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domenica 27 novembre 2016

La dura vita dell'allenatore nella Firenze dei Della Valle

La monarchia costituzionale fu inventata nel diciottesimo secolo per sollevare i monarchi dalla responsabilità delle loro azioni, soprattutto da quel certo momento in poi in cui prese piede l’usanza di farla valere sul palco della ghigliottina. In sostanza, il ministro o maggiordomo pagavano e pagano al posto del loro sovrano, mettendoci la faccia e in qualche caso la testa.
La filosofia politica ha fatto tanta strada da allora, estendendo il proprio campo d’azione tra l’altro a tutti quei settori che prevedono l’esistenza di un padrone, di un’azienda, di un fatturato e di azionisti – o quantomeno clienti – a cui rispondere.
Eccoci quindi nel mondo del calcio. Non c’è più un Luigi XVI a cui salvare la testa, ma tanti presidenti-proprietari, padroni assoluti come tanti Re Sole fino al giorno in cui la squadra va male, e allora bisogna dare in pasto alla folla inferocita una testa, appunto. Non di un ministro, in questo caso, ma di un allenatore.
E’ la prima cosa che imparano i presidenti del calcio. L’allenatore sta lì a prendersi gli osanna e le maledizioni dei tifosi. Il Presidente, quello non si tocca mai, non si contesta. Perché….. se va via…..
A Firenze, dal 2002 c’è una squadra – azienda. E avresti detto che aziendalisti come i Della Valle, così precisi e rigorosi nelle altre aziende del loro gruppo, avrebbero rifuggito inorriditi da certi malcostumi tipici del calcio. E invece…..
Gli allenatori a Firenze durano poco, storicamente. Il record di permanenza, sei stagioni, a tutt’oggi rimane legato alla memoria di una figura leggendaria: Fulvio Bernardini, il mister del primo scudetto. Proprio con i Della Valle siamo andati vicini a superarlo, con Cesare Claudio Prandelli, che di stagioni da queste parti ne ha rette ben cinque. Sappiamo tutti com’è andata a finire, “si cerchi un’altra squadra” proprio la sera di Liverpool. Qualcosa non funziona nel rapporto degli imprenditori marchigiani con i loro dipendenti in tuta da calcio. Ce ne accorgemmo allora, quando l’illusione di una proprietà che credevamo diversa svanì nello spazio di una nottata e di un girone di ritorno.
Nel 2002, doveva essere Eugenio Fascetti a guidare la Fiorentina retrocessa in B di Vittorio Cecchi Gori. Ma la B diventò C2, la Cecchi Gori Productions diventò una società fallimentare, ed al suo posto la Giunta Domenici tirò fuori dal cappello messole in mano dalla politica romana il Gruppo Tod’s. Che all’inizio ebbe il merito di inventarsi in soli 20 giorni società e squadra. Giovanni Galli ingaggiò l’ex compagno di quasi-scudetto Pietro Vierchowod, per dare la scalata alla C1.
Pietro durò nove giornate. Allenatori non ci si improvvisa, ed il russo scoprì a sue e nostre spese di non avere l’esperienza ed il carisma per portare Riganò & C. ad una marcia trionfale. Al suo posto fu chiamato il navigato Alberto Cavasin, che in C2 se la cavò egregiamente. Dalla C2 alla B, grazie ai meriti di blasone, il passo però fu troppo breve, e nel febbraio 2004 anche Cavasin fu giudicato non all’altezza del compito. In serie cadetta, la squadra era quattordicesima, Firenze voleva la serie A, l’azienda pure. Arrivò il mister tifoso Emiliano Mondonico, vecchio filibustiere di tutte le serie.
Mondo vinse lo spareggio, ma se ne disperò quasi. Aveva annusato che l’aria di Viale Manfredo Fanti era diventata pesante per lui e per gli eroi venuti su dalla C2. Anche lui arrivò fino al novembre successivo, poi passò la mano a Sergio Buso, allenatore fino a quel momento dei portieri. Il povero Buso resse tre mesi, finendo vittima di logiche di sistema che andavano al di là dei suoi demeriti. La Fiorentina dei Della Valle era stata antipatica da subito all’establishment di quella serie A che aveva appena riconquistato. A Genova finì la partita in otto, tanto per gradire. Altro che cattivi pensieri, come quelli che vennero al Grande Timoniere Dino Zoff. Che comunque portò la squadra in salvo con una rimonta alla Chiappella.
E venne Claudio Cesare, vide e vinse. Quarto posto, Champion’s League e Toni Scarpa d’Oro. Peccato che il conto di Calciopoli arrivò proprio quell’estate. Meno quindici, e tanti avvisi di garanzia. A Folgaria quell’anno al raduno c’era solo lui. Diventò per la Fiorentina una specie di Alex Ferguson, salvando la squadra e portandola al terzo posto virtuale. Ma i Della Valle non tolleravano i Ferguson, al massimo i Cognigni. E quando un bel giorno Prandelli chiese conto dei proclami di vittoria entro il 2011, gli fu risposto dal patron Diego in persona: “lei è l’allenatore? E allora pensi ad allenare”.
A novembre 2009 il giocattolo di Prandelli andò in pezzi. Società improvvisamente demotivata, calciatori che ressero di nervi fino al furto di Ovrebo a Monaco. Poi fu Caporetto, 17 sconfitte stagionali. Prandelli la squadra se la trovò davvero, era la Nazionale, nientemeno. Ad ottobre dell’anno dopo, in visita a Firenze con gli azzurri, Andrea Della valle lo accolse con la storica frase “Un giorno mi ringrazierai”. La risposta di Cesare fu altrettanto storica: “Se vuoi posso farlo anche adesso”.
Sinisa Mihajlovic aveva soprattutto la colpa di venire dopo di lui, l’allenatore più amato dai fiorentini dopo Bernardini, Pesaola e De Sisti. Il serbo aveva poca esperienza, come già Vierchowod dieci anni prima, e non aveva ancora grandi idee di gioco. Pagò per sé e per tutti sempre di novembre (mese maledetto per gli allenatori, viola e non) nel 2011. Gli fu fatale l’ennesimo pareggio in una annata che ne vide un visibilio.
Dentro Delio Rossi, aziendalista senza azienda. Via i campioni a cui si stava spegnendo la luce, squadra che affondava nelle parti basse della classifica. Con il Novara in casa a tre giornate dalla fine, il dramma dei cazzotti a Llajic e dei due gol ospiti che stavano spingendo i viola di nuovo in B. Al risultato ci pensò il reprobo Montolivo. A salvare Rossi non poteva ormai pensarci nessuno. Le ultime due giornate in panchina andò Vincenzo Guerini, anche lui ripagato a tempo debito con un bel calcione nel fondo schiena.
Sotto con Vincenzo Montella, un’altra scommessa. Questa volta vinta, perché fu dotato di giocatori validi, con motivazioni di rivalsa forti. Tre quarti posti a fila, due partecipazioni alla Europa League molto buone (con possibili risultati ancora migliori sfumati per ingenuità, contro Juventus e Siviglia), una Champion’s League mancata di un soffio grazie alla supponenza di Pizarro contro l’infame Montolivo.
Anche Montella, come Prandelli, ebbe l’ardire di chiedere in sede se eravamo questi e questi restavamo, o se invece potevamo fare il benedetto 31 dopo il 30. Gli fu risposto che poteva rimanere al mare. Mentre partiva l’ennesima campagna plusvalenze, la società pescava l’oscuro Paulo Sousa, fresco vincitore del campionato svizzero a Basilea, che la gente però ricordava piuttosto per essere stato uno dei gobbi di Lippi.
La Fiorentina partì a razzo nella stagione 2015-16, la gente perdonò volentieri il gobbismo passato a Paulo Sousa e il depauperamento tecnico del parco giocatori alla società. Fino a Natale la squadra era prima o giù di lì. A gennaio, auspicava il tecnico prima ancora dei tifosi, qualcuno si sarebbe frugato in tasca per rinforzarla e tentare fino in fondo di ripetere qualcosa che non succedeva più dal 1969.
Tino Costa, Kone, Benalhouane. I sogni muoiono sempre all’alba del 1° febbraio, in Viale Manfredo Fanti. Girone di ritorno da scoppiati, come l’ultimo di Prandelli. Fiorentina che terminò quinta con fatica. La gente si aspettava che il tecnico deluso rassegnasse le dimissioni, ma egli preferì lo stipendio e rimase a mugugnare e mischiare le carte già sparigliate dal ritorno di Corvino e dalla ripresa dell’Età d’Oro delle Plusvalenze.
Il resto è storia attuale. Che ci riporta al tema iniziale. Compare lo striscione che inneggia al boia, ma la testa è quella sbagliata. Il maggiordomo ha colpa fino ad un certo punto se il servizio è scadente, non parliamo del governo. I tempi si fanno di nuovo cupi. Dopo 14 anni, l’11° allenatore sta per l’undicesima volta per concludere malamente il suo rapporto con il suo datore di lavoro e nostro patron.

Avrà mai la gente di Firenze il coraggio di consegnare al boia (metaforicamente parlando) la testa giusta? Quella del Re?

domenica 12 giugno 2016

Il crepuscolo degli Dei

Giuliano Sarti lotta contro la commozione, mentre ricorda Giuseppe Virgili, un altro che se n’è andato dei suoi amici e compagni di quello spogliatoio fantastico che nel 1956 diventò davvero vanto e gloria di Firenze, e meraviglia del resto del mondo.
Siamo rimasti in pochi, è un’angoscia profonda quando qualcuno se ne va”. Pochissimi, Giuliano. La legge inesorabile della vita non risparmia nemmeno gli eroi dello sport. Sono passati sessant’anni da quello scudetto favoloso conquistato con trentatre partite utili consecutive (e peccato per quella trentaquattresima….) e dodici punti di vantaggio sulla seconda, un Milan che non era affatto male. Cinquantanove dalla finale di Madrid dove la Fiorentina contese ad un grande Real la seconda edizione della Coppa dei Campioni.
All’appello rispondono in pochissimi. Giuliano Sarti di Castello d’Argile, classe 1933, è uno di questi. Farà 83 anni il 2 ottobre. A festeggiarlo, ci si augura, ci sarà ancora Ardico Magnini, il terzino di Pistoia, 88 anni sempre ad ottobre, il 21.
Sergio Cervato, l’altro terzino, non c’è più. Nato a Carmignano di Brenta il 22 marzo 1929, si è spento a Firenze il 9 ottobre 2005, dopo che una lunga malattia l’aveva costretto ad interrompere la sua carriera di allenatore, che aveva compreso anche le giovanili viola.
Anche Beppe Chiappella era stato allenatore dopo essere stato il capitano di quella Fiorentina che si era cucita il primo scudetto. A San Donato Milanese era nato il 28 settembre 1924, a Milano si era spento il 26 dicembre 2009. Firenze aveva fatto in tempo a tributargli nuova gratitudine dopo che nel 1978, annus horribilis, aveva salvato la squadra da una retrocessione quasi sicura, subentrando in panchina a Carletto Mazzone.
Lo stopper Francesco Rosetta invece era di Biandrate, nel novarese, dove era nato il 9 ottobre 1922. Nel novarese era tornato a vivere e a morire, l’8 dicembre 2006. Alla Fiorentina si era alternato con Chiappella a indossare la fascia di capitano. Nel 1957 Enrico Befani gli aveva addirittura conferito una medaglia per i servigi resi alla società ed alla squadra.
Armando Segato era di Vicenza, dove era nato il 30 maggio 1930. Nato ala sinistra, Bernardini lo aveva inventato come mediano. Dopo l’addio al calcio agonistico era diventato allenatore. La sua carriera era stata stroncata dal solito male incurabile che se lo era portato via il 19 febbraio 1973, qui a Firenze dove viveva.
Miguel Angel Montuori veniva da Rosario, in Argentina. Scoperto da padre Volpi, un religioso talent scout di calciatori a tempo perso che lo segnalò a Befani, fu uno dei fenomeni della Fiorentina del primo scudetto e dei quattro secondi post successivi, con 72 reti complessive. La sua carriera si era chiusa anzitempo per un infortunio ad un occhio in amichevole. Senza fortuna come allenatore né in Italia né in Cile, era tornato a stabilirsi a Firenze nel 1988. Allenava i giovani dell’Isolotto, finché il male non si era portato via anche lui, 4 giugno 1998.
Julio Botelho detto Julinho era nato a San Paolo del Brasile il 29 luglio 1929, ed a San Paolo era morto l’11 gennaio 2003. In una stanza di cui, si venne a sapere, aveva fatto dipingere i muri di viola. Nella sua bara secondo la sua espressa volontà fu deposto il labaro della Fiorentina. Fu il più grande giocatore brasiliano della generazione prima di Pelé, uno dei più grandi in assoluto del suo tempo. Vittima della saudade carioca quando era a Firenze, vittima di quella fiorentina una volta ritornato in patria.
Giuseppe Virgili era di Udine, dove era nato il 24 luglio 1935. Si è spento all’Ospedale Maggiore di Careggi due giorni fa. Era stato soprannominato Pecos Bill da Gianni Brera, in omaggio ai giornaletti western che come tutti i ragazzi della sua generazione aveva divorato. Anche i portieri avversari aveva divorato. 21 delle 59 reti con cui la Fiorentina conquistò lo scudetto nel 1956 erano sue.
Maurilio Prini veniva dalle Sieci, che il 17 agosto del 1932, giorno in cui era nato, erano già una frazione del Comune di Pontassieve. Prini era centrocampista offensivo, con il vizio del gol. Sua la rete, tra le altre, che eliminò la Stella Rossa di Belgrado in semifinale di Coppa Campioni 1957, e che spedì i viola al Santiago Bernabeu a giocarsi la finale con il Real. E’ morto a Firenze il 22 aprile 2009.
Guido Gratton era di Monfalcone, dove aveva visto la luce il 23 settembre 1932. Quella luce che si era spenta prematuramente a Bagno a Ripoli il 26 novembre 1966, quando i rapinatori introdottisi in casa sua per sottrargli l’incasso del circolo tennistico che dirigeva avevano fatto fuoco, stroncandogli la vita. Per una volta ancora dai tempi gloriosi del Rinascimento e del Risorgimento, la Basilica di Santa Croce era stata giustamente concessa alla celebrazione delle sue esequie.
Claudio Bizzarri, attaccante di riserva di quella leggendaria Fiorentina, c’è ancora. E’ nato a Porto Civitanova il 21 dicembre 1933 ed ha la stessa età di Sarti. C’è ancora anche Giampiero Bartoli, difensore nato a San Giovanni valdarno il 1° aprile 1934, così come Sergio Carpanesi, centrocampista di La Spezia nato il 22 marzo 1936. E’ ancora tra noi anche Alberto Orzan, centrocampista di San Lorenzo di Mossa, nato il 24 luglio 1931.
Non c’è più il portiere di riserva Riccardo Toros, nato e morto a San Lorenzo Isontino (1 dicembre 1930 – 27 giugno 2001). Né Bruno Mazza, centrocampista nato a Crema il 3 giugno 1924 e morto a Milano il 25 luglio 2012. Né Aldo Scaramucci, mediano di Montevarchi, dove era nato il 24 febbraio 1933 ed é morto il 10 gennaio 2014.
Fulvio Bernardini, fuoriclasse del nostro calcio sia come giocatore (talmente forte che Pozzo non lo convocò ai vittoriosi mondiali del 1934 per non sconvolgere gli equilibri di squadra) sia come allenatore (la cui carriera decollò proprio con il sorprendente scudetto viola), era di Roma. Nato il 28 dicembre 1905 e scomparso il 13 gennaio 1984, dopo aver rifondato anche la Nazionale italiana, avviandola verso il titolo mondiale conquistato con Bearzot in panchina.
Il Corriere dello Sport del 7 maggio 1956
Enrico Befani, presidente senza bacini di utenza ma con una grande, sconfinata voglia di vincere e passare alla storia di Firenze oltre che a quella della natìa Prato, era del 1910. Scomparve nel 1968, pochi mesi prima che il suo successore Nello Baglini regalasse a lui e a tutti i tifosi la gioia del secondo scudetto.

Questa è la storia. Gli eroi son tutti giovani e belli. E come tutti gli altri, invecchiano e ci abbandonano, lasciandoci con il cuore gonfio di tristezza. Come se fossimo stati con loro, in quei giorni di gloria, in quello spogliatoio dove – come dice Giuliano Sarti – entravano soltanto amici. E uomini veri.

dedicato a mio padre

venerdì 1 gennaio 2016

Per esser di Firenze vanto e gloria (Trieste, 6 maggio 1956)



Sarti, Magnini, Cervato, Chiappella, Segato, Rosetta, Montuori, Julinho, Virgili, Prini, Gratton. Lo speaker dello Stadio Comunale di Trieste (il vecchio Littorio, che poi sarebbe stato intitolato a Giuseppe Grezar, uno dei grandi del Grande Torino scomparso a Superga) lesse questa formazione della squadra ospite che quel 6 maggio 1956 scese in campo contro la Triestina.
Non era una partita qualsiasi, alla ventinovesima partita di quel campionato di serie A 1955-56 la Fiorentina si presentava imbattuta da 35 partite. Aveva perso l’ultima volta a Bergamo per 5-1, nel campionato precedente. Poi tutti i pezzi di una macchina da calcio perfetta erano andati a posto. La squadra viola aveva preso il volo, e quel giorno di maggio a Trieste le mancava un punto soltanto per laurearsi campione d’Italia per la prima volta nella sua storia cominciata trent’anni prima.
Segnò Julinho al 42’, il pareggio degli alabardati fu fulmineo, appena due minuti dopo con Sergio Brighenti. Finì 1-1, i viola con cinque giornate d’anticipo chiusero il discorso per quel campionato 1956 riportando lo scudetto a sud dell’Appennino per la prima volta nel dopoguerra. Non contenti, allungarono il proprio record di imbattibilità fino a 40 partite consecutive, vedendoselo interrotto soltanto all’ultima giornata a Marassi a Genova. A un quarto d’ora dalla fine la Fiorentina vinceva 1-0, poi il Genoa ne segnò tre e quel campionato favoloso finì così, con quella minuscola macchia su un affresco che avrebbe mantenuto il suo splendore nei secoli dei secoli.
Artefici di quell’impresa, oltre agli undici cavalieri annunciati quel 6 maggio dallo speaker triestino ed ai loro compagni in panchina Toros, Bartoli, Carpanesi, Mazza, Orzan, Scaramucci e Bizzarri, erano stati principalmente due personaggi. Uno già arcinoto al calcio italiano, l’altro un clamoroso outsider. Quest’ultimo era il presidente Enrico Befani, industriale tessile di Prato con la passione del calcio vissuta in quel di Firenze, che aveva rilevato la squadra viola nel 1951 da Carlo Antonini e dopo un avvio travagliato aveva montato pezzo per pezzo una fuoriserie. Alla guida della quale aveva chiamato un ex enfant prodige romano, Fulvio Bernardini, che da giocatore era stato talmente bravo da costringere Vittorio Pozzo ad escluderlo dalla squadra azzurra campione del mondo nel 1934, perché i compagni non riuscivano a capirlo e stargli dietro.
Da allenatore, Bernardini fu più bravo ancora. Vinse due soli scudetti, ma pesantissimi, ed entrambi al di sotto di quella linea fatidica dell’Appennino: nel 1956 appunto a Firenze, nel 1964 a Bologna. Lo scudetto viola fu un capolavoro impreziosito dalle giocate di alcuni dei più grandi fuoriclasse dell’epoca. Due su tutti: Miguel Angel Montuori, l’oriundo cileno-argentino segnalato a Befani da Padre Volpi un frate missionario talent scout a tempo perso, e soprattutto lui, Julio Botelho detto Julinho. Il primo di una lunga serie di unici 10. Colui che spinse il mister Bernardini ad una definizione leggendaria: “Un’ala può arrivare fino a Julinho. Non oltre".
Come sarebbe successo tredici anni dopo, la chiave di volta del successo viola fu la partita alla quinta giornata contro il Bologna. Diversamente dal secondo scudetto, che prese le mosse dalla frustata subita in casa dai rossoblu per 3-1, il primo decollò invece grazie ad una vittoria in trasferta per 2-0 nel derby dell’Appennino. Fu una marcia trionfale interrotta solo dal gol dell’ex Gunnar Gren a Marassi il 3 giugno, un mese dopo che la Fiorentina si era cucita il suo primo scudetto accanto al giglio in quel di Trieste.
Per la prima volta, i tifosi fiorentini fecero tardi ad attendere la squadra per portarla in trionfo dopo la grande impresa. Per la prima volta, la bandiera che solitamente garriva sulla Torre di Maratona, fu per l’occasione spostata sulla Torre di Arnolfo. La Fiorentina entrava nella storia del calcio stabilendo una serie di record destinati a durare a lungo (quello di imbattibilità fino al 2012, superato dalla Juventus di Antonio Conte) , con il Milan secondo staccato di dodici punti, il capocannoniere Beppe Virgili autore di 21 reti e 20 vittorie su 34 partite di quel campionato.
Come cantava in quegli anni il suo inno interpretato dalla splendida voce di Narciso Parigi, la maglia viola era finalmente di Firenze vanto e gloria.

Enrico Befani il pratese che fece grande Firenze

Era nato a Prato nel 1910. All’inizio degli anni ’50, quando Prato stava diventando una delle capitali industriali italiane, e nel settore tessile una delle capitali mondiali, era uno degli imprenditori più prestigiosi e facoltosi. Enrico Befani era un grande organizzatore, con idee moderne, e con una grande passione, oltre al suo lavoro: il calcio.
Enrico Befani con il Marchese Ridolfi
A due passi da casa sua, a Firenze, la squadra viola, dai tempi eroici del Marchese Ridolfi al dopoguerra, aveva cominciato a farsi un nome, attraverso prestazioni dignitose e campionati a volte anche conclusi in posizioni prestigiose, mai però sopra il quinto posto. In un calcio ancora artigianale e dilettantistico, finita l’epopea del Grande Torino, solo gli squadroni del nord avevano una struttura societaria che si elevava al di sopra del pressappochismo. La Fiorentina di quegli anni giocava benino, segnava poco, e aveva un rendimento altalenante. La società cercava di investire, ma spesso senza idee chiare. I tifosi in compenso cominciavano a sognare un futuro più roseo, come Firenze meritava.
Le idee chiare non mancavano a Befani, che nel 1952 rilevò la società viola da Carlo Antonini. Il neo-presdente si intendeva di calcio, oltre che di organizzazione societaria. Non era ancora arrivato in sede che già aveva acquistato due pezzi pregiati come il mediano Segato e l’ala Prini, oltre ad altri giocatori promettenti. Nel suo primo campionato, 1952-53, la squadra partì malissimo. A metà campionato si ritrovò in piena lotta per la retrocessione. Befani decise di esonerare l’allenatore Renzo Magli, e siccome a volte la fortuna aiuta gli audaci, la sua scelta cadde su quanto di meglio c’era allora: Fulvio Bernardini.
Un imprenditore, la storia lo ha spesso dimostrato, è grande non solo per le proprie qualità, ma anche per quelle dei collaboratori che si sa scegliere. Fulvio Bernardini era stato un gran giocatore, e come raramente succede, si apprestava a diventare un grandissimo allenatore. Esplose qui a Firenze, ed esplose grazie a Befani che gli dette fiducia e lo assecondò. Bernardini era un teorico del Sistema, o WM, il modulo che andava per la maggiore allora. Ma soprattutto era un teorico del principio che per giocare a calcio, qualunque sia il modulo, essenziali sono i piedi buoni. E Befani gliene mise a disposizione in quantità. Con le sue risorse economiche non indifferenti, e con la capacità di spenderle al meglio, nel giro di due anni portò a Firenze Sarti, Virgili, Gratton, Bizzarri, Orzan, e soprattutto il miglior brasiliano ed il miglior argentino che si poteva acquistare in quel momento: Julinho e Montuori.
La Fiorentina del 1955-56 volò verso il primo scudetto della storia societaria senza trovare avversari. Alla fine i punti di vantaggio sul Milan arrivato secondo furono dodici, e solo il Genoa agli ultimi minuti dell’ultima partita riuscì a battere lo squadrone viola. Negli anni successivi, le potenze del nord si riorganizzarono e – con qualche aiutino, di cui a Firenze ci si lamentò soprattutto nel 1958 – tornarono a primeggiare. Seconda, per quattro anni consecutivi, la Fiorentina di Befani, e qualcosa voleva pur dire. In Nazionale, il blocco della Fiorentina dettava legge in quegli anni. Nel 1957 soltanto un Real Madrid anch’esso non certo mal visto – diciamo così - dalla Federazione riuscì a battere in Coppa dei Campioni la Fiorentina.
Befani era un talent scout. Nel 1958 Julinho rientrò in Brasile, colpito dalla saudade. E il presidente andò a scovare per sostituirlo un ragazzino svedese che aveva giocato nella sua nazionale sconfitta solo dal Brasile ai mondiali casalinghi appena disputati, un’ala all’apparenza fragile, come un uccellino, disse qualcuno: Kurt Hamrin. Il gioiello più prezioso che lasciò in eredità al suo successore, Enrico Longinotti, quando alla fine del 1961 decise di lasciare, non prima comunque di aver vinto il primo trofeo internazionale non solo della Fiorentina, ma anche di una squadra italiana in assoluto, la Coppa delle Coppe.
Una delle caratteristiche del presidentissimo viola era quella di operare continuamente riassetti societari (finalizzati a ricapitalizzazioni), che a volte però andavano a scontrarsi con un ambiente fiorentino come sempre scorbutico e a volte un po’ invidioso di chi aveva successo, per di più venendo da fuori. A cinque anni dallo scudetto, Befani ritentò la sorte proponendo riforme allo statuto e alla struttura societari al fine di aprire un nuovo ciclo vincente. Le riforme gli furono bocciate dal consiglio d’amministrazione, e lui decise di mollare, sbattendo la porta. Il suo ultimo commento da presidente viola, dicono, fu: “ciò che oggi avete negato, un giorno sarete costretti ad accettarlo senza discussioni e senza che vi possiate opporre”. Frase quanto mai sibillina.
Enrico Befani morì a Prato nel 1968, a pochi mesi di distanza da un’impresa che ripeteva la sua del 1956: il secondo scudetto viola di Nello Baglini.

Beppe Virgili, il suo nome era Pecos Bill

Nell’estate del 1954 Befani e Bernardini avevano già otto undicesimi dello squadrone che due anni dopo avrebbe vinto il primo scudetto della storia viola. Sarti in porta, Magnini e Cervato terzini, il centromediano Chiappella, lo stopper Rosetta, il libero Segato, la mezz’ala destra Gratton e l’ala sinistra Prini. Mancava l’attacco, e sarebbe stato un attacco da sogno, uno dei più forti di tutti i tempi.
Julinho e Montuori arrivarono l’anno successivo. Quell’estate invece arrivò da Udine una giovane promessa di 19 anni, un centravanti all’antica, di quelli che partecipavano poco alla manovra, che stavano quasi sempre in area ma che in area non perdonavano.
Arrivò a Firenze con il nome di Giuseppe Virgili, ma qui venne presto ribattezzato Pecos Bill, dal nome dell’eroe di fumetti e film western in voga allora, per la sua mira infallibile.
Beppe Virgili aveva salvato l’Udinese con le sue nove reti alla sua prima stagione di serie A. Nella sua prima stagione viola invece ne fece 15, e la Fiorentina finì quinta. Nel 1955 arrivarono ad affiancarglisi i gioielli sudamericani Montuori e Julinho, l’attacco viola composto da loro tre ne fece 59, di cui 21 erano di Pecos Bill. La Fiorentina vinse lo scudetto con 12 punti di vantaggio sulla seconda, il Milan, e rimase imbattuta fino all’ultima giornata, perdendo negli ultimi minuti dell’ultima partita con il Genoa a Marassi. A Beppe la splendida stagione valse la chiamata in azzurro dove giocò in tutto 7 partite distinguendosi in particolare per la doppietta segnata al Brasile nel 1956 a San Siro, nella partita vinta dall’Italia 3-0.
Nel 1957 giocò la sfortunata finale di Coppa Campioni contro il Real Madrid. Quell’anno, ed il successivo, raggiunse con la squadra due secondi posti in campionato dietro il Milan, senza però più ripetere l’exploit dell’anno dello scudetto, fermandosi rispettivamente a 10 e 9 reti.
Nel 1958 Bernardini lasciò il posto a Lajos Czeizler, allenatore ungherese che allora andava per la maggiore, ma dal carattere difficile e dalle idee particolari: una specie di Zeman dell’epoca. Partito nel frattempo Julinho, Virgili capì che il ciclo era finito e l’aria era cambiata, e chiese di andarsene. Trasferito al Torino, vi trascorse due stagioni altalenanti prima di uscire definitivamente dal calcio che conta, a soli 25 anni. Alla fine della carriera, quello che era e resta uno dei migliori attaccanti italiani dell’epoca e di sempre, aveva segnato 80 reti in 193 partite in Serie A.
Come quasi tutti i campioni del suo tempo, rimase a vivere a Firenze, dove ha diretto la scuola calcio a lui stesso intitolata presso il Gruppo Sportivo Firenze Sud Sporting Club fino ai suoi ultimi giorni di vita.
Se n'é andato il 10 giugno 2016, il suo nome è nel lungo elenco di pezzi del nostro cuore che questa annata maledetta si è portata via.

Beppe Chiappella, il soldato viola

Per chi era ragazzo alla metà degli anni ’50, era una delle colonne della squadra che vinse il primo scudetto a Firenze. Per chi era ragazzo alla metà degli anni ’70, era l’allenatore che riuscì a salvare la Fiorentina in una delle annate più buie e disperate della sua storia.
Giuseppe Chiappella era nato a San Donato Milanese nel 1924. Era un difensore roccioso e robusto, quello che allora veniva definito stopper, e che oggi si chiama centrale. All’età in cui avrebbe dovuto cominciare la sua carriera da professionista, scoppiò la Seconda Guerra Mondiale, e il suo debutto dovette aspettare il 1946, allorché esordi nelle file del Pisa che allora militava in serie B. Nel 1949 passò alla Fiorentina, che poi nei primi anni ’50 con il Presidente Befani diventò uno squadrone, soprattutto quando ad allenarlo fu chiamato Fulvio Bernardini.
Quest’ultimo intuì che le qualità dell’atletico Beppe andavano al di là della fase cosiddetta di interdizione, e lo
spostò nel ruolo che all’epoca si chiamava di centromediano metodista, colui che in genere aveva il compito di interrompere l’azione avversaria e riproporre quella della propria squadra.
In quel ruolo, Beppe Chiappella dominò la tre quarti viola fino alla fine della sua carriera, avvenuta nel 1960, e conquistò addirittura la Nazionale, di cui rimase titolare fino al 1957, con 17 presenze. Fu proprio a causa di un infortunio in azzurro che dovette saltare la finale di Coppa dei Campioni che la Fiorentina giocò senza fortuna contro il Real Madrid. Che con lui in campo, c’è da credere, avrebbe avuto vita ancor più dura.
Chiappella era un difensore difficilissimo da saltare. Le rare volte che succedeva, gli attaccanti magari si vedevano togliere la palla con una scivolata da dietro che lui praticamente fu il primo a brevettare. Era anche un uomo-squadra, carismatico e molto simpatico ai compagni. Pecos Bill Virgili ha raccontato che essendo dotato di una gran voce, i compagni lo chiamavano Louis Armstrong, e spesso gli chiedevano di cantare per loro. Lui puntualmente li accontentava.
Appese le scarpe al chiodo, rimase alla Fiorentina come allenatore, incarico che a più riprese rivestì fino al 1968, alla vigilia del secondo scudetto. Con lui in panchina i viola vinsero la Coppa delle Coppe nel 1961 e due Coppe Italia, nel 1961 e 1966. Dopodiché, il mestiere di allenatore lo portò altrove.
Ma il caso volle che nel 1978 fosse momentaneamente libero, quando la Fiorentina si trovò in una crisi tecnica e di risultati che la tenne per la maggior parte del campionato all’ultimo posto in classifica e con lo spettro della retrocessione in B ben davanti agli occhi. Dopo gli esoneri di Carletto Mazzone e del suo vice Mario Mazzoni, che avevano uno dopo l’altro gettato la spugna per la disperazione dopo che la squadra dimostrava di non dare segni di vita e non rispondere più a nessuno stimolo continuando a perdere partite su partite, toccò al vecchio soldato viola raccogliere il fardello, caricarsi la squadra sulle spalle e portarla piano piano a risalire la china, guadagnando una soffertissima salvezza di cui ci fu la certezza solo all’ultimo minuto dell’ultima partita, contro il Genoa di Roberto Pruzzo ugualmente inguaiato (e che retrocesse al posto della Fiorentina), e grazie ad un gol dell’interista Scanziani al Foggia nella cosiddetta zona Cesarini.
Salvata la Fiorentina, il soldato Chiappella tornò dietro le quinte con umiltà pari alla sua grandezza, per dedicarsi poi ad un nuovo ruolo di opinionista televisivo che ha assolto per lunghi anni senza mai una caduta di stile o un giudizio sbagliato o sopra le righe. La sua lunga vita colorata di viola si è conclusa nel 2009 all’età di 85 anni dopo una lunga malattia. I fiorentini di diverse generazioni sanno di dovere molto a quest’uomo, che nella Galleria Viola occupa sicuramente uno dei posti più importanti.

Fulvio Bernardini, l'Uomo delle Stelle

Che non fosse uno qualsiasi, lo si vide già alla nascita. Il romano de Roma Fulvio Bernardini nacque il 28 dicembre 1905, ma come succedeva allora di frequente fu registrato all’Anagrafe solo il 1° gennaio 1906. Fuffo, come l’avrebbero chiamato i tifosi capitolini (prima che il suo soprannome diventasse, a seguito delle sue imprese, Il Dottore), fu straordinario tutta la vita.
Unico giocatore della storia d’Italia a cominciare portiere e finire centravanti, a giocare sia per la Lazio che per la Roma e a farsi amare da entrambe le rispettive tifoserie, ad essere il primo giocatore non del nord ad essere convocato in Nazionale (peraltro scartato per i mondiali del 1934 perché troppo vecchio – e troppo primadonna, dicono - da Vittorio Pozzo, destinato poi a vincere lo stesso, come succede a volte agli audaci), ma soprattutto primo allenatore dell'epoca moderna a vincere lo scudetto al di fuori di Milano e di Torino. E
questo onore, insieme appunto al soprannome di Dottore, gli fu tributato per l’appunto a Firenze.
Bernardini arrivò alla Fiorentina nel 1953, aveva poche esperienze alle spalle come mister (e un bruciante esonero patito proprio nella natia Roma), ma il presidente Befani era in quegli anni come Re Mida, tutto quello che toccava diventava oro. L’intuizione di scommettere su quel giovane tecnico si rivelò pagante come tutte le altre del grande presidente pratese, e nel giro di tre anni i viola poterono appuntarsi sulle maglie lo scudetto.
Il Dottore era un teorico di un gioco innovativo, il cosiddetto WM elastico, e soprattutto dell’aggressione degli spazi liberi. Predicava ai suoi di passare la palla non al compagno libero, ma nello spazio libero dove il compagno poteva arrivare prima del difensore avversario. Precursore del gioco all’olandese di circa vent’anni, era anche convinto però che non ci fosse schema che tenga, l’importante era avere a disposizione i cosiddetti piedi buoni, termine che entrò nella letteratura calcistica grazie a lui.
Bernardini rimase alla Fiorentina fino al 1958, giusto il tempo di collezionare due secondi posti, dei quali soprattutto l’ultimo con molte recriminazioni su favoritismi al Milan vincitore. Passato alla Lazio, vinse una Coppa Italia l’anno successivo. Nel 1964 un altro capolavoro, lo scudetto al Bologna “che tremare il mondo fa”, quando Bulgarelli & C. sconfissero la grande Inter di Herrera nello storico spareggio.
L’ultima impresa di una leggendaria carriera il Dottore la compì 10 anni dopo, allorché dopo il disastro di Valcareggi ai Mondiali di Germania del 1974 fu chiamato dalla Federcalcio a gestire la rifondazione. Fu anche l’ultimo incrocio – splendido – con la Fiorentina. Furono molti i viola prima o dopo chiamati a vestire la maglia azzurra dal tecnico romano, che cercava quei piedi buoni necessari per avviare un nuovo ciclo vincente, da quell’Andrea Orlandini a cui affidò la marcatura nientemeno che di Johann Cruyff a Rotterdam nell’ottobre 1974 a quel ragazzo che lui stesso definì colui che gioca guardando le stelle, quel Giancarlo Antognoni che fu uno dei principali gioielli lasciati in mano al suo successore Enzo Bearzot che con lui sarebbe arrivato in cima al mondo nel 1982.
Tra i tanti primati collezionati dal leggendario Fulvio, purtroppo, c’è anche quello che causò la sua prematura dipartita il 13 gennaio 1984. E’ stato uno dei primi ex calciatori ad andarsene a causa del Morbo di Gehrig, oggi meglio conosciuto come Sclerosi Laterale Amiotrofica, o SLA.

Miguel Angel Montuori, l'angelo delle Ande

Nel 1955, l’ispirato presidente Befani aveva acquistato anche un altro ragazzo sudamericano, su segnalazione di un religioso italiano che in Cile si dilettava di scoprire talenti calcistici, essendo stato lui stesso calciatore prima di prendere i voti. Padre Volpi ci capiva di futebol. Miguel Angel Montuori, argentino naturalizzato cileno, arrivò in Italia in sordina, nei giorni in cui la stampa celebrava l’acquisto di Julinho.
Se possibile, la sua lunga militanza viola (uno scudetto e quattro secondi posti consecutivi, 162 presenze e 72 reti) fece amare dai tifosi questo ragazzo dallo sguardo triste e dai lineamenti da indio, implacabile in area di rigore, ancora più del funambolico Julinho. Le sue prestazioni spinsero la federazione italiana a naturalizzarlo (un nonno italiano si trovava a tutti, allora), e Miguel giocò in maglia azzurra 12 incontri di cui uno addirittura da capitano, segnando due reti.
La sua carriera si chiuse anzitempo per una pallonata che lo colpì al volto, compromettendogli la vista, in una partita amichevole del 1961, quando aveva soltanto 28 anni. Tentò senza troppa fortuna di fare l’allenatore, prima in Cile e poi in Italia, dove tornò a stabilirsi definitivamente alla fine degli anni 80. A Firenze trovò impiego alla biblioteca Comunale, mentre nel tempo libero si dedicò ad insegnare calcio all’Isolotto, dove scoprì il giovanissimo talento di Francesco Flachi.
Affetto da un male incurabile e ridotto quasi in miseria, furono gli ex compagni dello scudetto a intervenire per comprargli una casa ed assicurargli condizioni di vita serene, permettendogli di spegnersi nel 1998 circondato dall’affetto di una città i cui colori aveva onorato.

Julio Botelho detto Julinho, il Clark Gable paulista

Dopo una serie di annate anonime, tra la retrocessione in B, la guerra e il dopoguerra, nonostante fior di calciatori italiani e stranieri, per rivedere del magico futebol sudamericano bisognò aspettare l’epoca d’oro di Befani, Bernardini e del primo scudetto. Tra gli stranieri portati in viola d'oltre oceano dal mitico presidente pratese, il primo a far breccia nel cuore dei tifosi fu un carioca, considerato all’epoca la miglior ala destra dopo il grande Garrincha.
Julio Botelho detto Julinho era originario di San Paolo, e paulista fu la sua carriera fino ai mondiali del 1954 in Svizzera, dove questo interno destro dai movimenti compassati e che assomigliava a Clark Gable per i suoi baffetti si mise in mostra in un Brasile che non andò oltre i quarti di finale solo perché incontrò la Grande Ungheria di Puskàs (a cui peraltro le cronache dell’epoca riportano che segnò un gol capolavoro).
La Fiorentina di Befani se lo assicurò per la cifra record, per l’epoca, di 5.500 dollari, e lo mise a disposizione di Bernardini, che lo fece fruttare al meglio vincendo il favoloso scudetto del 1956, arrivando due volte secondo negli anni successivi e disputando una splendida Coppa dei Campioni fino alla sfortunata finale con un Real Madrid pieno di fuoriclasse ma anche di benevolenza arbitrale (dopo la rivolta di Budapest del 1956, accolse i profughi della Grande Ungheria). Bernardini arrivò a dichiarare: «un’ala può arrivare a Julinho, non oltre».
Nonostante un tentativo maldestro e non andato a buon fine di naturalizzarlo, rifiutò sempre di vestire la maglia azzurra, restando legato al suo paese d'origine. Non disputò i mondiali del 1958, i primi vinti dal Brasile in cui fece il suo esordio un ragazzino di nome Pelé, perchè il selezionatore Feola non convocò giocatori che non giocavano in Brasile. Julinho, che comunque finì per tornare in patria dopo i mondiali colpito dalla saudade, nelle sue tre stagioni in viola segnò 23 reti in 98 partite, di cui 7 in Coppa dei Campioni. Tornato in Brasile, al Palmeiras, continuò a giocare e vincere campionati (tre, oltre quello italiano) fino al 1967.
Alla sua morte, nel 2003, per sua espressa volontà, sulla bara era esposto anche il labaro viola. Si apprese anche che aveva fatto dipingere i muri della sua stanza del colore della sua vecchia maglia fiorentina.