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lunedì 30 gennaio 2017

Hic sunt clientes





Leggo le solite recriminazioni sull'arbitraggio. Finché non si perderà l'attitudine al vittimismo, non andremo mai da nessuna parte (ammesso che con questa proprietà si possa mai andare da qualche parte).
Anzitutto, il fallo di mano di Bernardeschi sulla linea di porta c'é, ed è di quelli che un arbitro qualsiasi è portato a valutare come determinante e volontario.
Dopodiche, a norma del regolamento attuale, rigore ed espulsione vengono di conseguenza. Sono il primo a considerare l'estromissione di Federico dal match, e la conseguente squalifica per Roma (o Pescara?) come una disgrazia, ma l'episodio purtroppo è ineccepibile per come è stato gestito. Sui fuorigioco e i cartellini prima dopo e durante, soliti discorsi. Ci stanno bene quando sono a favore nostro, ci scatenano il complottismo endemico quando sono contro. Siamo diventati dei "Piagnoni" peggio di quelli di Savonarola.
Questione gestione societaria. Ragazzi, è questa. E non da ora, dai tempi di Prandelli. Cambiano gli allenatori, i giocatori, il prodotto non cambia. Questi due venuti dalle Marche sono due avventurieri, due incapaci, due arruffoni, due mestieranti, non so più come definirli, figuriamoci insultarli. Hanno arraffato una società di calcio per diventare qualcuno, otterranno il risultato di far diventare la Fiorentina NESSUNO. Quando poi la squadra finisce in mano ad un altro incapace come Paulo Sousa, e grazie alle campagne acquisti napoleoniche degli ultimi anni ti ritrovi ad andare a Pescara con una linea difensiva così configurata: De Maio, Sanchez, Tomovic (e meno male che si va a Pescara), il mazzo è completo. Ci si meraviglia ancora di qualcosa?
P.S. Vorrei dire in faccia a Sousa una cosa soltanto: con la squalifica di Bernardeschi domenica a chi li romperai i coglioni con le tue decisioni del cazzo?
Terzo, e concludo. Leggo di gente che ancora si lamenta del tifo. Abbonati e spettatori paganti che non cantano più, non si entusiasmano più, non "tifano" più. Il processo di involuzione di Firenze, dei fiorentini, della Fiorentina, della fiorentinità è in atto da più di vent'anni (e non la butto in politica volutamente, altrimenti....). I della Valle hanno dato soltanto la "mano di coppale", come si diceva una volta. Ai vecchi fiorentini questi due signorotti venuti dalle Marche sarebbero venuti sul cazzo in un battibaleno, e qualcuno o prima o dopo avrebbe corso, o per il Viale dei Mille, o in Piazza Savonarola, o verso la Consuma. Quella gente non c'é più. Non ci siamo più. Siamo diventati un popolo che ingoia tutto. Come le puttane.
Quando Mario Cognigni certificò la morte del "tifoso" e la sua sostituzione con il "cliente", dimenticò di specificare se quel termine lo usava nell'accezione ragionieristica o in quella latina. Chi ha fatto studi classici sa che in latino "clientes" significa "tributari", coloro cioé che bazzicavano i palazzi dei Patrizi, dei grandi signori, perché campavano di briciole gettate loro dal tavolo di quei signori, svolgevano attività collaterali utili alla casa ed alle proprietà di quei signori, facevano parte della plebe che in un modo o nell'altro sbarcava il lunario grazie alla benevolenza o all'indotto delle attività di quei signori.
Questo è diventata la gente che va allo stadio, o si mette davanti a Sky. E' chiaro che mettersi in discussione per questa "clientela" è devastante, il lavoro di psicoanalisi su se stessi è uno dei più difficili e ingrati. Molto più facile dare le colpe di tutti i mali ai complotti, agli arbitri, a Tomovic. Mai, comunque, MAI, MAI, MAI ai fratelli Labionda - Della Valle.
Alla prossima, con gli stessi discorsi.

venerdì 9 settembre 2016

Solo per la maglia

Archiviata la festa dei novant’anni viola e tutto ciò che si è portata dietro, nonché la sosta per la Nazionale con i suoi quindici giorni forse provvidenziali per recuperare infortuni di gioco ed infortuni societari, si riparte con il campionato.
L’unica certezza in più è la terza maglia, e la promessa di ACF Fiorentina che verrà usata soltanto nelle trasferte UEFA, possibilmente a diverse centinaia di chilometri di distanza. Non è tanto quel colorino, che peraltro abbiamo già intravisto in passato su maglie accessorie. E’ la presa di coscienza che non vale nemmeno avere una proprietà che si picca di provenire dal mondo della moda. Voglio dire, non sai cos’è un terzino, né una prima punta, ma almeno il colore della maglia indovinamelo, visto che fai lo stilista di primo mestiere. Bastava prendere il rosso del Comune, non c’era bisogno di un concorso di idee. O di plagiare il Piacenza.
Dice che la Fiorentina negli ultimi tempi è diventata un incubo per il suo patron Diego Della valle. Di sicuro lo è diventato lui per tanti suoi tifosi. Nessuno è stato capace ancora di spiegare come ha fatto con tutte le plusvalenze degli ultimi tre anni ad andare sotto di 48 milioni. Che poi diventano 28 se si sommano le plusvalenze degli anni precedenti. Che poi vanno a zero se si vende Alonso, uno dei pochi difensori, o presunti tali, in forza a questa squadra. Il 30 agosto, casomai venisse voglia a qualcuno di sostituirlo. E così l’ultimo terzino di nome e di fatto che ha vestito il colore viola resta Christian Maggio, correva l’anno 2004, molti degli attuali abbonati al Franchi non avevano nemmeno l’età minima per fare la tessera del tifoso.
Dice che la cessione di Alonso è stata determinata da una offerta che non si può rifiutare. Dice che tre centrali fanno una difesa, e che pertanto non ci sono problemi. Dice tante cose. Speriamo, perché domani tanto per ricominciare si gioca a Genova, sponda rossoblu, quella per noi tradizionalmente più ostica. A partire da quel maggio 1978 in cui ci guardammo negli occhi con terrore fino a sei minuti dalla fine dell’ultima partita di campionato. Fino al gol di Scanziani andavamo in B tutte e due, viola e rossoblu, Antognoni e Pruzzo, Firenze e Genova. Alla fine, ci andarono solo loro. Amore tra loro e noi non c’è stato più, se mai prima c’era.
L’astio fu rinfocolato dai tre gol di Mutu nel 2009 che ci valsero l’accesso alla Champion’s al posto loro. Poi dai cinque gol di cui due di Rossi e due di Gomez che illusero noi e mortificarono loro, tre anni fa. Quando ancora era normale pagare un giocatore di calcio quanto vale, e non svenderlo al primo che passa “perché costa”. Certo che costa, è il centravanti della squadra campione del mondo.
Insomma, a Marassi nessuno ci ama. Poi c’è Perin, quello che quando vede viola è come il toro quando vede rosso (meno male che la terza maglia in campionato non vale): para tutto, anche le correnti d’aria. Le squadre, uomo più uomo meno, si equivalgono. La differenza può farla un gol preso o uno segnato, magari in entrambi i casi su prodezza individuale o su sciocchezza madornale. Siamo capaci di tutte e due.
La differenza è tra un avvio tranquillo, che ci porti a veleggiare senza troppi patemi nei prossimi sette – otto mesi verso quel sesto, alla peggio settimo posto che è l’obbiettivo dichiarato della società e del gruppo industriale che una volta vedevano il vivacchiare come il fumo negli occhi, e che poi a forza di male non fare paura non avere non ha fatto più niente, tanto per non sbagliare. Oppure un avvio drammatico, con pochi punti e tante polemiche. Con tante maglie e poca gente in grado di indossarle degnamente, a prescindere dal colore. Con i bilanci a posto, però, mica come il Real Madrid che ieri s’è preso una bella multa dall’UEFA e non potrà comprare giocatori l’anno prossimo! Restando con i soliti Bale, Morata, Ronaldo, Ramos, Kroos, Rodriguez! Poveracci, come faranno?
Le Coppe, malgrado questa suggestiva terza maglia, pare non siano tra i nostri obbiettivi. Hai visto mai, ci fosse da giocare una Supercoppa, e chissà dove. E allora, testa al campionato. Se passiamo lo scoglio Perin, e poi dopo quello Salah con la nemesi Roma, poi la nemesi Udinese, poi lo scoglio Milan, e poi la vendetta dell’ex con il Toro di Mihajlovic, siamo a posto.
Come cantava Carosone? Mo’ vene Natale, nun tengo denare, me leggo o’ ggiurnale, e me vado a cucca’.

Già, poi sarà di nuovo calciomercato. Per gli amanti del genere.

mercoledì 31 agosto 2016

La tribù del calcio



Nel suo celebre saggio del 1981 The Soccer Tribe, la Tribù del Calcio, il sociologo inglese Desmond Morris stabilisce l’altrettanto celebre paragone tra i comportamenti, i rituali e i miti degli appartenenti alle tifoserie del football moderno e quelli delle comunità tribali preistoriche o sopravvissute fino ai giorni nostri.
Gli individui umani, egli sostiene, “nel lungo cammino dell'evoluzione, si sono trasformati da cacciatori a calciatori, passando attraverso attività sempre meno sanguinarie. Oggi i calciatori sono i nuovi gladiatori e, in quanto tali, in ogni caso, eccitano il livello emozionale primordiale e ancestrale della folla. Non cambia però, per Morris, il significato di caccia rituale, in cui l'arma è la palla e la preda è la porta.
La folla della Curva non è un branco disorganizzato, ma un gruppo ben strutturato, i cui membri si riconoscono fra loro attraverso la comunicazione simbolica espressa dai loro abiti, dalle bandiere, dai cori, dalle liturgie, che, in una sorta di rito collettivo, sanciscono e rafforzano l'identità del branco dei tifosi. Ovviamente, Morris si riferisce, in genere, a quella parte della tifoseria che vive senza orizzonti di senso, nell'emarginazione sociale, per cui essi necessitano di una riaggregazione sociale, data proprio dall'appartenenza ad un gruppo sportivo, a dei colori specifici” (cfr. Wikipedia).
Non dovrebbe meravigliarmi dunque la reazione della tribù che si ritiene attaccata dal mio ultimo articolo, La brutta figura di Firenze. E infatti non lo fa. Insulti, minacce personali pubbliche e private dovevano essere messe in conto, e sono puntualmente arrivate ed arrivano ancora. Il branco, in genere, reagisce così.
Non mi sorprende più neanche, purtroppo, il fatto che i membri della tribù invochino a giustificazione la difesa del primato morale e culturale di Firenze. Che nel rivolgermi epiteti e accuse infamanti nonché, appunto, oscure e sanguinose minacce, si richiamino a quei Dante, Lorenzo il Magnifico, Machiavelli e compagnia bella di cui si sentirebbero gli epigoni. Salvo non riuscire a scrivere una frase intera di senso compiuto senza almeno un errore di ortografia o di grammatica, povero il mio Dante Alighieri. O commentare a proposito una sola riga di quelle che ho scritto, dando prova di averla almeno compresa.
Potrebbe farmi specie che a commentare il mio articolo siano solo energumeni ed energumene che si sentono in diritto tra l’altro oltre che di offendere e minacciare anche di scorrazzare in lungo e in largo nella mia privacy, nei miei profili in cerca di informazioni destinate a chissà quale rappresaglia? No, certo. Ma questo è l’aspetto più ovvio, e conseguente. Commentano quasi esclusivamente solo quelli della Tribù. Quelli che sono d’accordo con me (si trattava di rinviare le feste e le partite di qualche giorno, almeno una settimana, per rispetto a dei morti in modo atroce, non di tirare giù la statua del David da Piazza Signoria), che mi risultano non essere pochi, sono  tutte persone perbene, come tali naturalmente restie a impelagarsi in una rissa da cortile dai connotati aberranti. Come quelle scorribande da hooligans a cui Desmond Morris cercava di dare una spiegazione già nel 1981.
Per me è diverso, me la sono cercata. Criticare la Fiorentina a Firenze è come criticare la Santa Romana Chiesa ai tempi del Concilio di Trento. C’è il rogo, nulla più, nulla meno. O, per adeguarsi ai tempi, gente che mi vuole denunciare alla polizia postale, far chiudere il blog, denunciarmi ad un ordine dei giornalisti che non ha la minima competenza su di me (grazie a Dio), farmi licenziare (come se il mio datore di lavoro potesse aver da ridire di cosa faccio – a titolo assolutamente gratuito – nel mio tempo libero e a proposito di una materia assolutamente non di sua competenza, il campionato italiano di calcio). Oltre alle manate, naturalmente, che sono da sempre il rifugium peccatorum del volgo fiorentino. Tra i primati storici di questa città, non va dimenticato, c’è anche quello di essere stata una delle prime a dar vita alle squadracce fasciste. Certi vizi non si perdono neanche in tempi di repubblica.
Last but not least, non mi deve sorprendere nemmeno che personaggi che aspirano al ruolo di opinion leaders cittadini mi definiscano in trasmissioni radio compiacenti “bloggerista o pseudo-tale che attacca la città di Firenze”. Né che, in totale spregio della legge sulla stampa, nessuno di quella radio faccia una telefonata al sottoscritto almeno per sentire se ho qualcosa da ridire. La domanda semmai è, a questo punto, chi è lo pseudo?
Come dice Oliviero Beha, uno che pseudo non è mai stato, per commentare un articolo servono due cose: leggerlo, e capirlo.
Penso che non ci sia altro da aggiungere. Grazie a chi mi ha sostenuto o espresso solidarietà. A presto,
Simone Borri

lunedì 8 agosto 2016

Schalke 04 batte Fiorentina 09



Disclaimer: questo è un articolo dal contenuto riservato agli adulti. Se certi ragionamenti ti offendono o non hai la coscienza critica necessaria per sostenerli, sei pregato di uscire. Astenersi perditempo, immotivati e sostenitori del “tanto nel calcio tutto si aggiusta e tutto si equilibra”.
Quest’anno, cari tifosi, continuando così non si aggiusta proprio niente. E non è calcio d’agosto, è quello che vedremo tutto l’anno, se la società non corre ai ripari immediati. E forse è tardi. O forse non ha nessuna intenzione di farlo. Non sul serio, almeno.
La sconfitta con lo Schalke 04 è la quarta consecutiva, dopo Cesena, Celta Vigo e Bayer Leverkusen. Nove gol subiti, due fatti. Da Kalinic, di rapina alla sua maniera. E non è detto che Kalinic sia qui nelle prossime uscite. A Valencia, in quella che dovrebbe essere – vivaddio – l’ultima amichevole precampionato. A Torino allo Juventus Stadium, in quella che dovrebbe essere – ahimé – la prima di campionato.
Dunque. I punti fermi sono questi. A protezione di un portiere che non è Sebastien Frey la squadra viola non ha praticamente difesa. Eccezion fatta per due ex pilastri della scorsa stagione, Gonzalo e Astori, che al pari di tutti i compagni hanno probabilmente avvertito il calo di tensione e la mancanza totale di obbiettivi che si respira nelle stanze societarie all’avvio di questo Anno Domini 2016-17. Poi c’è Tomovic, inutile aggiungere nulla, nel bene e nel male. Poi c’è Diks, aspettiamo ad aggiungere nulla, è meglio, speriamo solo non sia questo.
A centrocampo, Borja Valero sta raggiungendo un’età in cui è più facile fare il sindaco (soprattutto come lo fanno a Firenze da vent’anni a questa parte) che giocare al pallone. Finché gli regge il fiato (e Roma o Milan non alzano il tiro delle offerte) tutto ok. Poi? A proposito di Milan - inteso come club e come giocatore omonimo a livello di nome di battesimo, il Badelj che vorrebbe acquistare a cifre stratosferiche – finora era uno di quei casi in cui si diceva “lo porto io, parto subito”. Come per Vecino al Napoli, stesso discorso. Ma dati i tempi storici delle trattative viola al tempo di Corvino (e di chi gli mette i soldi nel borsellino), forse è meglio che stia qui, e non parta nessuno. Almeno il numero legale ce l’abbiamo.
Poi c’è il figlio di Hagi e quello di Chiesa. Diventeranno sicuramente forti come i genitori, ma per ora forse sarebbe meglio vederli in Primavera. Così come sarebbe forse opportuno non vedere più Bernardeschi fuori ruolo, o non vedere più in assoluto Babacar. Rivedremmo volentieri Gomez in un nuovo ruolo, quello di finalizzatore di un gioco costruito per lui. A queste condizioni si potrebbe discutere di Kalinic altrove (con tesoretto reinvestito), altrimenti vale il discorso per Borja & C.
Abbiamo tralasciato qualcuno o qualcosa? Dice che la società corre ai ripari con Carlos Sanchez, centrocampista dell’Aston Villa. Nei capelli ricorda Marcelo del Brasile (e non è un bel ricordo, né per i brasiliani né per nessun altro), o andando più indietro il mitico Cuellar, che giocava nel Messico diversi decenni fa, colui che brevettò la caratteristica “chioma a leone”, e poco altro per la verità. C’è di buono, in attesa di saperne di più, che almeno è in età da poter prendere una patente di guida. Il che non è poco, di questi tempi.
Speriamo bene. Speriamo molto bene. Quando dopo partite come quella di ieri una tifoseria ossequiosa come quella viola (16.000 abbonamenti, in proporzione un fenomeno di portata mondiale, a fronte di simile campagna acquisti) intona il celeberrimo canto “vinceremo il tricolor” qualche domanda in Viale Manfredo Fanti farebbero bene a farsela. Meglio ora che verso novembre – dicembre, in ogni caso.

venerdì 15 luglio 2016

A metà del guado in acque pericolose



Chi scrive, non ha visto la partita Fiorentina - Team Trentino, prima uscita stagionale della compagine viola 2016-17. Per quanti peccati uno possa aver commesso nella vita, la pena – diceva Beccaria – deve essere sempre commisurata alla colpa. E perciò certi supplizi non devono essere giammai inferti a chicchessia.
Riportano le cronache di una vittoria per 10 – 1, dove quell’1 sta a testimoniare di una non felice prova della difesa viola. O quantomeno di quella parte della difesa viola che si sta allenando gli ordini del mister Sousa. L’altra parte is blowing in the wind. A Corvino hanno messo in mano un retino da farfalle, con quello dovrebbe acchiappare un paio di terzini di qui a fine agosto. Pare che la nouvelle vague sia adesso il campionato olandese. Quello serbo, a regola, è diventato troppo caro per i braccini, pardon, per i portafogli viola.
Chi scrive, già che c’era, s’è guardato bene dal sorbirsi anche la prima conferenza stampa stagionale di Paulo Sousa. Dice che c’era un entusiasmo come da primo giorno di scuola alla ripresa dell’anno scolastico. Frase memorabile: “Non mi aspetto acquisti, io penso ad allenare”. Ecco.
La Fiorentina è una pentola che bolle, con la temperatura e la pressione che stanno raggiungendo livelli di attenzione. Per il livello di guardia, bisognerà attendere le prime partite ufficiali e vedere quanti punti avremo messo in classifica dopo le prime quattro – cinque di campionato.
E’ calcio di luglio, nemmeno d’agosto. Tra un mese magari battiamo il Bayern Monaco in amichevole preagonistica, o preagonica se si preferisce, e cambia tutto. Adesso si vive di sensazioni. La prima delle quali è che questo mister così poco entusiasta possa non mangiare il panettone. O non tirare i coriandoli a Carnevale. O non mangiare la colomba pasquale. Il suo entusiasmo per il progetto” è pari alla voglia dei Della Valle di portarlo avanti. Di solito questa è una miscela esplosiva altamente instabile, come la nitroglicerina. Dipende a quale delle due parti saltano prima i nervi, ma di sicuro a qualcuno saltano. Dipende dalle solite quattro – cinque partite di inizio campionato, e da come vanno.
Altra sensazione. La Fiorentina è una squadra da sistemare, finire di allestire, registrare. Ognuno usi il termine che preferisce. Quella che si sta allenando a Moena è una Primavera allargata, mancano i reduci dall’Europeo e gli eventuali acquisti. Ormai è diventato un trend. Chi si allena d’estate non gioca d’inverno. Finiti i tempi di quei bei ritiri in cui si partiva per Roccaporena con tutti gli effettivi, primi giorni corse in salita e basta prima di vedere il pallone. Chi arrivava a vedere il pallone faceva anche la foto ricordo e finiva nell’album delle figurine con la maglia viola, per tutta la stagione successiva.
Tuttavia, a vedere le cose da un altro punto di vista, la Fiorentina attuale sarebbe una squadra che avrebbe molto di più di quello che si rende conto di avere. Un attacco potenziale Gomez Rossi Kalinic quante squadre ce l’hanno in Europa? Il tedesco è tornato dagli europei rigenerato. Il croato idem. Quanto a Rossi, sempre in termini di sensazioni si può dire che se non ce lo stroncano qualche cosa come seconda punta può ancora combinarla. In viola, intendiamo.
Con un attacco così ed un centrocampo sui livelli della scorsa stagione, veramente basterebbero un par di terzini. Centrali di difesa ne abbiamo a iosa. Portieri idem, più noi dell’Excelsior. Non mancherebbe neanche tanto per poter dire la squadra è a posto. Al netto degli affari sfumati, delle giovani promesse lasciate scappare via e di tutti i soliti discorsi. Questi, i Della Valle, non vogliono più spendere né lambiccarsi la testa con questo gioco troppo complicato. Ma a rigore di autofinanziamento basterebbe anche poco per fare una squadra più che discreta.
Problema. Rossi, Gomez e Kalinic (per non parlar di Babacar) guadagnano da soli più del resto della squadra messo insieme. Bisogna limare il monte ingaggi è uno slogan che furoreggia da tempo, e che anche quest’anno è scritto a caratteri cubitali sul frontone dello Stadio Franchi. Ergo, il Gomez tornato Gomez fa gioco per essere venduto, non per farci qualche gol. Mentre l’INDA volteggia intorno a Bernardeschi come un avvoltoio e la Roma girella come uno squalo intorno a Borja Valero, altra sensazione è che qualche brandello di carne prima o dopo ce lo staccano. Magari agli ultimi giorni di mercato, quando non trovi più nemmeno il disinfettante per medicarti.
Diego Della Valle è uomo dalle tante idee, ma confuse. Di tutto ciò che voleva fare da grande, a parte le scarpe e la ristrutturazione del Colosseo, sembra sulla strada di concretizzare ben poco. La discesa in campo in politica si è concretizzata in poche frasi sconnesse pronunciate al cospetto di Lilli Gruber. La costruzione del nuovo stadio si è arenata su secche ampiamente segnate sulle carte nautiche. Il braccio di ferro con Nardella peraltro è più patetico che avvincente, a questo punto. Quanto alla Fiorentina, i risultati parlano da soli, dopo quattordici anni.
Parla anche Patrizia Panico, dall’altra metà del cielo viola. Nel salutare per sempre la Fiorentina Women’s, la bomber romana che era stata il valore aggiunto di una squadra viola femminile destinata la scorsa stagione a grandi cose non le manda a dire.
“Quel progetto però, che mi ha convinto a mettermi in gioco con l'entusiasmo di una ventenne, oggi si è arenato e forse addirittura ha fatto qualche passo indietro: la Fiorentina ha ridimensionato le ambizioni, diciamo così, e di conseguenza non ci sono state più chiarezza, correttezza e trasparenza sul percorso che, intrapreso nella scorsa stagione, questa squadra dovrebbe continuare a fare”.
Parole che non hanno bisogno di commento. Continua la Panico, inviando il proprio ringraziamento “ai tifosi e alla città che meritano di più: meritano che le due maggiori squadre di Firenze, la maschile e la femminile, siano costruite col reale intendimento di competere con le forze più grandi, sia del nostro campionato sia d'Europa. A questi tifosi sempre vicini e partecipi, capaci di riempirti di attenzione e amore, la società deve dare squadre di spessore e qualità. E non false illusioni”.
No comment, appunto. Siamo perfettamente allineati, dunque, maschi e femmine. Una cosa va riconosciuta a questi Della Valle. Dopo il fair play a tutti i livelli possono dire di aver attuato anche la parità di genere: braccini al maschile, braccini al femminile. Titoli rigorosamente zero.

martedì 7 giugno 2016

Va' dove ti porta il cuore



Una cosa va detta. Questi Della Valle in quattordici anni di gestione in accomandita della Fiorentina qualche trucchetto l’hanno imparato. I misteri della scienza della comunicazione per loro restano tali, come le tecniche segrete di imbalsamazione contenute nel Libro dei Morti dell’Antico Egitto o come le tecniche di lavorazione della terracotta policroma dei fratelli Della Robbia per noi moderni.
Ma insomma, qualche espediente da illusionista di fine Ottocento l’hanno appreso. Bisogna dar loro atto, stavolta non era semplice andar sopra ai rumorosi mugugni di una porzione sempre crescente della “clientela” viola. Quest’anno l’hanno combinata grossa. Primi (o quasi) alla fine del girone d’andata, hanno fatto un girone di ritorno come il secondo quadrimestre che facevamo da ragazzi alle superiori, l’anno dell’esame di maturità. Remi in barca, e arrivederci a giugno.
Si, ci voleva qualcosa, qualche trucco tirato fuori dal cilindro del prestigiatore. Stavolta un piatto di tagliatelle ai funghi elargito alla stampa cittadina non sarebbe bastato. Né il rotolare di un paio di teste eccellenti, peraltro colpevoli come quei ministri che nelle prime monarchie costituzionali si prendevano le colpe (ed i relativi linciaggi) dei rispettivi sovrani.
Tecniche di comunicazione di massa. Tecniche di gestione aziendale. Chiamatele come volete. Ma la materia è la stessa, e la destinazione dove porta , anche.
Ce li immaginiamo, riuniti nel salotto buono di Casette d’Ete. Con il fido Cognigni a prendere appunti. Il minore, più scoraggiato del solito. Più di quattr’anni fa, dopo i fischi all’ultima giornata, quella del salvataggio in extremis con gol di Cerci al Lecce. Più di sei anni fa, quando fece lo spiritoso con Prandelli nel frattempo scaricato alla Nazionale: “Un giorno mi ringrazierai”. E Prandelli: “Se vuoi posso farlo già adesso”.
Il maggiore, con un bicchiere di brandy in mano, in piedi accanto al camino (è un principio d’estate più freddo del solito), interrompe il silenzio bruscamente: “Qui ci vuole il nome giusto. L’uomo che metta a tacere la piazza, e gli abbonati in coda al botteghino”.
Vediamo un po’. Antognoni no. Antognoni non è manovrabile, non si fa dire sul muso “Lei per chi lavora? Per noi? E allora faccia quello che le viene detto”, come sono abituati i nostri dipendenti.
Batistuta? Figurarsi. Ci manda a remengo, anzi à los remengos, al primo screzio. Poi quello è uno che ha l’Argentina in mano, quando sarà il momento. Figurarsi se viene a confondersi qui a Firenze, in mezzo a politicanti e figuri d’ogni sorta. Tutti inconcludentes, come dicono al suo paese.
Rui Costa? Proviamoci. O almeno proviamo a far dire alla stampa che ci stiamo provando. E’ una bufala, si vede lontano un miglio. Figurati se uno che è in carriera al Benfica (no, voglio dire, avete sentito bene? BENFICA, EUSEBIO, DUE COPPE CAMPIONI NEL PALMARES, LA STORIA DEL CALCIO) viene a perdere tempo qui, idem come quello sopra. Sì, sì, Firenze nel cuore. Ce l’hanno tutti Firenze nel cuore. Da turisti, per una settimana. Io non riesco a starci per più di mezza serata, dopo mi sono rotto le scatole e devo tornare qui, a Casette d’Ete.
Martin Jorgensen….ecco, qui forse ci siamo. Firenze nel cuore, ok, Fiorentina la mia casa, ok, la Curva non si dimentica, ok, il calcio che conta (!!!), ok……proceda, ragionier Cognigni, questo è uno che si è bell’e rotto le scatole di guidare pullman. Due piotte ed è nostro. Lo mettiamo a fare da parafulmine e paratifo. Nemmeno Beniamino Franklin.
Risolto il nome del paravento, ehm, dell’uomo di collegamento tra la società e la piazza da mettere al posto del povero Guerini (non servirà a un’ostia, ma almeno c’è qualcuno da mandare in conferenza stampa, se no tocca a noi, sai che palle?), adesso parliamo di cose serie. Ha telefonato a Pantaleo?
Cognigni si alza, agitato. Si, dottore, ho fatto leva sulla mozione degli affetti, come mi aveva detto lei. “Torna a casa”, gli ho detto. Non so se mi è scappato anche un “Lassie”, speriamo di no. Ma credo l’abbia presa bene. Bestemmie almeno non ne ha dette. Non ha detto “nonno”.
Tre giorni dopo, Cognigni annuncia Corvino, Corvino annuncia Frejtas e forse anche Jorgensen. La Fiorentina che non caccia uno scudo per i giocatori d’alta classifica, ne caccia a volontà per mettere a stipendio manager su manager. D’alta quota anche loro, per carità. Ma allora, di grazia, perché in quella bacheca polverosa sono quattordici anni che non si mette a dimora più niente? Anzi, è tanto se non si fregano anche quello che c’è?
Teoria e tecnica della comunicazione con il tifoso. Da stamani tutti sono a compulsare nervosamente di nuovo i giornali sportivi, manco fossero i Bignami di quando si studiava. Siamo già a scorrere i nomi di tutto l’album delle figurine.
Una domanda: ma Nkulu non lo doveva prendere il Milan?

lunedì 6 giugno 2016

A volte ritornano



Settimana complicata, trascorsa in un susseguirsi di momenti tristi, e densi di significato, come ad esempio l’ultimo saluto ad uno dei più grandi campioni dello sport di tutti i tempi, un grand’uomo anche fuori dal ring, uno di quelli che cambiano il mondo e lo lasciano migliore di come l’hanno trovato. O come l’ultimo saluto ad un pilota di moto da corsa, scomparso ad un’età in cui non dovrebbe nemmeno essere concepibile ricevere onoranze funebri.
Settimana trascorsa anche da un’impresa sportiva all’altra, compiute da campioni veri, da numeri uno che con un colpo di pedale o di manetta del gas hanno saputo capovolgere un destino che sembrava irrimediabilmente avverso. Vincenzo Nibali e Valentino Rossi, finché non suona la campana andate. Il tempo dà ragione sempre ai migliori.
Settimana di elezioni amministrative, e di preparativi per un Europeo di calcio che si preannuncia da anno zero per la nostra Nazionale. Ops, pardon, a Firenze a parlare di Nazionale si rischia di fare la fine di Fra Girolamo Savonarola (per chi non ricordasse, c’è una targa in Piazza Signoria). La Fiorentina è la Nazionale di una città ormai purtroppo sempre più ripiegata su se stessa, che vive le sue glorie passate come simboli di rituali di cui si è perso il senso reale, che ha perso la formula magica che possedeva una volta per produrne di nuove.
Settimana dunque con più carne al fuoco di quanta se ne possa digerire in breve tempo. Diventa difficile rituffarsi così, d'emblée, negli splendori e miserie della nostra Madame, la Fiorentina. Anche perché a tuffarsi senza aver controllato sotto, c’è il rischio di fare la fine di quelli che si buttano nelle piscine vuote.
Parla Corvino. Già di per sé un evento. L’altra volta alle sue conferenze stampa c’era la fila, più che a sentire Wanda Pasquini nelle vecchie, care commedie in vernacolo. Pantaleo è stato l’unico nella storia del calcio capace di fare concorrenza a Dario Fo ed al suo “gramelot”. Parole che prima di lui non esistevano e dopo di lui danno lavoro a schiere di esegeti del testo. Che avrà voluto di’?
E’ il momento degli exit poll. Proviamo a farne uno sul futuro prossimo viola. Al netto delle dichiarazioni del nuovo direttore generale, per analizzare le quali  necessita il testo a fronte, ci sono considerazioni di buon senso. Se un cavallo come Corvino è di ritorno, vuol dire che ha ottenuto garanzie. Per sé, intendiamo dire. “Questa volta quello che faccio è ben fatto, a prescindere”. “Ma le pare, direttore, questo è il portafoglio (si fa per dire), faccia come meglio le riesce, l’importante è che nessuno venga a romperci le scatole, nessuno fischi, nessuno diserti lo stadio”.
Firenze è una città dove ormai ci si accontenta, e se proprio qualche disturbo di coscienza sopravviene, ci si isola dal resto del mondo. Noi siamo Firenze. Basta trovare altri undici ragazzotti che, come si suol dire, “ci sentono per la maglia”, e il gioco è fatto. Poi magari arrivi sesto o settimo anche l’anno prossimo, ma è un sesto o settimo diverso, “gome una Gembionz”. Che sei arrivato ad un passo dalla Europa League due volte e che quel passo poi ti sei sempre regolarmente rifiutato di farlo, non se lo ricorda più nessuno. Il tifoso non vuole pensieri, disse una volta un noto giornalista locale.
Corvino, che bene o male almeno undici ragazzotti alla ripartenza del campionato dovrà iscriverli, è uomo dei tempi lunghi. Delle trattative estenuanti, e magari su quattro o cinque binari in contemporanea. Ci sono anche gli Europei a complicare la vita a chi fa mercato. E’ il contrario della frutta, adesso i prezzi sono da fine giornata, tra un mese saranno tutti da primizie.
Viviamo tempi oscuri, combattuti tra Vecino e Gabbiadini. Sarà un’estate lunga, per certi versi interminabile, come quelle che vivevamo da ragazzini tra la fine di un anno scolastico e la ripresa del successivo. Con la differenza che allora ci divertivamo un monte, e di tornare a scuola a ottobre non ne aveva voglia nessuno. Adesso, alla ripresa del campionato a fine agosto ci sarà gente che prende d’assalto i pronti soccorsi con crisi d’astenia. Tifosi sull’orlo di una crisi di nervi.

lunedì 30 maggio 2016

Il film del campionato viola: Ritorno alle stalle



Con il girone di ritorno comincia un altro film. A Milano con il Milan l’ex Mihajlovic si toglie lo sfizio di consumare freddissimo un piatto della vendetta che aspetta di assaggiare da tempo. Bacca segna subito, Kalinic non risponde. Nel finale Boateng approfitta di una dormita difensiva uccellando Tatarusanu. 2-0, per la felicità di Melissa Satta e di Cristina De Pin.
La settimana dopo con il Torino ci si dimentica per una volta di un gemellaggio spesso a senso unico e si gioca l’onesta partita che ristabilisce i valori in campo. 2-0 anche qui, con Ilicic e Gonzalo che timbrano il cartellino e illudono il popolo viola che il peggio sia passato.
A Genova, sponda Genoa, è partita dove si corre tanto e dove per una volta la Fiorentina non impone il suo possesso palla. Alla fine, pur con il fiatone, la Fiorentina strappa uno 0-0 che se va stretto a qualcuno quello è il Grifone.
Tra i rigori dell’inverno, il 3 febbraio i viola vendicano l’eliminazione dalla Coppa Italia contro il Carpi. Nella morsa del gelo segna subito Borja Valero. Dopo settanta minuti, Lasagna si rivela indigesto anche per la Fiorentina. Il neo-acquisto Zarate, unico colpo vincente di una campagna acquisti fallimentare, fa innamorare Firenze con un eurogol al 93’.
A Bologna, finalmente un Bernardeschi schierato da Sousa dove calcio comanda, cioè al centro della mediana di centrocampo, illude i viola portandoli in vantaggio. I suoi compagni lo deludono consentendo a Giaccherini il più comodo dei pareggi.
14 febbraio, per San Valentino arriva l’Inter che vuole dimostrare di non essere quella dell’andata. Non ci riesce, subendo la Fiorentina, ma passa in vantaggio nel primo tempo con Brozovic. Nella ripresa pareggia Borja Valero. Fnirebbe così se Babacar non risorgesse momentaneamente dalla tomba segnando un altro gol di rapina dei suoi, sempre al 93’.
Quattro giorni dopo arriva il Tottenham, di nuovo sorteggiato come avversario dei viola di Europa League. Stavolta è dura. Passano gli inglesi su rigore, pareggia Bernardeschi con un eurogol alla Mauro Bressan. La Fiorentina ne sbaglia tanti, troppi. A Londra stavolta servirà un miracolo.
A Bergamo, rinasce Mati Fernandez, che quando vede Atalanta vede rosso. Raddoppia Tello al suo primo gol in viola, accorcia Conti per gentile concessione della difesa ospite, si rivede Kalinic in contropiede, chiude Pinilla che quando vede viola vede ancora più rosso. Ma non c’è tempo per una nuova beffa, vince la Fiorentina 3-2.
A Londra, niente miracoli. L’avventura di coppa dei ragazzi di Sousa si chiude sotto il peso di tre gol. Stavolta non ci sono attenuanti, né scuse. In campo sembra che ci sia almeno una categoria di differenza con il Tottenham, e non a favore dei viola.
Arriva il Napoli, e per l’ultima volta la Fiorentina si ricorda di come giocava all’andata. Porta in vantaggio i viola Alonso, che poi fa il verso a Ilicic scherzando con Higuain. Pessima idea, pareggio immediato. Finisce 1-1, ma almeno al Franchi si è rivisto giocare un gran calcio.
A Roma, per venti minuti, ci si illude di poter restituire lo sgarbo dell’andata, per non parlare di quelli fatti dai viola la stagione precedente. Poi El Shaarawy e Salah affondano nel burro. Ilicic segna su rigore il gol dell’ultima illusione. Nella ripresa ancora Salah (la cui sentenza UEFA slitta nel frattempo a data da destinarsi) e poi chiude Perotti, altro obbiettivo di mercato, sì, ma degli altri. Nessuno ancora lo immagina, ma il campionato della Fiorentina finisce quella sera, con il sorpasso dei giallorossi al terzo posto.
Gemellati o no, un gesto affettuoso non si nega a nessuno. A Firenze il derelitto Verona va sotto con Zarate. Nella ripresa Pisano si trova in area al momento della distribuzione dei regali e pareggia il conto. Non servirà a salvare i gialloblu, ma ai nerazzurri interisti per riagguantare la Fiorentina al quarto posto sì.
A Frosinone, la vendetta dei gialloblu laziali si consuma partorendo un inguardabile 0-0 che serve solo, anche qui, ad allontanare ulteriormente la Fiorentina dagli obbiettivi dichiarati dai suoi proprietari. Non di recente, comunque, perché il silenzio stampa di un impermalito Della Valle si protrae ormai da settimane.
Continua il mese della solidarietà. Arriva a Firenze la Sampdoria di Vincenzo Montella. Dice lo stesso Paulo Sousa di applaudirlo come merita. Quello che non dice è di regalargli metà della posta in paio. Gran gol di Ilicic vanificato da una dormita collettiva su Alvarez.
Tocca quindi all’Empoli levarsi una soddisfazione attesa da vent’anni al Castellani. Erano i tempi in cui si andava sulla FI-PI-LI in motorino. Adesso si va in macchina, se ne pigliano due da Pucciarelli e Zielinski, e si torna a casa.
A Firenze, arriva il Sassuolo, spauracchio di tutta la serie A. Deve stare peggio di noi, in quanto a condizione, perché ne becca tre: Gonzalo, momentaneo pareggio di Berardi, Ilicic e autorete di Consigli da torneo Viva il Parroco.
A Udine, tocca ai viola confermare la tradizione che li vuole soccombenti alle pendici delle Alpi carniche. Segna subito uno dei tanti Zapata dell’Udinese, pareggia Zarate, vanifica il tutto Thereau.
Una volta Fiorentina – Juventus era l’occasione per riprendersi da campionati mediocri, per giocare la partita della vita. Quella del 24 aprile sembra la partita del cuore. Segna Mandzukic dopo uno sterile predominio territoriale viola. Pareggia Kalinic dopo una faticata immane per bucare la difesa dei campioni d’Italia. Un minuto dopo, su angolo bianconero, vanno in quattro su Tatarusanu, i viola, e nessuno su Morata. Un rigore incredibile concesso al 90° viene sbagliato da Kalinic. Qualcuno comincia a stilare la lista dei non più incedibili, in vista del mercato di giugno. Kalinic c’é. 1-2, e Juventus campione sul prato del Franchi.
Di nuovo a Verona, quartiere Chievo. Altro 0-0 che fa chiedere se sia il caso di mantenere la serie A a 20 squadre. E certi giocatori a stipendio della Fiorentina.
Un altro 0-0 casalingo con il Palermo fa chiedere invece che cosa ci sta a fare l’Ufficio inchieste. Per come va la partita, non ci sarebbe da meravigliarsi se in estate Zamparini facesse qualche pacco dono ai viola.
Si chiude a Roma con la Lazio. Tradizionalmente località e avversario infausti come pochi. Si parte subito sotto, ma poi comincia lo show viola, quattro gol in quaranta minuti: due volte Vecino (era l’ora), Bernardeschi e Tello. Metà cuore gioisce, l’altra metà si infuria chiedendo a lorsignori in viola dov’erano andati a finire negli ultimi due mesi.
Finisce così uno dei campionati più assurdi della storia della Fiorentina. Con una società allo sbando, e una squadra che se n’è accorta da tempo. Diego Della Valle sta dietro a comprare il Corriere della Sera, non una copia ma tutto l’edificio. Forse non ha tempo di leggere i giornali sportivi. Firenze e Casette d’Ete non sono mai state così distanti. L’estate sarà lunga e complicata.


martedì 24 maggio 2016

Il film del campionato viola: Andata verso le stelle

La stagione 2015-16 della Fiorentina comincia con un roboante 2-0 inferto nientepopodimeno che al Barcellona campione del mondo. E’ calcio d’agosto, d’accordo, mancano Messi, Iniesta e Suarez, d’accordo, ma i due gol confezionati dal gioiellino Bernardeschi sono un bel vedere, e riscaldano un cuore viola gelato dalle tante polemiche estive. Pochi giorni dopo, Gonzalo Rodriguez sbanca Londra, e Paulo Sousa si leva una bella soddisfazione contro il suo amico José Mourinho.
Malgrado acquisti mancati e figuracce, nonché cessioni avventate senza ricambio apparente, la Fiorentina si presenta all’avvio del campionato circondata di curiosità. La rosa si è ristretta, ma il gioco appare brillante come ai primi tempi di Montella. O bene bene, o male male.
Si comincia bene bene. Con il Milan in casa alla prima giornata è un 2-0 meno facile di quello che sembra. Gran punizione di Alonso, poi rigore di Ilicic, rimandata la vendetta dell’ex Mihajlovic. Fiorentina sugli scudi, ma solo per una settimana.
All’Olimpico di Torino, Alonso cade vittima del gemellaggio tra le tifoserie. Segna un bel gol, ma commette l’errore di esultare, coi granata non si può. Il vantaggio regge settanta minuti, poi gli ex Moretti e Quagliarella seguiti dal giovane Baselli schiantano una Fiorentina dal fiato corto. Ma ai tifosi dal gemellaggio facile va bene così.
Non si fa in tempo a intrigarsi nelle maglie della perplessità, con il Genoa in casa alla terza risolve una partita spinosa Babacar, tornato l’opportunista dei tempi di Modena.
In settimana, esordio in Europa League, dove la semifinale della stagione precedente è valsa il rango di testa di serie. Il Basilea però non lo sa, e bissa l’impresa del Torino superando nel finale una Fiorentina andata in vantaggio troppo presto. Prima sconfitta casalinga per Sousa, i bagliori estivi sembrano già lontani.
A Carpi, riprende il Baba-show.  E’ una partita dallo spessore tecnico di una Lega Pro, ma sembra in questa fase che almeno quando c’è da fare a sportellate in area e da approfittare di distrazioni di portieri e difese, il senegalese c’é. Non gioca ancora bene la Fiorentina di Sousa, ma lotta e risolve. Per ora va bene così.
Alla quinta, arriva al Franchi il Bologna. Qualcuno si ricorda del ricorso storico, successe anche nel 1968, varrebbe quasi la pena di ripeterne il risultato, se fosse lo stesso anche quello finale in campionato. A scanso equivoci, i viola vincono invece con reti di Błaszczykowski (ex oggetto misterioso venuto da Dortmund) e del bomber venuto da Dnipropetrovsk, Nikola Kalinic.
Tre giorni dopo, a San Siro con l’Inter è scontro al vertice. I nerazzurri, impreziositi da uno Jovetic che alimenta nostalgie e rimpianti nel popolo viola, fino a quel momento non hanno sbagliato nulla. Quella sera tocca invece alla Fiorentina, che gioca come se fosse quella del ’56 e giustizia Handanovic quattro volte. La seconda ha battuto la prima surclassandola, e adesso è prima lei.
Il primo ottobre, con quattro gol ai dopolavoristi del Belenenses (ma il Portogallo è messo peggio di noi in quanto a campionato?) di cui uno particolarmente bello e incoraggiante del redivivo Pepito Rossi, i viola tornano in corsa per l’Europa League.
Al ritorno in Italia, tre giorni dopo è la volta dell’Atalanta a prendere tre scoppole al Franchi. Segna perfino Verdu, dopo Ilicic e Borja Valero. Alla Fiorentina sembra andare tutto bene, l’Inter non ha ancora assorbito il colpo. Quella sera i viola sono soli in testa alla classifica per la prima volta dal 1999.
Si va a Napoli pieni di speranza. La capolista gioca bene, ma il Napoli va in vantaggio con il solito Insigne, che segna poco ma quasi sempre quando vede viola. Pareggia a un quarto d’ora dalla fine un Kalinic che in quel momento sembra Luciano Chiarugi. Subito dopo, sciocchezza di Ilicic che si mette a fare il Pizarro con Higuain. El pipita va a segnare un gol facile facile e riporta la Fiorentina sul pianeta Terra.
Il 22 ottobre, il Lech Poznan, benemerito viola da quando eliminò la Juventus in una Champion’s League di qualche anno fa, mostra il suo lato meno simpatico venendo ad approfittare di nuovo di una Fiorentina da turnover. Inutile il gol di Rossi su rigore al ’90, inutile l’ex salvatore della patria Babacar e tanti altri acquisti sbandierati in estate come panchina lunga.
Completa il trittico infernale la Roma, che alla nona viene al Franchi a risorgere da un avvio incerto. Al sesto subito in gol Mohamed Salah, la pietra dello scandalo estiva. La Fiorentina si butta in avanti in un assedio di Fort Apache sciagurato, settantadue per cento di possesso palla e gol di Gervinho in contropiede nel bel mezzo dell’autostrada senza pedaggio lasciata dai viola nella propria metà campo. Accorcia, al 94’ Babacar.
Alla decima, il povero Verona privo di Toni crolla sotto i colpi di Kalinic. Al Bentegodi il gemellaggio non vale, e la Fiorentina stavolta non fa sconti né regali.
Undicesima di campionato, quattro gol al Franchi al Frosinone tanto caro a Tavecchio e Lotito (e si vede perché). I laziali prendono gol perfino da Rebic, Mati Fernandez e Mario Suarez Mata, gente che segna con cadenze da calendario Maya. Arrotonda Babacar, dopodiché i frusinati se la prendono perché sul 3-0 Sousa fa esordire il terzo portiere Lezzerini, e giurano di vendicare tremendamente al ritorno la mancanza di rispetto.
Tocca quindi alla Fiorentina restituire cortesia e risultato al Poznan, 2-0 in Polonia tutto di marca Ilicic e qualificazione riaperta.
Quindi, a Genova sponda Sampdoria, il 2-0 confezionato con facilità irrisoria dalla banda degli IC, Ilicic e Kalinic, accende i riflettori su una Fiorentina che non solo è ancora capolista ma che gioca un calcio ancora più bello di quello di Montella. E’ vera gloria? si chiede il mondo del calcio italiano. La Juve è indietro, le altre annaspano, se la Fiorentina non facesse altri passi falsi….
E invece li fa, puntualmente. Dopo la sosta per la Nazionale, arriva l’Empoli, che alla fine del primo tempo conduce per 2-0 al Franchi. Nella ripresa entra Kalinic e ne fa due, che per poco non sono tre. Il pareggio salva la faccia ma non la classifica, che comincia ad accorciarsi.
A Basilea, Bernardeschi costruisce, portiere e difesa distruggono. Il pareggio è sufficiente a passare il turno, ma come seconda, non più testa di serie. E in ogni caso, qualcosa pare che cominci a scricchiolare nella macchina da gioco perfetta ammirata fino a Marassi.
A Sassuolo, o per meglio dire a Reggio Emilia, tocca a Borja Valero illudere con un facile gol in apertura. Poi è Fort Apache dei neroverdi, che pareggiano a fine primo tempo e tengono in apprensione i viola per tutta la ripresa.
Il sei dicembre, la Fiorentina regola l’Udinese (ormai post-Di Natale) con un 3-0 confezionato da Badelj (al suo primo centro), Ilicic e Fernandez. E’ il miglior viatico possibile per una squadra viola attesa al turno successivo dalla madre di tutte le partite.
La pratica Belenenses viene archiviata in settimana con il minimo scarto. La Fiorentina saluta la Europa League in attesa della ripresa di febbraio. Decide Babacar, che poi sparirà dai radar per il resto del campionato come il DC9 a Ustica.
A Torino, la Juventus aspetta la Fiorentina reduce da un impetuoso avvio di rimonta. Vuole i tre punti per accorciare ancora. I viola vanno subito in vantaggio con rigore di Ilicic, pareggia immediatamente Cuadrado, che non ha mai goduto di tanta libertà come contro gli ex compagni. Dopo 80 minuti in cui incredibilmente i viola hanno messo in difesa i bianconeri in casa loro, Mandzukic e Dybala approfittano di altrettante boiate della difesa fiorentina e portano la Juve sul 3-1, a meno tre da una vetta in cui la squadra viola non è più sola.
Tre giorni dopo, la Fiorentina fa una fugace apparizione in Coppa Italia. Il Carpi passa al Franchi ed apre una voragine nella parte alta del tabellone in cui si infilerà un incredulo Milan. Prime polemiche in viola, va bene che la panchina è corta per tre obbiettivi, ma questo sembrava il più facile.
L’anno si chiude con un 2-0 sul Chievo firmato Kalinic e Ilicic, la classifica dei cannonieri viola quest’anno è una questione tutta balcanica.
Alla riapertura dei giochi, la facile vittoria colta al Labarbera di Palermo per 3-1 fa dire che stavolta il panettone non è andato di traverso alla Fiorentina. Doppietta di ilicic e Błaszczykowski.
All’ultima del girone di andata, è la Lazio come sempre a rimanere indigesta ad una Fiorentina che lascia troppi spazi ai suoi razziatori. 3-1 biancoceleste al Franchi, con gol velenoso di quel Milinkovic Savic coprotagonista di una delle più grandi farse di calciomercato della storia del football mondiale. Almeno fino a Mammana.
Al giro di boa invernale, non si può non battere le mani ai ragazzi di Sousa per quello che hanno fatto vedere e prodotto nelle diciannove partite appena archiviate (le Coppe, lasciamo fare). Ma non si può non guardare con apprensione verso le stanze dei bottoni di Viale Manfredo Fanti, ora che la palla passa allo staff societario per il mercato di gennaio.
Visibilmente, c’è bisogno di allungare la coperta in casa viola. La società raccoglierà?

lunedì 16 maggio 2016

La Fiorentina che non ti aspetti



Vaglielo a dire adesso al popolo viola che è finita qui. Che il campionato è arrivato alla fatidica trentottesima. Ci si rivede a fine agosto, chi c’è c’é. Vaglielo a spiegare, a chi si è sorbito un girone di ritorno che nemmeno le bestie, che la Fiorentina s’è ricordata come si gioca all’ultimo tuffo, quando già Lulic aveva apparecchiato per l’ennesima goleada laziale e qualcuno rispolverava ricordi lontani e meno lontani di un 8-2, di un 4-0 e di altre gite fuori porta nell’amena campagna laziale.
A chi scrive sovviene anche un ricordo di tutt’altro genere. Erano i tempi dell’università, ultimo giorno dell’anno accademico. Allora usava che certi professori più attenti alle frequenze degli studenti pretendessero di firmarne i libretti, come condicio sine qua non alla possibilità di sostenere poi il rispettivo esame. Uno studente porge il libretto al professore, il quale lo squadra e lo apostrofa: lei, mi sembra che sia la prima volta oggi che la vedo in tutto l’anno! Risposta dello studente, imperturbabile: No, professore, c’ero anche ieri. Chiusura beffarda del prof., Ah, peccato finisca oggi, altrimenti potevo vederla anche domani!
Ecco, l’ultimo atto di questa Fiorentina 2015-16 è un po’ così. Dopo un girone di ritorno da retrocessione, una vittoria in undici partite, l’Armata Viola risorge proprio nella circostanza meno probabile. Con la Lazio si piange sempre, o quasi. Nei giorni scorsi un leit motiv della rassegna stampa fiorentina era Firenze attende la nuova figura. Sottinteso, la nuova figura di direttore sportivo. Chissà quanti come chi scrive avranno pensato alla figura che avrebbe fatto la Fiorentina dalle gambe molli e dalla testa svagata all’Olimpico.
Finisce con un mezzo trionfo, invece, come l’anno che in viola c’erano Batistuta, Rui Costa, Oliveira. Il paragone può essere assimilato alla bestemmia, ce ne rendiamo conto. Questa Fiorentina sta a quella di Claudio Ranieri come sta al Leicester sempre di Claudio Ranieri. Tentativo di imitazione da cui guardarsi, come consigliava un noto settimanale di enigmistica.
La Lazio, che di solito la Fiorentina se la magna, stavolta è un fondale di cartapesta, di quelli che allestivano a Cinecittà per le produzioni cinematografiche. Dietro non c’è niente, o quasi. Il popolo biancoceleste spende tutta la propria carica emotiva nel saluto a Miroslav Klose, giunto al passo d’addio dopo cinque anni da queste parti, durante i quali ha finito di consacrarsi come uno degli attaccanti più prolifici di sempre, il Gerd Muller dei nostri tempi. Danke Miro, recita uno striscione in tribuna. Ci si commuove anche a non essere laziali.
La Lazio stasera è tutta lì, nel gol a bruciapelo di Lulic, nel quarto d’ora iniziale in cui si balocca con il pallone credendo di poter prendere a rasoiate come al solito la cicala Fiorentina che prima o poi alzerà bandiera bianca, e nel quarto d’ora finale in cui prova a risvegliarsi, mettendo dentro un Felipe Anderson che Simone Inzaghi lascia incredibilmente a sedere in panca fin quasi alla fine ed un Mauri che subito dopo Klose ha festeggiato anche lui un bel record: 300 presenze in biancoceleste.
Quando segna Lulic, verrebbe voglia di spegnere subito il televisore. E di segnarsi, perché quella povera anima di Lezzerini meritava un esordio migliore (prima vera partita in A della sua carriera, se non si conta la passerella a risultato acquisito che tanto fece inalberare il Frosinone). Poi sovviene la memoria, anche a un campione come Giovanni Galli toccò un esordio drammatico, in pieno 5-1 subito a Torino dalla Juventus nell’anno della retrocessione sfiorata nel 1978.
Lezzerini alla fine sarà tra quelli che smentiscono a testa alta le previsioni più fosche. Una delle note positive di questa nottata romana della Fiorentina. La Lazio smette di giocare non appena la Fiorentina prova a metterci la gamba e un po’ di testa, ma quando prova a ricominciare Lezzerini c’é. Assieme a lui ci sono i soliti Gonzalo (rigore a parte) e Astori, c’è Bernardeschi sempre più padrone del centrocampo e sempre più insidioso nei suoi calci piazzati e nelle sue aperture ai compagni. C’è Tello che stasera più che saltare l’uomo lo mette a sedere e ce lo lascia, come succede a Konko nei momenti cruciali della partita. C’è Vecino, che è un altro che scopre di avere il piede addomesticato per tirare in porta proprio alle battute finali.
Ci sono un po’ tutti, per la verità, non appena la squadra viola si accorge del bluff laziale. Ci vogliono una ventina di minuti buoni ai viola per ricompattarsi, mentre la Lazio esaurisce la voglia di ritardare le vacanze estive. Il pareggio, per quanto rocambolesco nella dinamica, non può dirsi immeritato. Dopo la ribattuta su Mati Fernandez, Vecino lascia partire il classico tiro della domenica. Quando ti va bene va dentro, quando ti va male va a finire alla bandierina del calcio d’angolo. Stasera va bene, e Matias l’uruguaiano toglie lo zero dalla casella dei gol segnati in viola.
Il secondo gol viola è una ipoteca sul futuro, se al futuro qualcuno in casa viola sta seriemente pensando. Tello mette a sedere Konko come la Red Bull di Verstappen ha fatto poco prima con la Ferrari. Il resto è la fotocopia del vantaggio di Bologna, sulla palla si avventa Bernardeschi che come un giocatore di biliardo indovina la carambola giusta.
Siamo viola, siamo nati per soffrire. A quel punto, dopo aver notato che il mister Sousa in panchina per festeggiare la sua squadra in vantaggio non ha ritenuto di muovere nemmeno un muscolo (forse ha bisogno di andare al mare anche lui), ci vien fatto di pensare che se deve finire 8-2 noi i nostri 2 li abbiamo segnati. Proprio allora Bernardeschi restituisce l’assist a Tello, che parte in contropiede e dopo essersi fatto metà campo da solo fulmina Marchetti con la freddezza di un veterano. Che dice, ragionier Cognigni, lo riscattiamo questo ragazzo dal Barcellona? O aspettiamo la telefonata intercontinentale con Della Valle non appena questi riesce a raggiungere una cabina telefonica nel cuore dell’Asia là dove risulta disperso?
Si ricominciano le ostilità nella ripresa con un pensiero sottile che si insinua nella corteccia cerebrale di noi tifosi in cerca di riscatto da un destino di sofferenza: stai a vedere che stasera la goleada si fa noi? Dopo venti minuti di accademia, di Lazio in stato confusionale e di Fiorentina in controllo (con Astori e Gonzalo che sembrano sempre più Scilla e Cariddi, di qui non si passa), al 25’ Mati Fernandez fa la cosa più bella del suo campionato chiudendo un triangolo spettacolare con il Mati che di cognome fa Vecino. Il quale, malgrado sia in piena corsa, si ripresenta davanti a Marchetti e manco fosse Higuain lo rifulmina con un tiro da grande attaccante.
Stasera va bene tutto, è apoteosi viola e notte fonda laziale. Perfino Antonio Candreva saluta (forse) mestamente i suoi tifosi per l’ultima volta dopo una prova opaca lasciando il posto ad Anderson, che perlomeno si dimostra il classico ciuco vivo al posto del purosangue morto. Nemmeno Milinkovic Savic, entrato per Cataldi, ci fa più paura. Nemmeno il rigore che Lulic si procura a un quarto d’ora dalla fine costringendo Gonzalo al fallo appena dentro l’area ci fa paura.
Omaggio a Miro Klose. Anderson va a porgergli il pallone per la trasformazione e l’uscita di scena in bellezza. Il tedesco gli fa un cenno di sobrio diniego, il rigorista sei tu, sembra dirgli. Lo stadio insorge e lo spinge sul dischetto del rigore. Non è neanche il caso di dire che Miro trasforma, aggiungendo anche questo siparietto alla sua leggenda.
C’è spazio anche per un paio di paratone di Lezzerini, a dire no con personalità ad una Lazio rediviva. La sensazione è che stasera la Fiorentina abbia trovato il suo portiere del futuro. Dall’altra parte invece si consuma inutilmente la voglia di rivalsa di Mauro Zarate. Segnare il gol dell’ex in faccia a Lotito sarebbe tanta roba, ma anche la fregola è tanta e l’argentino non ha mai la freddezza giusta a tu per tu con Marchetti.
Finisce così, con un 4-2 su cui nessuno avrebbe scommesso dieci centesimi avanzati al parcheggio, un campionato che la Fiorentina aveva iniziato salendo verso il paradiso e poi aveva compromesso sprofondando verso un probabile inferno. Finisce sugli scudi per una squadra di cui stasera non sappiamo quanti effettivi rivedremo quando sarà il momento di tornare in campo, ad agosto. Oppure prima, se il Milan farà la partita della vita con la Juventus in Coppa Italia.
Già, perché dopo esser stati primi in classifica (accreditati di grandi cose almeno fino alla partita d’andata con la Lazio), adesso non siamo più nemmeno sicuri di non dover fare i preliminari di Europa League.
Grazie di tutto Diego e Andrea Della valle. Vi sia lieve l’estate.

domenica 8 maggio 2016

Saldi di fine stagione

Un’altra domenica al Franchi, di quelle che Fabio Concato avrebbe definito senza mezzi termini. Bestiale, appunto. Per dovere di cronaca ve la dobbiamo raccontare comunque. Ma siccome non si può descrivere l’indescrivibile, andiamo per forza di cose a cercare argomenti e situazioni di contorno. Sperando di non annoiarvi più di quanto abbia già fatto la vostra squadra del cuore.
Anniversari. Accade che due giorni prima di questo match (chiamiamolo così), che conclude la stagione viola almeno per le partite casalinghe, ricorra l’anniversario del primo scudetto. Quello conquistato nel 1956, il 6 maggio appunto con un pareggio in quel di Trieste, dallo squadrone allenato da Fulvio Bernardini e allestito da un presidente, Enrico Befani, che sicuramente fatturava meno di Diego Della Valle, aveva un “bacino d’utenza” ed una “clientela” assai più ridotta, ma in compenso aveva dimostrato di avere braccia assai più lunghe (ci vuole poco) e testa e cuore che a Casette d’Ete possono soltanto sognarseli. La Curva Fiesole, comprensibilmente, dedica alla ricorrenza una delle sue consuete coreografie. Peccato che stoni completamente con la condizione attuale della Fiorentina, neanche parente alla lontana di quella di sessant’anni fa, con il girone di ritorno a dir poco vergognoso che ha disputato, con la partita che oggi stesso si accinge a giocare. Alla fine, lo spettacolo vira al patetico, e non certo per colpa della Curva Fiesole.
Onori alla maglia. Non è la sola ricorrenza. Al termine di una settimana di polemiche stracittadine come solo Firenze sa produrre in questi tempi di magra, lo stadio rende omaggio a Manuel Pasqual, al suo passo d’addio alla maglia viola che ha indossato per 11 anni e 356 partite, di cui 302 in serie A. Manuel raggiunge Picchio De Sisti nella graduatoria dei più presenti in viola di sempre, e scusate se è poco. Lo stadio gli si stringe attorno con tutto l’affetto e la riconoscenza possibili. Peccato che alla fine di una partita inguardabile il clima sia freddo, e il “vola vola” dei compagni sotto la Fiesole passi non diciamo inosservato ma in un clima di freddezza generale. Del resto, ci ha pensato per tempo la società A.C.F. Fiorentina ad ammantare la celebrazione di gelo come nemmeno nel cartone animato Frozen di Walt Disney. La società che spende in comunicazione più di ogni altra non ne azzecca mai una quando si tratta di comunicare una immagine positiva. Così, dopo aver festeggiato il Benevento al posto del Leicester, si dimentica di accompagnare questo suo affezionato dipendente alla pensione con un minimo di calore e di considerazione. Nemmeno il megadirettore grand uff farabutt lup mann di Fantozzi avrebbe saputo far di peggio. Il Sousa ritornato aziendalista, da parte sua, cosa fa? Ti schiaffa il Manuel in prima squadra contro il Palermo, credendo di fargli cosa gradita e invece coinvolgendolo soltanto nella pessima passerella dei compagni.
Questioni istituzionali. Non vorremmo sbagliarci, ma abbiamo la sensazione che con il famigerato decreto Boschi sia stato abolito anche l’Ufficio Inchieste. In attesa di documentarci meglio, o almeno del referendum abrogativo di ottobre prossimo, ci consoliamo con il fatto che se esistesse ancora un ufficio degno di quel nome, la partita di oggi finirebbe di diritto sul tavolo di uno dei suoi inquirenti. A meno di non voler considerare prova di partita regolare la sforbiciata da Circo Medrano con cui Kalinic calcia sul palo un assist di Bernardeschi (complimenti al funambolo, era più difficile che fare gol, poi dicono che non è preciso…..) e una punizione di Mati Fernandez che aveva telefonato a Sorrentino già dalla partita di andata. A meno di non voler considerare i giocatori viola in campo come undici Zarate: l’argentino se ne parte all’inizio in un paio di discese che rischiano di far saltare lo 0-0, poi qualcuno dei compagni gli deve far notare che non è cosa, ed anche lui si mette a cuccia come tutti gli altri. No, oggi non è cosa, e lo si capisce fin dai primi minuti, appena la radiolina informa del vantaggio della Lazio a Carpi. Un punto noi, un punto loro, tutti contenti. A quel punto la cosa più difficile è far finta per novanta minuti di darsele di santa ragione. Colpire la palla però è rischioso, meglio le caviglie. E così il buon Orsato ti regala una settimana anticipata di vacanze. Vero, Borja Valero?
Questioni aziendali. Dopo la fine dei mondiali di slittino, alla fine ADV e PS1 (Andrea Della Valle e Paulo Sousa) si incontrano per davvero. Ne esce una clamorosa riappacificazione. Sousa proclama al mondo che lui qui ci sta bene (e te credo) e che pertanto ci sarà un PS2. Certo che questi della Valle son capaci di risolvere le situazioni come Cristo di resuscitare Lazzaro. Diego convinse Luca Toni a rimandare il Bayern con un caffè al Bar Stadio. Stai a vedere che convince Nardella a ripartire con la Cittadella? Nel frattempo Andrea, dopo quattro mesi da separato in casa con il suo allenatore (che si sbizzarrisce peraltro a fargli anche i dispetti ogni volta che deve stilare una formazione al punto da strafalcionarne 18 su 19, ad arrotondare per difetto) lo sorprende sulla via non di Damasco ma sicuramente di qualche altra località del Nord Italia o Nord Europa e con uno sguardo dei suoi lo convince a restare più convinto e felice di prima. Ora, delle due l’una: o lo sguardo di ADV – per quanto carismatico possa essere (le telecamere di Sky raramente gli rendono giustizia) – è accompagnato da un bel rinforzo di bigliettoni verdi, oppure, detto in vernacolo, ci pigliano in giro. La questione è semplice: ti trovi al primo posto della classifica a Natale, a quel punto basterebbe che la società ti comprasse un paio di rinforzi decenti, facciamo tre per sicurezza, ma roba da non svenarsi. Arriva invece una banda di soggetti che nemmeno i “cattivi” disegnati dalla Marvel dei tempi d’oro. Ciliegina sulla torta, quel Benalouane che stava talmente male da precipitarsi a Leicester a festeggiare lo scudetto dei compagni. O ex compagni. O futuri compagni. Vai a sapere. Risultato? Finisci quinto perché dietro hai un campionato di morti viventi, il punto più basso nella storia del glorioso calcio italiano dal 1898 ad oggi. Ti viene il dubbio che il tuo datore di lavoro “o ci è o ci fa”? E se non ti viene, non sarai per caso te che “o ci sei o ci fai”?
Scivolata nostalgica nel vintage. Dato che siamo in clima di ricorrenze e celebrazioni, mettiamoci anche questa. I tifosi un po’ più in là con gli anni si ricordano senz’altro quelle ultime partite di campionato di quel tempo che fu, quando le curve scendevano giù dalle gradinate già alla metà della ripresa per essere pronti al fischio finale all’invasione di campo festosa. Un anno la festa finì in rissa, tra i supporters viola che si disputavano non ricordiamo più se la maglia di Mauro Della Martira o quella di Alessio Tendi. Un altro anno portarono in trionfo Beppe Chiappella non per lo scudetto del ’56 ma per la salvezza del ’78. Un altro anno “finì a labbrate”, con la polizia che sparava lacrimogeni ad alzo zero, perché si perse l’ultima con l’Inter campione d’Italia di Bersellini, noi già sicuri di un sesto posto che all’epoca voleva dire Coppa Uefa.
Tempi eroici. Calcio che non esiste più. Non potrebbe esistere, con le norme UEFA ed il politically correct che impera adesso. Ma almeno un Andrea Della Valle si sarebbe guardato bene dal mischiarsi ai tifosi per farsi dei selfie come si è visto oggi. Nessuno gli avrebbe mai torto un capello, per carità. Firenze non è mai stata così cialtrona. Ma di “bischero” – dopo un campionato gettato via così – ne avrebbe presi tanti. E se li sarebbe portati meritatamente a casa.

Domenica si chiude, vivaddio, con la Lazio. Poi, come si suol dire, per i bischeri non c’è paradiso.