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domenica 12 giugno 2016

Il crepuscolo degli Dei

Giuliano Sarti lotta contro la commozione, mentre ricorda Giuseppe Virgili, un altro che se n’è andato dei suoi amici e compagni di quello spogliatoio fantastico che nel 1956 diventò davvero vanto e gloria di Firenze, e meraviglia del resto del mondo.
Siamo rimasti in pochi, è un’angoscia profonda quando qualcuno se ne va”. Pochissimi, Giuliano. La legge inesorabile della vita non risparmia nemmeno gli eroi dello sport. Sono passati sessant’anni da quello scudetto favoloso conquistato con trentatre partite utili consecutive (e peccato per quella trentaquattresima….) e dodici punti di vantaggio sulla seconda, un Milan che non era affatto male. Cinquantanove dalla finale di Madrid dove la Fiorentina contese ad un grande Real la seconda edizione della Coppa dei Campioni.
All’appello rispondono in pochissimi. Giuliano Sarti di Castello d’Argile, classe 1933, è uno di questi. Farà 83 anni il 2 ottobre. A festeggiarlo, ci si augura, ci sarà ancora Ardico Magnini, il terzino di Pistoia, 88 anni sempre ad ottobre, il 21.
Sergio Cervato, l’altro terzino, non c’è più. Nato a Carmignano di Brenta il 22 marzo 1929, si è spento a Firenze il 9 ottobre 2005, dopo che una lunga malattia l’aveva costretto ad interrompere la sua carriera di allenatore, che aveva compreso anche le giovanili viola.
Anche Beppe Chiappella era stato allenatore dopo essere stato il capitano di quella Fiorentina che si era cucita il primo scudetto. A San Donato Milanese era nato il 28 settembre 1924, a Milano si era spento il 26 dicembre 2009. Firenze aveva fatto in tempo a tributargli nuova gratitudine dopo che nel 1978, annus horribilis, aveva salvato la squadra da una retrocessione quasi sicura, subentrando in panchina a Carletto Mazzone.
Lo stopper Francesco Rosetta invece era di Biandrate, nel novarese, dove era nato il 9 ottobre 1922. Nel novarese era tornato a vivere e a morire, l’8 dicembre 2006. Alla Fiorentina si era alternato con Chiappella a indossare la fascia di capitano. Nel 1957 Enrico Befani gli aveva addirittura conferito una medaglia per i servigi resi alla società ed alla squadra.
Armando Segato era di Vicenza, dove era nato il 30 maggio 1930. Nato ala sinistra, Bernardini lo aveva inventato come mediano. Dopo l’addio al calcio agonistico era diventato allenatore. La sua carriera era stata stroncata dal solito male incurabile che se lo era portato via il 19 febbraio 1973, qui a Firenze dove viveva.
Miguel Angel Montuori veniva da Rosario, in Argentina. Scoperto da padre Volpi, un religioso talent scout di calciatori a tempo perso che lo segnalò a Befani, fu uno dei fenomeni della Fiorentina del primo scudetto e dei quattro secondi post successivi, con 72 reti complessive. La sua carriera si era chiusa anzitempo per un infortunio ad un occhio in amichevole. Senza fortuna come allenatore né in Italia né in Cile, era tornato a stabilirsi a Firenze nel 1988. Allenava i giovani dell’Isolotto, finché il male non si era portato via anche lui, 4 giugno 1998.
Julio Botelho detto Julinho era nato a San Paolo del Brasile il 29 luglio 1929, ed a San Paolo era morto l’11 gennaio 2003. In una stanza di cui, si venne a sapere, aveva fatto dipingere i muri di viola. Nella sua bara secondo la sua espressa volontà fu deposto il labaro della Fiorentina. Fu il più grande giocatore brasiliano della generazione prima di Pelé, uno dei più grandi in assoluto del suo tempo. Vittima della saudade carioca quando era a Firenze, vittima di quella fiorentina una volta ritornato in patria.
Giuseppe Virgili era di Udine, dove era nato il 24 luglio 1935. Si è spento all’Ospedale Maggiore di Careggi due giorni fa. Era stato soprannominato Pecos Bill da Gianni Brera, in omaggio ai giornaletti western che come tutti i ragazzi della sua generazione aveva divorato. Anche i portieri avversari aveva divorato. 21 delle 59 reti con cui la Fiorentina conquistò lo scudetto nel 1956 erano sue.
Maurilio Prini veniva dalle Sieci, che il 17 agosto del 1932, giorno in cui era nato, erano già una frazione del Comune di Pontassieve. Prini era centrocampista offensivo, con il vizio del gol. Sua la rete, tra le altre, che eliminò la Stella Rossa di Belgrado in semifinale di Coppa Campioni 1957, e che spedì i viola al Santiago Bernabeu a giocarsi la finale con il Real. E’ morto a Firenze il 22 aprile 2009.
Guido Gratton era di Monfalcone, dove aveva visto la luce il 23 settembre 1932. Quella luce che si era spenta prematuramente a Bagno a Ripoli il 26 novembre 1966, quando i rapinatori introdottisi in casa sua per sottrargli l’incasso del circolo tennistico che dirigeva avevano fatto fuoco, stroncandogli la vita. Per una volta ancora dai tempi gloriosi del Rinascimento e del Risorgimento, la Basilica di Santa Croce era stata giustamente concessa alla celebrazione delle sue esequie.
Claudio Bizzarri, attaccante di riserva di quella leggendaria Fiorentina, c’è ancora. E’ nato a Porto Civitanova il 21 dicembre 1933 ed ha la stessa età di Sarti. C’è ancora anche Giampiero Bartoli, difensore nato a San Giovanni valdarno il 1° aprile 1934, così come Sergio Carpanesi, centrocampista di La Spezia nato il 22 marzo 1936. E’ ancora tra noi anche Alberto Orzan, centrocampista di San Lorenzo di Mossa, nato il 24 luglio 1931.
Non c’è più il portiere di riserva Riccardo Toros, nato e morto a San Lorenzo Isontino (1 dicembre 1930 – 27 giugno 2001). Né Bruno Mazza, centrocampista nato a Crema il 3 giugno 1924 e morto a Milano il 25 luglio 2012. Né Aldo Scaramucci, mediano di Montevarchi, dove era nato il 24 febbraio 1933 ed é morto il 10 gennaio 2014.
Fulvio Bernardini, fuoriclasse del nostro calcio sia come giocatore (talmente forte che Pozzo non lo convocò ai vittoriosi mondiali del 1934 per non sconvolgere gli equilibri di squadra) sia come allenatore (la cui carriera decollò proprio con il sorprendente scudetto viola), era di Roma. Nato il 28 dicembre 1905 e scomparso il 13 gennaio 1984, dopo aver rifondato anche la Nazionale italiana, avviandola verso il titolo mondiale conquistato con Bearzot in panchina.
Il Corriere dello Sport del 7 maggio 1956
Enrico Befani, presidente senza bacini di utenza ma con una grande, sconfinata voglia di vincere e passare alla storia di Firenze oltre che a quella della natìa Prato, era del 1910. Scomparve nel 1968, pochi mesi prima che il suo successore Nello Baglini regalasse a lui e a tutti i tifosi la gioia del secondo scudetto.

Questa è la storia. Gli eroi son tutti giovani e belli. E come tutti gli altri, invecchiano e ci abbandonano, lasciandoci con il cuore gonfio di tristezza. Come se fossimo stati con loro, in quei giorni di gloria, in quello spogliatoio dove – come dice Giuliano Sarti – entravano soltanto amici. E uomini veri.

dedicato a mio padre

venerdì 1 gennaio 2016

Beppe Virgili, il suo nome era Pecos Bill

Nell’estate del 1954 Befani e Bernardini avevano già otto undicesimi dello squadrone che due anni dopo avrebbe vinto il primo scudetto della storia viola. Sarti in porta, Magnini e Cervato terzini, il centromediano Chiappella, lo stopper Rosetta, il libero Segato, la mezz’ala destra Gratton e l’ala sinistra Prini. Mancava l’attacco, e sarebbe stato un attacco da sogno, uno dei più forti di tutti i tempi.
Julinho e Montuori arrivarono l’anno successivo. Quell’estate invece arrivò da Udine una giovane promessa di 19 anni, un centravanti all’antica, di quelli che partecipavano poco alla manovra, che stavano quasi sempre in area ma che in area non perdonavano.
Arrivò a Firenze con il nome di Giuseppe Virgili, ma qui venne presto ribattezzato Pecos Bill, dal nome dell’eroe di fumetti e film western in voga allora, per la sua mira infallibile.
Beppe Virgili aveva salvato l’Udinese con le sue nove reti alla sua prima stagione di serie A. Nella sua prima stagione viola invece ne fece 15, e la Fiorentina finì quinta. Nel 1955 arrivarono ad affiancarglisi i gioielli sudamericani Montuori e Julinho, l’attacco viola composto da loro tre ne fece 59, di cui 21 erano di Pecos Bill. La Fiorentina vinse lo scudetto con 12 punti di vantaggio sulla seconda, il Milan, e rimase imbattuta fino all’ultima giornata, perdendo negli ultimi minuti dell’ultima partita con il Genoa a Marassi. A Beppe la splendida stagione valse la chiamata in azzurro dove giocò in tutto 7 partite distinguendosi in particolare per la doppietta segnata al Brasile nel 1956 a San Siro, nella partita vinta dall’Italia 3-0.
Nel 1957 giocò la sfortunata finale di Coppa Campioni contro il Real Madrid. Quell’anno, ed il successivo, raggiunse con la squadra due secondi posti in campionato dietro il Milan, senza però più ripetere l’exploit dell’anno dello scudetto, fermandosi rispettivamente a 10 e 9 reti.
Nel 1958 Bernardini lasciò il posto a Lajos Czeizler, allenatore ungherese che allora andava per la maggiore, ma dal carattere difficile e dalle idee particolari: una specie di Zeman dell’epoca. Partito nel frattempo Julinho, Virgili capì che il ciclo era finito e l’aria era cambiata, e chiese di andarsene. Trasferito al Torino, vi trascorse due stagioni altalenanti prima di uscire definitivamente dal calcio che conta, a soli 25 anni. Alla fine della carriera, quello che era e resta uno dei migliori attaccanti italiani dell’epoca e di sempre, aveva segnato 80 reti in 193 partite in Serie A.
Come quasi tutti i campioni del suo tempo, rimase a vivere a Firenze, dove ha diretto la scuola calcio a lui stesso intitolata presso il Gruppo Sportivo Firenze Sud Sporting Club fino ai suoi ultimi giorni di vita.
Se n'é andato il 10 giugno 2016, il suo nome è nel lungo elenco di pezzi del nostro cuore che questa annata maledetta si è portata via.