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lunedì 8 agosto 2016

Schalke 04 batte Fiorentina 09



Disclaimer: questo è un articolo dal contenuto riservato agli adulti. Se certi ragionamenti ti offendono o non hai la coscienza critica necessaria per sostenerli, sei pregato di uscire. Astenersi perditempo, immotivati e sostenitori del “tanto nel calcio tutto si aggiusta e tutto si equilibra”.
Quest’anno, cari tifosi, continuando così non si aggiusta proprio niente. E non è calcio d’agosto, è quello che vedremo tutto l’anno, se la società non corre ai ripari immediati. E forse è tardi. O forse non ha nessuna intenzione di farlo. Non sul serio, almeno.
La sconfitta con lo Schalke 04 è la quarta consecutiva, dopo Cesena, Celta Vigo e Bayer Leverkusen. Nove gol subiti, due fatti. Da Kalinic, di rapina alla sua maniera. E non è detto che Kalinic sia qui nelle prossime uscite. A Valencia, in quella che dovrebbe essere – vivaddio – l’ultima amichevole precampionato. A Torino allo Juventus Stadium, in quella che dovrebbe essere – ahimé – la prima di campionato.
Dunque. I punti fermi sono questi. A protezione di un portiere che non è Sebastien Frey la squadra viola non ha praticamente difesa. Eccezion fatta per due ex pilastri della scorsa stagione, Gonzalo e Astori, che al pari di tutti i compagni hanno probabilmente avvertito il calo di tensione e la mancanza totale di obbiettivi che si respira nelle stanze societarie all’avvio di questo Anno Domini 2016-17. Poi c’è Tomovic, inutile aggiungere nulla, nel bene e nel male. Poi c’è Diks, aspettiamo ad aggiungere nulla, è meglio, speriamo solo non sia questo.
A centrocampo, Borja Valero sta raggiungendo un’età in cui è più facile fare il sindaco (soprattutto come lo fanno a Firenze da vent’anni a questa parte) che giocare al pallone. Finché gli regge il fiato (e Roma o Milan non alzano il tiro delle offerte) tutto ok. Poi? A proposito di Milan - inteso come club e come giocatore omonimo a livello di nome di battesimo, il Badelj che vorrebbe acquistare a cifre stratosferiche – finora era uno di quei casi in cui si diceva “lo porto io, parto subito”. Come per Vecino al Napoli, stesso discorso. Ma dati i tempi storici delle trattative viola al tempo di Corvino (e di chi gli mette i soldi nel borsellino), forse è meglio che stia qui, e non parta nessuno. Almeno il numero legale ce l’abbiamo.
Poi c’è il figlio di Hagi e quello di Chiesa. Diventeranno sicuramente forti come i genitori, ma per ora forse sarebbe meglio vederli in Primavera. Così come sarebbe forse opportuno non vedere più Bernardeschi fuori ruolo, o non vedere più in assoluto Babacar. Rivedremmo volentieri Gomez in un nuovo ruolo, quello di finalizzatore di un gioco costruito per lui. A queste condizioni si potrebbe discutere di Kalinic altrove (con tesoretto reinvestito), altrimenti vale il discorso per Borja & C.
Abbiamo tralasciato qualcuno o qualcosa? Dice che la società corre ai ripari con Carlos Sanchez, centrocampista dell’Aston Villa. Nei capelli ricorda Marcelo del Brasile (e non è un bel ricordo, né per i brasiliani né per nessun altro), o andando più indietro il mitico Cuellar, che giocava nel Messico diversi decenni fa, colui che brevettò la caratteristica “chioma a leone”, e poco altro per la verità. C’è di buono, in attesa di saperne di più, che almeno è in età da poter prendere una patente di guida. Il che non è poco, di questi tempi.
Speriamo bene. Speriamo molto bene. Quando dopo partite come quella di ieri una tifoseria ossequiosa come quella viola (16.000 abbonamenti, in proporzione un fenomeno di portata mondiale, a fronte di simile campagna acquisti) intona il celeberrimo canto “vinceremo il tricolor” qualche domanda in Viale Manfredo Fanti farebbero bene a farsela. Meglio ora che verso novembre – dicembre, in ogni caso.

mercoledì 15 giugno 2016

NON PUO’ PIOVERE PER SEMPRE




Stendiamo un velo necessariamente pietoso sulle onoranze funebri a Giuseppe Virgili detto Pecos Bill, uno degli ultimi eroi superstiti del primo scudetto viola, almeno fino a cinque giorni fa. Il figlio Aurelio, nel ringraziare la città di Firenze per aver ricambiato negli ultimi sessant’anni l’affetto che il padre le aveva dimostrato e non solo sul campo, non ha avuto parole tenere per l’A.C.F. Fiorentina. Se le cose stanno come ha raccontato (nemmeno un telegramma di cordoglio) – e non c’è motivo per non credergli – non poteva averne.
La lista si allunga. Da Gratton ad Amarildo, sono tanti coloro che hanno atteso invano il telegramma della Fiorentina, direttamente o per l’interposta persona degli eredi. Telegramma che, solitamente, è stato come il famoso bonifico di Vittorio proveniente dalla banca colombiana. Aveva le stesse probabilità di giungere a destinazione.
Il fatto è, l’abbiamo scritto più volte e lo ripeteremo all’infinito, che da quando l’A.C.F. decise di fare a meno dei servigi di Silvia Berti, il settore comunicazione e public relations della società viola ha funzionato pio meno come l’attività neuronale di un malato sofferente di dislessia e autismo insieme. Ora, finché si fanno i complimenti al Benevento invece che al Leicester di Ranieri, poco male. Claudione, di una certa Firenze, se n’è fatto una ragione ormai da tempo. Ma Virgili è un discorso diverso. Pecos Bill è la grande storia della Fiorentina. E’ come la medaglia che ti lasci rubare alla mostra in Via San Gallo. E’ uno sputo in faccia alla città e a ciò che ha di più caro.
Ce ne faremo una ragione anche noi. Tutto passa, diceva un grande filosofo greco dell’antichità. E’ crollata la Muraglia Cinese, sono finiti i Grandi Imperi, finirà anche questa occupazione di suolo pubblico che dal 2002 vede una proprietà moralmente assenteista (e negli ultimi tempi anche materialmente) dis-interessarsi di una delle istituzioni cittadine più importanti: la Fiorentina. Che non è né A.C. né A.C.F. E’ la Fiorentina e basta. La nostra squadra del cuore. E guai a chi ce la tocca.
L’abbiamo scritto più volte. Alienare una squadra di calcio è diventata negli ultimi anni faccenda complicata. L’esame dei libri contabili, delle partite e delle situazioni contrattuali è cosa che richiede tempo, staff di professionisti e di esperti di comunicazione (e qui ricasca il solito asino, povera bestia). Quando tutto va bene, ma proprio tutto, possono volerci anche un paio d’anni. Se Diego e Andrea avessero in animo di vendere, cominciano ora e finiscono probabilmente dopo la tramvia di Nardella. Se invece sono ancora in attesa di qualcosa, e non hanno ancora deciso cosa fare da grandi, allora lo scenario cambia. Ognuno si figuri il proprio, uno vale l’altro.
La sensazione è che questi imprenditori delle calzature sono venuti su con un certo sistema, e con quel sistema andranno giù. Diego Della Valle è stato ed è un prodotto del Partito Democratico, e resterà patron della Fiorentina fintanto che a Firenze ci sarà un determinato sistema di potere, con determinati referenti. Che poi aspetti la Mercafir, l’area di Castello o il prossimo passaggio della Cometa di Halley, fa tutto parte delle leggende metropolitane, e dello sbarcamento di lunario di chi deve riempire di inchiostro pagine di giornale ogni giorno. Chi lavora nell’area Mercafir sa che – magari sottovoce – tutti dicono che lo stadio in quella zona è una bufala. E’ un gioco delle parti, una commedia dell’arte. Simil baruffe chiozzotte (meno divertenti di quelle di Goldoni, a questo punto) con cui Comune e Fiorentina si reggono botta a vicenda, al di là delle apparenze. Perché nulla cambi, nessuno farà una mazza, ma darà la colpa a quell’altro, per capirsi.
Questo è il quadro. Su cui va dipinto il calciomercato della Fiorentina, perché tra due mesi si ricomincia. Mi si chiede che valore può avere il ritorno di Corvino in sella alla direzione sportiva. La risposta è abbastanza semplice, ne abbiamo anche in questo caso già accennato. Per i Della Valle, Corvino è un bene rifugio. Questo, secondo il calendario cinese (ma i cinesi purtroppo non si vedono ancora all’orizzonte), è l’Anno delle Nozze con i Fichi secchi. E quindi, chi meglio di lui? Dei diesse di Fascia Fichi Secchi il Corvo è il migliore. Pradé non era più capace di andare a prendere giocatori armato solo di discorsi. Pantaleo invece è capacissimo. Qualcosa per settembre combina di sicuro. Che poi sia un qualcosa al massimo da settimo, ottavo posto è un altro discorso. Del resto, stiamo a discutere se prendere Euro-Giaccherini al costo di 1,5 milioni di euro (il Sunderland si accontenta di poco), o se riprendere un giocatore che a ben guardare è già nostro, perché la Roma non ha nessuna voglia di finire di pagarcelo: Adem Llajic. Dove si voglia andare a parare in questo modo, ognun decida per conto proprio.
Mi si chiede anche che convenienza ha Corvino a fare il cavallo di ritorno, ed in queste condizioni di magra.  Semplice: il Corvo è in una botte di ferro. L’hanno mandato via per infame quattro anni fa, e adesso lo richiamano – se son vere le leggende – dicendogli. “Torna, questa è casa tua!”. Nemmeno Mario Merola. Chiaro che se torna in queste condizioni ha garanzie, prima di tutto quella che d’ora in avanti se le cose non andranno bene i capri espiatori saranno altri. Quello che farà lui è ben fatto di default.
A quanto ci risulta, se i Della Valle sono stati con lui sette anni, è perché ci sono stati bene. E lui pure. Sono due coniugi il cui matrimonio funzionava, e dopo una scappatella e una breve separazione, con annessa sperimentazione di altri partner rivelatisi insoddisfacenti, si rimettono insieme. Tanto, semmai, a finire sodomizzata è sempre e soltanto la Fiorentina. La nostra squadra del cuore.

P.S. il titolo è una citazione del celeberrimo film Il Corvo. Ogni riferimento….giudicate un po’ voi.

venerdì 20 maggio 2016

LA STORIA VIOLA FUTURA



Il Milan a sorpresa batté la Juve nella finale di Coppa Italia, come una gran parte degli scommettitori (orientati da alcuni hints del better leader Gigi Buffon) avevano previsto. In una tragica riunione del board della Tod’s a Casette d’Ete, giunse il responso della Federcalcio: Milan qualificato direttamente alla Europa League, Fiorentina ai preliminari.
Diego Della Valle, che stava registrando negli studios di Casette il suo nuovo spot elettorale: Le Marche sono il mio paese, perché scendo in campo, ebbe uno scatto d’ira e prese una decisione che si sarebbe rivelata fatale. Basta, tengo tutti, anche Gomez e Rossi, perfino Błaszczykowski (a proposito, ma chi diamine è, ma che pago anche questo?), al minimo dello stipendio. Per Salah arriverò fino alla Federazione Interstellare. Tutto il potere a Darth Cognigni, agente 00Sousa con licenza di uccidere. Questa volta si fa sul serio, a costo di sacrificare mio fratello a Baal-Moloch.
L’estate del 2016 per la Fiorentina fu quella che i profeti dell’Antico Testamento avevano annunciato con toni apocalittici. Altro che Gubbio. Arrivarono le cavallette, nel senso che in tribuna stampa chiesero l’accredito perfino il gatto di Cerci e la pantegana che abitava da anni nei gabinetti sotto la Curva Fiesole. I giornalisti c’erano già.
Al preliminare d’andata in casa contro il Vladivostok la Fiorentina si presentò con una formazione così composta: Tatarusanu, Roncaglia, Tomovic, Della Martira IV, Canà, Kikatzé, Restelli (clonato), Rocio Valero (con delega del marito), Gomez, Rossi (Paolo, pronto a tornare in squadra, essendo Mediaworld sponsor accessorio della società), Nonpervenido.
La fortuna non arrise alla squadra viola, che attaccò insistentemente, andando anche in vantaggio ma finendo per perdere 0-6. A fine partita, Mario Gomez dichiarò che l’unico italiano buono è l’italiano morto. Si prese una testata nel setto nasale da Riganò, che transitava lì vicino casualmente. L’intervista degenerò in rissa, qualcuno offese la mamma di Andrea Della valle il quale si chiuse in un silenzio stampa che dura tutt’oggi. Diego invece, non avendo capito che la mamma offesa era anche la sua, iniziò una tribuna elettorale con Lilli Gruber su cui stanno ancora discutendo alla Sorbona di Parigi. Il patron viola dichiarò, tra l’altro: è meglio se scendo in campo e mi tengo un po’ in disparte, non scendo per niente, mi faccio aspettare o mi faccio tenere il posto da Cognigni?
Cognigni, che era impegnato dalla costruzione della Morte Nera negli stabilimenti di Bruzzone Marche (sede del nuovo brand che aveva sostituito Florence Tod’s), dovette rientrare precipitosamente in sede a Firenze (sbagliando anche strada per la desuetudine) e richiamare all’ovile Patrizia Panico della Fiorentina Women’s, altrimenti per il ritorno a Vladivostok mancava il numero legale.
Non ci faremo sorprendere in nessun caso, ripeteva per i corridoi del Franchi Andrea Della Valle. Scansando un manrovescio del fratello, si avviò anch’egli verso il pullman da cui non sarebbe più ridisceso. Risultò disperso lungo la Transiberiana, che aveva scambiato per la tramvia di Scandicci ultimata dal suo amico Renzi. La squadra ne prese altri sei in Siberia, battendo il record della Sampdoria.
A fine agosto, alla vigilia del campionato, Darth Cognigni aveva già licenziato tre allenatori, battendo il record di Zamparini, e sedato due rivolte di piazza, o per meglio dire di piazzalino, quello antistante l’ingresso della Tribuna Autorità. La prematura eliminazione dalla coppa fu seguita da un avvio di campionato  che a fine ottobre vedeva la Fiorentina costruita a costo zero a punti zero. Diego non sapeva più che pesci pigliare. Eppure 'sto Vierchowod l’ho già risentito nominare, mormorava sommessamente guardando l’allenatore che alla fine Darth Cognigni gli aveva messo sotto contratto.
Guerini, chi era costui? ululava alle pareti il manager Rogg aggirandosi anche lui nei sotterranei del Franchi in cerca della pantegana della Curva Fiesole, avendo convocato una conferenza stampa ristretta a cui nemmeno lei si era presentata.
A natale, DDV presentò il suo programma in vista delle elezioni. La Confindustria si incavolò a bestia, avendo dedicato ore alla sua lettura e non avendoci capito una mazza. Dette mandato alla Federcalcio di sanzionare la scheggia impazzita del sistema attaccandolo in ciò che aveva più caro, i 250 milioni di euro investiti nella Fiorentina. Cominciarono a mandare alle partite dei viola arbitri provenienti dal badminton. Durante una trasferta a Crotone, fu squalificato l’autista. I giocatori dovettero tornare a piedi lungo l’Appennino, dandosi alla macchia. Qualcuno, arrivato a Gubbio, ebbe una botta di nostalgia e decise di fermarsi lì.
A maggio, la Fiorentina era stata retrocessa in C4 per indegnità morale. Il titolo sportivo era tornato nelle mani del Comune. Dario Nardella si vide arrivare un giorno in ufficio Eugenio Giani, che gli sparò a bruciapelo: “Ho l’uomo che fa per noi!” Da un passaggio segreto di quelli costruiti dal Vasari, ecco saltare fuori il Mago Zurlì che gridò al Sindaco: “Topo Gigio! Finalmente ti ho ritrovato! Quanti anni!
La crisi istituzionale dura tutt’ora. La Fiorentina invece fu data a prezzo simbolico ad un risuolatore di scarpe di Ponte a Mensola, che in quindici giorni compì il miracolo di rimettere insieme una squadra dal nulla, ed iscriversi al campionato su Vega.
Il resto è storia. Sono 24 anni che la Fiorentina non è più retrocessa, a Gubbio non ha più nevicato, nessuno ha più rivisto il Nardella e il Giani, il piazzamento peggiore è stato il sedicesimo posto, che dà diritto alla partecipazione alla sagra del tortello di Sagginale, senza passare dai preliminari. Il decano dei giornalisti fiorentini presenterà prossimamente le proprie memorie, dal titolo: “Noi siamo questi, la nostra dimensione è questa”. In copertina, il celebre piatto di pappardelle alla lepre trangugiato nell’estate del 2012 a Moena da circa 370 addetti stampa accreditati al seguito della squadra.
Pasqual fece la sua ricomparsa un bel giorno d’inverno, avvolto in un mantello. Gli si parò di fronte uno steward, ai tornelli dello stadio. Lui sollevò la mano, e con l’antica arte manipolatoria delle menti deboli propria dei cavalieri Jedi, disse: “Servi bene il tuo padrone”, invitandolo a farsi da parte.
Lo steward, con voce monocorde da ipnotizzato, gli rispose: “Il mio padrone non so nemmeno chi caspita sia”.
To be continued (purtroppo)