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lunedì 16 maggio 2016

Sul campo per noi sono tre

Dieci giorni per racchiudere in sintesi tutta la storia della Fiorentina. Dieci giorni che ne hanno cambiato la storia.
6 maggio, sessantesimo anniversario del primo scudetto di Befani, Bernardini, Julinho & c. 11 maggio, quarantasettesimo anniversario del secondo scudetto di Baglini, Pesaola, De Sisti, Amarildo, Chiarugi & c. Poi ci sarebbe anche un 16 maggio, anche questo un anniversario, sono passati trentaquattro anni, ma molti forse non ricordano volentieri da cosa. Potevano essere almeno tre.
1981-82. Tredici anni esatti dall’ultimo scudetto, tanti quanti ne erano passati tra il 56 e il 69. La cabala diceva Fiorentina, il gioco anche. La fortuna e gli arbitri un po’ meno. A metà del girone di andata, il tragico scontro di Giancarlo Antognoni con il ginocchio volante del portiere del Genoa Martina incrinò speranze e certezze dei tifosi viola. Ma la squadra assorbì il colpo e continuò a volare.
Fece partita uguale con la Juve a Torino, e arrivò al titolo d’inverno con un leggero vantaggio, che poteva essere anche maggiore non ci fosse stata la farsa della partita con l’Ascoli sospesa (con i viola in vantaggio) perché pioveva troppo. Oppure altre decisioni discutibili (mai troppo eclatanti, ma ben disseminate tra le varie partite) che gli arbitri adottavano contro i viola.
Al match di ritorno, a Firenze, ormai era un testa a testa alla pari tra noi e la Juve. Finì zero a zero, e la parità perdurò fino all’ultima giornata. Noi andavamo a Cagliari, loro a Catanzaro. Era il 16 maggio 1982. Una giornata che nessuno di noi, almeno nell’inconscio, dimenticherà finché campa. Orgogliosi della nostra squadra, sicuri che almeno lo spareggio nessuno poteva ormai negarcelo. Forse un po’ contratti i giocatori in campo al cospetto di un Cagliari che doveva salvarsi. Forse un po’ ingenui a non pensare, nessuno di noi, che la Juve avrebbe smosso il mondo per attaccarsi sulla maglia la seconda stella. E la Federcalcio, che vedeva di mal’occhio lo spareggio a causa degli imminenti Mondiali di Spagna, si lasciò smuovere.
All’inizio della ripresa venne annullata ad un attonito Ciccio Graziani, senza spiegazioni plausibili, la rete che poteva consegnare lo scudetto a Firenze. Sul fronte opposto, a Catanzaro, al 30' del secondo tempo venne concesso un rigore di quelli che si possono dare o non dare alla Juventus, che permise ai bianconeri di andare avanti di un punto.
Al fischio finale, Firenze si ritrovò dapprima piegata in due da un dolore insopportabile. Poi, come un sol uomo, lanciò il grido che da allora risuona da queste parti ogni volta che si parla della odiata Juventus: Meglio secondi che ladri!
Odiata, sì. Era finita un epoca storica e ne era appena cominciata un’altra. Per la Juventus a Firenze era finita la stagione dell’antipatia. Era cominciata quella dell’odio mortale.

venerdì 1 gennaio 2016

Roberto Baggio, la fine del Rinascimento

Firenze non ha mai pianto i suoi grandi artisti, quando la sorte li ha portati altrove o sono passati a miglior vita, come si suol dire. Non li ha mai pianti principalmente perché non ha mai avuto bisogno di farlo, tanta è sempre stata l'abbondanza con cui il genio è stato dispensato a quella parte della razza umana vissuta sulle rive dell'Arno, fin da quei tempi che siamo abituati a conoscere sotto il nome di Rinascimento.
In ogni campo artistico, il posto di ogni gigante che se ne andava veniva subito preso da chi era in grado di non farlo rimpiangere. Morto Filippo Brunelleschi, poco dopo nasceva Michelangelo Buonarroti. Morto costui, veniva al mondo Galileo Galilei. Da Dante Alighieri a Raffaello Sanzio, da Giotto di Bondone a Sandro Botticelli, da Lorenzo Ghiberti a Leonardo Da Vinci, anche a volere non c'era tempo per piangere per chi passava a miglior vita, o ad allietare altre corti ed altre Signorie, ma solo per disporsi ad ammirare nuovi capolavori che non sfiguravano a confronto con i vecchi, già immortali ai loro tempi. Fino al 1990.
Ogni epoca ha la sua arte, nel ventesimo secolo a quelle tradizionali incarnate dalle nove Muse se n'è aggiunta una decima, il gioco del calcio. Che per la verità ebbe anch'esso i suoi natali nel capoluogo toscano. Narrano le cronache che la prima partita di calcio di cui si ha notizia nella storia moderna fu giocata il 17 febbraio 1530 in Piazza Santa Croce a Firenze, da 54 nobili fiorentini che si affrontarono con l'intento dichiarato di inviare un messaggio sprezzante alle truppe imperiali di Carlo V, le quali avevano cinto d'assedio la città per compiacere il papa Clemente VII - che da buon Medici desiderava il suo ritorno sotto la signoria della sua famiglia - e completare nello stesso tempo l'asservimento della penisola italiana al dominio spagnolo.
Quando il calcio fu brevettato in età contemporanea dai suoi re-inventori inglesi, anche Firenze ebbe la sua squadra cittadina, ma pretese – e spesso ottenne – che tra le sue fila militasse almeno un grande artista. Che non disegnava figure divine con il pennello o lo scalpello, ma piuttosto con i piedi. Da Julinho a De Sisti fino ad Antognoni, la maglia viola con il numero dieci era diventata un po' come la corona d'alloro in età rinascimentale, il simbolo che spettava di diritto e nello stesso tempo identificava il genio, l'artista. E se chiedete ad un fiorentino chi tra Michelangelo ed Antognoni abbia maggiormente illustrato il nome di Firenze, aspettatevi una risposta che potrebbe sorprendervi. Ma che non sorprenderebbe affatto alcun fiorentino purosangue.
Quando la legge di natura volse al termine la carriera dell'unico 10, di quell'artista incommensurabile che la gente aveva preso a chiamare semplicemente col nome di "Antonio", Firenze era pronta a soffrire di un vuoto incolmabile, senza sapere che in quel laboratorio che era allora la Fiorentina già si esercitava con i rudimenti dell'arte un altro genio, che almeno nelle intenzioni di un destino inizialmente benevolo non avrebbe dovuto far rimpiangere il predecessore.
Roberto Baggio era nato nel profondo nord-est, a Caldogno in provincia di Vicenza, e nel mitico Lanerossi si era messo in mostra come giovane promessa del calcio italiano. Qui fu preso, nella primavera del 1985, dalla Fiorentina di Pontello, preoccupata di garantirsi una successione più adeguata possibile al "ragazzo che giocava guardando le stelle", alle prese con la difficile riabilitazione successiva al secondo grave infortunio e ormai destinato agli ultimi calci al pallone.
Roberto Baggio contro
 Diego Armando Maradona
Due giorni dopo la firma del contratto, il ragazzino che con i suoi 12 gol aveva portato il Vicenza di Bruno Giorgi (altra futura conoscenza dei tifosi viola) alla promozione in serie B si infortunò anch'egli gravemente all'ultima di campionato. Legamento crociato anteriore e menisco. La Fiorentina poteva recedere dall'acquisto, ma decise di essere audace, e la fortuna per una volta non si smentì, aiutando lei e soprattutto Robertino, che fu operato con successo dal prof. Bosquet a Saint Etienne e poi guidato nella riabilitazione dal mago Carlo Vittori, il trainer di Mennea, Fiasconaro e tanti altri campioni italiani di Atletica.
Sopravvissuto ad un secondo infortunio altrettanto grave, stesso ginocchio stesso problema, finalmente Roberto Baggio approdò in prima squadra quasi due anni dopo il primo incidente. Antognoni partiva per l'esilio di Losanna, mentre Roberto segnava il suo primo gol in viola su punizione, a quel Napoli dove intanto era approdato un certo Diego Armando Maradona, il re degli artisti della pelota
Da quel momento, iniziò una storia che a Firenze conoscono bene tutti coloro che avevano l'età della ragione alla fine degli anni ottanta. Per tre anni, la squadra viola fu soprattutto Roberto Baggio, così come nei dieci precedenti era stata soprattutto Giancarlo Antognoni. Dal gol con cui sbancò san Siro e piegò il Milan degli olandesi nel settembre 1987 a quello con cui nel 1990 rubò il palcoscenico al San Paolo di Napoli nientemeno che al pibe de oro Maradona, ricevendone i complimenti sinceri, a Firenze ebbe luogo l'epopea di Baggino, come veniva chiamato per distinguerlo dall'omonimo Dino, compagno di quella Nazionale in cui era stato fatto nel frattempo esordire dal selezionatore Azeglio Vicini, contro l'Olanda così come 14 anni prima Giancarlo Antognoni, i corsi e ricorsi della storia....
Sembrava l'inizio di un'altra grande leggenda, mentre per le strade di Firenze si cantava il tormentone "Non è un miraggio, è Roberto Baggio". Il divin codino, come aveva preso a chiamarlo una tifoseria sempre più estasiata, aveva fatto sfracelli in coppia con il povero Stefano Borgonovo, nella indimenticata e indimenticabile B&B. Poi aveva trascinato i compagni, agli ordini del vecchio mister Bruno Giorgi, alla finale di Coppa UEFA del maggio 1990. La Fiorentina non giocava una finale europea dal 1961, e in più aveva l'occasione di vendicarsi della rivale di sempre, quella Juventus con cui il conto era aperto almeno dal 1982.
C'era chi parlava, è vero, di sirene bianconere che cercavano di irretire una società viola la cui proprietà veniva data in fase crepuscolare, in calo di entusiasmo e di motivazioni. Anche questo sembrava un film già visto, fino al 1978 la corte di Agnelli ai proprietari del cartellino di Antognoni era stata serrata, quanto inutile. La storia sembrava ripetersi. Ma Il Pontello del 1990 non era l'Ugolini del 1978, e le commesse Fiat erano irresistibili per una famiglia disamorata del calcio e con un ritorno di fiamma per la grande edilizia.
Quando i tifosi viola partirono per Torino, finale di andata della Coppa UEFA, non si aspettavano un primo tempo in cui la loro squadra dominò e in cui fu proprio Baggio a vanificare tutto sbagliando diversi gol, solo davanti al portiere. Finì male, 3-1 per la Juve tra le polemiche e lo sbalordimento per la prestazione di un Codino stranamente e insolitamente stralunato, come se avesse un peso insopportabile sullo stomaco. Quale fosse questo peso, lo annunciò Ranieri Pontello dopo la finale di ritorno, uno scialbo e beffardo 0-0 in quel di Avellino. L'ultima partita di Robertino in viola, prima del suo passaggio in bianconero.
Fiorentina-Juventus 6 aprile 1991: Baggio
esce dal campo e raccoglie la sciarpa della
Fiorentina gettatagli da un tifoso
Alla conferenza stampa di presentazione, ci fu il “gran rifiuto” della sciarpa bianconera da parte del giocatore, che sembrava un ragazzino portato via, strappato alla famiglia. Nel frattempo a Firenze era scoppiato il finimondo. Fumogeni e cariche della polizia in Piazza Savonarola, davanti e attorno alla sede della fiorentina. Contestazioni anche a Coverciano, dove si riuniva la Nazionale – compreso Baggio – in vista di Italia 90. Pontello costretto a vendere la società a Cecchi Gori dai tumulti di piazza, e costretto per lungo tempo a mantenere una scorta sotto casa. Stavolta Firenze piangeva, perché sapeva che se n'era andato l'ultimo grande artista, e il suo posto non sarebbe stato preso da nessun altro. Non solo, ma se n'era andato per accasarsi alla corte del nemico più acerrimo, più odiato.
Le giocate di Baggio a Italia 90 passarono inosservate nella città che l'aveva idolatrato fino a un mese prima del Mondiale. La tifoseria viola si era divisa in due, tra quanti lo consideravano un traditore che a differenza di Antognoni aveva venduto l'anima insieme alla maglia e quanti invece lo assolvevano dando la colpa di tutto a Pontello, il vero traditore di Firenze, che aveva posto il numero dieci di fronte a una cessione inevitabile, in un'epoca in cui la legge Bosman non era ancora entrata in vigore.
La questione in realtà aveva poca importanza. La storia di Roberto Baggio per i fiorentini si concluse il 6 aprile 1991, quando tornò a Firenze per la prima volta con la sua nuova squadra. Sotto la Curva Fiesole addobbata nella scenografia irripetibile del landscape fiorentino (studiata per fargli sentire cosa aveva perso, e per far sentire a chi l'aveva portato via cosa non aveva e non avrebbe avuto mai), Baggio e la Juventus furono le vittime sacrificali di una vendetta annunciata. Diego Fuser segnò su punizione il vantaggio viola, De Agostini sbagliò il pareggio bianconero tirando il rigore - che Robertino non si sentì di calciare – in bocca a Mareggini. I bianconeri se ne andarono con la coda tra le gambe, dopo aver offerto alla città uno spettacolo impagabile: Baggio fu sostituito a metà ripresa, e mentre si recava negli spogliatoi qualcuno dalla tribuna gli gettò una sciarpa viola, che lui prese e si mise al collo.
Con questo secondo rito della sciarpa finì la storia di Baggio a Firenze e per Firenze. La carriera del fantasista si sviluppò a grandi livelli e in varie squadre, fino a portarlo ad essere inserito ai primi posti della speciale graduatoria FIFA dei più grandi calciatori del XX° secolo. Dallo splendido e sfortunato Mondiale USA 94 finito con il rigore decisivo per il titolo calciato al cielo a causa di una gamba malconcia, fino alle frasi sprezzanti con cui un delusissimo Avvocato Agnelli stigmatizzava le sue prestazioni quasi mai alla sua altezza in bianconero, chiamandolo "coniglio bagnato" e definendolo non un vero e completo numero dieci ma piuttosto un “9 e mezzo”, la carriera di Baggio in bianconero si concluse allorché colui che era stato definito Raffaello fu scalzato da Pinturicchio Del Piero.
Ma a Firenze non importava più. La vendetta c'era già stata, nuovi eroi erano arrivati nel frattempo a rinnovare il tormento e l'estasi, per dirla con quel Michelangelo di cui Roberto Baggio era stato l'ultimo epigono. Nuovi eroi che comunque vennero da allora vissuti in modo molto diverso da come era stato vissuto lui. Quando andò via Batistuta nessuno si strappò i capelli come per Baggio, a Firenze non volò una mosca. Il Rinascimento era ormai finito, da dieci anni, da quel drammatico mese di maggio del 1990.

Alberto Di Chiara e quella sporca finale

«Quando sono arrivato a Firenze non comprendevo perché la gente odiasse così tanto la Juventus. Quando sono andato via, avevo capito tutto». Scrive così Alberto Di Chiara nel suo libro Quella sporca finale, scritto insieme a Paolo Camilli, Edizioni PSE, nel quale racconta ricordi ed emozioni di una delle più incredibili stagioni della storia della Fiorentina. Quel 1989-90 in cui anche lui vestiva la maglia viola, alternandosi tra un campionato da zona retrocessione, evitata solo all'ultima giornata battendo 4-1 l'Atalanta in cui giocò l'ultima partita della sua carriera un certo Cesare Prandelli, e una Coppa UEFA da marcia trionfale, almeno fino all'atto finale.
Il romano Alberto era uno dei prodotti di quel vivaio romanista che già nei primi anni 80 sfornava giovani campioni in quantità. Impiegato a volte in prima squadra da Nils Liedholm, lo ripagò con buone prestazioni come quella che dette nel 1981 alla Roma la vittoria a Firenze con un suo gol ed il passaggio alle semifinali di Coppa Italia. Mandato in provincia a farsi le ossa, finì a Lecce alla corte di Eugenio Fascetti insieme al fratello Stefano, e con il tecnico viareggino visse la stagione della promozione in A e quella del ritorno in B, nel 1986, non senza prima aver compiuto un'impresa ai danni della sua squadra e della sua città d'origine.
Nella tarda primavera del 1986 la Roma di Sven Goran Eriksson aveva compiuto una rimonta spettacolare sulla Juventus di Giovanni Trapattoni. A due giornate dalla fine erano appaiate in classifica, la Juventus aveva il Milan in casa, la Roma ospitava il Lecce già retrocesso. Fu uno dei finali di campionato più rocamboleschi di sempre, con i giallorossi capitolini che vanificarono il loro splendido campionato perdendo in casa con i giallorossi salentini, e consegnando lo scudetto ai rivali bianconeri.
Nel destino di Alberto Di Chiara a quel punto c'era quella Fiorentina a cui una volta aveva dato un dispiacere. Pontello decise una rifondazione cedendo i campioni che avevano sfiorato lo scudetto nel 1982 e ci avevano riprovato nel 1984. Alla sua corte arrivarono diversi giovani di belle speranze: un nome su tutti, quello di Roberto Baggio dal Lanerossi Vicenza. Un altro, diventato più avanti sinonimo di flop clamoroso, quello di Oscar Dertycia, centravanti argentino arrivato a sostituire il povero Stefano Borgonovo passato al Milan, infortunatosi subito e poi mai in grado di tener fede alle aspettative, fino ad ammalarsi - e a far ammalare i tifosi - di esaurimento nervoso.
Alberto era un'ala, e nella Fiorentina della B&B i suoi cross facevano assai comodo. Ma la sua carriera fiorentina si concluse da terzino, reinventato in questo ruolo dal tecnico brasiliano Sebastiao Lazaroni, ingaggiato per l'ennesima rifondazione dal presidente viola. Non più Ranieri Pontello, ma Mario Cecchi Gori. Già perché nel mezzo c'era stata la stagione 1989-90 e il suo finale rocambolesco e drammatico.
Alberto Di ChiaraLa Fiorentina allenata da Bruno Giorgi prima e da Ciccio Graziani poi visse un'annata tribolata. La squadra non era male, Marco Nappi, Beppe Iachini, Mario Faccenda, Lubos Kubik, Stefano Pioli, Renato Buso e il giovane Malusci erano buoni giocatori, ma la stagione si rivelò maledetta e fortunata insieme. Lo stadio Comunale di Firenze, non ancora intitolato ad Artemio Franchi, fu oggetto di ristrutturazione in vista di Italia 90. La Fiorentina giocava a giro per l'Italia chiedendo ospitalità, più spesso a Perugia. In campionato le cose si misero male, malgrado i gol e lo spettacolo di Baggio. In Coppa invece si misero benissimo.
Alberto Di Chiara con Borgonovo e
Baggio a Firenze l'8 ottobre 2008
Negli ottavi di finale la Fiorentina eliminò nientemeno che la mitica Dinamo Kiev del colonnello Lobanovsky, la squadra più leggendaria della storia dell'U.R.S.S., quella di Oleg Blochin per capirsi, destinata a concludere il suo ciclo insieme all'U.R.S.S. stessa. All'epoca di quell'ottavo di finale, giocato a dicembre 1989 a ridosso dei rigori dell'inverno russo, il ciclo era ancora ben lontano da concludersi. A chi chiese al colonnello quante probabilità avesse la squadra viola di passare il turno, questi rispose secco e sprezzante: «Sotto zero».
E invece passò la Fiorentina, aggiungendo lo scalpo più illustre alla collezione di quell'anno che già comprendeva l'Atletico Madrid, il Sochaux, l'Auxerre e il Werder Brema. Con i tedeschi nella semifinale di Perugia si verificarono degli incidenti, e il campo della Fiorentina fu squalificato. Era destino che quell'anno a Firenze non si giocasse, malgrado lo stadio a maggio fosse già pronto per gli imminenti mondiali.
Era destino anche che la Fiorentina e Alberto Di Chiara incontrassero in finale quella che ormai era la Nemesi viola: la Juventus. La squadra bianconera non era paragonabile per organico a quella che aveva dominato dall'inizio degli anni settanta alla metà degli anni ottanta, ma l'allenatore Dino Zoff ne aveva fatto una formazione comunque forte, capace di battere il Milan di Sacchi e degli olandesi a Milano nella finale di Coppa Italia.
Cosa successe nella finale di Coppa UEFA del 1990, e soprattutto nei giorni seguenti, è storia viola, ormai. I giorni della rabbia e dell'odio segnarono per sempre i rapporti tra Fiorentina e Juventus. Alberto Di Chiara trascorse un altro anno in riva all'Arno, dopo il passaggio della società viola a Cecchi Gori e durante la breve stagione di Lazaroni. Poi fu ceduto al Parma di Tanzi, dove proseguì la sua carriera di terzino acquisito e soprattutto le sue sfide con la Juventus, a volte con maggior fortuna di quella avuta a Firenze, in quella stagione in cui aveva capito una volta per tutte come può nascere e sedimentarsi un odio senza fine.

Dunga il Cucciolo

Dopo l’addio di Daniel Alberto Passarella, alla Fiorentina era venuto a mancare il leader carismatico, l’uomo-squadra, prima ancora che un fuoriclasse capace da solo di fare la differenza e risolvere le partite. I Pontello nel frattempo stavano ridimensionando programmi e obbiettivi, pur cercando di portare a Firenze giocatori che in qualche modo potessero ancora entusiasmare i tifosi e dare un’impronta alla squadra viola.
Andò male, o poco bene, con un altro argentino, il fresco campione del mondo Ramon Diaz, che in due anni giocò a Firenze 53 partite segnando 17 gol, ma senza mai incantare. Andò molto meglio con un altro campione sudamericano trovato quasi per caso alle porte di casa e destinato a rimanere nel cuore dei fiorentini: Carlos Caetano Bledorn Verri, detto Dunga, in portoghese il Cucciolo.
Il campione meno brasiliano nella storia del Brasile, di ascendenza italiana e tedesca, arrivò in Italia scoperto dal Pisa di Romeo Anconetani, che in quegli anni era un vero talent scout. Nel 1988 Pontello lo portò alla Fiorentina, dove sarebbe rimasto anche dopo la fine della sua presidenza, fino al 1992. Dunga si dimostrò il degno erede di Passarella, di cui ripetè le prestazioni segnando anche 8 reti in 124 partite. Un condottiero, un leone in campo, l’uomo capace di fare reparto da solo, in difesa, e di tenere in alto una squadra che di talenti veri e propri ne schierava sempre meno.
La carriera di Dunga a Firenze si sovrappose alla fase finale di quella in viola di Roberto Baggio. Fu lui il regista della B&B, la premiata ditta del gol Baggio e Borgonovo. E coincise anche con il periodo iniziale della carriera di un altro campione sudamericano, di nuovo argentino, arrivato a Firenze anche lui quasi per caso e destinato ad essere ricordato come il più grande ed il più forte di tutti.
Proprio per lo scarso feeling con il nuovo arrivato, l’argentino Gabriel Omar Batistuta, finì per concludersi anzitempo l’esperienza fiorentina del Cucciolo, che si trasferì a giocare a Stoccarda. Nel 1994 fu proprio lui ad alzare, da capitano, la Coppa del Mondo vinta nella finale proprio contro quell’Italia che non aveva più posto per lui nelle sue squadre. Era quello, come lui del resto, il Brasile meno brasiliano di sempre, ma sulla sua solidità si infransero i sogni di Arrigo Sacchi, dell’ex compagno di squadra Roberto Baggio e di una nazione calcistica che sperava di vendicare la delusione di Italia 90. Una speranza vanificata una volta di più dai calci di rigore fatali, ma anche dalla solidità inconsueta data alla difesa carioca dal Cucciolo, che i tifosi fiorentini ricordavano bene.
E c’è da credere che in una Firenze allora, nel 1994, per niente riconciliata con una Nazionale simbolo di una Federcalcio vissuta come nemica e asservita alle squadre strisciate, molti in occasione di quella finale fecero il tifo proprio per lui, contro i colori azzurri.

Socrates, il colpo di tacco che chiese la palla a Dio

SOCRATES! Fu questo il titolo con cui i maggiori quotidiani sportivi annunciarono nel giugno 1984 che Italo Allodi si era assicurato per conto della Fiorentina dei Pontello le prestazioni di quello che era considerato unodei più grandi giocatori dell’epoca, capitano e leader carismatico di un Brasile che di fuoriclasse era pieno zeppo e che soltanto lo stato di grazia dell’Italia di Enzo Bearzot e del ritrovato Paolo Rossi aveva tenuto lontano dalla Coppa del Mondo. La Fiorentina veniva da alcune stagioni in cui aveva puntato ad entrare nel giro scudetto, e nel 1982 era quasi riuscita a coronare quel sogno, fermata a un quarto d’ora dalla fine di quel campionato dalla Juventus e da alcune decisioni arbitrali a tutt’oggi inspiegate ed inspiegabili. Con Antognoni inoltre fuori squadra per il secondo grave infortunio della sua carriera, quello alla gamba destra, Pontello decise di sostituirlo al meglio andando a San Paolo del Brasile a prendere nientemeno che il Tacco di Dio.
Era uno dei tanti soprannomi di Socrates Brasileiro Sampaio de Souza Vieira de Oliveira, detto Socrates. I fiorentini, che in quel momento ci credevano quanto e più degli stessi Pontello, presero d’assalto i botteghini fino al limite delle possibilità del vecchio stadio di Nervi, che allora si chiamava ancora Comunale e le cui strutture quell’anno furono messe a dura prova, almeno finché il sogno non si rivoltò contro se stesso, trasformandosi in un incubo.
Socrates non era un personaggio qualsiasi, e non potevano esserlo neppure le sue origini. Rampollo di una famiglia di cristiani maroniti benestanti che avevano dovuto lasciare la Terrasanta al divampare della prima guerra arabo-israeliana nel 1948, era nato a Belém nello stato carioca del Parà il 19 febbraio 1954. Il padre, che aveva letto la Repubblica di Platone, gli mise il nome del più grande filosofo dell’Antichità, sognando per quel figlio unfuturo da intellettuale. Socrates non lo deluse, laureandosi in medicina e conseguendo l’abilitazione all’esercizio della professione. Senonché nel frattempo si era reso conto di avere un futuro ancora più luminoso come calciatore, nel paese considerato il paradiso del calcio, e così lo stetoscopio dovette aspettare.
Colui che Sua maestà Pelé avrebbe definito come “il giocatore più intelligente della storia del calcio brasiliano” dimostrò ben presto il proprio spessore non solo di calciatore ma anche di uomo diventando il punto di riferimento della sua squadra, il Corinthians di San Paolo, non solo per il gioco sul campo ma anche per la vita stessa della società. Nel club paulista il “Dottore”, come veniva già soprannominato da compagni e tifosi, si rese promotore del primo esperimento di autogestione della storia del calcio brasiliano. In un paese in cui ancora vigeva una dittatura militare, Socrates incitò i compagni a ribellarsi all’allenatore e a gestire tutto quanto, scelte tecniche ed organizzative, in proprio, con vere e proprie assemblee e votazioni a maggioranza. Fu la cosiddetta democrazia corinthiana, e funzionò talmente bene che nel 1982 il club autogestito vinse addirittura il titolo paulista. A quel punto, il ribelle che predicava la democrazia, l’anticapitalismo e il rifiuto delle regole consolidate del mondo del calcio (dai ritiri agli allenamenti intensivi all’obbligo di condurre vita da atleta per quanto riguarda orari, vita sociale, sessuale ed abitudini alimentari) era diventato un personaggio di fama mondiale, nonché il leader carismatico di quel Brasile che si presentò in Spagna sentendosi il Mondiale già in tasca.
I sogni verdeoro finirono in un pomeriggio di fuoco allo stadio Sarria di Barcellona. Socrates mise a sedere Dino Zoff segnandogli l’1-1 sotto le gambe, ma Pablito Rossi scelse proprio quel giorno per resuscitare, trafiggendo per ben tre volte Valdir Peres e con lui tutto il Brasile. I carioca tornarono a casa in lacrime, lasciando però il ricordo di una delle più belle squadre di calcio mai viste. E di quella squadra il personaggio più affascinante non era Zico, né Falcao, ma proprio lui, il Tacco di Dio. Giocatore che impressionava per la grande tecnica individuale, di testa e di piede, e per il senso della posizione in campo che lo vedeva spesso arrivare in porta partendo da dietro, era inevitabile che il suo nome fosse in cima alle agende di tutti i direttori sportivi delle squadre nostrane. Il calcio italiano che era appena diventato campione del mondo era in quel momento il più ricco di disponibilità economiche ed il più appetito tecnicamente da tutti i grandi giocatori del pianeta.
Per rispondere alla concorrenza Pontello aveva già portato a Firenze il capitano della nazionale argentina, Daniel Alberto Passarella. Lo scudetto non era arrivato, e allora nel 1984 serviva rilanciare. Inizialmente Allodi, il Direttore Sportivo viola del momento, aveva pensato a Karl Heinz Rummenigge, il fuoriclasse capitano della nazionale della Germania Ovest sconfitta dagli azzurri nella finale mondiale del Bernabeu. Ma Kalle giocò un brutto scherzo alla Fiorentina, preferendole l’Inter quando sembrava tutto ormai fatto. Per “ripiego”, i viola andarono sul Dottore e a Firenze fu apoteosi. Per fare l’abbonamento allo stadio dove Socrates avrebbe sciorinato i suoi leggendari colpi di tacco molti fecero nottata, come si suol dire.
Entrare al Comunale quell’anno fu un’impresa. Ad assistere alla partita di Coppa Uefa con l’Anderlecht, malgrado l’andata fosse terminata in una débacle viola (sconfitta per 6-2 e primo affioramento dei problemi che avrebbero fatto naufragare quella promettente annata), si è calcolato che fossero presenti oltre 60.000 persone, probabilmente il record fiorentino di presenze di tutti i tempi.
In realtà, la squadra in cui giocavano i capitani di Argentina e Brasile era un gigante di carta. Lungi dal non far rimpiangere Antognoni, Socrates ebbe un impatto traumatico con il calcio italiano. Al ritiro a Pinzolo andò subito in crisi a causa dei metodi di allenamento che per il nostro calcio erano usuali ma che lui aborriva. Alla prima corsa in salita addirittura svenne.
In campo, l’uomo che aveva incantato il mondo con la maglia verdeoro, con quella viola andava a trazione ridotta. Gli altri correvano e lui rimaneva indietro, tanto che qualcuno rielaborò il suo soprannome più celebre in quello di Dottor Traccheggia. Del resto, era più facile vederlo di sera in qualche circolo ricreativo culturale a parlare di politica e a bere birra e fumare come un turco insieme agli amici piuttosto che di pomeriggio con i compagni ad allenarsi ai Campini. Lo spogliatoio era spaccato in due, per effetto del dualismo creatosi tra lui e Passarella, che non potevano essere più diversi umanamente e che infatti non si presero fin dal primo minuto. Il risultato fu un imprevedibile disastro.
Quell’annata deludente che gli valse l’ennesimo soprannome della sua collezione, il Che Guevara del Calcio, si concluse con 25 presenze, 6 reti e pochi veri momenti di splendore all’altezza della sua fama. Per la Fiorentina valse inoltre uno scivolamento nella mediocrità che sarebbe andato ben oltre quel campionato, concluso al nono posto dal veterano Valcareggi sulla panchina dopo che Picchio De Sisti aveva dovuto gettare la spugna a causa di un malore. Il flop del Dottore coincise con il definitivo abbandono delle ambizioni di gloria e di vittoria dei Pontello, i quali profondamente delusi dai risultati e dalle prime contestazioni dei tifosi ripiegarono su una gestione più modesta negli ultimi anni della loro proprietà.
Alla fine di quella stagione infausta, tra la Fiorentina e Socrates la separazione fu consensuale. Troppe sigarette nei suoi polmoni, troppa saudade, troppi interessi extracalcistici, avevano reso la parentesi fiorentina di Socrates breve e di  pochissima soddisfazione. Il campionato in cui Socrates ebbe in mano il centrocampo viola, purtroppo, è ricordato come uno dei più scialbi giocati dalla Fiorentina. A o calcanhar que a bola pediu a Deus (Il colpo di tacco che la palla chiese a Dio) non restò che fare ritorno in patria, nel suo mondo dove il calcio andava del suo passo e si adattava ai suoi schemi mentali e dove il suo carisma era rimasto intatto. Lo riprese il Flamengo, con grande sacrificio economico. L’anno dopo, era il 1986, era di nuovo a difendere i colori verdeoro ai mondiali messicani, dove la Selecao fu fermata di nuovo ai quarti, stavolta dalla Francia di Michel Platini. Socrates, per quanto finisse per sbagliare uno dei rigori che costarono l’eliminazione alla sua squadra, tornò a fornire un a prestazione all’altezza del suo nome, aumentando il rimpianto nella città che aveva sognato di diventare finalmente grande con lui e dove invece la sua stella aveva brillato per pochi insufficienti istanti.
Lasciò il calcio attivo nel 1988, per dedicarsi alle altre sue passioni: la musica, la politica, il teatro. E soprattutto, purtroppo, l'alcool e le sigarette, le sirene di una vita sregolata che ne hanno fatto al pari di George Best il giocatore che peggio ha saputo sfruttare il suo immenso talento di tutta la storia del calcio. Anche se a lui il talento calcistico peraltro non interessava, perché come aveva detto una volta durante la democrazia corinthiana “essere campioni è un dettaglio”.
Nel 1983, quando ancora la vita gli offriva il suo lato più fulgido ed il suo talento calcistico era tutt’altro che un dettaglio, aveva previsto perfino la sua uscita di scena definitiva, dicendo: "Vorrei morire di domenica, nel giorno in cui il Corinthians vince il titolo". E’ scomparso proprio il giorno in cui il Corinthians si è laureato campione nazionale, il 4 dicembre 2011, stroncato dalle conseguenze della troppa frequentazione della sua compagna bottiglia. Al triplice fischio della gara decisiva con il Palmeiras, migliaia di tifosi andarono in pellegrinaggio fino al luogo dove aveva appena chiuso gli occhi per l’ultima volta l’uomo che aveva ridato orgoglio al calcio e alla democrazia brasiliani, e che purtroppo a Firenze aveva ballato una sola estate.

Ascesa e caduta della casa Pontello

Maggio 1980. Allo Stadio Comunale di Firenze esplode la contestazione dei tifosi verso la proprietà di una Fiorentina che sta concludendo l’ultimo di una serie di campionati incolori, inframmezzati da un paio in cui ha addirittura rischiato la retrocessione in serie B.
La presidenza di Ugolino Ugolini prima e dei suoi collaboratori Rodolfo Melloni ed Enrico Martellini poi si conclude tristemente tra le urla e i mortaretti degli Ultras ed i fumogeni della Polizia, dopo che per un decennio l’industriale della gomma aveva cercato di rinverdire i fasti del suo predecessore, quel Nello Baglini che aveva portato a Firenze il secondo e ultimo scudetto con la prima “linea verde”, e dopo aver lasciato in eredità alla città il cartellino di Giancarlo Antognoni, un capolavoro paragonabile per i fiorentini al David di Michelangelo, per ottenere il quale la Juventus aveva sferrato una lunga ed insistente quanto inutile offensiva.
La contestazione si placa improvvisamente all’annuncio che la società viola è stata acquistata da una nota famiglia di imprenditori edili locali che stanno assurgendo ad una crescente fama nazionale, i Pontello.
Flavio Callisto Pontello
Maggio 1990. Ancora grida, mortaretti e lacrimogeni a Firenze, ma stavolta in Piazza Savonarola, davanti alla sede dell’A.C. Fiorentina e per le strade circostanti. La guerriglia urbana non è stata scatenata per motivi politici o sociali, ma perché il decennio delle grandi speranze viola legate al nome ed alla gestione dei Pontello si è concluso con la abdicazione all’odiata rivale storica, la Juventus, che si è appena portata via non soltanto la Coppa UEFA conquistata nella doppia finale contro la Fiorentina a Torino ed Avellino, ma anche la stessa “argenteria di famiglia”, quel Roberto Baggio che ormai la gente aveva investito dell’eredità di Giancarlo Antognoni, come nuova bandiera viola da difendere ed ostentare sempre e comunque, a prescindere.
La famiglia che aveva preso la Fiorentina nel clamore di una contestazione la lascia dieci anni dopo nel marasma di una contestazione dieci volte più violenta. In mezzo, un decennio che a tutt’oggi può essere considerato tra i più affascinanti della storia della Fiorentina, molte luci ed ancora più ombre, e soprattutto due titoli agognati da tempo e sfiorati veramente per poco. Sfumati entrambi alla fine di un esaltante ed estenuante confronto con la solita rivale di sempre, la Juventus di Torino.
Nell’albo d’oro, la Fiorentina è ferma all’ultimo scudetto vinto nel 1969 ed a livello internazionale all’ultimo e unico trofeo vinto nel 1961, la Coppa delle Coppe. Nel 1982 arriva a quindici minuti da uno spareggio in cui avrebbe potuto conquistare il terzo scudetto, nel 1990 arriva a un passo dalla sua prima Coppa UEFA. In entrambi i casi il titolo prende all’ultimo momento la via di Torino, e il relativo trofeo finisce nelle mani di Dino Zoff, la prima volta come capitano, la seconda come allenatore.
Stemma araldico famiglia Pontello
Ma chi è questo proprietario, questo condottiero viola che può mettere in campo addirittura un blasone nobiliare, e che rimane a tutt’oggi il patròn viola che è arrivato più vicino a vincere, dai tempi ormai storici di Baglini? Dopo di lui i Cecchi Gori metteranno in bacheca due Coppe Italia, mentre i Della Valle sono fermi a zero tituli, per dirla con Mourinho. Ma la gente ricorda sempre piuttosto quel mancato scudetto del 1982 e quella maledetta finale di Coppa UEFA.
Flavio Callisto era l’erede di una famiglia nobile, i Conti Pontello, inizialmente originari del Friuli e poi trasferitisi a Firenze, che avevano legato con successo le loro fortune all’imprenditoria edilizia. Nel 1944 il giovane Flavio aveva dovuto abbandonare gli studi di ingegneria al Politecnico di Milano, perché la guerra e l’occupazione nazista si erano portati via i “vecchi”. Lui, che era il più grande di quattro fratelli, Claudio, Gianluigi e Miuta, aveva inevitabilmente ereditato le redini dell’impresa di famiglia, la “S.a.s. Costruzioni Pontello”. Negli anni sessanta la ditta aveva partecipato in modo consistente alla realizzazione della rete autostradale che stava modernizzando l’Italia del boom economico.
All’inizio degli anni 80, la Fiorentina era in cerca di un futuro, i Pontello erano in cerca dell’ultimo salto di qualità, quello che ne avrebbe fatto imprenditori di fama nazionale ed internazionale più di quanto già non fossero. Fu così che Ugolini passò la mano al Conte, e il calcio italiano ebbe il suo stemma nobiliare tra i partecipanti al suo massimo torneo, il Campionato di Calcio di Serie A.
Flavio Pontello era un personaggio singolare, che non si accontentava di partecipare. Lui voleva primeggiare. Nel 1968 aveva istituito una Fondazione per l'incremento degli studi e delle ricerche scientifiche in edilizia e in architettura, che ogni anno assegnava premi cospicui a giovani studiosi. Per tutto ciò che aveva fatto nel 1973 aveva ricevuto il Cavalierato del Lavoro dall’allora Presidente della Repubblica Giovanni Leone.
Ranieri Pontello ingaggia Picchio de Sisti
Nel 1980 prese la Fiorentina con l’intento di farne subito uno squadrone. Il primo anno ereditò allenatore e giocatori della passata gestione. Il povero mister Paolo Carosi e i suoi ragazzi raccolti attorno alla “bandiera” Antognoni stavano ripetendo il campionato incolore delle passate ultime stagioni (la Fiorentina passò un intero girone d’andata pareggiando o perdendo, senza vincere mai), quando il Conte, che non era famoso per avere un carattere facile o tollerante, prese in mano la situazione, esonerò Carosi affidando la squadra ad un’altra “bandiera” carica di gloria, quel Picchio De Sisti capitano del secondo scudetto, e partì in quarta in primavera con una campagna acquisti come a Firenze non si vedeva forse dagli anni 50.
Arrivarono Graziani e Pecci da quel Torino che aveva vinto lo scudetto nel 76, Cuccureddu dalla Juventus,  la giovane promessa Daniele Massaro dal Brescia, l’altra promessa Renzo Contratto dall’Atalanta, Francesco Casagrande dal Cagliari, Roberto Galbiati era già arrivato dal Pescara e Daniel Bertoni dal Siviglia, alla riapertura delle frontiere. Questa fu la squadra – vestita della nuova maglia con il giglio stilizzato che fece tanto discutere ed al suono del nuovo inno stile bossa nova che sostituì momentaneamente quello tradizionale glorioso di Narciso Parigi - che sfiorò lo scudetto nel 1982, con Giovanni Galli in porta e con Luciano Miani che sostituì alla grande Antognoni, infortunatosi alla nona giornata contro il ginocchio assassino di Martina, portiere del Genoa, e rientrato solo a tre giornate dal termine. In tempo per giocare uno spareggio che i vertici del Calcio avevano già deciso che non ci dovesse essere.
Ranieri Pontello
Il programma di Pontello era stato semplice. Una sera ad una TV privata dichiarò né più e né meno che “l’epoca della Juventus in Italia era finita”. Dopo la “beffa di Cagliari” ed il rigore di Catanzaro trasformato da Liam Brady, il Conte non si perse d’animo e andò in Argentina a comprare nientemeno che Daniel Alberto Passarella, carismatico capitano della nazionale biancoceleste che aveva trionfato ai mondiali casalinghi del 1978. Dopo il campionato del 1984, naufragato su secondo grave infortunio di Antognoni, andò a prendere anche il capitano del Brasile, quel Socrates che fece innamorare subito anche Firenze con il suo spessore di personaggio anche e soprattutto fuori dal campo.
Nei primi cinque-sei anni Pontello ci provò in tutti i modi, gestendo in prima persona la società con l’ausilio del figlio Ranieri a cui aveva affidato la presidenza formale della stessa. Poi, i colpi della sfortuna, la mancanza di successi e l’arrivo delle prime contestazioni al Comunale nella stagione che coincise con la presa di coscienza che Antognoni era alla fine della carriera (una fine pessimamente gestita dal mister Aldo Agroppi, peraltro), spinsero non solo il Conte ma tutta la famiglia a ridimensionare entusiasmo ed impegno. Ranieri si dimise dalla presidenza, che andò prima al povero Pier cesare Baretti (ex giornalista di Tuttosport e dirigente di Lega Calcio) e poi dopo la scomparsa di questi a Renzo Righetti (ex arbitro e dirigente federale anch’egli).
Gli ultimi quattro anni di gestione Pontello coincisero con il tentativo di attuare una nuova “linea verde”, che ruotava intorno al gioiellino Roberto Baggio acquistato da Baretti e Nassi dal Vicenza, su preciso mandato del Conte. Presidente del Vicenza era Maraschin, l’industriale del ferro. “Lo conosco, abbiamo fatto insieme un’autostrada, ci penso io”, raccontò poi Pontello. Baggio arrivò a Firenze nel 1985, cominciò a giocare nel 1987 – una volta superati due gravi infortuni – e restò fino al 90.
Piazza Savonarola nel maggio 1990
In quell’anno, l’uomo che aveva orgogliosamente e con sprezzo del pericolo affermato una volta che non avrebbe “mai trattato con i metalmeccanici di Torino”, gli Agnelli, decise di farlo, e nel modo più clamoroso. L’avvocato Agnelli si era scornato con Ugolini per Antognoni, era orfano di Platini arrivato a Torino in sua vece. Stavolta voleva Baggio, a tutti i costi. Fece un’offerta di quelle che non si potevano rifiutare. Il Conte accettò, malgrado avesse già deciso di vendere la società a Mario Cecchi Gori, il quale aveva preteso come condizione che il “Codino” rimanesse. E malgrado sapesse anche che Firenze non l’avrebbe presa affatto bene. Come infatti successe.
A Piazza savonarola, tra il fumo dei lacrimogeni, le sirene delle camionette dei Carabinieri e le urla della gente che scappava a nascondersi nelle case circostanti dopo aver lanciato i sampietrini, finì la presidenza dei Pontello, che avrebbe potuto essere ricordata come un periodo glorioso della storia viola. Per lungo tempo i carabinieri dovettero fermarsi di sorveglianza sotto casa del Conte.
Il quale è scomparso nel 2006, poco dopo la sua azienda di famiglia, che non ha retto ai tempi nuovi, arrivati non solo nel calcio.