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lunedì 30 gennaio 2017

Hic sunt clientes





Leggo le solite recriminazioni sull'arbitraggio. Finché non si perderà l'attitudine al vittimismo, non andremo mai da nessuna parte (ammesso che con questa proprietà si possa mai andare da qualche parte).
Anzitutto, il fallo di mano di Bernardeschi sulla linea di porta c'é, ed è di quelli che un arbitro qualsiasi è portato a valutare come determinante e volontario.
Dopodiche, a norma del regolamento attuale, rigore ed espulsione vengono di conseguenza. Sono il primo a considerare l'estromissione di Federico dal match, e la conseguente squalifica per Roma (o Pescara?) come una disgrazia, ma l'episodio purtroppo è ineccepibile per come è stato gestito. Sui fuorigioco e i cartellini prima dopo e durante, soliti discorsi. Ci stanno bene quando sono a favore nostro, ci scatenano il complottismo endemico quando sono contro. Siamo diventati dei "Piagnoni" peggio di quelli di Savonarola.
Questione gestione societaria. Ragazzi, è questa. E non da ora, dai tempi di Prandelli. Cambiano gli allenatori, i giocatori, il prodotto non cambia. Questi due venuti dalle Marche sono due avventurieri, due incapaci, due arruffoni, due mestieranti, non so più come definirli, figuriamoci insultarli. Hanno arraffato una società di calcio per diventare qualcuno, otterranno il risultato di far diventare la Fiorentina NESSUNO. Quando poi la squadra finisce in mano ad un altro incapace come Paulo Sousa, e grazie alle campagne acquisti napoleoniche degli ultimi anni ti ritrovi ad andare a Pescara con una linea difensiva così configurata: De Maio, Sanchez, Tomovic (e meno male che si va a Pescara), il mazzo è completo. Ci si meraviglia ancora di qualcosa?
P.S. Vorrei dire in faccia a Sousa una cosa soltanto: con la squalifica di Bernardeschi domenica a chi li romperai i coglioni con le tue decisioni del cazzo?
Terzo, e concludo. Leggo di gente che ancora si lamenta del tifo. Abbonati e spettatori paganti che non cantano più, non si entusiasmano più, non "tifano" più. Il processo di involuzione di Firenze, dei fiorentini, della Fiorentina, della fiorentinità è in atto da più di vent'anni (e non la butto in politica volutamente, altrimenti....). I della Valle hanno dato soltanto la "mano di coppale", come si diceva una volta. Ai vecchi fiorentini questi due signorotti venuti dalle Marche sarebbero venuti sul cazzo in un battibaleno, e qualcuno o prima o dopo avrebbe corso, o per il Viale dei Mille, o in Piazza Savonarola, o verso la Consuma. Quella gente non c'é più. Non ci siamo più. Siamo diventati un popolo che ingoia tutto. Come le puttane.
Quando Mario Cognigni certificò la morte del "tifoso" e la sua sostituzione con il "cliente", dimenticò di specificare se quel termine lo usava nell'accezione ragionieristica o in quella latina. Chi ha fatto studi classici sa che in latino "clientes" significa "tributari", coloro cioé che bazzicavano i palazzi dei Patrizi, dei grandi signori, perché campavano di briciole gettate loro dal tavolo di quei signori, svolgevano attività collaterali utili alla casa ed alle proprietà di quei signori, facevano parte della plebe che in un modo o nell'altro sbarcava il lunario grazie alla benevolenza o all'indotto delle attività di quei signori.
Questo è diventata la gente che va allo stadio, o si mette davanti a Sky. E' chiaro che mettersi in discussione per questa "clientela" è devastante, il lavoro di psicoanalisi su se stessi è uno dei più difficili e ingrati. Molto più facile dare le colpe di tutti i mali ai complotti, agli arbitri, a Tomovic. Mai, comunque, MAI, MAI, MAI ai fratelli Labionda - Della Valle.
Alla prossima, con gli stessi discorsi.

domenica 27 novembre 2016

La dura vita dell'allenatore nella Firenze dei Della Valle

La monarchia costituzionale fu inventata nel diciottesimo secolo per sollevare i monarchi dalla responsabilità delle loro azioni, soprattutto da quel certo momento in poi in cui prese piede l’usanza di farla valere sul palco della ghigliottina. In sostanza, il ministro o maggiordomo pagavano e pagano al posto del loro sovrano, mettendoci la faccia e in qualche caso la testa.
La filosofia politica ha fatto tanta strada da allora, estendendo il proprio campo d’azione tra l’altro a tutti quei settori che prevedono l’esistenza di un padrone, di un’azienda, di un fatturato e di azionisti – o quantomeno clienti – a cui rispondere.
Eccoci quindi nel mondo del calcio. Non c’è più un Luigi XVI a cui salvare la testa, ma tanti presidenti-proprietari, padroni assoluti come tanti Re Sole fino al giorno in cui la squadra va male, e allora bisogna dare in pasto alla folla inferocita una testa, appunto. Non di un ministro, in questo caso, ma di un allenatore.
E’ la prima cosa che imparano i presidenti del calcio. L’allenatore sta lì a prendersi gli osanna e le maledizioni dei tifosi. Il Presidente, quello non si tocca mai, non si contesta. Perché….. se va via…..
A Firenze, dal 2002 c’è una squadra – azienda. E avresti detto che aziendalisti come i Della Valle, così precisi e rigorosi nelle altre aziende del loro gruppo, avrebbero rifuggito inorriditi da certi malcostumi tipici del calcio. E invece…..
Gli allenatori a Firenze durano poco, storicamente. Il record di permanenza, sei stagioni, a tutt’oggi rimane legato alla memoria di una figura leggendaria: Fulvio Bernardini, il mister del primo scudetto. Proprio con i Della Valle siamo andati vicini a superarlo, con Cesare Claudio Prandelli, che di stagioni da queste parti ne ha rette ben cinque. Sappiamo tutti com’è andata a finire, “si cerchi un’altra squadra” proprio la sera di Liverpool. Qualcosa non funziona nel rapporto degli imprenditori marchigiani con i loro dipendenti in tuta da calcio. Ce ne accorgemmo allora, quando l’illusione di una proprietà che credevamo diversa svanì nello spazio di una nottata e di un girone di ritorno.
Nel 2002, doveva essere Eugenio Fascetti a guidare la Fiorentina retrocessa in B di Vittorio Cecchi Gori. Ma la B diventò C2, la Cecchi Gori Productions diventò una società fallimentare, ed al suo posto la Giunta Domenici tirò fuori dal cappello messole in mano dalla politica romana il Gruppo Tod’s. Che all’inizio ebbe il merito di inventarsi in soli 20 giorni società e squadra. Giovanni Galli ingaggiò l’ex compagno di quasi-scudetto Pietro Vierchowod, per dare la scalata alla C1.
Pietro durò nove giornate. Allenatori non ci si improvvisa, ed il russo scoprì a sue e nostre spese di non avere l’esperienza ed il carisma per portare Riganò & C. ad una marcia trionfale. Al suo posto fu chiamato il navigato Alberto Cavasin, che in C2 se la cavò egregiamente. Dalla C2 alla B, grazie ai meriti di blasone, il passo però fu troppo breve, e nel febbraio 2004 anche Cavasin fu giudicato non all’altezza del compito. In serie cadetta, la squadra era quattordicesima, Firenze voleva la serie A, l’azienda pure. Arrivò il mister tifoso Emiliano Mondonico, vecchio filibustiere di tutte le serie.
Mondo vinse lo spareggio, ma se ne disperò quasi. Aveva annusato che l’aria di Viale Manfredo Fanti era diventata pesante per lui e per gli eroi venuti su dalla C2. Anche lui arrivò fino al novembre successivo, poi passò la mano a Sergio Buso, allenatore fino a quel momento dei portieri. Il povero Buso resse tre mesi, finendo vittima di logiche di sistema che andavano al di là dei suoi demeriti. La Fiorentina dei Della Valle era stata antipatica da subito all’establishment di quella serie A che aveva appena riconquistato. A Genova finì la partita in otto, tanto per gradire. Altro che cattivi pensieri, come quelli che vennero al Grande Timoniere Dino Zoff. Che comunque portò la squadra in salvo con una rimonta alla Chiappella.
E venne Claudio Cesare, vide e vinse. Quarto posto, Champion’s League e Toni Scarpa d’Oro. Peccato che il conto di Calciopoli arrivò proprio quell’estate. Meno quindici, e tanti avvisi di garanzia. A Folgaria quell’anno al raduno c’era solo lui. Diventò per la Fiorentina una specie di Alex Ferguson, salvando la squadra e portandola al terzo posto virtuale. Ma i Della Valle non tolleravano i Ferguson, al massimo i Cognigni. E quando un bel giorno Prandelli chiese conto dei proclami di vittoria entro il 2011, gli fu risposto dal patron Diego in persona: “lei è l’allenatore? E allora pensi ad allenare”.
A novembre 2009 il giocattolo di Prandelli andò in pezzi. Società improvvisamente demotivata, calciatori che ressero di nervi fino al furto di Ovrebo a Monaco. Poi fu Caporetto, 17 sconfitte stagionali. Prandelli la squadra se la trovò davvero, era la Nazionale, nientemeno. Ad ottobre dell’anno dopo, in visita a Firenze con gli azzurri, Andrea Della valle lo accolse con la storica frase “Un giorno mi ringrazierai”. La risposta di Cesare fu altrettanto storica: “Se vuoi posso farlo anche adesso”.
Sinisa Mihajlovic aveva soprattutto la colpa di venire dopo di lui, l’allenatore più amato dai fiorentini dopo Bernardini, Pesaola e De Sisti. Il serbo aveva poca esperienza, come già Vierchowod dieci anni prima, e non aveva ancora grandi idee di gioco. Pagò per sé e per tutti sempre di novembre (mese maledetto per gli allenatori, viola e non) nel 2011. Gli fu fatale l’ennesimo pareggio in una annata che ne vide un visibilio.
Dentro Delio Rossi, aziendalista senza azienda. Via i campioni a cui si stava spegnendo la luce, squadra che affondava nelle parti basse della classifica. Con il Novara in casa a tre giornate dalla fine, il dramma dei cazzotti a Llajic e dei due gol ospiti che stavano spingendo i viola di nuovo in B. Al risultato ci pensò il reprobo Montolivo. A salvare Rossi non poteva ormai pensarci nessuno. Le ultime due giornate in panchina andò Vincenzo Guerini, anche lui ripagato a tempo debito con un bel calcione nel fondo schiena.
Sotto con Vincenzo Montella, un’altra scommessa. Questa volta vinta, perché fu dotato di giocatori validi, con motivazioni di rivalsa forti. Tre quarti posti a fila, due partecipazioni alla Europa League molto buone (con possibili risultati ancora migliori sfumati per ingenuità, contro Juventus e Siviglia), una Champion’s League mancata di un soffio grazie alla supponenza di Pizarro contro l’infame Montolivo.
Anche Montella, come Prandelli, ebbe l’ardire di chiedere in sede se eravamo questi e questi restavamo, o se invece potevamo fare il benedetto 31 dopo il 30. Gli fu risposto che poteva rimanere al mare. Mentre partiva l’ennesima campagna plusvalenze, la società pescava l’oscuro Paulo Sousa, fresco vincitore del campionato svizzero a Basilea, che la gente però ricordava piuttosto per essere stato uno dei gobbi di Lippi.
La Fiorentina partì a razzo nella stagione 2015-16, la gente perdonò volentieri il gobbismo passato a Paulo Sousa e il depauperamento tecnico del parco giocatori alla società. Fino a Natale la squadra era prima o giù di lì. A gennaio, auspicava il tecnico prima ancora dei tifosi, qualcuno si sarebbe frugato in tasca per rinforzarla e tentare fino in fondo di ripetere qualcosa che non succedeva più dal 1969.
Tino Costa, Kone, Benalhouane. I sogni muoiono sempre all’alba del 1° febbraio, in Viale Manfredo Fanti. Girone di ritorno da scoppiati, come l’ultimo di Prandelli. Fiorentina che terminò quinta con fatica. La gente si aspettava che il tecnico deluso rassegnasse le dimissioni, ma egli preferì lo stipendio e rimase a mugugnare e mischiare le carte già sparigliate dal ritorno di Corvino e dalla ripresa dell’Età d’Oro delle Plusvalenze.
Il resto è storia attuale. Che ci riporta al tema iniziale. Compare lo striscione che inneggia al boia, ma la testa è quella sbagliata. Il maggiordomo ha colpa fino ad un certo punto se il servizio è scadente, non parliamo del governo. I tempi si fanno di nuovo cupi. Dopo 14 anni, l’11° allenatore sta per l’undicesima volta per concludere malamente il suo rapporto con il suo datore di lavoro e nostro patron.

Avrà mai la gente di Firenze il coraggio di consegnare al boia (metaforicamente parlando) la testa giusta? Quella del Re?

lunedì 17 ottobre 2016

Il progetto va avanti



Parlo stamattina con un mio amico, storico tifoso viola senza mai un se o un ma. Abbonato da sempre, quest’anno quando la Fiorentina gioca in casa la sua reazione più controllata è un: Madonna che palle, mi tocca andare allo stadio…! Stavolta deve aver passato un qualche Rubicone. Parole sorprendenti: «Ce l’avrei avuto caro a perdere ieri con l’Atalanta, per far scoppiare la crisi!»


Parlo con un’altra amica. Anche lei storica, come amica e come tifosa. Parole agghiaccianti. «Te la ricordi l’Atalanta in casa, nel 1993? Ecco, ieri forse abbiamo evitato che si ripetesse la storia….» Come non me la ricordo, soprattutto mi ricordo la storia successiva e come andò a finire, dall’esonero di Radice al gol udinese di Desideri a Roma.


Un altro: «Corvino è qui solo per far cassa, poi chiudono bottega e se ne vanno, Non pagano due allenatori in contemporanea, Sousa ce lo teniamo, a meno che a Natale non siamo in zona retrocessione».


Questi sono gli umori di Firenze stamattina al risveglio, mentre sorseggia un caffè più amaro di quanto era abituata a sorbire negli ultimi anni e sfoglia le prime pagine dei quotidiani sportivi. Uno, notoriamente vicino alle cose viola, titola a caratteri cubitali: CORVINO: SOUSA RESTA QUI. Sottotitolo: Sousa confermato.
Vuol dire che qualcuno l’aveva messo in discussione? A parte lo stadio Franchi con i suoi fischi assordanti, intendo. Qualcuno nelle riservate stanze dei bottoni? Radio Spogliatoio parla di un faccia a faccia interaziendale, tra Corvino e Sousa. Dev’essere andata a finire come le celebri riunioni del Soviet Supremo dell’URSS ai tempi del comunismo, uno parla e gli altri stanno a sentire (cercando di non addormentarsi e/o di non rompersi troppo le scatole).
Del resto, risposta non c’è, avrebbe detto il neo-Premio Nobel Bob Dylan se per sua disgrazia avesse partecipato ai CdA della Fiorentina. Mi sa che ha ragione quel mio amico, due insieme non ne pagano. Sousa resta qui, a meno che non prenda a schiaffi qualche giocatore, come il buon Delio Rossi ebbe la creanza di fare liberandoci della sua scomoda e altrettanto inutile presenza. Oppure a meno che a Natale siamo in una posizione di classifica a cui è meglio non pensare.
Anche perché, in quella posizione, saremmo tanto per cambiare la squadra meno attrezzata – soprattutto mentalmente – per lottare per la salvezza. Tra giocatori spompati, giocatori che vogliono andarsene e sanno di potersene andare, giocatori che l’inettitudine di questo tecnico sta mettendo in crisi tecnico-psicologica.
Immaginarsi a lottare punto a punto con un Crotone, un Empoli, un Pescara, ma anche un’Udinese o un Palermo Il vecchio Beppe Chiappella e il mago Oronzo Pugliese sono ormai ad allenare gli angeli, un Luciano Chiarugi o un Vincenzo Guerini sono fuori del libro paga dei Della Valle, da cui non hanno neanche ricevuto peraltro un trattamento particolarmente garbato, difficile si prestino dunque a guidare eventuali salvezze miracolo. Non ci verrebbe nemmeno un supertifoso come Mondonico, salute a parte, a finire di rovinarsela per rimettere in carreggiata questa banda sbandata.
Meglio non pensarci, finché si può. Anche se all’orizzonte si staglia lo skyline di Cagliari, una location che non è mai stata fausta per la Fiorentina neanche negli anni delle vacche più grasse. A perdere, cosa ampiamente alla portata di Sousa & C., domenica sera la crisi sarebbe ufficialmente aperta. Nuovi faccia a faccia non si sa come potrebbero finire. Per non parlare del resto della stagione.
L’allenatore non ha più in mano una squadra che peraltro gli ha funzionato bene finché ha proceduto sulla forza d’inerzia di Vincenzo Montella. Esaurita la quale, ed in assenza di cambi sostanziali (anzi con il depauperamento regolarmente arrivato ad una giornata dalla conclusione, secondo gli stilemi del calciomercato viola), i nodi sono venuti al pettine anche per chi, come Borja Valero, a Firenze aveva giurato amore eterno e fedeltà assoluta. L’amore è una cosa, le gambe ed il fiato sono un’altra.
Chissà dove sarebbe stato a quest’ora il buon Borja se la Roma non si fosse suicidata in casa con il Porto. Chissà dove sarebbero stati Kalinic, Vecino e/o Badelj se il Chelsea non avesse avuto da risarcire de facto la Fiorentina per l’affaire Salah supervalutando Alonso all’inverosimile. Chissà dove sarebbero, e visto come giocano c’è da rammaricarsi che non ci siano.
Chissà dove sarebbero Sanchez, Milic e compagnia bella se invece di un commissario liquidatore la Fiorentina avesse assunto un direttore sportivo vero, uno che se serve un terzino compra un terzino, e magari di quelli che sanno anche crossare.
Chissà dove saranno tra un anno – di questo passo – Bernardeschi, Babacar e Tello, i primi due gli unici prodotti del vivaio viola ad avere la ventura di finire in prima squadra da quattordici anni a questa parte (e anche questo la dice lunga sulla capacità di investire dei Della Valle), l’ultimo un prodotto del vivaio blaugrana che l’A.C.F. ha fatto fuoco e fiamme per tenere e che, al pari degli altri due, sta cercando con tutte le sue forze di rovinare. Così neppure più i giocatori in prestito le daranno.
Rovinare i giovani, demotivare i vecchi, dare via i migliori, tenere gli scarponi o prenderne di nuovi e magari autoconvincersi che si tratta di colpacci di mercato, è la nuova frontiera viola. Personalmente Carlos Alberto Sanchez Moreno più che ad un astro del centrocampo mi fa pensare ad un Barry White giovane. Lo ballavamo tutti, ma perché in quel momento la disco music non offriva di meglio.
Gli altri, vecchi e nuovi, sono da cupio dissolvi. Oppure, visti gioco e risultati, da cupio la vecchia Fiorentina anni Settanta, Galdiolo, Tendi, Della Martira, Lelj, Orlandini, Guerini, Roggi. Ma che erano peggio di questi qui?
Facciamo questi benedetti 40 punti prima possibile.

mercoledì 14 settembre 2016

Arrivano i nostri?


Khalifa Bin Zayed al Nahayan

Radio Stadio la dà per certa. Un’offerta che è difficile, se non alla fine impossibile rifiutare. Come quella per Alonso. Sul piatto dei della Valle sarebbero stati posti 180 milioni di euro, cash. A metterceli, Khalifa Bin Zayed al Nahayan, presidente degli Emirati Arabi Uniti con capitale Abu Dabhi, nonché proprietario della compagnia aerea di bandiera locale. Il cui nome a Firenze sta diventando leggenda.
Etihad. Come la Quinta armata del generale Clark. Arrivano, non arrivano, i nostri liberatori? E quando arrivano? Pare che l’ultima Linea Gotica da sfondare, l’ultimo fattore da valutare per rendere operativa l’operazione (ci si scusi il gioco di parole) sia la questione della fattibilità del nuovo stadio.
Tanta carne al fuoco da cuocere a puntino. A fronte di una stagione cominciata che più alla meno non si può. Diciamo la verità, qualcosa di fondato ci dev’essere. Al di là dei discorsi e delle giustificazioni degli attuali proprietari della Fiorentina e di tutta la stampa cittadina che adesso – come da diverso tempo – cerca di far combaciare la realtà con il mito secondo i dettami della filosofia platonica (ci perdoni il grande filosofo l’accostamento oggettivamente stridente), non ha senso cominciare appunto una stagione in un modo che pare tanto un 8 settembre addomesticato se l’obbiettivo finale non è quello di ritirarsi a Brindisi: vendere, andarsene, mollare, fare festa.
Non hanno voluto provarci, i Della Valle quando la Fiorentina era bene o male in testa alla classifica o a ridosso, la stagione scorsa. Che senso ha provarci adesso – a restare a tutti i costi, intendiamo – che la squadra è stata ridotta in condizioni tali che anche un Torino, una Sampdoria, un Sassuolo appaiono concorrenti temibili per una corsa dal sesto al decimo posto?
E’ una stagione impostata per concludersi in modo probabilmente complicato. Ciò ha senso soltanto in funzione di una exit strategy. L’offerta, dice appunto Radio Stadio, c’é. I Della Valle la stanno valutando. Ethiad, o chi per lei, sta valutando  nel frattempo l’opportunità di un investimento complessivo su stadio e infrastrutture (non dimentichiamo che l’area Mercafir, finora proposta all’uopo dal Comune, è a due passi dall’aeroporto di Peretola, su cui tra l’altro pendono pianificazioni e intenzioni di investimento pubbliche e private, per quanto tutte da verificare).
In attesa di verifiche, l’interrogativo si impone. Perché lo stadio a Della Valle no e ad Ethiad sì? Le considerazioni, se non le risposte, sono tante. Forse quattordici anni non sono passati senza lasciare il segno, come le rughe sui nostri volti di tifosi invecchiati, sulle posizioni di partenza dei Della Valle medesimi, in termini di amicizie perse e strategie andate a male. Quando fallì Cecchi Gori era ancora la Seconda Repubblica. Bastava un Mastella a catapultare degli imprenditori ancor giovani e tutto sommato ambiziosi nel gran mondo dell’alta finanza, della macroeconomia, della politica che conta.
Da lì in poi, lo scaltro Diego Della Valle fece lo stesso errore dello sprovveduto Cecchi Gori che aveva sostituito nel cuore dei fiorentini: si scelse i nemici come peggio non poteva. Berlusconi e Agnelli li puoi affrontare con qualche chance se dietro hai una Merkel, non un Mastella. Nel frattempo la Repubblica è diventata la Terza, e ti sei giocato anche quel Renzi che all’inizio era tutto pappa e ciccia e veniva a vedere le partite accanto a te con la stessa maglietta viola da ragazzini cresciuti.
Magari, ci può essere anche il fatto che lo sceicco, o per meglio dire il presidente di Ethiad, lo stadio se lo paga e con bigliettoni sonanti. Te invece, secondo lo stile del vecchio ex amico Moratti, volevi applicare la celebre formula “paga il pubblico, riscuote il privato”. L’imprenditoria italiana è questa, d’altronde. O sei proprietario anche del Comune, come la Juventus a Torino che comunque lo stadio l’ha costruito in tre anni o poco più, oppure devi mediare o trovare mediatori. E un bel giorno scopri che gli accordi presi con Domenici non valgono più con Renzi, e Nardella gioca a campana. Il partito è sempre lo stesso, ma il mondo è cambiato ed il vento pure.
I Della Valle non hanno più amici, questo è chiaro. Se basta un Cairo – non Murdoch - a portar loro via RCS, è segno che non è più il loro tempo. E’ il momento di fare i conti e venirne fuori. La politica li ha rigettati, la finanza pure, l’economia va avanti in Italia per logiche tutte sue e le scarpe – per quanto di lusso – non sono un bene primario, strategico.
E’ un nuovo anno zero, se non questo il prossimo. E’ un anno che è cominciato in salita, e che alla fine è auspicabile che veda la Fiorentina comunque con le ossa ancora intere. Altrimenti, come nel 2002, si finirà per vendere un cadavere, o un moribondo in agonia.
Il clima è di smobilitazione, lo può vedere e respirare chiunque. Ed una smobilitazione furbetta come quella di re Sciaboletta che scappa a Brindisi. La vendita di Alonso non si decide a un giorno dalla fine del calciomercato quando ormai è insostituibile, ma un mese prima. A meno che al buon Conte non sia stato prospettato proprio questo: te lo diamo, ma chiedicelo alla fine, se no dobbiamo sostituirlo, e già che ci siamo nel prezzo supervalutato mettiamoci pure la chiusura della vicenda Salah, che risparmiamo tempo, fegato e avvocati. A proposito, ci serve anche far pace con la Roma, che se non si faceva uccellare dal Porto domenica scorsa il buon Borja Valero era a  ripararsi dal nubifragio dell’Olimpico, anziché da quello di Marassi.
Intanto l’Europa League, quel torneo che Mario Cognigni ha definito inappetibile per la Fiorentina "perché costa”, è alle porte. Una prima notazione: la finale di questo torneo si giocherà il 24 maggio 2017 alla Friends Arena di Solna, Stoccolma, Svezia. Stadio i cui lavori – finanziati dalla Swedbank, la banca nazionale svedese – cominciarono il 7 dicembre 2009 e finirono il 27 ottobre 2012.
Viene da piangere. E speriamo che lo sceicco Bin Zayed non se ne accorga, delle nostre lacrime. E’ ancora in tempo semmai a ripensarci.

venerdì 9 settembre 2016

Solo per la maglia

Archiviata la festa dei novant’anni viola e tutto ciò che si è portata dietro, nonché la sosta per la Nazionale con i suoi quindici giorni forse provvidenziali per recuperare infortuni di gioco ed infortuni societari, si riparte con il campionato.
L’unica certezza in più è la terza maglia, e la promessa di ACF Fiorentina che verrà usata soltanto nelle trasferte UEFA, possibilmente a diverse centinaia di chilometri di distanza. Non è tanto quel colorino, che peraltro abbiamo già intravisto in passato su maglie accessorie. E’ la presa di coscienza che non vale nemmeno avere una proprietà che si picca di provenire dal mondo della moda. Voglio dire, non sai cos’è un terzino, né una prima punta, ma almeno il colore della maglia indovinamelo, visto che fai lo stilista di primo mestiere. Bastava prendere il rosso del Comune, non c’era bisogno di un concorso di idee. O di plagiare il Piacenza.
Dice che la Fiorentina negli ultimi tempi è diventata un incubo per il suo patron Diego Della valle. Di sicuro lo è diventato lui per tanti suoi tifosi. Nessuno è stato capace ancora di spiegare come ha fatto con tutte le plusvalenze degli ultimi tre anni ad andare sotto di 48 milioni. Che poi diventano 28 se si sommano le plusvalenze degli anni precedenti. Che poi vanno a zero se si vende Alonso, uno dei pochi difensori, o presunti tali, in forza a questa squadra. Il 30 agosto, casomai venisse voglia a qualcuno di sostituirlo. E così l’ultimo terzino di nome e di fatto che ha vestito il colore viola resta Christian Maggio, correva l’anno 2004, molti degli attuali abbonati al Franchi non avevano nemmeno l’età minima per fare la tessera del tifoso.
Dice che la cessione di Alonso è stata determinata da una offerta che non si può rifiutare. Dice che tre centrali fanno una difesa, e che pertanto non ci sono problemi. Dice tante cose. Speriamo, perché domani tanto per ricominciare si gioca a Genova, sponda rossoblu, quella per noi tradizionalmente più ostica. A partire da quel maggio 1978 in cui ci guardammo negli occhi con terrore fino a sei minuti dalla fine dell’ultima partita di campionato. Fino al gol di Scanziani andavamo in B tutte e due, viola e rossoblu, Antognoni e Pruzzo, Firenze e Genova. Alla fine, ci andarono solo loro. Amore tra loro e noi non c’è stato più, se mai prima c’era.
L’astio fu rinfocolato dai tre gol di Mutu nel 2009 che ci valsero l’accesso alla Champion’s al posto loro. Poi dai cinque gol di cui due di Rossi e due di Gomez che illusero noi e mortificarono loro, tre anni fa. Quando ancora era normale pagare un giocatore di calcio quanto vale, e non svenderlo al primo che passa “perché costa”. Certo che costa, è il centravanti della squadra campione del mondo.
Insomma, a Marassi nessuno ci ama. Poi c’è Perin, quello che quando vede viola è come il toro quando vede rosso (meno male che la terza maglia in campionato non vale): para tutto, anche le correnti d’aria. Le squadre, uomo più uomo meno, si equivalgono. La differenza può farla un gol preso o uno segnato, magari in entrambi i casi su prodezza individuale o su sciocchezza madornale. Siamo capaci di tutte e due.
La differenza è tra un avvio tranquillo, che ci porti a veleggiare senza troppi patemi nei prossimi sette – otto mesi verso quel sesto, alla peggio settimo posto che è l’obbiettivo dichiarato della società e del gruppo industriale che una volta vedevano il vivacchiare come il fumo negli occhi, e che poi a forza di male non fare paura non avere non ha fatto più niente, tanto per non sbagliare. Oppure un avvio drammatico, con pochi punti e tante polemiche. Con tante maglie e poca gente in grado di indossarle degnamente, a prescindere dal colore. Con i bilanci a posto, però, mica come il Real Madrid che ieri s’è preso una bella multa dall’UEFA e non potrà comprare giocatori l’anno prossimo! Restando con i soliti Bale, Morata, Ronaldo, Ramos, Kroos, Rodriguez! Poveracci, come faranno?
Le Coppe, malgrado questa suggestiva terza maglia, pare non siano tra i nostri obbiettivi. Hai visto mai, ci fosse da giocare una Supercoppa, e chissà dove. E allora, testa al campionato. Se passiamo lo scoglio Perin, e poi dopo quello Salah con la nemesi Roma, poi la nemesi Udinese, poi lo scoglio Milan, e poi la vendetta dell’ex con il Toro di Mihajlovic, siamo a posto.
Come cantava Carosone? Mo’ vene Natale, nun tengo denare, me leggo o’ ggiurnale, e me vado a cucca’.

Già, poi sarà di nuovo calciomercato. Per gli amanti del genere.

giovedì 18 agosto 2016

Auf Wiedersehen Stierkampfer *



Siamo una tifoseria unica al mondo. Trovatene un’altra che gioisce per le cessioni, piuttosto che per gli acquisti.
Mario Gomez Garcia non è più un giocatore della Fiorentina. Il Wolfsburg alla fine se l’è portato via, per 5 milioni di euro, di cui la metà spettano al Besiktas secondo gli accordi presi l’anno scorso con il club turco nella prima fase dal tentativo di sbolognamento del Torero, diventato improvvisamente ingombrante, inutile, insopportabile.
Siamo fatti così. A rileggere le cronache di tre anni fa, quando Supermario arrivò dal Bayern di Monaco pagato a peso d’oro, dovrebbe risaltare adesso evidente la sensazione di fallimento complessivo insita in questa vicenda. Siamo l’unica squadra al mondo che è riuscita a non far segnare Mario Gomez, mentre la Germania campione del mondo continua ad affidargli la maglia di centravanti titolare della Mannschaft.
Siamo riusciti a darlo via alla fine rimettendoci, e per di più dovendo fare a mezzo di questa rimessa con un terzo incomodo, che non solo con lui ha vinto un campionato nazionale (chissà cosa si prova, sensazione a noi ignota…..) facendogli segnare altre 26 reti in 33 partite (se le sogna Kalinic, anche nella prossima vita……ah, già, ma dice che il campionato turco a confronto al nostro è una cazzata…..), ma che l’ha fatto senza rimetterci una lira (turca) ed anzi mettendosi in cassa molti euro. Il 50 % dell’affarone made in Corvino & C.
Sostituti? Per ora, zero. C’è di che battersi la testa al muro, è dai tempi di Chiarugi sostituito con Sormani che non si fa una boiata del genere. Macché. Firenze in festa. Tra due giorni comincia un campionato per il quale siamo attrezzati in attacco con una punta e mezzo. E noi si fa festa.
Forse, e lo diciamo consapevoli di poter scatenare quella parte di Firenze che ogni giorno ringrazia Dio di non dover tornare a Gubbio, il problema della Fiorentina degli ultimi quattordici anni non è stato Mario Gomez, o chi per lui e prima di lui. Non sono stati nemmeno Vincenzo Montella e Paulo Sousa, gli unici due allenatori al mondo che non hanno saputo cosa farsene del bomber tedesco.
Il problema della Fiorentina si chiama Diego Della Valle. Per fare l’imprenditore in un determinato settore bisogna capirci qualcosa, in partenza. Il discorso è tutto lì.

(*Addio Torero)

Gomez!

Questo è quello che scrissi tre anni fa. Parlare di tristezza è il minimo. Di fallimento, è doveroso.

14 giugno 2013



Fiorentina scatenata. In un calciomercato che più che decollare stenta proprio ad iniziare, la società viola si è già messa in mostra con due colpi di tutto rispetto. Marcos Alonso Mendoza, promettente giovane difensore iberico preso dal Bolton Wanderers, Joaquin Sanchez Rodriguez, altro esterno offensivo ex promessa del calcio spagnolo arrivato dal Malaga, sono due colpi più che di rispetto per una squadra che intende confermare (e se possibile migliorare) gioco e risultati della passata stagione, con in più l’avventura dell’Europa League da vivere all’altezza del nome della società, sia rispetto al blasone passato che soprattutto a quello che si vorrebbe conseguire in futuro.
Ma negli ultimi giorni si è aggiunto qualcosa di nuovo, e potrebbe succedere qualcosa capace di ampliare improvvisamente orizzonti e programmi viola verso una dimensione tutta nuova, che finora a Firenze almeno nell’era Della valle si era potuta soltanto sognare. Nel pieno del tourbillon inevitabile prodotto dalla vicenda Jovetic e dal nuovo braccio di ferro con la pretendente rivale di sempre Juventus, la Fiorentina ha deciso di ribaltare il tavolo da gioco tirando fuori un asso di quelli che se calato con successo potrebbe in un colpo solo risolvere la vicenda del montenegrino, degli intricati rapporti con i Campioni d’Italia in carica e della ricerca di un attaccante che faccia fare il salto di qualità definitivo ad una squadra già dotata di un impianto di gioco notevole.
Sono giorni che a Firenze si rincorrono le voci circa un acquisto che nelle stagioni passate sarebbe stato considerato da Fantacalcio. Quello del centravanti del Bayern Monaco e della nazionale tedesca Mario Gomez. Un top player, uno di quelli che credevamo di dover vedere ormai soltanto alla televisione in occasione delle competizioni internazionali. Il ventottenne campione nato a Reidlingen, Baden Wurttenberg, da padre spagnolo e madre tedesca è alla fine della sua esperienza con i neocampioni d’Europa bavaresi. Teoricamente nel mirino di diverse prestigiose società europee, di fatto la valutazione del suo cartellino che si aggira tra i 16 ed i 18 milioni di euro (più ingaggio di altri 5 al giocatore) taglia le gambe alla maggior parte di esse. L’ultima cosa che era lecito aspettarsi era che si facesse sotto, con determinazione, proprio la Fiorentina.
A quanto pare, ci sarebbe già l’accordo con il giocatore, come la stessa Bild Zeitung (uno di quei quotidiani ai quali è d’obbligo premettere l’aggettivo "autorevole") ha ammesso nei giorni scorsi. Ci sarebbe anche l’accordo sulla valutazione tra Il Bayern (che aspetta l’arrivo del gioiellino Lewandowski da Dortmund) e i viola. Ci sarebbe poi la ridda di voci che sta sconquassando Firenze dalle fondamenta da circa una settimana, e che fanno sì che anche i commentatori più scettici si stiano lentamente convertendo ad un possibilismo tra l’incredulo e lo speranzoso. Da quelle che riportano di alcune stanze riservate per il prossimo fine settimana in un albergo prestigioso della zona sud di Firenze per ospiti altrettanto prestigiosi. A quelle che riportano invece dello staff di Clinica Medica a Careggi (quello che solitamente compie le visite mediche sui neoacquisti della Fiorentina) che è stato allertato d’urgenza sempre per il fine settimana. A quelle infine che riportano un Della Valle che ha dato l’ok ai propri uomini mercato di stringere per il campione tedesco, pur in mancanza di una definizione della pratica Jovetic. Anzi, forse proprio per quello.
A quanto pare gli imprenditori marchigiani che detengono la proprietà della Fiorentina hanno deciso di passare dalla fase dell’autofinanziamento stretto a quella dell’investimento scegliendo di puntare molto in alto. Investimenti così, del resto, si fanno soltanto per vincere. E’ lecito pensare che ormai a Casette d’Ete siano giunte tutte le rassicurazioni del caso circa la realizzazione dello stadio nuovo alla Mercafir, e che nello stesso tempo la recrudescenza della polemica a distanza con la proprietà della Juventus abbia spinto i fratelli Della Valle a giocare più duro. Non c’è solo la vicenda Berbatov da vendicare e far dimenticare, ormai lo scontro è a tutto campo e a una Juventus che cerca di portarsi via Jovetic sottocosto e che trova anche difficoltà a comprare sul mercato europeo, da parte loro non si perdona e non si sconta più nulla. Jovetic costa 30 milioni, può essere offerto al Bayern in contropartita per Gomez o ad una delle pretendenti inglesi che hanno manifestato interesse a proposito.
In ogni caso, in Viale Manfredo Fanti non si sta più ad aspettare la sorte. Sono attese novità importanti in questo fine settimana. La scaramanzia è d’obbligo, ma sognare al momento presente è più lecito che mai.

mercoledì 10 agosto 2016

Io sto con Giancarlo Antognoni

Disgraziata la patria che ha bisogno di eroi, diceva Bertolt Brecht. E’ il caso di Firenze. Che di eroi, in tutti i campi, ne ha avuti e ne avrà probabilmente sempre. Ma che sono destinati a spiccare sempre di più sullo sfondo di un panorama cittadino d giorno in giorno più misero. E questo non è detto che sia un bene. Anche se i nostri eroi non ce li tocca nessuno, com’è gusto che sia.
Giancarlo Antognoni a Firenze è l’eroe per antonomasia. L’uomo che, dotato di una classe e di una maestria nella propria arte come pochissimi altri prima e dopo, rinunciò a grandi vittorie a lui assolutamente confacenti per attaccamento ad una maglia, quella viola, che ai suoi tempi era già diventata una delle pochissime cose a cui questa città - che una volta di geni ne produceva e ne accoglieva in quantità industriale – poteva aggrapparsi per non avvilirsi a proposito delle sue presenti condizioni.
La luce del sole, se stagliata sullo sfondo di una tenebra fittissima, risplende ancora di più. Ecco perché Firenze ha voluto bene a Julinho, a De Sisti, a Rui Costa, a Mutu, ma a lui, Giancarlo, sempre e comunque un pochino di più. Perché lui è stato la ragione di vita per tutti quei ragazzi che negli anni Settanta cominciarono ad andare allo stadio. Per vedere le giocate del numero 10, e pochissimo altro. Perché lui è stato ed è Firenze. Come Michelangelo. Come Lorenzo il Magnifico. Come Ghiberti e Brunelleschi. Nei secoli dei secoli.
Giancarlo Antognoni è un uomo intelligente. E’ consapevole di essere un personaggio pubblico senza eguali. Non solo qui, ma soprattutto qui. Ecco perché non ha ancora deciso se presenziare alla cosiddetta festa dei 90 anni viola. Perché sa che, comunque si muova, scontenterà qualcuno, compromettendo la sua immagine di icona, di simbolo, di valore super partes.
Se resta a casa, come orgoglio e dignità più che giustificati suggerirebbero, verrà accusato da parte dei filo-societari e degli agnostici di aver boicottato quella che qualcuno spaccia per la più grande celebrazione viola degli ultimi anni per ragioni di “bottega” personale. Se va, cedendo alla mozione di un cuore che ormai bene o male viola è e viola resta, verrà accusato di andare a Canossa per “mendicare qualcosa” da coloro che l’hanno messo ai margini della storia viola. Lui, che è la storia viola, ad inginocchiarsi da chi la storia viola non ha neanche cominciato a scriverla.
In realtà, le cose stanno diversamente. Qualunque cosa faccia, Giancarlo Antognoni resta Giancarlo Antognoni. Firenze deve ringraziarlo, e la Fiorentina pure. E i Della Valle rassegnarsi al fatto che anche qualora cominciassero a vincere qualcosa (del che ci permettiamo non di dubitare ma di essere sicuri del contrario) non potranno mai sperare di avere un milionesimo dell’affetto che la città riserva a colui che essi giustamente – dal loro punto di vista – hanno messo in disparte perché l’ombra che avrebbe proiettato su di loro sarebbe entrata in confitto con tutti i motivi soprattutto di visibilità per cui hanno acquisito e mantengono la Fiorentina.
Quindi, Giancarlo non ha di che preoccuparsi, e sicuramente non se ne preoccupa. Qualunque cosa faccia il 28, lui in quei 90 anni c’é. E non si discute. Chi lo fa, commette un peccato di ignoranza prima ancora che di mancanza di senso critico. Peccato mortale, di questi tempi.
Il fatto però è che il grandissimo Giancarlo Antognoni è ormai, al pari di Julinho, De Sisti, un giocatore del passato. Sono sempre meno quei ragazzi degli anni Settanta di cui sopra, e sono tutti appartenenti a quella maggioranza silenziosa che della gestione Della Valle comincia a non poterne più, ma che comunque non si fa sentire, per timidezza, disinteresse o scarsa voglia di mettersi a discutere con energumeni di ogni ordine e grado.
Gli altri, quelli che vanno allo stadio magari in settori dove si discute poco e si pensa ancora meno, si fanno sentire eccome. Magari non andando oltre la ripetizione di mantra come “tornateci voi a Gubbio”, “se vanno via chi ci piglia”, “allora compratela voi”, “fate i fenomeni con i soldi degli altri”, “i Della Valle ci tengono ai massimi livelli a cui può ambire la Fiorentina” (Baglini vendeva inchiostri e Befani stracci di lana, chissà qual era allora il livello a cui potevano ambire).
Sono coloro che erroneamente vengono definiti i dellavalliani. Gente per cui Giancarlo Antognoni è un video da cineteca, ma “Vittorio se lo ricordano bene, e poi Gubbio e Gualdo Tadino”. Gente per cui anche Gabriel Batistuta comincia a stemperarsi e a sfumare come ricordo nelle nebbie di un passato sempre più lontano e sempre meno conosciuto.
Gente che il 28 agosto si precipiterà alla festa viola, perché bisogna esserci. Poi magari domandate loro che cosa si festeggia, e di ripeterlo – come si faceva a scuola una volta – con parole loro.
Personalmente, riteniamo che tutto ciò che ci sarebbe realmente da festeggiare in questi 90 anni di storia viola o non c’è più (perché la legge del tempo è l’unica che si deve rispettare sempre e comunque, anche in questo paese), oppure finirà per restare ai margini – per un motivo o per un altro – di questa kermesse di Cognigni & soci.
Semmai, ci sarebbe da commemorare proprio quel ragazzo che poteva andare a vincere quello che voleva e dove voleva. E che invece rimase qui a fare assist per gente che per stoppare un pallone rischiava di bucarlo. Poi, nel 1982, si ruppe la testa e quasi si ammazzò per andare in fuga per il terzo scudetto viola. Nel 1984, andato male il primo tentativo, si ruppe la gamba e chiuse la carriera solo per averci riprovato. La Fiorentina alla fine di quei due anni non vinse niente, ma è stata l’ultima volta che è andata veramente vicina a farlo. Batigol, non ce lo dimentichiamo, per mettere le mani su un trofeo che non fosse la Coppa Italia dovette trasferirsi a Roma.
Chi ha voglia di festeggiare qualcosa di serio, il 28, vada su youtube e si guardi tutto quello che c’è sul “ragazzo che giocava guardando le stelle”. E tenga un occhio al calciomercato, perché fra frizzi e lazzi la stagione che va a cominciare potrebbe aggiungere ben poco ai festeggiamenti, e molto a certi corsi e ricorsi storici a cui non vogliamo neanche pensare.

Comunque vada, #noistiamoconGiancarloAntognoni.

mercoledì 3 agosto 2016

La festa dei Quattordici Anni



E’ la festa dei quattordici anni. E zero titoli.
Quattordici anni fa, Diego della Valle accettava ufficialmente l’offerta di Leonardo Domenici, sindaco  pro-tempore di Firenze che aveva recuperato il titolo sportivo perso dall’A.C. Fiorentina (dichiarata inammissibile ai campionati di calcio della F.I.G.C., e poi anche fallita) dalla holding di Cecchi Gori e l’aveva offerto appunto a quella di Della Valle.
La storia di quei giorni l’abbiamo scritta in tanti, la conosciamo veramente fino in fondo in pochi e ce la immaginiamo però tutti.
Un fallimento indubbiamente pilotato e poco casuale, una rinascita che sul momento ebbe del miracoloso. Squadra e società allestite in meno di 20 giorni (poco dopo Ferragosto la nuova Florentia Viola già giocava al Franchi contro il Pisa). A ripensarci adesso a mente fredda, con l’entusiasmo sbollito da tempo, quella lista di giocatori di categoria (C2) che Gino Salica e Giovanni Galli andarono a comprare in quattro e quattr’otto sembra – fatte le debite proporzioni – come quella che Erdogan aveva già pronta per le epurazioni dopo il fallito colpo di stato.
La storia passata, presente e futura (per quanto prevedibile) del calcio ci insegna che i miracoli si fanno, sì, ma ci vogliono un po’ più di 20 giorni. Le trattative per quel dolorosissimo (per i tifosi) e complicatissimo  (per gli addetti ai lavori) passaggio di mano viola durarono probabilmente più delle 48 ore che Domenici, Giani e compagnia bella hanno consegnato alla leggenda, più che alla storia della Fiorentina.
Che da allora ha come ragione sociale A.C.F.. Non più A.C.. E che non volle recuperare la storica sede di Piazzale Donatello. Da allora alloggia al Franchi, come una sfollata di lusso. A fatica riacquistò nome e trofei, era il minimo sindacale, di meno Firenze non avrebbe accettato. Quel nome e quei trofei erano quanto aveva di più caro. Al pari del David, del Ponte Vecchio, del Campanile di Giotto, del Battistero, del Piazzale Michelangelo, di Santa Maria del Fiore. Non è un mistero, in questa città Giancarlo Antognoni sta alla pari di Michelangelo Buonarroti.
Tra poco si festeggiano i 90 anni. Quando fa comodo l’A.C.F. rivendica una continuità con il passato che nella sostanza non ha mai, o quasi, perseguito. Nei giorni in cui si dura fatica a comprare un terzinaccio, è indubbiamente molto più appassionante giocare al Top 11 o immaginare quale delle vecchie glorie, di un passato con il quale i Della Valle non hanno nulla e non hanno voluto avere nulla a che fare, interverranno alla festa.
Senza chiedersi se non fosse più opportuno limitare la commemorazione agli ultimi quattordici, di questi anni. E interrogarsi sul perché, a parte un paio di amichevoli con squadroni spagnoli in cerca di lauti ingaggi, non abbiamo vinto più nulla, né ci siamo andati vicini.
Di seguito alleghiamo una scheda contenente la lista dei presidenti che si sono succeduti al timone della Fiorentina, A.C. o A.C.F. che dir si voglia.
Lo proponiamo noi un gioco. In questa lista dei TOP 24, i Della Valle a che punto li mettereste? Aspettiamo curiosi le risposte.

I Presidenti Viola

Luigi Ridolfi Way da Verrazzano (1926 – 1942)
Fondatore, promozione in A nel 1931, retrocessione in B nel 1938, promozione in A nel 1939, 1^ Coppa Italia nel 1940, lasciò la presidenza della Fiorentina per assumere quella della Federcalcio nel 1942
Scipione Picchi (1942 – 1945)
Padre del giornalista e storico viola Sandro
Arrigo Paganelli (1945 – 1946)
Ex dirigente della Palestra Ginnastica Fiorentina Libertas, cofondatore della Fiorentina nel 1926 e vicepresidente con Ridolfi, fu reggente della società viola per un anno (con Ridolfi caduto in disgrazia per il suo passato fascista ed un comitato di reggenza che eleggeva le cariche sociali)
Iginio Cassi (1946 – 1947)
Reggente viola per un anno, in seguito presidente della Mostra Internazionale dell’Artigianato (fu lui a spostarla dal Parterre alla Fortezza nel 1958)
Ardelio Cassi (1947 – 48)
Reggente viola per un anno, imprenditore tessile pratese, che sponsorizzò società e squadra anche dopo il termine della propria reggenza
Carlo Antonini (1948 – 1951)
Imprenditore di Chiusi, fu il primo vero presidente viola del dopoguerra, e colui che avviò la costruzione della squadra che sarebbe diventata campione nel 1956
Enrico Befani (1951 – 1961)
Imprenditore tessile pratese, campione d’Italia nel 1956, finalista di Coppa Campioni nel 1957, vincitore di Coppa delel Coppe e Coppa Italia nel 1961, il primo double della storia del calcio europeo (due trofei nella stessa stagione)
Enrico Longinotti (1961 – 1965)
Imprenditore di Geve in Chianti, rilevò la società viola dopo le improvvise dimissioni di Befani, sdegnato perché il C.d.A. viola gli aveva bocciato il progetto di ristrutturazione e ricapitalizzazione societaria.
Nello Baglini (1965 – 1971)
Imprenditore pisano del settore inchiostri, Cmpione d’Italia nel 1969, vincitore di Coppa Italia nel 1966 e nello stesso anno della Mitropa Cup (altro double continentale)
Ugolino Uolini (1971 – 1977)
Imprenditore fiorentino, la Gover Gomma (forniture per edilizia e abbigliamento) era una delle fabbriche più importanti non solo della Toscana, vincitore della Coppa Italia nel 1975 e della Coppa di lega Italo – Inglese nel 1976
Rodolfo Melloni (1977 – 1979)
Presidente per delega di Ugolini, il primo dei tre presidenti morti in carica, per infarto
Enrico Martellini (1979-1980)
Già consigliere viola, anch’egli delegato di Ugolini
Ranieri Pontello (1980 – 1986)
Nessuna vittoria, ma uno scudetto sfiorato per quindici minuti
Pier Cesare Baretti (1986 – 1987)
Ex giornalista, il secondo dei presidenti viola, in questo caso per delega di Pontello, a morire in carica, per incidente aereo
Lorenzo Righetti (1987 – 1990)
Ex arbitro, delegato di Pontello alla presidenza viola fino a pochi mesi prima della cessione della società dopo la finale UEFA di Avellino
Flavio Pontello (1990)
Riassunse la presidenza per breve tempo, quello necessario a trattare la cessione a Cecchi Gori
Mario Cecchi Gori (1990 – 1993)
Imprenditore fiorentino del cinema, terzo presidente a morire in carica, stroncato da un infarto. Una retrocessione in B
Vittorio Cecchi Gori (1993 – 2002)
Una promozione in A, due Coppe Italia, una Supercoppa italiana, un fallimento della società
Ugo Poggi (2002, per due mesi)
Ottavio Bianchi (2002,  per tre mesi)
Leonardo Domenici (1° agosto – 3 agosto 2002)
Sindaco pro – tempore di Firenze, recupera il titolo sportivo della società fallita e lo cede a Diego della Valle, che costituisce la Giorentina 1926 Florentia Viola
Gino Salica (2002 – 2004)
Una promozione in C1, un ripescaggio in B, una promozione in A dopo spareggio con il Perugia
Andrea Della Valle (2004 – 2009)
Mario Cognigni (2009 – 2016)

sabato 30 luglio 2016

Cialdini, prestaci il secchio

Ti alzi, vai a fare colazione al bar, e sulla locandina di un noto quotidiano cittadino leggi: Baby viola ko, l’Ajax su Mario Gomez. Ti prende uno di quei nervosi che andresti dritto filato dal sig. Giovanni Cialdini a sentire se gli è avanzato un secchio di quella roba. E poi via, verso Casette d’Ete. Saltando anche la colazione.
Mentre il popolo viola si diletta con il tormentone estivo della top 11 (capirai, non l’abbiamo mai fatto, sono 50 anni che cerchiamo di stabilire se Sarti è meglio di Albertosi, se Antognoni è meglio di Julinho, se Batistuta è meglio di Hamrin, e altre sciocchezze del genere che servono tanto a distogliere l’attenzione dal presente gramo), una Fiorentina che non è la prima squadra né la Primavera va in campo a Cesena e perde due a zero. Secco. Le cronache, per chi ha voglia di leggerle (avendo previdentemente omesso di seguire la partita in streaming), parlano di una Viola arruffona, senza difesa, sempre in affanno, con un Babacar al suo peggio (difficile, ma ancora possibile). Con un Sousa che alla fine parla di inatteso fuori pista, o giù di lì.
Ieri mattina, a leggere l’elenco dei convocati per la trasferta in Romagna pigliava male. Va bene, i reduci da Europei e Copa America ancora smaltiscono le ferie pregresse. Va bene, c’è qualche infortunato da primi contraccolpi agonistici (non siamo più a Roccaporena, ma anche a Moena qualche salitina da fare c’è, non foss’altro per andare in sala pranzo all’albergo). Ma dico io, benedetto il Signore, domani l’altro è agosto, ultimo mese di calciomercato. Possibile che l’elenco dei convocati della Fiorentina sia come quello di quando si faceva le squadre per il meccettino a porticine di quando s’era ragazzi??? Ma Corvino, e Sousa che è in piena sintonia con lui, che diamine fanno?
Dice, non c’è soldi. Mah, Diego è sempre nei primi dieci di Forbes, che ci ha messo il cappello stavolta per rientrarci?
Dice, c’è il fair play, bisogna vendere e poi comprare. Forse a questo punto bisogna tenere? Non lo so, ma questo Mario Gomez, centravanti titolare della Germania campione del mondo a noi ci fa così tanto schifo? Loew è un cretino e Sousa un genio? Dice, ma c’è da pagarlo. Quando venne tre anni fa, era a gettone?
Dice, Corvino fa così, aspetta agli ultimi giorni a tirare le reti che getta. Facciamo una cosa, allora, ammesso che sia vero. Aboliamo la preparazione estiva. Che si va a fare in ritiro o a giocare queste amichevoli se tanto chi va in campo a luglio non è chi ci va poi a settembre? Cioè quando devi partire a palla perché trovi subito Juventus, Roma e Milan, per non parlare della Europa League dove anche un Trabzonspor o un Apoel di Nicosia ti fanno girare le scatole a ventola?
I proprietari della Fiorentina forse non se la passano bene. Psicologicamente, intendiamo dire. Uno è lì a cercare di capire che è successo al Corriere della Sera, era lì che lo voleva comprare, con i soldi in mano, bam, l’ha preso Cairo. Seguiranno, presumibilmente, due o tre anni di polemiche sterili con Cairo e il mondo, come quelli seguiti a Calciopoli con Moratti.
L’altro fratello l’ha ritrovato l’aria di Moena. E’ venuto, ha detto un po’ di banalities (scusate l’inglese, ma chi scrive avrebbe tanta voglia di Dellavallexit, chissà se si capisce), è ripartito e adesso fino alla prima di campionato non si rivede più.
E noi qui, alle prese con il giochino del top11 (alla migliore formazione in premio una gigantografia di Ariatti firmata da ADV in persona) e con la spasmodica attesa della sagra del tortello viola. La festa dei 90 anni della Fiorentina, di cui negli ultimi 14 in particolare non c’è da festeggiare assolutamente nulla. Una vittoria in amichevole estiva con il Real, una con il Barcellona. End of transmissions.
Dice, ci saranno tutti i presidenti del passato. No, cari amici, ci saranno solo quelli che non hanno vinto un cazzo (ci si scusi il latinismo, stavolta). Quelli che hanno messo trofei in bacheca sono tutti morti, pace all’anima loro. Senti se è passato un giorno da quando la Fiorentina vinceva.
Dice, ci sarà anche Vittorio. Cari signori, scherziamo e sfottiamo poco. Si può pensare ciò che si vuole dell’ultimo Cecchi Gori, ma se oggi qualcuno è a baloccarsi con il giochino del top11 e ha da scegliere tra Hamrin e Batistuta, tra Toldo e Galli, tra Rui Costa e Roberto Baggio, è anche grazie a lui. Che quando andava in Argentina, o ci mandava il famigerato Luna, tornava con il Re Leone, non con figure da Mammana.
Ma tant’é. La sagra del tortello viola si avvicina. Quando si mangia, le polemiche si fanno da parte. A tavola non invecchia nessuno, figurarsi vecchie glorie e giornalisti. Nel frattempo si avvicinano anche il 31 agosto e l’avvio di una stagione che potrebbe essere meno divertente di quello che sembra adesso. L’abbiamo scritto e lo ribadiamo, nel 1977 in estate c’era un clima più o meno così. Confrontare almanacchi per conoscere il seguito, chi non c’era.
Chissà se il sig. Giovanni Cialdini tiene da parte delle scorte della sua “roba”. Stai a vedere se prima o poi con questi non torna utile. E poi tutti a Casette d’Ete.

In un modo o nell’altro si prospetta una stagione di merda.

giovedì 28 luglio 2016

Keep calm & date retta a Andrea



E’ sempre un avvenimento quando l’1% delle azioni dell’A.C.F. Fiorentina si presenta al ritiro della squadra. Passano gli anni, 14 per l’esattezza, e se anche i titoli non arrivano l’avvio di una nuova stagione viola è sempre un momento adatto a fare dei bilanci. Consuntivi e soprattutto preventivi.
Luglio, si sa, è un mese critico per Firenze. Non solo perché le temperature di consueto salgono a ridosso dei 40°, per non parlare del tasso di umidità, rendendo tutti più nervosi del solito (che non è poco). Ma anche perché se qualcosa può andar male, o comunque in modo insoddisfacente (sempre nei parametri della Legge di Murphy), generalmente è questo il mese che sceglie per farlo.
14 anni fa furono i giorni dell’agonia di Vittorio Cecchi Gori, e quelli in cui il Comune di Firenze (erede del titolo sportivo Fiorentina) cercava convulsamente un interlocutore per la rinascita. Firenze conobbe allora Diego Della Valle, imprenditore del ramo calzature poi estesosi ad altri settori anche grazie alla visibilità acquisita con il viola sullo sfondo. Andrea, il fratello minore, arrivò dopo, sia nell’interesse “tout court” per il nuovo giocattolo di famiglia che nel possesso di quella quota societaria pur minima che da allora gli dà diritto di parlare al popolo fiorentino.
L’attesa messianica di quell’1% rappresentato dal biondo Della Valle jr. ha finito negli ultimi anni per sostituire quella tradizionale per i nuovi acquisti. La stagione svolta quando a Moena atterra l’elicottero di Andrea, e dopo che quest’ultimo ha licenziato alla stampa le frasi storiche contenenti le coordinate dell’anno che verrà.
C’è stato un tempo in cui questa stampa aveva bisogno di essere allettata magari anche con inviti a cena. Nel 2012, il secondo progetto fu accompagnato da uno storico piatto di tagliatelle al tartufo che finirono inevitabilmente per prevalere su qualsiasi considerazione tecnica fatta dal proprietario di minoranza. Quello di maggioranza già allora si teneva alla larga dalle cose viola. Parlò il fratellino, tra una forchettata e l’altra. Nessuno si ricorda più cosa disse. Dopo quattr’anni, i titoli son sempre quelli. Non c’è bisogno di ricordarsi nessuna frase in particolare.
Quest’anno, niente cena. Solo bagno di folla, firma di autografi e dichiarazioni in libertà. Che tra un anno nessuno si ricorderà, perché altra acqua sarà passata sotto i ponti di Firenze portandosi dietro chissà cosa. Eppure varrebbe la pena tenersi qualche appunto. Le parole di Andrea sembrano sempre lasciar trapelare un animo sensibile e coinvolto, che purtroppo un destino cinico e baro ha finora tenuto ai margini dei progetti viola. Tutto il contrario di quanto appare a chi segue i campionati della Fiorentina domenica per domenica.
Dunque. La Famiglia ci tiene a Firenze. Andrea ci tiene alla Fiorentina in modo viscerale. Finché durerà questo amore, cioè per sempre, la Famiglia resterà proprietaria della Fiorentina. Continuando a mandare allo stadio e ai ritiri solo l’1% delle azioni, ma poco male, tanto quello che conta è che il restante 99% non molla. Chissà mai perché, ma non molla.
La Famiglia ribadisce che vuole vincere, non vivacchiare. Ma siccome c’è il fair play finanziario (quella regola per cui compri solo se vendi, e se non hai investito bene gli anni scorsi vendere è un bel problema), e siccome arrivano i cinesi (quelli che da tre anni dovevano entrare in Fiorentina e che poi come in tanti altri casi hanno dirottato su Milano), la Famiglia ribadisce che quest’anno si punta al sesto posto. Fatti due conti potrà essere anche l’ottavo, ma non stiamo a sottilizzare.
La famiglia promette lo Stadio nuovo. Non sia mai, a Roma ha restaurato il Colosseo, e vogliamo lasciare Firenze a prendere l’acqua al Franchi tutte le domeniche che piove? A Roma se l’è cavata con 25 milioni d’euro, qui ce ne vorrebbero parecchi ma parecchi di più. A meno di non aspettare che ce li metta il Comune, o qualche sponsor. Ma se tanto ci da tanto, se si dura fatica a mettere il nome del Folletto (con il dovuto rispetto) sulla maglia, forse non siamo messi bene nemmeno in questo campo. Tanta acqua ha da prendere ancora il fiorentino, quanta ne deve scorrere sotto i ponti sull’Arno, probabilmente.
La famiglia ribadisce che tra Corvino e Sousa c’è sintonia. Fa tanto piacere saperlo. Allora la faccia contrita del mister probabilmente dipende da una gastrite cronica. E quella allegrona del diesse non è dovuta a senescenza precoce. Lui ha in serbo qualcosa, vecchia volpe. Solo che aspetta gli ultimi giorni di mercato. Quelli in cui si può dire che con 48 ore a disposizione di più non si poteva fare. Ai tempi della Democrazia Cristiana (quelli in cui tra l’altro secondo un suo esponente di spicco a pensar male si faceva peccato ma ci si indovinava sempre), sarebbe stato un grande faccendiere Pantaleo Corvino.
A proposito, la Famiglia ribadisce anche che di qui non si muove nessuno. Men che meno Kalinic, Borja Valero, il recuperato Rossi, il prode Gonzalo e forse anche il prode redivivo Gomez. A meno che non arrivi l’offerta che non si può rifiutare. Il problema è che da quando ci sono i della Valle, di offerte ne hanno rifiutate ben poche.
L’estate prosegue, le parole dell’1% dell’A.C.F. vanno in archivio. Tra un mese nessuno le ricorderà più, o le confronterà con la realtà, quale che sia. Ed è un peccato, lo era sia ai tempi della D.C. che in questi tempi moderni di fair play.
Come cantava Lucio Dalla? L’anno che sta arrivando tra un anno passerà. Io mi sto preparando, è questa la novità.