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sabato 4 febbraio 2017

Roma Fiorentina, uno spot per il nostro calcio

E’ praticamente il primo ricordo d’infanzia che ho, allo stadio con mio padre. 22 gennaio 1967, Fiorentina-Roma 2-2, Brugnera (F), Carpenetti (R), Bertini (F), Enzo (R). Per tutta la sua vita avrei sentito ripetere a mio padre che quella fu la più bella partita che lui si ricordasse di aver visto allo Stadio Comunale, non ancora intitolato ad Artemio Franchi. E con lui erano d’accordo in molti, della sua generazione. Ci ho ripensato tante volte. Viola e giallorossi da allora è come se avessero stabilito un legame kharmico. Destinati spesso e volentieri ad affidare le loro speranze di successo al bel gioco piuttosto che ad altre caratteristiche. Destinati quasi sempre a sublimare il gioco del calcio, quando si incontrano.
"Picchio" De Sisti ed il compianto Agostino Di Bartolomei
E’ una lunga storia di spettacolo e di prodezze, quella dei match tra Roma e Fiorentina. Uscite dal buio degli anni settanta, durante i quali rischiarono di finire fuori più volte dal calcio che conta prima di trovare condottieri dotati delle opportune motivazioni nonché risorse, si presentarono all’inizio del decennio successivo come l’unica seria alternativa allo strapotere juventino. Il 5 aprile 1980 una tripletta di Giancarlo Antognoni stese una Roma in cui già militavano – per dirne alcuni – Di Bartolomei, Ancelotti, Pruzzo, Bruno Conti e sulla cui panchina già sedeva il mitico Nils Liedholm. I campioni del secondo scudetto giallorosso c’erano già tutti, mancava solo Paulo Roberto Falcao, che sarebbe arrivato nell’estate successiva.
"Antonio" e Falcao
Nel 1981 l’ing. Dino Viola diede il primo assalto allo scudetto juventino. Fu fermato a due giornate dalla fine dall’annullamento – a tutt’oggi inspiegabile – del gol di Ramon Turone che gli avrebbe dato la vittoria a Torino nello scontro diretto con i rivali ed il sorpasso in classifica. L’anno dopo fu la volta della Fiorentina di Pontello, uno squadrone che conobbe due sole sconfitte, una delle quali proprio all’Olimpico con i giallorossi. Tutti ricordano il colpo di tacco volante di Falcao che liberò Roberto Pruzzo per il colpo di testa del 2-0. Al ritorno a Firenze fu ancora spettacolo, con Luciano Miani che segnò il gol che eliminava i capitolini dalla corsa al titolo. Corsa che si concluse a pochi minuti dalla fine del campionato come l’anno precedente, con un gol annullato agli avversari della Juventus, in quel caso la Fiorentina.
Nel 1983 ancora la Roma, stavolta i bianconeri non poterono fermarla, malgrado la vittoria nella sfida diretta sia a Torino che a Roma. Liedholm, Falcao & C. si cucirono finalmente il tricolore sulla maglia, Venditti poté cantare al Circo Massimo e la Fiorentina rimase a guardare, alle prese con una stagione di transizione in cui dovette inserire Passarella e rimpiazzare Vierchowod, passato proprio ai giallorossi. Ancora un anno più tardi, la corsa della Fiorentina si fermò sul secondo infortunio di Antognoni, quella della Roma sulla difficoltà di conciliare campionato e Coppa dei Campioni, di cui disputò la sfortunata finale casalinga contro il Liverpool.
Seguì una fase di cosiddetto “tono minore”, con l’unico acuto romanista nella stagione 1985-86, allorché Sven Goran Eriksson – poi ribattezzato Svengo dagli stessi tifosi capitolini – vide la sua squadra farsi battere dal Lecce già retrocesso a due giornate dalla fine, mentre era in rimonta su una Juventus stremata e a fine ciclo, quello dei Mundial.
Il "Principe" e l'Ottavo Re di Roma, agli esordi
Seguirono anni a fasi alterne. A Firenze andò in scena lo psico-dramma della cessione di Baggio alla Juve e del passaggio della società da Pontello a Cecchi Gori. A Roma il “principe” Giannini non seppe far rivivere ai suoi concittadini l’epopea di Falcao & C. Si dovette aspettare il 1993 perché succedesse qualcosa di importante. Quell’anno nella capitale fece il suo esordio con la maglia della sua squadra del cuore un ragazzino che avrebbe fatto parlare di sé a lungo, Francesco Totti.
Quell’anno successe anche qualcosa che avrebbe cementato per lungo tempo rapporti non proprio idilliaci tra le due tifoserie. All’ultima giornata, una Fiorentina costruita per spaccare le ossa a tutti, era con le ossa rotte in fondo alla classifica, dopo la cacciata di Radice da parte del figlio del padrone, già allora assai intemperante. I viola dovevano vincere e sperare che la Roma battesse in casa l’Udinese. La prima condizione si verificò, un 6-0 al Foggia in cui Batistuta & C. sfogarono tutta la loro rabbia per una stagione virata in modo incredibile verso lo scatafascio.
La seconda invece no, la Roma era in vantaggio fino a sei minuti dalla fine, quando consentì – in modo a detta di molti troppo accomodante – ai friulani di portarsi sul pareggio. L’Udinese restò in A, la Fiorentina andò in B, e da allora a Firenze se chiedete chi odiano di più tra juventini o romanisti ci devono pensare su, perché la risposta non è più semplice né immediata come prima.
Bandiere
A quell’epoca la Roma passò in mano a Franco Sensi, la Fiorentina a Vittorio Cecchi Gori. Le due squadre si sistemarono stabilmente nelle cosiddette Sette Sorelle, quelle che lottavano per lo scudetto, guidate rispettivamente da Totti e Batistuta. Ogni volta che si incontravano era spettacolo, anche se il risultato – almeno all’Olimpico – finiva per premiare sempre i giallorossi. Dopo un 3-1 a firma di Batigol nel 1992, la Fiorentina per vent’anni riportò dalla capitale a malapena un punto, nel 2006 con Tonigol. Il fuoriclasse Totti, nel frattempo laureatosi campione del mondo con la Nazionale di Lippi a Berlino, sembrava inmarcabile per i difensori viola di almeno un paio di generazioni.
Dopo il passaggio di Batigol alla Roma, il terzo scudetto romanista ed il fallimento della Settima Sorella, quella di Vittorio Cecchi Gori, con la ripartenza dalla C2 dei nuovi patron Della Valle, lo spettacolo riprese nel 2005 con una Roma sistemata stabilmente ai vertici della classifica ed una Fiorentina che remava per ritornarci. La prima vittoria fiorentina a Roma avvenne nel 2012, e fu decisiva per scongiurare un’altra retrocessione, nell’anno in cui sembrò che il progetto dei Della valle fosse andato definitivamente in pezzi. Nel 2009 Prandelli invece aveva fatto registrare uno storico 4-1 casalingo, che è rimasta l’ultima vittoria interna della Fiorentina sulla Roma fino al jolly pescato da Badelj. In quella circostanza i tifosi viola riadattarono per l’occasione la famosa canzone di Irene Grandi Bruci la città, vittoriosa al festival di Sanremo, a testimonianza di un immutato affetto verso la capitale.
Nel 2011 il prestigio viola fu affidato alla primavera, che andò a vincere Coppa italia e Supercoppa di categoria proprio sul prato degli acerrimi rivali giallorossi. Canzone viola risuonò all’Olimpico, segnando la rinascita di un settore – quello giovanile – che una volta era un vanto per la Fiorentina (al pari della Roma) e che da dopo la retrocessione in C2 aveva stentato a rinascere.
Batistuta e Totti, prima nemici poi amici
Nelle ultime cinque stagioni, i giallorossi sono stati praticamente l’unica indomabile bestia nera della rinata Fiorentina spagnola di Vincenzo Montella, e poi di quella ereditata da Paulo Sousa. Otto vittorie giallorosse, due pareggi e tre vittorie viola, tra cui le due prestigiose in Coppa Italia e Europa League dell’ultimo anno di Montella, maturate in trasferta.
La Fiorentina torna martedi sera all’Olimpico di Roma dopo il successo insperato dell’andata al Franchi, propiziato da un gol di Badelj dopo che i giallorossi avevano fatto vedere i sorci verdi ai viola per buona parte del match. L’Olimpico negli ultimi 25 anni è sempre stato particolarmente avaro di soddisfazioni per i colori viola, su entrambe le sponde. Spesso e volentieri, i giallorossi si sono trasformati in altrettanti lupi, come chiese una volta il loro allenatore Garcia, al cospetto di viola che troppo spesso si sono affacciati allo stadio della capitale come agnelli troppo leziosi.

Una speranza viva ci consola, e ci tiene accesa una piccola fiammella anche stavolta. Fiorentina – Roma o Roma – Fiorentina è da sempre uno degli spot migliori per il nostro calcio. Da quel 1967 in cui un ragazzino assistette alla sua prima edizione, per sapere poi che aveva visto la più bella partita per tanto tempo a venire.

venerdì 21 ottobre 2016

L'Uccellino vola ancora, Firenze sospira di sollievo



La notizia di Kurt Hamrin colto da un malore scuote Firenze, in questo annus horribilis che miete vittime illustri in quantità e che ha toccato già il suo Pantheon viola portandosi via Beppe Pecos Bill Virgili. Uccellino per fortuna sta meglio, già in procinto di essere dimesso dall’ospedale e sulla via della convalescenza.
Per capire l’importanza di questo giocatore, di quest’uomo e del sentimento che lo lega – ricambiato – a questa città, basti dire quello che sanno, o dovrebbero sapere, tutti. Per la generazione dei nostri padri, Kurt Hamrin è stato quello che per la nostra è stato Omar Gabriel Batistuta.
L’Uccellino e il Re Leone, la grande storia della Fiorentina è ricompresa sostanzialmente tra queste due figure monumentali, 303 gol in due, 3 Coppe Italia in due, uno scudetto a testa ma vinto altrove, una Coppa delle Coppe Kurt, mentre Omar Gabriel si fermò alla semifinale in cui zittì il Nou Camp, con il Barcellona che al ritorno zittì il Franchi.
Pare proprio che Uccellino ce la farà a festeggiare il prossimo compleanno, l’ottantaduesimo, il prossimo 19 novembre. La partita per lui non si è ancora conclusa. La sua leggenda ha ancora un lieto fine. Ed allora ripercorriamola.
In mezzo al futebol sudamericano di pregevole fattura che l’aveva resa grande, la Fiorentina di Enrico Befani andò a trovare il più grande di tutti vicino al circolo polare artico. Kurt Roland Hamrin era il quinto figlio di un imbianchino svedese, che giocava da dilettante nella squadra della capitale, l’AIK Stoccolma. Nel 1955, a ventun anni, vinse per la prima volta la classifica dei cannonieri del suo paese con 22 gol in altrettante partite giocate. Il suo contratto prevedeva 50 corone a partita vinta e zero in caso di sconfitta. Hamrin, per vivere, doveva per forza diventare un fuoriclasse e nel frattempo continuare a lavorare come zincografo in un giornale svedese.
Nel 1958, fu selezionato come centravanti della Svezia, che organizzava i mondiali in casa propria. Era la squadra favolosa di Gren, Nordhal e Liedholm, che si arrese in finale soltanto davanti all’altrettanto favoloso Brasile di Garrincha e dell’esordiente Pelè. Hamrin finì il torneo risultando capocannoniere con 4 reti. Era già stato notato due anni prima dalla Juventus, che poi però lo ritenne troppo fragile, cedendolo al Padova di Nereo Rocco.
Narra la leggenda che lo svedese facesse ombra a Marisa Boniperti, in fase calante, che pertanto fu ben felice di accogliere John Charles e Omar Sivori e veder andar via quel concorrente scomodo. Il paron Rocco invece lo accolse a braccia aperte, lo mise accanto a Brighenti e si godé i suoi 20 gol in trenta partite, dandogli il soprannome provvisorio di faina.
Quello definitivo l’ebbe a Firenze, dove approdò l’anno dopo, allorché Befani si trovò a dover cercare il successore di Julinho. Uccellino che vola, affibbiatogli per la sua leggerenza e agilità da Beppe Pegolotti, leggendario giornalista della Nazione. Nei nove anni successivi, Kurt ebbe la sua consacrazione, segnando 151 gol (record viola fino al 14 maggio 2000, allorché fu superato da Batistuta) con una media partita pari a 0,48, lui che di partite in serie A ne giocò alla fine 400.
Non vinse mai la classifica cannonieri in Italia, ma è stata l’ala destra viola più prolifica di tutti i tempi. Suo è il record di gol segnati in trasferta, cinque, in quel 7-1 in casa dell’Atalanta che è a tutt’oggi la vittoria più rotonda di sempre della Fiorentina fuori casa.
Nella sua epoca, la Fiorentina dei campioni di Befani e Bernardini prima, e di Longinotti e Baglini e della linea verde poi non scese mai al di sotto del settimo posto in campionato, e vinse la prima edizione della Coppa delle Coppe.
Quando nel 1967, la Fiorentina lo cedette al Milan promuovendo in prima squadra il giovane Primavera Luciano Chiarugi, sembrò un buon affare. Uccellino aveva 33 anni, Luciano ne aveva 20. Il destino in realtà si divertì alla grande. Prima toccò ad Hamrin, vecchia gloria nella squadra rossonera delle vecchie glorie Trapattoni e Maldini (più il giovane Rivera) a vincere lo scudetto. Poi, l’anno dopo, 1969, toccò alla Fiorentina di Chiarugi a trionfare, mentre lo svedese risultava decisivo per la vittoria milanista in Coppa dei Campioni.
Dopo aver appeso le scarpe al chiodo ed aver tentato brevemente la carriera di allenatore a Vercelli, Hamrin tornò in patria e avviò un’attività imprenditoriale, lui che da ragazzo era stato operaio. Fino al 2005 la sua ditta di import-export di ceramica tra l’Italia e la Svezia ha retto, poi, come tanti, ha dovuto cedere alla concorrenza cinese.
Negli ultimi anni si è stabilito a Coverciano, dove ha svolto attività di talent scout (per il Milan, la Fiorentina dei Della Valle non ha trovato posto per lui, come per altre bandiere) e ha insegnato calcio nella Settignanese. L’Uccellino, come tanti altri, alla fine ha fatto l’ultimo nido a Firenze.

mercoledì 10 agosto 2016

Io sto con Giancarlo Antognoni

Disgraziata la patria che ha bisogno di eroi, diceva Bertolt Brecht. E’ il caso di Firenze. Che di eroi, in tutti i campi, ne ha avuti e ne avrà probabilmente sempre. Ma che sono destinati a spiccare sempre di più sullo sfondo di un panorama cittadino d giorno in giorno più misero. E questo non è detto che sia un bene. Anche se i nostri eroi non ce li tocca nessuno, com’è gusto che sia.
Giancarlo Antognoni a Firenze è l’eroe per antonomasia. L’uomo che, dotato di una classe e di una maestria nella propria arte come pochissimi altri prima e dopo, rinunciò a grandi vittorie a lui assolutamente confacenti per attaccamento ad una maglia, quella viola, che ai suoi tempi era già diventata una delle pochissime cose a cui questa città - che una volta di geni ne produceva e ne accoglieva in quantità industriale – poteva aggrapparsi per non avvilirsi a proposito delle sue presenti condizioni.
La luce del sole, se stagliata sullo sfondo di una tenebra fittissima, risplende ancora di più. Ecco perché Firenze ha voluto bene a Julinho, a De Sisti, a Rui Costa, a Mutu, ma a lui, Giancarlo, sempre e comunque un pochino di più. Perché lui è stato la ragione di vita per tutti quei ragazzi che negli anni Settanta cominciarono ad andare allo stadio. Per vedere le giocate del numero 10, e pochissimo altro. Perché lui è stato ed è Firenze. Come Michelangelo. Come Lorenzo il Magnifico. Come Ghiberti e Brunelleschi. Nei secoli dei secoli.
Giancarlo Antognoni è un uomo intelligente. E’ consapevole di essere un personaggio pubblico senza eguali. Non solo qui, ma soprattutto qui. Ecco perché non ha ancora deciso se presenziare alla cosiddetta festa dei 90 anni viola. Perché sa che, comunque si muova, scontenterà qualcuno, compromettendo la sua immagine di icona, di simbolo, di valore super partes.
Se resta a casa, come orgoglio e dignità più che giustificati suggerirebbero, verrà accusato da parte dei filo-societari e degli agnostici di aver boicottato quella che qualcuno spaccia per la più grande celebrazione viola degli ultimi anni per ragioni di “bottega” personale. Se va, cedendo alla mozione di un cuore che ormai bene o male viola è e viola resta, verrà accusato di andare a Canossa per “mendicare qualcosa” da coloro che l’hanno messo ai margini della storia viola. Lui, che è la storia viola, ad inginocchiarsi da chi la storia viola non ha neanche cominciato a scriverla.
In realtà, le cose stanno diversamente. Qualunque cosa faccia, Giancarlo Antognoni resta Giancarlo Antognoni. Firenze deve ringraziarlo, e la Fiorentina pure. E i Della Valle rassegnarsi al fatto che anche qualora cominciassero a vincere qualcosa (del che ci permettiamo non di dubitare ma di essere sicuri del contrario) non potranno mai sperare di avere un milionesimo dell’affetto che la città riserva a colui che essi giustamente – dal loro punto di vista – hanno messo in disparte perché l’ombra che avrebbe proiettato su di loro sarebbe entrata in confitto con tutti i motivi soprattutto di visibilità per cui hanno acquisito e mantengono la Fiorentina.
Quindi, Giancarlo non ha di che preoccuparsi, e sicuramente non se ne preoccupa. Qualunque cosa faccia il 28, lui in quei 90 anni c’é. E non si discute. Chi lo fa, commette un peccato di ignoranza prima ancora che di mancanza di senso critico. Peccato mortale, di questi tempi.
Il fatto però è che il grandissimo Giancarlo Antognoni è ormai, al pari di Julinho, De Sisti, un giocatore del passato. Sono sempre meno quei ragazzi degli anni Settanta di cui sopra, e sono tutti appartenenti a quella maggioranza silenziosa che della gestione Della Valle comincia a non poterne più, ma che comunque non si fa sentire, per timidezza, disinteresse o scarsa voglia di mettersi a discutere con energumeni di ogni ordine e grado.
Gli altri, quelli che vanno allo stadio magari in settori dove si discute poco e si pensa ancora meno, si fanno sentire eccome. Magari non andando oltre la ripetizione di mantra come “tornateci voi a Gubbio”, “se vanno via chi ci piglia”, “allora compratela voi”, “fate i fenomeni con i soldi degli altri”, “i Della Valle ci tengono ai massimi livelli a cui può ambire la Fiorentina” (Baglini vendeva inchiostri e Befani stracci di lana, chissà qual era allora il livello a cui potevano ambire).
Sono coloro che erroneamente vengono definiti i dellavalliani. Gente per cui Giancarlo Antognoni è un video da cineteca, ma “Vittorio se lo ricordano bene, e poi Gubbio e Gualdo Tadino”. Gente per cui anche Gabriel Batistuta comincia a stemperarsi e a sfumare come ricordo nelle nebbie di un passato sempre più lontano e sempre meno conosciuto.
Gente che il 28 agosto si precipiterà alla festa viola, perché bisogna esserci. Poi magari domandate loro che cosa si festeggia, e di ripeterlo – come si faceva a scuola una volta – con parole loro.
Personalmente, riteniamo che tutto ciò che ci sarebbe realmente da festeggiare in questi 90 anni di storia viola o non c’è più (perché la legge del tempo è l’unica che si deve rispettare sempre e comunque, anche in questo paese), oppure finirà per restare ai margini – per un motivo o per un altro – di questa kermesse di Cognigni & soci.
Semmai, ci sarebbe da commemorare proprio quel ragazzo che poteva andare a vincere quello che voleva e dove voleva. E che invece rimase qui a fare assist per gente che per stoppare un pallone rischiava di bucarlo. Poi, nel 1982, si ruppe la testa e quasi si ammazzò per andare in fuga per il terzo scudetto viola. Nel 1984, andato male il primo tentativo, si ruppe la gamba e chiuse la carriera solo per averci riprovato. La Fiorentina alla fine di quei due anni non vinse niente, ma è stata l’ultima volta che è andata veramente vicina a farlo. Batigol, non ce lo dimentichiamo, per mettere le mani su un trofeo che non fosse la Coppa Italia dovette trasferirsi a Roma.
Chi ha voglia di festeggiare qualcosa di serio, il 28, vada su youtube e si guardi tutto quello che c’è sul “ragazzo che giocava guardando le stelle”. E tenga un occhio al calciomercato, perché fra frizzi e lazzi la stagione che va a cominciare potrebbe aggiungere ben poco ai festeggiamenti, e molto a certi corsi e ricorsi storici a cui non vogliamo neanche pensare.

Comunque vada, #noistiamoconGiancarloAntognoni.

domenica 19 giugno 2016

Il futuro dice Messi. Il cuore dice Batistuta.

Leo Messi come Batigol. Con la vittoria sul Venezuela nei quarti di finale della Copa America del Centenario che si disputa negli Stati Uniti, l’Argentina si candida alla vittoria finale, mentre celebra la Pulce che raggiunge Omar Gabriel Batistuta in vetta alla classifica dei marcatori di sempre della nazionale biancoceleste.
54 reti. Batigol le ha segnate in 77 partite, tra il 1991 ed il 2002. La Pulce ci ha messo un po’ di più, 111 partite. La media gol del Re leone è dunque inarrivabile. Gli anni invece, per ora, sono gli stessi, 11 dall’esordio, ma Lionel ha la possibilità di allungare la serie e diventare il recordman assoluto.
Sono felice di aver eguagliato il record di gol di Batistuta e di aver raggiunto la semifinale”, ha commentato Messi, che sembra finalmente destinato ad essere profeta in patria e a vincere “qualcosa” con la maglia della sua nazionale. Dopo un decennio di trionfi in blaugrana, lo score in biancoceleste della Pulce finora era desolante, con il punto più basso raggiunto nell’anonima finale dei mondiali 2014 giocata e persa in Brasile contro la Germania. Tanto da far dire a un commentatore d’eccezione come Diego Armando Maradona che Leo aveva la classe ma non il carisma, la personalità adatta.
Ne aveva tanta, da vendere, di personalità Omar Gabriel, che ai suoi tempi fece innamorare una nazione, l’Argentina, ed una città, Firenze.Passare questo record un po’ mi ha fatto male”, ha commentato il Re Leone, fino ad ora l’unico che ha eguagliato Diego Maradona nel sentimento del suo popolo. Gli farà male forse cederlo del tutto, quel record, al prossimo gol biancoceleste di Messi. Si consolerà probabilmente con una nuova vittoria dell’Argentina, che non trionfa in Copa America dal 1993.
Quell’anno si giocava in Ecuador. Nella finale contro il Messico gli argentini vinsero 2-1. Le due reti furono…. indovinate di chi? Ma di Batigol, che domande. Da allora, l’Uomo di Reconquista non aveva più avuto intorno un’Argentina alla sua altezza. Aveva avuto in compenso una Fiorentina abbastanza forte da consentirgli di battere il record viola dei marcatori di sempre, 151 reti contro le 150 di Kurt Hamrin, e questo è un record che gli resterà per un bel po’ di tempo.
Due anni prima, in Cile, il ragazzo che giocava nel Boca Juniors era esploso come capocannoniere della Copa che quell’anno si giocava in Cile, e che vide l’Argentina trionfare in finale nientemeno che contro l’avversario di sempre, il Brasile: 3-2, con gol decisivo….. indovinate di chi? Ad osservarlo c’erano gli emissari della Fiorentina di Mario & Vittorio Cecchi Gori, volati laggiù per Diego Latorre e fulminati dal talento emergente del Rombo di Tuono argentino. Cosa successe dopo la finale, lo sanno tutti.

C’è da immaginare che a Firenze, come in buona parte del Sudamerica, nessuno tiferà per i biancocelesti, e per un nuovo gol dell’Uomo di Rosario, Leo Messi, che proietti l’Argentina ad un nuovo successo, 23 anni dopo l’ultimo firmato Batigol.

venerdì 1 gennaio 2016

Pablo Daniel Osvaldo, l'uomo che decideva le Champion's

Nell’estate del 2007, alla fine del campionato miracoloso della rimonta dalla penalizzazione di quindici punti, Diego della Valle mantiene l’impegno preso nei giorni bui di Calciopoli con Luca Toni e lo cede al Bayern Monaco. L’addio alla Scarpa d’Oro non è indolore per i tifosi, che tuttavia possono consolarsi con un pacchetto di attaccanti di tutto rispetto che viene incaricato di sostituirlo. Assieme al veterano Christian Vieri e alla giovane promessa Gianpaolo Pazzini, arrivato dall’Atalanta insieme all’altro talento Riccardo Montolivo, dal vivaio orobico il DS Corvino preleva anche un ragazzo argentino di belle speranze, che finora ha conosciuto solo il calcio di provincia, sia in patria e poi in Italia, prima all'Atalanta - anche lui - e poi a Lecce.
Pablo Daniel Osvaldo, nipote di emigrati italiani della provincia di Ancona, in possesso quindi del doppio passaporto, si mette subito in mostra per alcuni colpi veramente notevoli, che fanno sembrare ben spesi i 4,5 milioni d’euro versati nelle casse bergamasche. Dopo l’esordio a Livorno in cui contribuisce alla vittoria viola con un go l spettacolare in rovesciata acrobatica, viene fatto giocare poco, ma quando gioca inventa sempre qualcosa. Dei suoi 5 gol in 21 presenze in due anni in viola, i tifosi ricordano soprattutto due gol. Il primo lo segna il 2 marzo 2008 al Delle Alpi di Torino. La Fiorentina ha rimontato la Juventus fino al due pari, potrebbe bastare così, invece no, al 90° gli capita la palla giusta in area e lui non la spreca. 3-2, prima ed unica vittoria sui bianconeri della gestione Della Valle, pubblico viola in delirio, qualcuno propone addirittura di dargli la maglia che fu del grande Omar Gabriel Batistuta, il Re Leone.
Il secondo lo segna sempre a Torino, sponda granata. E’ l’ultima giornata, la Fiorentina è ad un punto dal quarto posto che la qualificherebbe finalmente per la sospirata Champion’s League, dopo due anni andati a male a causa di Calciopoli. A sette minuti dalla fine è 0-0, qualificato il Milan. A Osvaldo capita ancora la palla giusta, e lui non trema. La sua rovesciata avrebbe fatto invidia a Carletto Parola. Ad attendere lui e la squadra ci sono 40.000 persone al Franchi quella notte. Qualcuno lo soprannomina il Re Leone 2.
Sembra l’avvio di un’altra carriera leggendaria in viola. Invece no. Osvaldo se ne va nel gennaio 2009, chiuso dall’arrivo di Gilardino, da un suo carattere che in quel momento non lo favorisce e anche da una società che nonostante le sue prodezze non crede in lui. Insieme a Pazzini, preferisce prendere altre strade al momento apparentemente meno prestigiose, piuttosto che cercare di riguadagnare la stima del mister Cesare Prandelli. E così, parte per Bologna, dove dapprima un infortunio lo blocca. L’anno dopo, alla prima giornata, il suo primo gol in rossoblu. Naturalmente contro la Fiorentina. I tifosi viola cominciano a rimpiangerlo, anche perché progressivamente a Gilardino si spegne la luce e a Mutu si accende la spia rossa che già altre volte ha compromesso la sua carriera di fuoriclasse.
Il gol in rovesciata di Osvaldo al Torino
che decise la qualificazione alla Champion's 2008-9
Nel 2011 lo prende l’Espanyol. In Spagna segna 22 gol in 47 partite, la sua stagione più prolifica. L’esplosione del bomber argentino non passa inosservata a Roma, dove la squadra giallorossa sta tentando di rinnovarsi grazie ad una nuova proprietà, ed è a caccia di talenti. Nella prima stagione romana, malgrado 11 gol, si fa notare piuttosto per il pugno in faccia al compagno Lamela per un mancato passaggio che testimonia una volta di più del riaffiorare di un suo carattere non facile.
Segue un nuovo infortunio che lo tiene fuori per buona parte del campionato. Nella stagione 2012-13, a Roma approda un suo vecchio estimatore dei tempi di Lecce, Zdenek Zeman. Il tecnico boemo lo definisce una forza della natura, scommette di nuovo su di lui, e Simba, come nel frattempo hanno preso a chiamarlo i tifosi capitolini (anch’essi come i fiorentini con ancora negli occhi le prodezze di Batigol), lo ripaga con 16 gol fino a questo momento.
Il 4 maggio 2013 il destino lo mette di nuovo sulla strada della sua ex squadra, quella Fiorentina a cui una volta regalò la Champion’s League. La Roma non è più quella del girone di andata, che fece molto male ai viola, anche con Osvaldo. Zeman non c’è più, Andreazzoli fa quello che può, ma la squadra è incostante ed anche stanca. Ma il match di Firenze vale una stagione, la Roma si fa tosta, picchia duro e poiché l’arbitro Mazzoleni lascia correre, arriva all’ultimo minuto di recupero indenne. Anzi, sull’ultimo casuale calcio d’angolo, salta più alto di tutti Simba, che decide ancora una volta la qualificazione alla Champion’s League tra Milan e Fiorentina. Questa volta a svantaggio dei viola, perché i giallorossi passando a Firenze favoriscono i rossoneri.
E poi? Il futuro del Re Leone 2 non è neanche a Roma, come non lo era stato quello di Batistuta. La rottura con l’ambiente giallorosso non viene ricomposta nemmeno da gol pesanti come quello di Firenze. Da Trigoria deve andarsene, e allora sembra di nuovo oggetto del desiderio della Fiorentina, dopo quattro anni. Si spara addirittura una quotazione: 13 milioni di euro, una cifra da top player europeo per un oriundo ormai stabilmente nel giro della nazionale di Prandelli.
E invece a sorpresa Pablo Daniel vola in Inghilterra, al Southampton dove diventa Dani Osvaldo. E dove va a prenderlo a gennaio una Juventus preoccupata di avere una panchina corta in quanto ad attaccanti, visto che è ancora impegnata su tre fronti). Il Re Leone 2 incontra di nuovo i viola, in Europa league, ma stavolta non lascia il segno, né per la Juventus che è già fuori dalla Champion’s e che va avanti in Europa League senza di lui, né per la Fiorentina che viene eliminata dalla coppa da una magia di Pirlo, mentre di lui quasi neanche si accorge.
A 30 anni, l'ex Re Leone 2 ha abbandonato il sogno di ripetere i fasti del primo. Non ha più ruggiti da lanciare e zampate da dare, e non incrocerà più la strada con i viola, se non a qualche concerto del connazionale Gonzalo Rodriguez, dato che ha intrapreso ormai in pianta stabile la strada della musica abbandonando quella dello sport.  
Il Regno di Simba è finito.

L'uomo di Reconquista

Ha gli stessi anni trascorsi da quando la Fiorentina vinse per l'ultima volta lo scudetto. A Reconquista i genitori di Gabriel si trasferirono quando lui aveva sei anni. Era nato ad Avellaneda, più a nord verso l’Uruguay. Il padre commerciante di carne e la madre segretaria scolastica assecondarono inizialmente quel loro figlio irrequieto che sembrava manifestare interesse solo per pallavolo e pallacanestro. Ma nel paese di Maradona era difficile restare lontani dal calcio, e così a sedici anni il giovane Gabriel trovò i due amori della sua vita: il futebol, appunto, e Irina Fernàndez.
Inizialmente, i suoi compatrioti lo chiamavano el Gringo, per i suoi capelli biondi. Quando arrivò in Italia, acquistato da Mario e Vittorio Cecchi Gori come completamento dell’operazione Diego Latorre, i tifosi viola inizialmente lo soprannominarono camion, per i suoi fondamentali ed i suoi movimenti un po’ grezzi, nonostante Gabriel venisse già da una Coppa America vinta con la sua nazionale nel 1991 e di cui era stato anche il capocannoniere con 5 gol.
I tifosi fiorentini sono esigenti, si sa, ma l’argentino era un gran lavoratore e un gran carattere. Dopo un anno di duro allenamento, gli stessi tifosi lo chiamavano Batigol. Dopo gli scontri iniziali con i compagni di squadra che, capitanati proprio da Dunga, gli preferivano Stefano Borgonovo, Batistuta dal 1992 si prese la Fiorentina, e ne rimase il signore incontrastato fino al 2000, quando la paura di finire la carriera senza aver vinto almeno un titolo nazionale lo spinse ad emigrare a Roma.
Nei 9 anni trascorsi a Firenze, Batigol diventò il capocannoniere viola più prolifico di tutti i tempi, superando Hamrin di un gol, 151 a 150. Suo anche il record di giornate a segno consecutive, 13, strappato a Ezio Pascutti del mitico Bologna del 1964, sua la classifica cannonieri italiana per due stagioni consecutive dal 1994 al 1996. Sue le lacrime per la retrocessione della Fiorentina in serie B nel 1993, e la decisione immediata di restare per contribuire alla risalita immediata della squadra nella massima serie. Sue le ultime immagini trionfali di un giocatore vestito della maglia viola, dal gol con il quale la Fiorentina sbancò Wembley ed eliminò l’Arsenal dalla Champion’s League a quello con il quale zittì in Nou Camp di Barcellona gelando una squadra blaugrana non meno forte di quella attuale. Suoi 168 gol complessivi in 269 partite in viola, ed un posto nel cuore dei tifosi che niente o nessuno potranno mai insidiare.