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giovedì 16 giugno 2016

A proposito di Silvia




Leggo l’ultima intervista di Silvia Berti a Firenzeviola.  Il primo impulso è quello di sempre: non commentare. Conosco Silvia da qualcosa come trentasei anni. Mi son sempre trovato in difficoltà a scrivere di lei, per motivi di obbiettività. Avevo due amici di infanzia nell’A.C.F. Fiorentina, una era lei, l’altro era Sandro Mencucci. Quando si tratta di loro, ho sempre preferito non parlare. E’ difficile essere obbiettivi con qualcuno con cui siamo stati ragazzini insieme.
Stavolta faccio una eccezione. Ho visto che i commenti - peraltro scarsi, e mi dispiace perché gli argomenti sollevati da Silvia sono a mio modesto parere più interessanti e utili per il futuro che verrà di tanti giochini e calembour con cui ci si trastulla in questo periodo di inizio estate e di fermo-campionato – sono improntati o a disinformazione o a disinteresse.
La storia di Silvia alla Fiorentina è, fino al 2009, la storia della Fiorentina. La storia del suo licenziamento è la storia di come la Fiorentina ha perso, stravolto se stessa. Lo dico senza paura di risultare non obbiettivo. Sapendo come sono andate realmente le cose, e non potendone parlare per ovvi motivi di riservatezza, mi permetto di dire che Silvia è stata fin troppo oggettiva, fin troppo onesta nel parlare della sua vecchia società e dei suoi ex datori di lavoro. Fin troppo signora.
Di aneddoti ne conosco tanti, anche più significativi di quel “Non possiamo atterrare a Pisa?” proferito da quel Mario Cognigni il cui avvento, deciso da una proprietà sempre più distratta, biliosa, rancorosa (loro, sì) e economicamente interessata, ha voluto dire – in parallelo con la brusca o progressiva dismissione di personaggi come Giovanni Galli, Silvia Berti, Cesare Prandelli, Sandro Mencucci – la fine di quella Fiorentina che aveva in progetto davvero di vincere, a Firenze, per Firenze e con i fiorentini. Per ridursi a vivacchiare, a gestire partite di giro, a realizzare plusvalenze.
Non sono gli aneddoti che parlano per Silvia da un lato e per chi l’ha licenziata dall’altro. Sono i risultati. Fino al 2009 la Fiorentina aveva un capitale di simpatia immenso in termini di immagine (malgrado nel frattempo avesse vissuto i giorni di Calciopoli). Dopo il 2009, quel capitale è stato sperperato in maniera sistematica, con la nonchalance di chi eredita una cantina da un parente estinto e sostanzialmente dei cimeli che vi trova non gliene frega nulla. Non vede l’ora di buttare via tutto, per metterci le proprie, di cianfrusaglie. E pazienza se lì dentro ci sono i ricordi di una vita intera. Una vita che meritava eredi migliori.
Diego e Andrea Della Valle forse riusciranno a rimanere in classifica di Forbes fino alla fine dei loro giorni. Ma non entreranno mai nella storia né di Firenze né della Fiorentina. E resteranno nella memoria di questa comunità come due persone che sono passate in riva d’Arno, sotto quei monumenti che tutto il mondo ammira, e non hanno alzato la testa nemmeno mezza volta a guardarli. Forse non sanno nemmeno che esistono, dopo quattordici anni.
Silvia Berti nella storia della Fiorentina c’é. Ci entrò nell’estate del 2006, quando a Folgaria ad accogliere i giocatori stravolti dalla notizia della retrocessione in B per Calciopoli c’erano solo lei e Cesare Prandelli. Lo Stato maggiore, come dopo l’8 settembre, era scappato. Non a Brindisi ma a Casette d’Ete. Loro due erano lì. Il campionato della rimonta da -15 nacque lì, da quella donna e quell’uomo.
Ci entrò, nella storia, anche rispondendo male a Cognigni a proposito dell’atterraggio a Pisa. “E’ la nostra gente”. Parole che vorremmo tutti mettere in bocca ai nostri eroi. Non le ha dette Antognoni, non le ha dette Rui Costa, non le ha dette Batistuta. Le ha dette Silvia Berti. Quel giorno, con quelle parole, so per certo che Silvia firmò la sua condanna a morte, come addetta stampa della A.C.F. Fiorentina. Al pari dei nomi che ho elencato sopra, nessuno metterà mai la sua foto nella sede della Fiorentina, almeno finché restano gli attuali proprietari, al posto dei prodi Ariatti e Blasi.
Le foto giuste, ognuno di noi ce le ha stampate nella memoria. Quella allo stadio di Silvia abbracciata a Cesare dopo il ritorno da Torino e la qualificazione alla Champion’s con la rovesciata di Osvaldo non ce la toglie nessuno. E’ appesa nei nostri cuori.

mercoledì 15 giugno 2016

NON PUO’ PIOVERE PER SEMPRE




Stendiamo un velo necessariamente pietoso sulle onoranze funebri a Giuseppe Virgili detto Pecos Bill, uno degli ultimi eroi superstiti del primo scudetto viola, almeno fino a cinque giorni fa. Il figlio Aurelio, nel ringraziare la città di Firenze per aver ricambiato negli ultimi sessant’anni l’affetto che il padre le aveva dimostrato e non solo sul campo, non ha avuto parole tenere per l’A.C.F. Fiorentina. Se le cose stanno come ha raccontato (nemmeno un telegramma di cordoglio) – e non c’è motivo per non credergli – non poteva averne.
La lista si allunga. Da Gratton ad Amarildo, sono tanti coloro che hanno atteso invano il telegramma della Fiorentina, direttamente o per l’interposta persona degli eredi. Telegramma che, solitamente, è stato come il famoso bonifico di Vittorio proveniente dalla banca colombiana. Aveva le stesse probabilità di giungere a destinazione.
Il fatto è, l’abbiamo scritto più volte e lo ripeteremo all’infinito, che da quando l’A.C.F. decise di fare a meno dei servigi di Silvia Berti, il settore comunicazione e public relations della società viola ha funzionato pio meno come l’attività neuronale di un malato sofferente di dislessia e autismo insieme. Ora, finché si fanno i complimenti al Benevento invece che al Leicester di Ranieri, poco male. Claudione, di una certa Firenze, se n’è fatto una ragione ormai da tempo. Ma Virgili è un discorso diverso. Pecos Bill è la grande storia della Fiorentina. E’ come la medaglia che ti lasci rubare alla mostra in Via San Gallo. E’ uno sputo in faccia alla città e a ciò che ha di più caro.
Ce ne faremo una ragione anche noi. Tutto passa, diceva un grande filosofo greco dell’antichità. E’ crollata la Muraglia Cinese, sono finiti i Grandi Imperi, finirà anche questa occupazione di suolo pubblico che dal 2002 vede una proprietà moralmente assenteista (e negli ultimi tempi anche materialmente) dis-interessarsi di una delle istituzioni cittadine più importanti: la Fiorentina. Che non è né A.C. né A.C.F. E’ la Fiorentina e basta. La nostra squadra del cuore. E guai a chi ce la tocca.
L’abbiamo scritto più volte. Alienare una squadra di calcio è diventata negli ultimi anni faccenda complicata. L’esame dei libri contabili, delle partite e delle situazioni contrattuali è cosa che richiede tempo, staff di professionisti e di esperti di comunicazione (e qui ricasca il solito asino, povera bestia). Quando tutto va bene, ma proprio tutto, possono volerci anche un paio d’anni. Se Diego e Andrea avessero in animo di vendere, cominciano ora e finiscono probabilmente dopo la tramvia di Nardella. Se invece sono ancora in attesa di qualcosa, e non hanno ancora deciso cosa fare da grandi, allora lo scenario cambia. Ognuno si figuri il proprio, uno vale l’altro.
La sensazione è che questi imprenditori delle calzature sono venuti su con un certo sistema, e con quel sistema andranno giù. Diego Della Valle è stato ed è un prodotto del Partito Democratico, e resterà patron della Fiorentina fintanto che a Firenze ci sarà un determinato sistema di potere, con determinati referenti. Che poi aspetti la Mercafir, l’area di Castello o il prossimo passaggio della Cometa di Halley, fa tutto parte delle leggende metropolitane, e dello sbarcamento di lunario di chi deve riempire di inchiostro pagine di giornale ogni giorno. Chi lavora nell’area Mercafir sa che – magari sottovoce – tutti dicono che lo stadio in quella zona è una bufala. E’ un gioco delle parti, una commedia dell’arte. Simil baruffe chiozzotte (meno divertenti di quelle di Goldoni, a questo punto) con cui Comune e Fiorentina si reggono botta a vicenda, al di là delle apparenze. Perché nulla cambi, nessuno farà una mazza, ma darà la colpa a quell’altro, per capirsi.
Questo è il quadro. Su cui va dipinto il calciomercato della Fiorentina, perché tra due mesi si ricomincia. Mi si chiede che valore può avere il ritorno di Corvino in sella alla direzione sportiva. La risposta è abbastanza semplice, ne abbiamo anche in questo caso già accennato. Per i Della Valle, Corvino è un bene rifugio. Questo, secondo il calendario cinese (ma i cinesi purtroppo non si vedono ancora all’orizzonte), è l’Anno delle Nozze con i Fichi secchi. E quindi, chi meglio di lui? Dei diesse di Fascia Fichi Secchi il Corvo è il migliore. Pradé non era più capace di andare a prendere giocatori armato solo di discorsi. Pantaleo invece è capacissimo. Qualcosa per settembre combina di sicuro. Che poi sia un qualcosa al massimo da settimo, ottavo posto è un altro discorso. Del resto, stiamo a discutere se prendere Euro-Giaccherini al costo di 1,5 milioni di euro (il Sunderland si accontenta di poco), o se riprendere un giocatore che a ben guardare è già nostro, perché la Roma non ha nessuna voglia di finire di pagarcelo: Adem Llajic. Dove si voglia andare a parare in questo modo, ognun decida per conto proprio.
Mi si chiede anche che convenienza ha Corvino a fare il cavallo di ritorno, ed in queste condizioni di magra.  Semplice: il Corvo è in una botte di ferro. L’hanno mandato via per infame quattro anni fa, e adesso lo richiamano – se son vere le leggende – dicendogli. “Torna, questa è casa tua!”. Nemmeno Mario Merola. Chiaro che se torna in queste condizioni ha garanzie, prima di tutto quella che d’ora in avanti se le cose non andranno bene i capri espiatori saranno altri. Quello che farà lui è ben fatto di default.
A quanto ci risulta, se i Della Valle sono stati con lui sette anni, è perché ci sono stati bene. E lui pure. Sono due coniugi il cui matrimonio funzionava, e dopo una scappatella e una breve separazione, con annessa sperimentazione di altri partner rivelatisi insoddisfacenti, si rimettono insieme. Tanto, semmai, a finire sodomizzata è sempre e soltanto la Fiorentina. La nostra squadra del cuore.

P.S. il titolo è una citazione del celeberrimo film Il Corvo. Ogni riferimento….giudicate un po’ voi.

martedì 17 maggio 2016

Il Giorno del Ringraziamento

L’addio di Vincenzo Guerini alla Fiorentina apre una nuova – o forse antica – querelle sul funzionamento della A.C.F., e più in generale sulla gestione della relativa proprietà da parte dei Della Valle.
Guerini, ricordiamo, ricopriva dal luglio 2011 l’incarico di club manager della società di Viale Manfredo Fanti. Una figura societaria molto diffusa per esempio in Inghilterra ma abbastanza desueta nel nostro panorama calcistico. Alla quale gli stessi Della Valle erano peraltro ricorsi in un periodo particolarmente travagliato, in cui erano venuti al pettine diversi nodi anche dal punto di vista dell’organico societario e della distribuzione di compiti e responsabilità.
L’ex promessa del calcio fiorentino (la sua carriera di giocatore fu stroncata a 22 anni da un incidente automobilistico quando il suo futuro si era già tinto di viola e di azzurro) riciclatosi allenatore prima e manager poi ha detto esplicitamente che la sua decisione è nata dai contrasti vissuti nel corso della stagione con l’attuale allenatore viola Paulo Sousa. “Mi ha umiliato”, ha dichiarato senza mezzi termini, lamentando di essere stato completamente ignorato dal tecnico quando nessuno ai vertici societari gli aveva fino ad oggi revocato fiducia ed attribuzione di competenze.
In attesa di capire, magari dalle parole dello stesso Sousa (non particolarmente espressivo in questo periodo, come testimonia la stessa assenza di reazione al trionfo della propria squadra all’Olimpico nell’ultima di campionato) che cosa sia successo esattamente tra due figure chiave della società viola, vale la pena forse di avviare una riflessione sul funzionamento della stessa, in generale e nei momenti di crisi (non pochi) vissuti. Una riflessione che parte da lontano.
Guerini era stato chiamato ad un ruolo che per la verità il popolo viola avrebbe voluto veder attribuito a colui che ha rubato il cuore di questa città, Giancarlo Antognoni (che già l’aveva ricoperto tra l’altro egregiamente ai tempi della gestione Cecchi Gori) proprio per ovviare all’assenza – pesantemente avvertita – di una figura di riferimento tra la stanza dei bottoni ed il mondo del tifo e degli addetti ai lavori.
La sua vicenda è emblematica, a nostro giudizio, della mancanza di idee chiare da parte dell’attuale gestione viola in più o meno tutti i settori della vita di una società sportiva a livello professionistico di vertice, eccezion fatta per l’aspetto contabile, di bilancio, nel quale gli uomini di Della Valle hanno sempre dimostrato di eccellere.
I compiti di Guerini non sono mai stati chiarissimi, ed è indubbio che il manager si sia trovato a volte anche in difficoltà nell’esercitarli, a causa della coabitazione o sovrammissione con altre figure societarie (Cognigni, Corvino, Rogg, Prade’). Va tuttavia riconosciuto a Vincenzo di averci sempre messo la faccia, nel bene e nel male. Così fu quando Delio Rossi costrinse la società ad esonerarlo con i suoi schiaffi in mondovisione ad Adem Llajic. In panchina per le ultime due delicatissime gare di una Fiorentina in lotta per non retrocedere ci andò lui, senza battere ciglio e senza pretendere meriti dopo, come Cincinnato. Così è stato in seguito, si trattasse di presentare giocatori più o meno conosciuti o spiegare al pubblico posizioni societarie controverse.
Comunque siano andate le cose, più che aprirsi una falla nell’assetto societario si ripropone il consueto status quo pressappochistico (almeno nel settore tecnico e della comunicazione) che affligge la Fiorentina dai tempi in cui furono esonerati Gino Salica e Giovanni Galli. Il primo episodio di mancata gratitudine applicata al calcio inteso come business risale proprio al 2004-05, quando la Fiorentina dette il benservito ai due manager del miracolo della rinascita (e già che c’era accompagnò loro personaggi entrati nel cuore della città come Riganò e Mondonico) per affidarsi ad un nuovo che in parte avanzò assai poco (Enrico Lucchesi) e dall’altro dura ancora, anzi con poteri sempre più di vita o di morte (Mario Cognigni).
La breve stagione di Lucchesi fu propedeutica alla lunga stagione di Pantaleo Corvino. Il matrimonio con il diesse pugliese (accreditato come possibile cavallo di ritorno in questi giorni) entrò in crisi guarda caso al settimo anno, quando una famiglia Della valle stretta in un angolo dalla improvvida fine del progetto Prandelli e dai cinque schiaffoni presi dalla Juventus (prima dei due presi da Llajic da Rossi) ebbe bisogno di dare un segnale alla tifoseria avviando una ristrutturazione che sapeva tanto di scelta del capro espiatorio. Corvino fu esautorato tra l’altro nel momento peggiore della sua vita personale. Se ne fece senz’altro una ragione, ma l’immagine della Fiorentina ne uscì ancora più a pezzi.
Immagine che dal 2009 non curava più nessuno. L’esonero brusco di Silvia Berti da addetta stampa fu un fulmine a ciel sereno nell’immediato, e rimane uno dei misteri del ventunesimo secolo viola. Fatto sta che dopo quattro anni in cui la public relation woman elbana era riuscita a rendere simpatica una società che altrimenti non è mai riuscita ad esserlo (e comunicativo un patron che ogni volta che parla in televisione fa venir voglia di cambiare canale) la Fiorentina si trovò – causa del suo stesso mal - a dover coprire la madre di tutte le falle.
Dopo due anni, ecco Gianfranco Teotino, tentativo di imitazione del Pier Cesare Baretti pontelliano. Tentativo riuscito male, il tizio arriva, offende subito Antognoni (non male per un addetto alla comunicazione a Firenze) resiste un anno alla meno peggio e poi se ne va. Nel frattempo Mihajlovic e Rossi hanno preso tutte le colpe di una gestione tecnica scellerata. Arrivano Prade’ e Macia, mentre in panchina va un nuovo progetto, Vincenzo Montella.
Eduardo Macia se ne va dopo un paio d’anni passati a segnalare giocatori che puntualmente compra qualcun altro. Daniele Prade’ gli sopravvive (senza contratto) in attesa di sapere chi gli farà le scarpe nel corso della prossima estate. Montella se n’è andato l’estate scorsa, tutti sanno come e perché. Il suo successore, Paulo Sousa, si viene a sapere che ha vissuto un’invernata da separato in casa (con la squadra peraltro in testa alla classifica), a febbraio si era dimesso (dimissioni respinte), da settembre non parlava nemmeno con il suo club manager. E chissà con chi altro.
Alla lista si aggiunge dunque Vincenzo Guerini. Per oggi la chiudiamo qui, anche per non deprimere troppo il lettore, al quale lasciamo ogni commento. E' un dato di fatto che da Viale Manfredo fanti nessuno se ne va senza sbattere la porta, più o meno. Se questa è una società di calcio…..

lunedì 9 maggio 2016

Onor di capitano

Bandiera vecchia onor di capitano, dice il proverbio popolare. Che risale evidentemente ad un’epoca in cui esistevano ancora le bandiere, e chi le portava con onore.
Manuel Pasqual è stato il capitano della Fiorentina, una bandiera, anzi, un labaro, vecchio di novant’anni, dal 2012 a ieri sera. La sera in cui aveva appena saputo che la sua squadra non aveva più bisogno di lui. Esodato senza preavviso, unica consolazione la passerella finale, gli applausi del pubblico, il trionfo decretatogli da quelli che da stamani sono i suoi ex compagni. Già, perché impegnandosi come se quella con il Palermo fosse una partita vera, come tutte le altre 356 che ha giocato in maglia viola, ha finito per prendersi un giallo che vale una squalifica per l’ultima di campionato. La sua storia in viola finisce qui.
Manuel lotta per un intero pomeriggio contro la commozione. Alla fine, con il microfono di Sky sotto il viso, non ce la fa più. E’ un cazzotto allo stomaco di Firenze vederlo piangere così. Non sarà stato Robotti, non sarà stato Magnini e nemmeno Rogora, ma è stato il sesto giocatore per numero di presenze della storia di questa squadra da quando esiste, a pari merito con uno che si chiama Giancarlo de Sisti. Qualcosa vorrà pur dire. Quando il mister ha chiamato, dal 2005 ad oggi, il soldato Manuel ha sempre risposto: presente.
Vederlo così, sapere che buona parte di quelle lacrime sono dovute alla mancanza di rispetto pressoché totale riservatagli da una società dove lo spessore umano dei suoi proprietari e dirigenti è pari a quello tecnico, fa ancora più male. Né attenua il colpo – a Manuel come ai suoi tifosi – sapere che è in buona compagnia, che allunga una lista nella quale compaiono nomi eccellenti come Gino Salica, Giovanni Galli, Angelo Di Livio, Fabio Liverani, Silvia Berti.
Il ragazzo di San Donà di Piave ha giocato e vissuto per anni a Firenze senza uscire mai da quelle righe che delimitano il carattere suo e di tanti altri ragazzi e campioni provenienti dalla sua terra. Mai una parola fuori posto, mai una spostatura, sempre pronto e mai polemico, neanche quando ne avrebbe avuto ben donde. Perché l’ultimo schiaffo in faccia a Manuel Pasqual non è stato il primo.
Preso dall’Arezzo come una delle migliori giovani promesse del calcio italiano dal Mago di Vernole, quel Corvino che nella primavera-estate del 2005 non sbagliava un colpo, Manuel ripagò tutti con buona parte degli assist che permisero a Luca Toni (bella questa coincidenza, se ne vanno praticamente insieme) di vincere la Scarpa d’Oro nel 2006 con31 gol. Manuel faceva cose che non si vedevano più dai tempi di Cafù, arrivava sul fondo e crossava. Per un centravanti come Lucagol, bastava seguirlo nelle sue discese, con fiducia.
Partita la Scarpa d’Oro, dei suoi cross sembrò non farsene più nulla nessuno. Lentamente il suo apporto fu svalutato, la Fiorentina aveva preso a giocare per altre linee, né Bobo VieriGilardino sembravano aver più bisogno dei suoi traversoni. Nel 2009, l’anno in cui tanti equilibri saltarono in casa viola, un Prandelli forse non più lucidissimo lo escluse dalla lista UEFA in prospettiva Champion’s League, incaponendosi a considerare miglior terzino al suo posto quel Juan Manuel Vargas che invece era una splendida ala. E che insieme a lui sulla fascia sinistra avrebbe fatto sfracelli, in sovrapposizione.
Ridotto quasi ai margini della squadra, in odore di cessione un giorno sì e quell’altro pure, Manuel – come un provetto lagunare, un soldatino della sua terra – inghiottì tutto, continuò ad allenarsi ed aspettò. Certo che un giorno la Fiorentina avrebbe avuto ancora bisogno delle sue corse, dei suoi cross, delle sue punizioni. Della sua leadership in campo, ora che il tempo bene o male trascorso aveva fatto di lui il più anziano della squadra.
Nel 2012, la fascia di capitano coincise con la sua rinascita viola. Vincenzo Montella sperimentava un tiki taka nostrano, ma essendosi ritrovato a disposizione un Luca Toni release 2.0 non buttava via nulla. Il vecchio Pasqual su quella corsia sinistra faceva un gran comodo. E segnava gol pesantissimi, come quello al PAOK che valse il passaggio di turno in Europa League nel 2014, e la finale di Coppa Italia ai danni dell’Udinese sempre lo stesso anno.
Ma un nuovo equivoco era in agguato, oltre al tempo che passa inesorabile. Marcos Alonso era un talento emergente, e forse un giorno qualcuno capirà che al pari di Vargas non di terzino trattasi ma di ala. Nel frattempo però la sua classe e la sua gioventù sono state sufficienti a relegare di nuovo Manuel Pasqual alla panchina, e questa volta per restarci.
Si sospettava che questa fosse la sua ultima stagione. Succede a tutti i campioni, prima o poi. Successe al Milan, per esempio, ad un certo Mauro Tassotti, e la società lo chiamò per tempo ringraziandolo di tutto e offrendogli un posto nello staff tecnico dirigenziale. Gratitudine, indubbiamente, il che non guasta mai nella vita. Ma soprattutto intelligenza, investimento in una risorsa che la società stessa si è allevata in seno, coltivata nel tempo.
C’è solo un capitano, cantava ieri la Curva. Qualcuno si è risentito. Quel coro è riservato a Firenze ad una sola persona, che aveva sulla maglia il numero 10. Tutto il resto è bestemmia, dicono. Forse sì, ma ieri quel coro non stonava. In una cosa sono assolutamente simili il numero uno ed il numero sei della graduatoria delle presenze di sempre in viola: quel viola di loro adesso non sa che farsene. Non più.
La fascia di capitano adesso è in terra. Qualcuno prima o poi la raccoglierà, dimostrandosene degno. Ma adesso giace sul prato del Franchi, dopo che se l’è tolta l’ultimo che l’ha portata con onore.
Si, il ragazzo di Venezia può dirlo con ragione. Firenze è e resterà la sua città. Se l’è meritato.

venerdì 1 gennaio 2016

Intervista a Silvia Berti: «Io volevo vincere»



Silvia Berti, per i pochi che ancora non lo sapessero o per chi non lo ricorda, è stata per sette anni l’Addetta Stampa della Fiorentina dei Della Valle, dagli inizi nel 2002 fino al 2009. In realtà, è stata anche qualcosa di più. E’ stata la donna che ha costruito dal niente l’immagine positiva che la Fiorentina ha avuto in quegli anni ed il capitale di simpatia che ha potuto spendere.
Di lei, Ranieri Pontello ha detto, «L’unica cosa che invidio ai Della Valle, che io non avevo, è Silvia Berti». In questa giornata in cui si celebra la Festa della Donna, alla Fiorentina di Diego e Andrea Della Valle che sta vivendo il momento più difficile della stagione manca forse anche una come lei, esperta di comunicazione.
In questa intervista che mi rilasciò quasi quattro anni fa, in occasione di uno dei compleanni della Fiorentina il 29 agosto 2012, ha raccontato dal suo punto di vista quei giorni di dieci anni prima, quando cambiò la vita di Firenze, e anche la sua.
Buongiorno Silvia, grazie per aver accettato di rispondere alle mie domande. Allora, come avvenne il tuo incontro con il destino?
«La Famiglia Della Valle ha acquisito la Fiorentina il 2 agosto del 2002 dopo il fallimento della Società AC Fiorentina di Vittorio Cecchi Gori. Al nuovo Club fu dato il nome di Florentia Viola per evitare legami con il precedente e il rischio di ereditarne i debiti. In quel periodo vivevo a Roma e collaboravo con alcune aziende per l’organizzazione di eventi di pubbliche relazioni. Essendo tifosa da sempre, conoscendo Diego Della Valle da alcuni anni, ed avendo un rapporto d’amicizia con il cugino Oscar Micucci (responsabile ufficio stampa e comunicazione del Gruppo Tod’s, nel frattempo scomparso) il 27 di agosto andai nella loro sede di Milano in Corso Venezia, come peraltro facevo spesso, per salutare e congratularmi per la loro nuova avventura a Firenze. Chiacchierando del più e del meno, Micucci mi disse: perché non ci dai una mano? Subito fui lusingata, ma obiettai che non conoscevo per niente il mondo del calcio e non sapevo se sarei stata all’altezza. Mi rispose che, essendo la squadra in C2, secondo lui me la sarai cavata benissimo e che mi avrebbe organizzato un incontro con i Della Valle».
Micucci ti conosceva bene. Ai Della Valle mancavano molte cose, dati i tempi ristretti. Che successe dopo?
«L’appuntamento venne fissato per il 30 settembre alle 12h00. Erano presenti Diego e Andrea Della
Valle e Micucci. Durò circa un’ora, e parlammo in modo generale della mia storia professionale e specificai che avevo dei contratti attivi e non avrei potuto impegnarmi a tempo pieno. Si dimostrarono disponibilissimi anche perché non avevano intenzione per il momento di investire molto, da un punto di vista economico, in un ufficio stampa per una società militante in una categoria minore. Rimanemmo d’accordo che si sarebbero fatti sentire al più presto».
E lo fecero, ovviamente?
«Non ho più sentito nessuno fino a martedì 22 ottobre quando mi chiamò Gino Salica, che a quel tempo era il Presidente della Florentia Viola e mi fissò un appuntamento per giovedì 24 ottobre a Firenze, presso lo Stadio».
Dove aveva sede la nuova società. Cosa trovasti?
«Quando arrivai rimasi sorpresa dal nulla che trovai: una stanzina con un tavolo e 4 sedie con un computer portatile e un telefono. Quella era la sede, e il povero Salica, da Presidente, si occupava di tutto, dalle magliette per gli allenamenti alla ricerca di sponsor, all’organizzazione delle trasferte. La squadra, allenata da Pietro Vierchwood, era in ritiro punitivo a Massa Marittima perché i risultati sportivi stentavano ad arrivare. Salica non mi dedicò molto tempo: mi supplicò invece di arrivare al più presto perché lui non riusciva a fare tutto, e la pressione dei media era notevole. Espressi anche a lui le mie perplessità e rimanemmo d’accordo che sarei andata a vedere la partita la domenica successiva (Grosseto-Florentia Viola del 27 ottobre) per rendermi conto dell’ambiente. Mi feci accreditare da amici (non volevo coinvolgermi subito con la Società, visto che non ero sicurissima di volere accettare), e andai a vedere la partita a Grosseto».
Come fu il tuo impatto con il mondo del calcio giocato?
«Trovai una disorganizzazione totale. La squadra perse, e ci fu una contestazione da parte di tifosi. Non riuscii a vedere Salica e me ne tornai a Roma abbastanza sconsolata e sempre meno sicura di ciò che facevo. Il giorno dopo mi richiamò Salica scusandosi per non essersi occupato di me il giorno precedente, e mi chiese di andare l’indomani a Firenze per parlare seriamente. Presi il treno da Roma la mattina e intorno alle 10h00 arrivai allo Stadio».
Quello è stato probabilmente il momento peggiore della Florentia Viola. Arrivasti nell’occhio del ciclone.
«Trovai un centinaio di persone davanti ai cancelli. Alcuni erano tifosi, ma molti erano giornalisti che avrebbero voluto delle spiegazioni dalla Società sui motivi degli insuccessi della squadra. Un po’ spaventata entrai nella sede dove Salica, in forte stato di agitazione, mi chiese se potevo fare un comunicato stampa per esonerare l’allenatore. Gli risposi che non ero poi così tanto sicura di voler restare. “Fammi un favore personale” mi disse, e io non ho potuto rifiutarmi. Mi ricordo il foglio bianco e il non sapere che scrivere, tanto che chiamai il mio amico Marco Cherubini: “come si fa un comunicato di calcio”? e lui rispose “due righe”, e io scrissi due righe. Dopo l’approvazione di Salica e di Diego Della Valle, che lo volle per fax, ne feci una cinquantina di copie e lo distribuii fuori dal cancello dove avevo visto la folla. A quel punto molti capirono che era arrivata l’addetto stampa, e io capii che era cominciata la mia avventura».
Diego Della Valle approvava tutto di persona?
«Si».
Scelse bene, allora: tu, Gino Salica, Giovanni Galli... e nello spazio di un mattino. Ma la squadra era in crisi. Doveste prendere delle decisioni in un tempo altrettanto breve.
«Questo intorno alle 12:30. Dopo poco, Salica sempre più agitato, mi disse "presto, presto, dobbiamo andare a Bologna”. Senza un commento salii in macchina e mi ritrovai in un albergo di Bologna a discutere degli aspetti contrattuali del nuovo allenatore, Alberto Cavasin, con Diego della Valle e Salica».
Diego della Valle in persona?
«Si. Mi fecero fare un nuovo comunicato che inviai dall’albergo (meno male che avevo con me la mailing che mi aveva dato l’unica segretaria che c’era a Firenze, Gabriella ) e convocai per le ore 18:00 presso lo Stadio la conferenza stampa di presentazione del nuovo allenatore. Ritornammo a Firenze giusto in tempo. Così organizzai la mia prima conferenza alla presenza di non meno di 50/60 giornalisti. Alle 20:30 finalmente ripresi il treno per Roma, frastornata e confusa. Quella era stata la mia prima giornata, densa d’avvenimenti, di urgenze di emozioni, alla Fiorentina, e moltissime ne sono seguite, sempre caratterizzate dalla stessa intensità».
Chi ti conosce, sa che hai vissuto a “100 all’ora” (per dirla con Gianni Morandi) la tua avventura alla Fiorentina da quel momento fino all’ultimo giorno. Perché? Cosa aveva quel gruppo che spingeva tutti a dare il massimo?
«Ciò che mi ha sempre spinto è stato il mio amore per la Fiorentina. L’essere tifosissima mi ha portato a pretendere sempre di più da me stessa per fare una grande Fiorentina. Io volevo vincere. Io volevo la mia squadra sul tetto del mondo. Non volevo più sentire: prima le grandi poi la Fiorentina e le altre. Prima la Fiorentina poi le altre! Questo è stato e sarà il mio sogno».
Come si arriva da quei giorni fino a quello in cui abbracciasti Cesare Prandelli allo stadio Franchi per la qualificazione alla Campion’s League, il giorno che Osvaldo segnò una delle più belle rovesciate di tutti i tempi?
«Con il lavoro, la passione e la convinzione di fare la cosa giusta. Ma l’energia per andare avanti ogni giorno, me l’ha sempre data la gente del Franchi».