza che lo avremmo visto l’anno prossimo indossare un’altra maglia, si, ma tuttavia l’impresa realizzata da Luca Toni con i suoi 8 gol fiorentini a sei anni di distanza dai primi 49  era già un qualcosa oltre cui non si può andare. E che lasciava spazio soltanto a sentimenti positivi.
La carriera di Luca che sta per concludersi era cominciata in ritardo, ma alla fine esplosa come poche altre. Una carriera di cui la parte trascorsa in viola rappresenta tra l’altro uno dei segmenti più importanti, se non il più importante.
Lucagol era arrivato in serie A a 23 anni suonati, con un Vicenza tutt’altro che memorabile in cui segnò 9 gol non sufficienti ad evitargli la retrocessione. Niente di eclatante, ma quanto bastava per farsi notare da Carletto Mazzone, l’allenatore del Brescia dei miracoli che aveva già scommesso (vincendo) sul rilancio di Roberto Baggio e sul lancio definitivo di Andrea Pirlo. Buona la prima stagione (13 gol), male la seconda a causa di un brutto infortunio. Ma ormai il bomber di Pavullo nel Frignano si era fatto notare da un’altra società che in quel momento era a caccia di talenti inesplosi, il Palermo di Zamparini.
Il primo anno in B con i siciliani segnò 30 gol, e contribuì in modo determinante alla loro promozione in A, dove l’anno dopo si ripeté segnandone 20 e portando il Palermo al sesto posto finale ed alla qualificazione alla Europa League. Un realizzatore così prolifico non poteva passare inosservato agli occhi di Marcello Lippi, allora selezionatore per la Nazionale azzurra che si apprestava ad andare a lottare in Germania per il titolo mondiale. Per Luca, nel 2005, arrivarono insieme la maglia azzurra e quella viola. Il nuovo direttore sportivo della Fiorentina Pantaleo Corvino quell’estate allestì la squadra del rilancio dopo l’anno dei cattivi pensieri di Zoff, e mise in mano all’allenatore emergente Cesare Prandelli una formazione in cui brillavano diverse stelle in cerca di riscatto o di affermazione, e per la quale Toni fu la ciliegina sulla torta e la punta di diamante.
Per le prime 11 domeniche sembrò addirittura che Lucagol potesse battere il record di Batigol, che dieci anni prima aveva segnato consecutivamente per 13 domeniche superando a sua volta il precedente record di Pascutti con il Bologna dello scudetto. Luca si fermò a 11, per l’appunto, ma tolse a Gabriel un altro record, quello dei gol segnati in una stagione: 31. Anche qui ad un passo dal record assoluto, quello di Antonio Valentin Angelillo che con la maglia dell’Inter nel 1959 segnò 33 reti (in un campionato a 18 squadre). Ma la Scarpa d’Oro, il trofeo destinato al più prolifico realizzatore di reti in tutti i campionati iscritti all’UEFA, era sua senza discussioni, per la prima volta nella storia del calcio e dei calciatori italiani.
Il 14 maggio 2006 al Bentegodi di Verona doveva essere un giorno di festa, per lui e per la sua Fiorentina che con 74 punti aveva raggiunto il 4° posto e la qualificazione ai preliminari di Champion’s League. Ce lo ricordiamo tutti sorridente con la parrucca viola in testa. Ci ricordiamo anche come si spense il sorriso sul volto a lui ed ai suoi compagni, allorché si diffuse (con i giocatori ancora in campo ed il pubblico sulle tribune a festeggiare) la notizia del coinvolgimento della Fiorentina in Calciopoli e della probabile penalizzazione, se non addirittura retrocessione in B.
Fu l’estate del patto di ferro a Folgaria tra Prandelli e i suoi ragazzi, che si impegnarono a rimontare i 15 punti di penalità inflitti alla fine alla società viola da una Giustizia Sportiva simile alla Macelleria Messicana. Fu l’estate in cui l’Italia, che schierava Luca Toni centravanti titolare, vinse il titolo mondiale, riportando la folla festante nelle piazze ed anche un clima meno giustizialista in Federazione (in prima istanza la Fiorentina era stata condannata alla serie B, poi a 19 punti di penalità, infine se la cavò con 15). Fu l’estate del patto tra Diego Della Valle ed il bomber emiliano: salvami la Fiorentina e l’anno prossimo ti lascio andare dove vuoi. Luca accettò, e nonostante una tarsalgia simile a quella che aveva colpito Giancarlo Antognoni nel 1978 lo tormentasse per tutta la stagione, fece il suo dovere contribuendo con 15 gol alla salvezza viola e addirittura al 5° posto finale (3° sul campo). Gli altri 15 li segnò il fenomeno, Adrian Mutu, che Corvino aveva prelevato dal crack Juventus e portato a Firenze a fare coppia con la Scarpa d’Oro. Una coppia da sogno, che purtroppo ballò un solo inverno.
Nel maggio 2007, i tifosi della Fiorentina dovettero strapparsi il cuore una volta di più, come era successo con Baggio, Batistuta, Rui Costa. Almeno, la consolazione fu di non vedere Luca andare ad indossare la maglia di una concorrente italiana. Lo volle il Bayern Monaco, che versando 11 milioni di euro nelle casse viola, portò il campione del mondo Toni a far coppia con il vice-campione Ribery. Una coppia niente male, che nella stagione 2007-08 portò i bavaresi alla doppietta, Bundesliga e Coppa di Germania.
Omar Hitzfeld, allenatore del Bayern, coniò per Luca la definizione di animale da gol che non vuole riposarsi mai. Con 24 reti Lucagol divenne il terzo giocatore italiano di sempre a vincere la classifica dei cannonieri all’estero, dopo Marco Negri con i Glasgow Rangers e Christian Vieri con l’Atletico Madrid. Gli fu dedicata anche una canzone, Numero Uno, di Mathias Matze Knop, non certo un successo paragonabile a quello di Luca.
Nel 2009 un nuovo serio infortunio ne limitò le prestazioni. Il Bayern, che nel frattempo aveva preso l’olandese Robben, non era e non è una società in cui la gratitudine abbondi più che in altre, e Lucagol (che aveva allora la non verde età di 32 anni) venne offerto in prestito gratuito alla Roma. Nella squadra bavarese che rubò la qualificazione ai quarti di Champion’s League alla Fiorentina grazie all’ineffabile arbitro norvegese Ovrebo, Luca non c’era più, e meno male. Nel frattempo, si era fatto male di nuovo in maglia giallorossa, nuovo stop di oltre due mesi. A fine giugno rientrò dal prestito in Germania, ma a quel punto non gli restava che risolvere consensualmente il contratto con il Bayern.
Seguirono gli anni del crepuscolo, prima al Genoa, poi alla Juventus (che non era ancora quella super di Antonio Conte), e poi all’Al Nasr, squadra di Dubai. Stagioni opache, in cui sembrò raccogliere gli ultimi spiccioli e segnò pochi, pochissimi gol. Nuova rescissione di contratto, riecco Luca in Italia nell’estate del 2012 in cerca di una sistemazione in cui trascorrere - forse - l’ultimo inverno da calciatore.
Sembrava che tale destinazione potesse essere Siena, l’ultimo giorno di calciomercato pareva proprio che le parti si sarebbero messe d’accordo per l'approdo di Luca alla Robur. Ma nel frattempo a Firenze era scoppiato lo psico-dramma successivo alla beffa di Berbatov. La bella Fiorentina di Pradè e Macia era senza centravanti. Serviva un nome per calmare la piazza, agguantare l’ex Lucagol sembrava un’ottima idea. A mezz’ora dalla fine del mercato, la Fiorentina annunciò quindi di essersi ri-assicurata le prestazioni del calciatore Luca Toni.
Cinque anni dopo, nessuno in riva all’Arno aveva scordato i suoi 49 gol in due anni e la mano che corre all’orecchio, un gesto entrato nella leggenda (e nel cuore dei tifosi) al pari della mitraglia di Batigol. Cinque anni dopo, a vedere il primo allenamento di Luca di nuovo con la maglia viola c’era talmente tanta gente che la maggior parte delle altre squadre se la sognerebbero anche per una partita di campionato. Luca si era legato alla Fiorentina da un contratto annuale. Aveva chiesto e riavuto il suo vecchio numero di maglia, il 30. Si era impegnato inoltre con il popolare conduttore di una trasmissione radiofonica cittadina legata al tifo viola in una scommessa ambiziosa: segnare almeno 8 gol. Sembravano tanti. Luca ce l'avrebbe fatta giocando sì e no metà campionato.
Quando alla terza giornata mise dentro l’assist di Jovetic nella porta del Catania, la commozione attanagliò il Franchi come se il tempo si fosse fermato. Non era il primo gol di Luca, ma il cinquantesimo. Nella marcia trionfale della Fiorentina nel girone di andata, il vecchio Toni e Furmini avrebbe giocato un ruolo determinante, tornando ad essere il terrore delle difese avversarie. Nel girone di ritorno, gli anni si sarebbero fatti sentire, e siccome i viola avevano nel frattempo scoperto qualche nuova freccia al loro arco come il serbo Llajic, Montella avrebbe potuto dare al bomber di Pavullo il meritato rifiato che gli anni (36 di lì a poco) e le tante botte prese gli avevano fatto meritare.
Il 12 maggio 2013 allo Stadio Franchi di Firenze Luca Toni segnò l’ottavo gol stagionale al Palermo, altra squadra del suo passato. Il 57esimo in totale in maglia viola. L’ultimo. Subito dopo annunciò di dover salutare il pubblico fiorentino per la seconda volta. L’ultima.
Unica consolazione, la destinazione finale di Luca: Hellas Verona, squadra gemellata, e quindi a casa di amici. Non è più tornato a Firenze da avversario, non sarebbe stato possibile accettarlo. Adesso, l’epopea della Scarpa d’Oro è finita. Un altro dei campioni di Berlino che se ne va. A Firenze tuttavia non c’è tristezza. Abbiamo già dato.

mercoledì 27 aprile 2016

La nostra dimensione

Slitta l’incontro previsto a breve tra Andrea Della Valle e Paulo Sousa. Malgrado l’inverno sia finito, è giunto il momento di tirare fuori gli slittini. Da qui alla fine di maggio Sousa, Della Valle 1, Della Valle 2, Cognigni, Rogg, Prade’ daranno vita ad un nuovo entusiasmante campionato mondiale di bob a 2, 3, 4, 5, 6. Oppure 0, a seconda delle evenienze più probabili.
C’è in gioco la nuova stagione dell’Acf Fiorentina, quella a cui si riferisce il gustoso post che va per la maggiore su tutti i social network dove si parla di viola. KEEP CALM & SI VINCE I’ PROSSIM’ANNO. Settima edizione. Alla manifestazione sono attesi tutti i principali media sportivi e non, le più grandi firme del giornalismo cittadino. Tutte con il loro armamentario di luoghi comuni sulle cause fisiche dello slittamento: telefoni che non prendono, mogli isteriche, segretarie che si scordano di passare le chiamate, server mail che non funzionano, aerei dirottati, chiamate perse, summit, slittamenti, ore decisive, si dice che.....
Siamo seri. Anche perché, dopo 14 anni, chi ha più voglia di scherzare? Si chiude l’ennesima stagione a zero titoli, si chiude malamente, dopo una Coppa Italia lasciata al primo turno al Carpi, una Europa League dove in un anno il Tottenham ci ha preso più metri di distacco che Cristiano Ronaldo a una lumaca, un campionato dove malgrado una partenza bruciante con undici punti dalla Juventus siamo riusciti a concludere in caduta libera con un quinto posto per il quale dobbiamo ringraziare un Milan ancora più insipido di noi ed un Berlusconi vistosamente senescente, mentre i punti dalla Juventus sono diventati 26, ma a favore di quest’ultima. E domenica sera s’è visto perché. Il tutto condito di figure barbine, “mammanate” varie.
Siamo al momento fatidico della stagione, quello in cui le squadre decidono il loro futuro e impostano il loro mercato estivo. Proprio quello in cui proverbialmente i Della Valle “autofinanziatori”, o per meglio dire (secondo una terminologia più calcisticamente appropriata) “braccini”, incartano puntualmente l’avvenire della loro creatura meno prediletta, la Fiorentina, lasciando occupare lo spazio che dovrebbe essere riservato alla programmazione a polemiche da cortile. Un uomo politico del passato, Rino Formica, definiva tali polemiche (ovviamente in riferimento a questioni molto più serie) roba da “comari di ballatoio”. Il livello, rappresentato con immagine efficacissima, è proprio quello lì.
Quest’anno tocca a Sousa. Va, resta, si riserva di decidere dopo il “faccia a faccia” con DV, ha già deciso, vuole garanzie, vuole un ruolo alla Ferguson. Vuole almeno un terzino (vivaddio). E’ una di quelle repliche che passano una volta al mese sulle PAY TV. Sappiamo già come va a finire, accidenti se non lo sappiamo, è oltretutto un REMAKE di vecchie pellicole dove recitavano Cesare Prandelli e Vincenzo Montella.
Ad un certo punto il protagonista contro tutto e contro tutti parte per le vacanze. Delle due l’una, o ha già altre offerte e allora telefona dalle vacanze per comunicare che si è rotto i coglioni e buonanotte suonatori, oppure è ancora senza alternative e allora farà sì che i suoi ombrosi datori di lavoro perdano i nervi, lo esonerino e continuino a passargli il lauto stipendio. Fermo restando che i coglioni se li è rotti comunque, e ne ha ben d’onde (atteggiamenti e scelte tecniche sue discutibili a parte), perché a gennaio era primo e ultimamente dura fatica a fare le convocazioni per la domenica successiva, manco fosse un coach del minibasket.
L’abbiamo buttata in scherzo. Dopo aver visto la Juve festeggiare l’ennesimo scudetto nel nostro stadio, che altro possiamo fare? Dopo aver sentito Evra dire, “la nostra rimonta è cominciata quando ci siamo resi conto che in testa al campionato c’era la Fiorentina”? Dopo aver constatato che in fondo come dargli torto per quello che poi si è visto, e che tutto sommato si fa miglior figura a stare zitti? Dopo aver sentito il patron (il più piccolo dei due, quello che si ostina ancora a venire allo stadio) uscirsene con un “sono sereno, e orgoglioso di questa squadra”?
Scherziamoci sopra, ci sono cose più serie nella vita. Ma dato che ora si parla di queste e queste ci interessano, diciamo chiaramente che per la prossima stagione più che un nuovo allenatore (si parla di Maran, con il dovuto rispetto sarebbe il caso di una pubblica riabilitazione di Vierchowod e Cavasin, in tal caso) servirebbe un nuovo proprietario. Tenendo presente che se anche fossimo così fortunati (ma la fortuna in genere aiuta gli audaci, non chi si accontenta della “propria dimensione”), avremmo davanti un anno, un anno e mezzo buono di triboli. Vendere una società di calcio al giorno d’oggi non è cosa semplice, e richiede una tempistica del genere, anche se tutto va bene.
Tra l’altro, i Della Valle investivano col braccio rattrappito quando dicevano di nutrire grandi ambizioni. Ve li immaginate nella stagione in cui ufficialmente annunciano di passare la mano? Roba da brividi, meglio non pensarci. Oltretutto sono ombrosi, permalosi, vendicativi.
Meglio farseli venire, i brividi, a seguire le ultime miglia della cavalcata leggendaria di Claudio Ranieri e del suo Leicester in Premier League. YES WE CAN, dicono gli inglesi. NO ‘UN SI POLE, rispondono da Firenze tutti coloro che si sono convinti che questa è la nostra dimensione.

Befani vendeva stracci a Prato, Baglini vendeva inchiostri a Firenze Nova. Domandatelo a loro, quando li rivedrete, qual era la nostra dimensione.

sabato 9 aprile 2016

Da Giampaolo a Giambattista Vico

Era una sera di dicembre del 2009, uno dei giorni immediatamente successivi a quello in cui Alberto Gilardino aveva segnato uno dei gol più importanti della storia viola. Ad Anfield Road a Liverpool, lo stadio in cui non si cammina mai da soli, la Fiorentina aveva eliminato il Liverpool dalla Champion’s League qualificandosi agli ottavi di finale. Dopo anni di magre e di sofferenze seguite al gol di Batistuta a Wembley contro l’Arsenal, di nuovo l’Inghilterra sembrava dare il via ad una nuova epopea viola. Il futuro sembrava roseo. Anzi, di più.
Fu proprio allora che un personaggio di spicco della società ACF Fiorentina (si dice il peccato e non il peccatore, ma tutti sanno che si trattava di un ragioniere con qualifica di plenipotenziario fiduciario del patron Diego della Valle) avvicinò il tecnico Cesare Prandelli prendendolo da una parte e sussurrandogli poche ma micidiali parole, tali da stroncargli dentro qualunque euforia e voglia di festeggiare lo storico successo.
Lei può cercarsi un’altra squadra”. Prandelli aveva già intuito che il ciclo, il progetto, per usare una terminologia cara alla proprietà, di cui era stato protagonista fino a quel momento, era alla fine. Pochi mesi prima, alla richiesta di quei rinforzi che avrebbero consentito di mantenere la promessa di vittoria entro il 2011 si era sentito rispondere dal Capo in testa “lei pensi ad allenare la squadra”. A luglio, la public relations woman Silvia Berti, uno dei personaggi qualificanti il progetto, era stata invitata dall’oggi al domani a fare le valigie e sgomberare i locali occupati nella sede viola. A settembre Andrea Della Valle aveva sclerato improvvisamente dando le dimissioni da presidente, proprio nel momento in cui sembrava entrare nella fase cruciale la trattativa con il Comune per la Cittadella ed il nuovo stadio.
Il vento era improvvisamente cambiato sotto la Torre di Maratona. Ed era un vento di tempesta, per quanto in quel momento ancora “montante”. Il clima da marcia trionfale faticosamente ricostruito dopo la bufera di Calciopoli veniva spazzato via improvvisamente e incomprensibilmente. Prandelli non ci mise molto a capire che era il caso di seguire quel consiglio sibilatogli dal Ragioniere mentre Firenze era in festa per il trionfo più prestigioso non solo dell’Era Della Valle.
Da quel momento, non passò giorno senza che una stampa più o meno interessata lo vedesse a cena con questo o quell’emissario di squadre più o meno importanti. Soprattutto con quelli della squadra a cui a Firenze non si perdona nulla. Chissà quanti chili Roberto Bettega e Cesare Prandelli avrebbero dovuto mettere su in quei mesi invernali se avessero cenato insieme tutte le volte di cui fu dato conto su giornali e siti web in quel periodo. “Il peccato è nell’occhio di chi guarda”, diceva l’Inquisitore Torquemada (che se ne intendeva). Ma “il tifoso è tifoso perché non vuole pensare a niente”, ha affermato a ragione in epoca più recente Oliviero Beha. Molti tifosi caddero nella trappola tesa da una sedicente stampa sportiva indipendente. Prandelli in fondo era stato un “gobbo”. Perché non credere ad un suo ritorno alla Casa Madre?
Quando ad aprile Diego della Valle scelse la via del confronto-scontro pubblico sbottando in pieno Bar Stadio contro il suo stipendiato fedifrago, la città si divise. DDV ebbe meno consensi di quanti i sondaggi gliene avrebbero attribuiti, ma comunque più che sufficienti a creare un partito, destinato a contrapporsi ai “rosiconi”. Dellavalliani da una parte (o “leccavalle” come vengono chiamati sprezzantemente dagli avversari), rosiconi dall’altra, Firenze si accinse a nuovi cicli, nuovi progetti e nuove promesse avendo ritrovato il familiare e più congeniale terreno dei Guelfi e Ghibellini su cui si era dilaniata con estrema voluttà fin dal medioevo.
Cinque anni dopo, toccò ad un nuovo ciclo ritrovarsi strozzato proprio nel momento che sembrava quello del decollo. Dopo tre anni di calcio spettacolo e di risultati promettenti, la sera in cui la Fiorentina si arrestò n semifinale di Europa League cedendo al Siviglia che poi avrebbe vinto il trofeo Vincenzo Montella scoprì di non avere più il sostegno né della proprietà né di quella parte della tifoseria con essa schierata senza se e senza ma.
Alla sua richiesta di nuovi acquisti che consentissero il benedetto salto di qualità (al quale in quel momento di nuovo sembrava mancare davvero poco), non gli fu risposto come a Prandelli ma evidentemente le espressioni facciali furono le stesse. Vincenzo partì per le vacanze estive, dalle quali fece sapere che il suo era un biglietto di sola andata. La società nel frattempo aveva già spedito emissari a Chiasso, direzione Basilea. Obbiettivo, il terzo progetto, la terza scommessa (anzi, quarta, contando quella su Sinisa Mihajlovic abortita subito): Paulo Sousa da Viseu, Portugal.
Comunque uno giudichi tali eventi e la situazione che ne è seguita, era lecito aspettarsi una relativa tranquillità per almeno i tre anni che solitamente dura un ciclo dellavalliano. Macché, alla fine di gennaio dell’anno successivo (quello in corso) siamo già alle porte coi sassi. Uno stralunato Paulo Sousa ancora in corsa spasmodica per non perdere contatto con un primo posto in classifica insperato e storico, si vede recapitare dal calciomercato tali Kone E Benaluoane. E capisce forse che la squadra è bene cercarsela ancor prima che qualcuno abbia la brillante idea di sollecitarlo in tal senso.
Ecco che i ristoranti di Firenze tornano a popolarsi di allenatori viola cospiratori, misteriosi emissari stranieri, giornalisti appostati come agenti segreti (a proposito, ma quanto mangiano questi giornalisti? sempre a cena fuori?). Dettagliati reportages di cene carbonare (nel senso del mistero che le ammanta, non del menu) si alternano a proclami di rivincita e ripartenza in tromba societari.
Tutto, meno quello che la professione giornalistica imporrebbe: dare conto delle condizioni e delle prospettive di questa Fiorentina. Una squadra con l’organico ridotto all’osso, il morale e la concentrazione già inesistenti alla fine di marzo, la prospettiva di rinforzarsi nascosta nelle pieghe di un autofinanziamento in cui le plusvalenze della Fondazione Corvino sono ormai agli sgoccioli.
Ci sono ancora sette partite da giocare, e non vorremmo che andassero a finire come quelle che conclusero l’ultima stagione di Prandelli. Per un totale di diciassette sconfitte, propiziate da un ambiente – quello viola – che aveva già mollato da tempo ma che pretendeva di darne tutte le colpe all’allenatore. Errori di formazione a parte, dobbiamo dire comunque grazie a Paulo Sousa per la professionalità con cui sta portando a una decorosa conclusione di stagione il baraccone viola ex sorpresa di questo campionato.
Poi sarà di nuovo il tempo delle tagliatelle ai funghi e dei proclami (se a vuoto, lo diranno i posteri), delle scommesse e delle promesse, delle plusvalenze e degli autofinanziamenti, degli scudetti di bilancio, dei bacini di utenza, dei vorrei ma non posso (anche se sono il decimo nella classifica dei patrimoni italiani, o giù di lì).

Si parla di Giampaolo sulla panchina viola. Forse, visti i precedenti, sarebbe più adatto Giambattista Vico. Quello dei corsi e ricorsi.


domenica 3 aprile 2016

Nostalgia Montella

La prima buona notizia della giornata è che lo Stadio Franchi ci mette un istante a risolvere l’atroce dilemma propostogli alla vigilia da Andrea Della Valle. A sei anni di distanza, il minore dei proprietari della Fiorentina tenta di ripetere il giochino azzardato dal fratello maggiore contro Cesare Prandelli, e lo fa con lo stesso stile.
A distanza di sei anni esatti, Firenze mostra di non starci neanche questa volta. Quando Vincenzo Montella fa il suo ingresso sul prato dello stadio che era suo, parte immediatamente una standing ovation unanime ed inequivocabile, che vale da sola più di tutte le parole spese in settimana da una proprietà non proprio sintonizzata sulle lunghezze d’onda cittadine e da tutti coloro – addetti ai lavori e tifosi - che si sono affannati a giustificarla e sostenerla nel tentativo di mascherare delusioni passate e presenti con una montagna di promesse che hanno il principale difetto di suonare soprattutto come già sentite. E scarsamente mantenute.
Firenze per una volta non si divide, e seguendo il consiglio di Paulo Sousa, colui che ha raccolto il testimone viola dal collega passato nel frattempo sotto la Lanterna e che lo sta tenendo in pugno con alterne fortune ma senza dubbio con grande signorilità, applaude senza riserve né ritegno Vincenzino. Il quale contraccambia, vistosamente emozionato, e va a sedersi su una panchina diversa da quella verso cui istintivamente in quel momento forse si sarebbe diretto.
E’ una buona notizia, finalmente, proprio nel momento in cui ogni rumore cessa, l’aria stessa si ferma immobile a commemorare la scomparsa di uno degli ultimi grandi del nostro calcio, Cesare Maldini. Lo stadio che tributò le debite onoranze all’ultima partita giocata da suo figlio si raccoglie commosso a celebrare il padre, fiero e sportivo avversario di una Fiorentina di altri tempi, quella di Befani che si contendeva con il Milan del Gre-No-Li lo scudetto e poi andava a giocare la Coppa dei Campioni contro il Real Madrid. A ripensarci oggi, anche alla luce dei novanta minuti che stanno per seguire, viene quasi da piangere
Addio Cesare, addio grande calcio che fu. Questo 2016 è veramente una carogna, ci sta facendo a pezzi i nostri miti. Lasciandoci alle prese con una realtà da cui forse vorremmo fuggire, a prescindere dall’aver ascoltato o meno l’ultima conferenza stampa di Andrea Della Valle. Lasciandoci alle prese con un’altra di quelle partite che non parlano né dei sogni di Cognigni (anche i ragionieri sognano) né delle marce trionfali immaginate dal suo datore di lavoro.
Si profilano tempi duri per la Fiorentina contro la Sampdoria, è chiaro fin da prima del fischio d’inizio dell’arbitro Gervasoni (ottima direzione di gara la sua, praticamente perfetta, tanto da far dubitare che fosse lo stesso che due anni fa quasi querelò Borja Valero chiedendogli i danni per la “famigerata” spinta). Alla trentunesima giornata la squadra viola ha poco ancora da chiedere a questo campionato. Svaniti i sogni di gloria, tra quarto e quinto posto non passa nessuna differenza. Scendere al sesto semmai comincerebbe ad essere una seccatura, perché ci sarebbe da fare il preliminare di Europa League, con tutti i rischi del caso. Ma il Milan, che non è più quello dell’epoca di Maldini padre e nemmeno di Maldini figlio, sta facendo di tutto per tranquillizzare una squadra viola che di energie fisiche e psichiche non ne ha quasi più.
E’ una giornata quasi da fine campionato, e non solo per la temperatura finalmente primaverile. Una di quelle in cui ai tempi eroici si aspettava solo il fischio finale per l’invasione di campo e la caccia alla maglia di Desolati, Della Martira, Casarsa. Dall’altra parte del campo c’è una Sampdoria invece tutt’altro che tranquilla che non può permettersi altre battute a vuoto. E soprattutto c’è lui, Vincenzo Montella, che ha tutte le motivazioni del caso (classifica a parte) e tutte le risorse adeguate per sostenerle.
La Fiorentina, infatti, tolti i primi venti minuti in cui pare ritornata quella dell’andata (la partita di Genova sponda Samp fu l’ultima in cui fu consentito di ammirare la squadra viola in versione San Siro sponda Inter, l’ultima da capolista – per capirci – prima della lenta ma costante involuzione), a metà del primo tempo comincia ad annaspare, lasciando per la prima volta da tempo immemorabile il possesso palla in appannaggio del suo avversario.
Il fatto è che la Fiorentina oggi gioca contro il suo babbo. Colui che l’ha inventata, e ne conosce tutti i segreti. Paulo Sousa tenta di sparigliare le carte dando fiducia al figliol prodigo Babacar in luogo dello squalificato Kalinic. In attesa di sapere che cosa ha tenuto fuori di squadra quest’oggi un Bernardeschi reduce dalle buone prove con la Nazionale, si può addirittura apprezzare il suo tentativo di cambiare pelle ad una squadra che rischia di giocare contro lo specchio. E di farsi male.
Il fatto è che Vincenzo Montella questi giocatori li conosce tutti ad uno ad uno. E questa squadra nel suo complesso. Per non parlare dei suoi schemi. Non foss’altro perché glieli ha dati lui, per quanto Paulo Sousa abbia tentato poi di perfezionarli o variarli. L’Aeroplanino plana tranquillo sul prato del Franchi. Lui sa bene che con il pressing alto la Fiorentina perde tanto del suo potenziale. In particolare questa Fiorentina, che ha un gran bisogno di andare al mare e gettarsi questa stagione alle spalle, più di tutte quelle del passato di cui lui stesso è stato parte.
L’unica novità, Tino Costa al posto di Vecino, non è tale da poterlo sconcertare. Semmai è Tello, ritornato padrone della fascia destra, a causare qualche problema all’altro ex che gli mette addosso, Diakité (saranno cinque in campo in totale, contando anche Viviano, De Silvestri, Cassani e Quagliarella). Sulle fasce, lo spagnolo e il connazionale di sinistra Marcos Alonso sembrano poter creare problemi alla difesa doriana. In mezzo, dietro a Babacar che fa a sportellate senza gran costrutto con Ranocchia, Ilicic e Borja Valero sembrano tornati quelli di inizio stagione.
L’illusione almeno è quella, favorita dall’invenzione con cui la Fiorentina passa in vantaggio al ’23. Il triangolo tra lo sloveno e l’iberico è splendido, di quelli che avremmo sempre voluto vedere tra loro due. Ilicic si ritrova davanti a Viviano che non ha tempo di esitare: la battuta di prima del numero 72 viola non perdona. A quel punto, Fabio Quagliarella ha già sfiorato il primo dei suoi ennesimi gol dell’ex, ma la Fiorentina pare poter controllare questo match ed aspettare l’occasione per chiuderlo.
Ecco che invece Firenze si accorge – o perlomeno si ricorda – che Montella non era poi da buttar via come allenatore. La Samp si impadronisce del pallone imponendo il suo tiki taka a chi ne era maestro, e la Fiorentina quel pallone lo rivede soltanto al ’38, quando finisce nella rete di un Tatarusanu buttatosi in ritardo sul gran tiro da fuori di Ricardo Alvarez, al termine di un’azione insistita nel corso della quale Babacar aveva reclamato per un fallo inesistente.
Nella ripresa entra Vecino per Tello e poi Zarate per lo strappato (e fischiato) Babacar. Ma la musica cambia poco. Il solo Ilicic dimostra di esserci ancora con un gran tiro al volo parato da Viviano ed una punizione stampata sulla traversa. Il solo Zarate cerca di stargli in qualche modo al passo cercando soluzioni personali, per forza di cose. Il resto della squadra non c’è più, ed alla fine la traversa colta a sua volta da Fabio Quagliarella con la complicità decisiva di Tatarusanu certifica che c’è poco da recriminare. Il gol al 95’ di Marcos Alonso è in netto fuorigioco e viene giustamente annullato. La Samp, che è in dieci da metà ripresa per una ingenuità di Correa, non avrebbe meritato di perdere. Montella merita di portarsi via questo punto, assieme agli applausi dei suoi vecchi tifosi.
Che cosa merita Andrea Della Valle, che abbandona la compagnia in silenzio appena Gervasoni fischia la fine, lo giudichi ognuno. La seconda presidenza per durata della storia viola conclude l’ennesima stagione senza vittorie, proprio nell’annata in cui la squadra era sembrata finalmente in grado di cavalcare in testa al gruppo, se opportunamente sostenuta da una società dalle braccia finalmente distese e dal portafoglio tenuto in mano ben aperto. Che cosa fa più rabbia, se questa mesta conclusione o le irrealistiche e beffarde dichiarazioni presidenziali che l‘hanno corredata, anche questo lo decida ognuno per suo conto.

Noi preferiamo salutare ancora e per l’ultima volta Cesare Maldini, che da stanotte gioca in cielo con Cruyff ed altri grandissimi del passato, ed inviare un abbraccio al figlio Paolo che lo piange. Sono stati grandi campioni entrambi. Hanno avuto anche grandi presidenti. Milano felix. Che invidia.

venerdì 1 gennaio 2016

Vincenzo Montella, dove vola l'aeroplanino

C’è da giurare che per segnare quel benedetto gol a Francesco Toldo nella porta di Emergency alla Partita del Cuore il 19 maggio 2014 avrebbe dato la metà dei gol segnati in tutta la sua carriera, trascorsa interamente nelle zone alte della classifica cannonieri di serie A. Ci ha provato in tutti i modi, sbagliando anche un rigore e vedendosi parare uno splendido colpo di testa dal “vecchio” Toldo. Quella porta era stregata per lui, proprio nella sera in cui ci avrebbe tenuto di più a segnare, davanti al pubblico che l’ha adottato.
19 maggio 2014 la Partita del Cuore
Quando l’aeroplanino volava, i suoi piani di volo l’hanno sempre tenuto lontano da Firenze, a cui anzi ha dato spesso e volentieri dei dispiaceri. La Fiorentina è infatti una delle squadre alle quali ha segnato di più in carriera. Vincenzo Montella, nato a Pomigliano d’Arco il 18 giugno 1974 e cresciuto a Castello di Cisterna, due comuni dell’hinterland napoletano, a dodici anni era già venuto peraltro in Toscana. L’Empoli, che già a metà anni ottanta era una società che faceva del talent scouting il proprio verbo, si aggiudicò il cartellino della giovanissima promessa nel 1986, facendolo esordire in serie C1 nel 1990. Nel 1995, dopo cinque anni trascorsi sotto gli occhi della Fiorentina di Cecchi Gori, passò al Genoa dove cominciò a segnare gol in doppia cifra (e con decimale superiore ad 1) e brevettò la sua forma di esultanza che sarebbe rimasta celebre, l’aeroplanino, che sarebbe diventata altrettanto famosa della mitraglia di Batistuta.
Nel 1996 passò sull’altra sponda genovese, la Sampdoria, dove continuò a segnare non meno di venti gol a stagione, ad eccezione dell’ultima, nel 1999, allorché una fastidiosa pubalgia lo limitò a 12 gol, e guarda caso la Samp a fine di quella stagione retrocesse. Montella finì a Roma alla corte di Capello, dove riprese a segnare a raffica e dove dopo due anni si ritrovò accanto Batistuta. Dapprima l’aeroplanino e la mitraglia si litigarono la maglia numero 9, pretesa dall’argentino che benché fosse l’ultimo arrivato parve spuntarla facendo valere il suo maggior prestigio e l’ingente somma sborsata dalla Roma alla Fiorentina per aggiudicarselo.
Batigol ottenne anche il posto da titolare e Vincenzo finì spesso in panchina nel girone d’andata, salvo essere buttato in campo in quello di ritorno quando il titolare e  un po’ tutta la squadra stavano tirando il fiato, e contribuire con i suoi gol pesantissimi alla conquista del terzo scudetto giallorosso. A fine stagione, 13 gol della “riserva” contro i 20 del “titolare”, e la soddisfazione di essersi tenuto alla fine la maglia numero 9.
La stagione successiva fu quella dei quattro gol alla Lazio in un singolo derby. Restò in giallorosso per altri cinque anni, segnando una media di 20 gol a stagione. Nel 2007 arrivò l’avventura in Premier League con il Fulham, breve e di scarsa soddisfazione, 3 gol in 10 presenze. Poi un anno alla Samp e uno alla Roma, un saluto alle sue vecchie squadre degli anni migliori, prima di annunciare l’addio al calcio nel 2009. Allora la società giallorossa decise comunque di sfruttare l’ultimo anno di contratto dell’aeroplanino affidandogli la panchina dei “giovanissimi”.
Nel 2011 si ritrovò addirittura a sedere su quella della prima squadra, dopo le dimissioni di Claudio Ranieri. Non aveva ancora il patentino e dovette essere assistito dal vice Andreazzoli. Durò poco, ma fece a tempo a battere di nuovo la Lazio nel derby per 2-0.
L’anno dopo, finalmente patentato, finì a Catania, alla cui salvezza contribuì brillantemente. Nell’estate del 2012 era libera la panchina della Fiorentina, dopo i fallimenti di Mihajlovic e Delio Rossi. Proprio in relazione al predecessore serbo, anche lui proveniente da Catania due anni prima, i tifosi fiorentini storsero un po’ la bocca quando appresero del suo ingaggio. In realtà va detto che a Sinisa era toccata una squadra a fine ciclo, quasi allo sbando, a cui lui non aveva peraltro saputo recuperare una parvenza di gioco.
2012-13 la stagione del rilancio viola
Quando Montella si presentò a Firenze, più che una squadra aveva un’ectoplasma. Partì per il ritiro di Moena con un pullman semivuoto, e una vaga promessa dei Della Valle di riempirlo quanto prima. In effetti in pochi giorni ai primi d’agosto arrivano così tanti giocatori da stropicciarsi gli occhi. Gonzalo Rodriguez, Borja Valero, Cuadrado, Aquilani, Pizarro, solo per dirne alcuni. Il capolavoro di Montella fu quello di dare in pochi giorni a questi giovanotti arrivati alla spicciolata un’amalgama ed un gioco anch’essi da stropicciarsi gli occhi. Il campionato non era ancora cominciato che già tutti avevano dissipato ogni dubbio: l’aeroplanino era la scelta azzeccata, con lui la Fiorentina sarebbe tornata a volare.
Finì quarto come il miglior Prandelli, accreditandosi inoltre come il miglior tecnico emergente del campionato. Nell’estate successiva invogliò la società a dargli una squadra ancora più forte, affiancando alla “scommessa” Pepito Rossi anche Mario Gomez. Sembrava proprio che quello che andava a cominciare nel settembre 2013 potesse essere un campionato trionfale. E invece dopo le luci ecco le ombre. Il tedesco si fece male subito, Rossi a metà stagione, Llajic e Jovetic non c’erano più. Le soluzioni d’attacco di Montella sono venute meno quasi tutte insieme, proprio quando gli avversari, avendolo studiato, hanno imparato i punti deboli del suo gioco e gli hanno presentato il conto.
La stagione del trionfo è finita con amare delusioni quali la sconfitta contro la Juventus in Europa League e quella con il Napoli in Coppa Italia, dove la Fiorentina è tornata peraltro in finale dopo 13 anni. Ma in campionato comunque Montella ripete un quarto posto che alla luce del girone di ritorno e di tutte le sue vicissitudini ha del miracoloso. Vincenzo ha avuto qualche mese di sconcerto, quasi preso di sorpresa da infortuni e vicende sfavorevoli, poi la sua fantasia ha ripreso a lavorare, producendo intuizioni interessanti come il Cuadrado falso nueve dell’ultima fase di campionato.
Vincenzo Montella è umanamente parlando un curioso esemplare di “britannico partenopeo”. Sempre controllatissimo e signorile nelle sue manifestazioni esteriori, lascia intravedere appena le sue passioni che covano sotto la superficie, una emotività positiva che lo rende addirittura più apprezzabile e simpatico appena uno se ne rende conto. In lui, comunque, fair play e aziendalismo sono fuori discussione, almeno finché la Fiorentina ha qualcosa da giocarsi nella stagione. Poi, siccome acca’ nisciun’è fess, come dicono dov’è nato lui, trova alla fine il momento e la maniera di dire quello che pensa e di far valere le sue ragioni.
“Non posso immaginare di non continuare a crescere professionalmente”. E’ un messaggio chiaro alla società, l’anno prossimo voglio allenare una squadra più forte. Sulle prime, non è chiaro se con ciò intenda necessariamente la fiorentina, o meno. Non è chiaro nemmeno qual è l’atteggiamento di una società che negli ultimi anni ha avuto proprio nel settore della comunicazione il suo Tallone d’Achille più evidente. Tutti ricordano una analoga esternazione di Cesare Prandelli, quattro anni fa più o meno di questi tempi. Tutti sanno come andò a finire, un ragioniere della società lo prese in disparte e gli disse di cercarsi un’altra squadra. Molti temono adesso, istintivamente, che anche stavolta potrebbe finire così. Che comunque l’affare Cuadrado è già definito, le eventuali contropartite sono in alto mare e l’aeroplanino ha tutte le ragioni di voler sapere se potrà volare anche l’anno prossimo.
Come l’altra volta, Firenze è grata ai della Valle per tutto quello che hanno fatto e faranno, ma istintivamente si stringe attorno al suo allenatore. Che magari è giovane, fa i suoi bravi sbagli, ha la sua brava testardaggine e deve ancora imparare e migliorare, ma di sicuro vuole crescere con questa Fiorentina. Se glielo permettono.
L’applauso del Franchi quando lo speaker l’ha chiamato in campo nella Partita del Cuore era fortissimo e convinto. Che cosa avrebbe dato Vincenzo detto l’aeroplanino per segnare quel gol….

L'Aeroplanino se ne va (giugno 2015)
Arrivò in pieno marasma, ed in pieno marasma se ne va. Nel luglio 2012 la Fiorentina era soltanto un mucchio di buone intenzioni, o forse soprattutto un mucchio di incubi da cui allontanarsi prima possibile. Per due anni vari personaggi avevano cercato di rimettere insieme i cocci rotti nella vicenda Prandelli, senza riuscirci. A Moena nel luglio 2012 non c’era il numero legale per fare partitelle amichevoli di calcio a cinque. Vincenzo Montella ebbe pazienza, e fu ripagato.
I Della Valle sono un fenomeno imprenditoriale che andrebbe studiato a fondo. Gestissero tutte le loro imprese così come gestiscono – o lasciano gestire – la Fiorentina, probabilmente a quest’ora a malapena riuscirebbero a produrre e vendere infradito. Da quando sono nel calcio, la programmazione – quella cosa che tiene a galla al loro pari imprenditori molto meno accreditati di loro – è una parola per loro sconosciuta. Ma quando si trovano con le spalle al muro, riescono in pochi giorni a inventare squadre. Lo fecero nell’estate del 2012, dieci anni dopo il primo miracolo (o presunto tale) seguente al fallimento di Cecchi Gori.
Montella, che aveva creduto forse di aver sbagliato località per le vacanze, si ritrovò di punto in bianco una squadra. E che squadra. La Fiorentina fu la rivelazione del campionato successivo. Il calcio spagnolo trapiantato in Italia, ed allora il calcio spagnolo era il Vangelo secondo Matteo. L’anno dopo cominciò il difficile. Persi Jovetic e Llajic sull’altare delle plusvalenze e delle illusioni di due ragazzi convinti di essere fuoriclasse, la società gli mise in mano due scommesse, Pepito Rossi e Mario Gomez. Due ex ragazzi convinti di poter essere ancora all’altezza di se stessi. L’asticella si alzò, ma si alzarono anche le aspettative di dirigenza e tifosi.
La scoperta di avere in casa un fenomeno come Cuadrado coprì buona parte delle lacune aperte dagli infortuni di Gomez e Rossi. La Fiorentina arrivò a lambire il calcio che conta, lasciando una bella impressione di sé insieme alla suggestione di pensare che con un po’ più di fortuna e pochi ritocchi il calcio che conta le avrebbe detto “prego, si accomodi”. Peccato che quei ritocchi lo erano solo per chi si intendeva di bilanci, non per chi si intendeva di calcio vero. “Brillante” di nome e non di fatto, la Fiorentina che mieteva successi nei tornei estivi vendicando addirittura un vecchio conto aperto con il Real Madrid fu bruscamente ridimensionata già alla prima uscita seria all’Olimpico di Roma.
Difficile dire se fu Montella ad amplificare le lacune viola, oppure furono le lacune viola a disamorarlo all’avvio di una stagione che doveva essere quella decisiva. Per lui, per noi, per tutti. Il girone di andata fu in pratica una polemica a distanza tra il mister ed i suoi datori di lavoro, convinti di avergli messo in mano una squadra più forte di quella che lui riusciva a schierare in campo. A gennaio, quando dal cilindro della cessione di Cuadrado saltò fuori la briscola Salah, il clima era compromesso. La squadra cominciò a volare, almeno per un paio di mesi. Ma il mister forse faceva fatica a gioire della ritrovata sintonia con il suo lavoro attuale. Faceva fatica perché si immaginava già altrove, proprio mentre il mondo era costretto ad accorgersi della Fiorentina.
Ne ha di strada da fare Vincenzo Montella prima di diventare un top mister. Lo ha dimostrato nel momento cruciale, dopo Pasqua, quando tutti i giochi entrarono nella fase decisiva e tutti i nodi vennero al pettine. Non era convinto di reggere su tre obbiettivi, Vincenzo Montella. Forse non si inventò nulla per riuscirci malgrado tutto. Di sicuro società e tifosi non gli perdonarono di non esserci riuscito, anche se forse in mancanza di meglio avrebbero continuato ad affidarsi a lui.
O per meglio dire, i tifosi di sicuro. La società chissà. Quando i Della Valle prendono qualcuno sulle scatole, a torto o a ragione, non c’è più niente da fare. Prandelli fu liquidato la notte della vittoria a Liverpool. Montella viene esonerato nel momento in cui si dovrebbero programmare pochi, misurati acquisti per ridare l’assalto al Gotha del calcio italiano ed europeo. A metà giugno, qualunque siano le motivazioni che hanno spinto la proprietà a prendere questa decisione, questo significa compromettere forse la campagna acquisti per la prossima stagione, e quindi la prossima stagione stessa.
Adesso si scateneranno dellavalliani e montelliani. Ma c’è qualcosa che non va, qualcosa che ricorre, il male oscuro di questa Fiorentina che non sa o non vuole decollare. Mondonico che si dispera la notte dello spareggio vittorioso con il Perugia, Prandelli che si stacca da Firenze la notte di Liverpool, Montella che esce di scena malamente dopo giorni di scazzi a distanza a mezzo stampa con una società che per il terzo anno consecutivo guarda anche grazie a lui dall’alto società ben più blasonate e perfino l’arrogante e pompatissimo Napoli. C’è qualcosa nell’anima di questa Fiorentina che si rifiuta di crescere, di maturare. E siccome i suoi padroni sono gente che ormai va per i sessant’anni o c’è già arrivata, è difficile pensare che a quell’età si facciano ulteriori maturazioni.
Non si tratta di difendere Montella, che magari sa già bene dove andare l’anno prossimo, e che quantomeno si ritrova nella peggiore delle ipotesi uno stipendio già pagato. Si tratta di scongiurare la perdita di altri due anni. Con personaggi improbabili come questo Paulo Sousa che sembra tanto – con rispetto parlando - un Ottavio Bianchi in versione portoghese, o con altre improvvisate del genere. Per poi magari ritrovarsi tra un po’ a stipendiare il terzo allenatore – il Delio Rossi della situazione – che venga di corsa a salvare il salvabile.
Tutto questo non lo trovate nel comunicato dell’ACF Fiorentina. Ma è un film già visto. E come le repliche del vecchio, glorioso cinema Universale, ormai forse lo abbiamo visto troppe volte.