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sabato 4 febbraio 2017

Roma Fiorentina, uno spot per il nostro calcio

E’ praticamente il primo ricordo d’infanzia che ho, allo stadio con mio padre. 22 gennaio 1967, Fiorentina-Roma 2-2, Brugnera (F), Carpenetti (R), Bertini (F), Enzo (R). Per tutta la sua vita avrei sentito ripetere a mio padre che quella fu la più bella partita che lui si ricordasse di aver visto allo Stadio Comunale, non ancora intitolato ad Artemio Franchi. E con lui erano d’accordo in molti, della sua generazione. Ci ho ripensato tante volte. Viola e giallorossi da allora è come se avessero stabilito un legame kharmico. Destinati spesso e volentieri ad affidare le loro speranze di successo al bel gioco piuttosto che ad altre caratteristiche. Destinati quasi sempre a sublimare il gioco del calcio, quando si incontrano.
"Picchio" De Sisti ed il compianto Agostino Di Bartolomei
E’ una lunga storia di spettacolo e di prodezze, quella dei match tra Roma e Fiorentina. Uscite dal buio degli anni settanta, durante i quali rischiarono di finire fuori più volte dal calcio che conta prima di trovare condottieri dotati delle opportune motivazioni nonché risorse, si presentarono all’inizio del decennio successivo come l’unica seria alternativa allo strapotere juventino. Il 5 aprile 1980 una tripletta di Giancarlo Antognoni stese una Roma in cui già militavano – per dirne alcuni – Di Bartolomei, Ancelotti, Pruzzo, Bruno Conti e sulla cui panchina già sedeva il mitico Nils Liedholm. I campioni del secondo scudetto giallorosso c’erano già tutti, mancava solo Paulo Roberto Falcao, che sarebbe arrivato nell’estate successiva.
"Antonio" e Falcao
Nel 1981 l’ing. Dino Viola diede il primo assalto allo scudetto juventino. Fu fermato a due giornate dalla fine dall’annullamento – a tutt’oggi inspiegabile – del gol di Ramon Turone che gli avrebbe dato la vittoria a Torino nello scontro diretto con i rivali ed il sorpasso in classifica. L’anno dopo fu la volta della Fiorentina di Pontello, uno squadrone che conobbe due sole sconfitte, una delle quali proprio all’Olimpico con i giallorossi. Tutti ricordano il colpo di tacco volante di Falcao che liberò Roberto Pruzzo per il colpo di testa del 2-0. Al ritorno a Firenze fu ancora spettacolo, con Luciano Miani che segnò il gol che eliminava i capitolini dalla corsa al titolo. Corsa che si concluse a pochi minuti dalla fine del campionato come l’anno precedente, con un gol annullato agli avversari della Juventus, in quel caso la Fiorentina.
Nel 1983 ancora la Roma, stavolta i bianconeri non poterono fermarla, malgrado la vittoria nella sfida diretta sia a Torino che a Roma. Liedholm, Falcao & C. si cucirono finalmente il tricolore sulla maglia, Venditti poté cantare al Circo Massimo e la Fiorentina rimase a guardare, alle prese con una stagione di transizione in cui dovette inserire Passarella e rimpiazzare Vierchowod, passato proprio ai giallorossi. Ancora un anno più tardi, la corsa della Fiorentina si fermò sul secondo infortunio di Antognoni, quella della Roma sulla difficoltà di conciliare campionato e Coppa dei Campioni, di cui disputò la sfortunata finale casalinga contro il Liverpool.
Seguì una fase di cosiddetto “tono minore”, con l’unico acuto romanista nella stagione 1985-86, allorché Sven Goran Eriksson – poi ribattezzato Svengo dagli stessi tifosi capitolini – vide la sua squadra farsi battere dal Lecce già retrocesso a due giornate dalla fine, mentre era in rimonta su una Juventus stremata e a fine ciclo, quello dei Mundial.
Il "Principe" e l'Ottavo Re di Roma, agli esordi
Seguirono anni a fasi alterne. A Firenze andò in scena lo psico-dramma della cessione di Baggio alla Juve e del passaggio della società da Pontello a Cecchi Gori. A Roma il “principe” Giannini non seppe far rivivere ai suoi concittadini l’epopea di Falcao & C. Si dovette aspettare il 1993 perché succedesse qualcosa di importante. Quell’anno nella capitale fece il suo esordio con la maglia della sua squadra del cuore un ragazzino che avrebbe fatto parlare di sé a lungo, Francesco Totti.
Quell’anno successe anche qualcosa che avrebbe cementato per lungo tempo rapporti non proprio idilliaci tra le due tifoserie. All’ultima giornata, una Fiorentina costruita per spaccare le ossa a tutti, era con le ossa rotte in fondo alla classifica, dopo la cacciata di Radice da parte del figlio del padrone, già allora assai intemperante. I viola dovevano vincere e sperare che la Roma battesse in casa l’Udinese. La prima condizione si verificò, un 6-0 al Foggia in cui Batistuta & C. sfogarono tutta la loro rabbia per una stagione virata in modo incredibile verso lo scatafascio.
La seconda invece no, la Roma era in vantaggio fino a sei minuti dalla fine, quando consentì – in modo a detta di molti troppo accomodante – ai friulani di portarsi sul pareggio. L’Udinese restò in A, la Fiorentina andò in B, e da allora a Firenze se chiedete chi odiano di più tra juventini o romanisti ci devono pensare su, perché la risposta non è più semplice né immediata come prima.
Bandiere
A quell’epoca la Roma passò in mano a Franco Sensi, la Fiorentina a Vittorio Cecchi Gori. Le due squadre si sistemarono stabilmente nelle cosiddette Sette Sorelle, quelle che lottavano per lo scudetto, guidate rispettivamente da Totti e Batistuta. Ogni volta che si incontravano era spettacolo, anche se il risultato – almeno all’Olimpico – finiva per premiare sempre i giallorossi. Dopo un 3-1 a firma di Batigol nel 1992, la Fiorentina per vent’anni riportò dalla capitale a malapena un punto, nel 2006 con Tonigol. Il fuoriclasse Totti, nel frattempo laureatosi campione del mondo con la Nazionale di Lippi a Berlino, sembrava inmarcabile per i difensori viola di almeno un paio di generazioni.
Dopo il passaggio di Batigol alla Roma, il terzo scudetto romanista ed il fallimento della Settima Sorella, quella di Vittorio Cecchi Gori, con la ripartenza dalla C2 dei nuovi patron Della Valle, lo spettacolo riprese nel 2005 con una Roma sistemata stabilmente ai vertici della classifica ed una Fiorentina che remava per ritornarci. La prima vittoria fiorentina a Roma avvenne nel 2012, e fu decisiva per scongiurare un’altra retrocessione, nell’anno in cui sembrò che il progetto dei Della valle fosse andato definitivamente in pezzi. Nel 2009 Prandelli invece aveva fatto registrare uno storico 4-1 casalingo, che è rimasta l’ultima vittoria interna della Fiorentina sulla Roma fino al jolly pescato da Badelj. In quella circostanza i tifosi viola riadattarono per l’occasione la famosa canzone di Irene Grandi Bruci la città, vittoriosa al festival di Sanremo, a testimonianza di un immutato affetto verso la capitale.
Nel 2011 il prestigio viola fu affidato alla primavera, che andò a vincere Coppa italia e Supercoppa di categoria proprio sul prato degli acerrimi rivali giallorossi. Canzone viola risuonò all’Olimpico, segnando la rinascita di un settore – quello giovanile – che una volta era un vanto per la Fiorentina (al pari della Roma) e che da dopo la retrocessione in C2 aveva stentato a rinascere.
Batistuta e Totti, prima nemici poi amici
Nelle ultime cinque stagioni, i giallorossi sono stati praticamente l’unica indomabile bestia nera della rinata Fiorentina spagnola di Vincenzo Montella, e poi di quella ereditata da Paulo Sousa. Otto vittorie giallorosse, due pareggi e tre vittorie viola, tra cui le due prestigiose in Coppa Italia e Europa League dell’ultimo anno di Montella, maturate in trasferta.
La Fiorentina torna martedi sera all’Olimpico di Roma dopo il successo insperato dell’andata al Franchi, propiziato da un gol di Badelj dopo che i giallorossi avevano fatto vedere i sorci verdi ai viola per buona parte del match. L’Olimpico negli ultimi 25 anni è sempre stato particolarmente avaro di soddisfazioni per i colori viola, su entrambe le sponde. Spesso e volentieri, i giallorossi si sono trasformati in altrettanti lupi, come chiese una volta il loro allenatore Garcia, al cospetto di viola che troppo spesso si sono affacciati allo stadio della capitale come agnelli troppo leziosi.

Una speranza viva ci consola, e ci tiene accesa una piccola fiammella anche stavolta. Fiorentina – Roma o Roma – Fiorentina è da sempre uno degli spot migliori per il nostro calcio. Da quel 1967 in cui un ragazzino assistette alla sua prima edizione, per sapere poi che aveva visto la più bella partita per tanto tempo a venire.

sabato 19 novembre 2016

Ricominciamo?

Superchi, Rogora, Mancin, Brizi, Ferrante, Esposito, Amarildo, Merlo, Maraschi, De Sisti, Chiarugi. I ragazzi fiorentini della fine degli anni Sessanta la imparavano a memoria questa filastrocca, più facilmente di eifusiccomeimmobile o di lanebbiaagliirticolli. Era la filastrocca che ripeteva tutte le domeniche lo speaker dello Stadio Comunale (allora Artemio Franchi era vivo e vegeto, e stava in Tribuna d’Onore, si chiamava così, ad applaudire insieme ai suoi concittadini gli eroi del secondo scudetto).
Eraldo Mancin era una di quelle invenzioni dei talent scouts di Nello Baglini. L’uomo che aveva rinverdito i fasti di Enrico Befani, ma con una variante sostanziale: puntava sui giovani anziché sui campioni affermati. La Fiorentina yeye era stata assemblata cedendo nomi che stavano facendo la storia del calcio, Hamrin, Albertosi, Brugnera, ed acquistandone altri che promettevano di farla in futuro.
E la fecero, nell’annata 1968-69 una squadra di una città al di sotto del corso del Po interruppe nuovamente il predomino nordista, cinque anni dopo il Bologna di Fulvio Bernardini. Tra questi ragazzi che diventarono uomini e campioni sotto la Torre di Maratona, nell’anno in cui secondo certi pronostici non proprio fausti avrebbero dovuto lottare per non retrocedere, c’era anche lui, Eraldo Mancin da Porto Tolle (RO).
Preso dal Venezia poco più che ventenne, vinse lo scudetto e poi fu sacrificato alle necessità di bilancio di Baglini, che lo spedì a Cagliari prendendo il più affermato Giuseppe Longoni. Viola e sardi si scambiavano spesso giocatori in quegli anni. A Mancin andò bene, perché in Sardegna vinse il secondo scudetto consecutivo l’anno dopo, impresa riuscita nella storia del calcio italiano soltanto a sei giocatori, tra cui un certo Roberto Baggio. A Longoni andò peggio, due secondi posti. Scherzi della vita.
Se n’è andato a 71 anni Eraldo. Un altro eroe viola che se ne va, la nostra Hall of Fame perde pezzi, mentre il presente stenta a consegnarle nuovi eroi. Domani si gioca con il lutto al braccio.
Non sarà la sola novità in casa viola. Ce ne sono altre, alla ripresa del campionato dopo l’amichevole di lusso, lo scontro di civiltà tra chi mette i calzini bianchi sotto i sandali e chi – per quanto decaduto (ma tutt’ora imbattuto, contro i tedeschi) - fa dell’estetica a volte più della sostanza una questione di vita.
La Fiorentina a cui la Nazionale riconsegna un Astori galvanizzato ed un Bernardeschi forse ancora più frastornato di quanto non lo abbia reso Paulo Sousa, scende in campo contro l’Empoli degli ex Pasqual e Gilardino (circostanza particolarmente dolorosa, per lui e per i tifosi, nel caso di Manuel, capitano e gentiluomo). E lo fa sapendo già quasi ufficialmente di annoverare tra i quadri dirigenziali il nome che tutta Firenze aspettava.
Giancarlo Antognoni sta per firmare da vicepresidente, tutto è pronto. L’Unico 10 parla già da quadro viola, e lo fa con la consueta via di mezzo fra la passione di una vita (la Fiorentina, a suo stesso dire) e l’aplomb quasi britannico con cui da sempre commenta e gestisce le cose del calcio.
Firenze vorrebbe gioirne, e invece è preoccupata, almeno a livello delle correnti sotterranee del tifo che attraversano la città come i percorsi avventurosi dell’Inferno di Dan Brown. Antognoni non si discute, né lui del resto farebbe mai nulla per farsi discutere, c’è da giurare. Come manager, dette già ottima prova di sé ai tempi di Vittorio Cecchi Gori. Ma il fatto è che adesso gli viene chiesto di mettere la faccia per coprire quella abbastanza dimessa – diciamo così – di una società che definire prossima ad un nuovo anno zero è usare un eufemismo.
La Fiorentina sarà anche sembrata in ripresa grazie al lavoro del suo allenatore, come l’ha vista il nostro neo vicepresidente. In realtà, per i suoi tifosi è stata più che altro motivo di noia quando non di ansia e di agonia. Nessuno si sogna di dire ad una persona del carisma e dell’intelligenza umana e calcistica di Antonio cosa è opportuno dire e fare, ma insomma non vorremmo che la nostra migliore bandiera fosse usata, sventolata per distrarci, mentre gli eroi sbiaditi dell’ultima generazione senza più bandiere continuano a far danni in campo, e mentre altri manager sicuramente meno bene intenzionati di Giancarlo continuano a farne di peggio nella stanza dei bottoni.
Insomma, tra una bandiera che salutiamo per l’ultima volta ed un’altra che abbiamo quasi paura ad impugnare di nuovo per non rovinarla, la Fiorentina ritrova il campionato, cercando di dimenticarsi e di far dimenticare quanto problematico e scialbo, per non dire peggio, fosse prima della sosta del calzino bianco.
Empoli è un campo amico soltanto in apparenza. D’accordo, ci si va perfino in motorino, è quasi più trasferta San Piero a Sieve durante la preparazione estiva. Ma gli empolesi aspettano questa come la partita della vita. L’anno scorso, con un organico più forte loro ma anche e soprattutto più forte noi, ci tolsero quattro punti su sei, e nominalmente si lottava per il vertice. Non è il caso di aspettarsi gite fuori porta e scampagnate, il presidente Corsi ci manderà di traverso il pranzo più che volentieri, se appena può. Per poi tornare magari ad ammorbidire il tackle in occasione della visita di compagini provenienti da metropoli fuori regione. Ma questo è un problema suo.
C’è un 2016 da concludere mandandolo in archivio con un connotato meno pessimo di quello registrato fino ad oggi, tra la fine del campionato scorso e l’inizio di quello attuale. Preparandoci poi al solito mese di gennaio da Pantoprazolo. Quest’anno non ci sono tesoretti, il che vuol dire che a inizio anno nuovo si vende per far cassa. Le profezie millenaristiche circa lo stadio nuovo dovrebbero avere un rigurgito sempre nello stesso periodo, anche se il ping pong Cognigni Nardella francamente comincia a stancare anche più del gioco di Sousa. Per rivedere la Fiorentina come ai tempi del compianto Eraldo Mancin, i tempi sono storici, e non è detto che sia una storia si compirà nell’arco delle nostre vite.
Radiomercato vuole il Chelsea di Antonio Conte interessato fortemente a Milan Badelj, come terzo incomodo del duo cino-milanese, e anche a Nenad Tomovic. Mentre le sirene di mercato risuonano nuovamente a proposito di Federico Bernardeschi. Sensazione è che anche stavolta se Ulisse non si lega al timone della nave…..

Giancarlo Antognoni si è assunto un compito assai difficile.

venerdì 1 gennaio 2016

Giancarlo Antognoni, il giorno che si fermò il cuore di Firenze

22 novembre 1981, Stadio Comunale (ancora non si chiamava Artemio Franchi, il quale peraltro era ancora vivo e vegeto). Io c’ero. La Fiorentina quell’anno era stata costruita per vincere. Alla nona giornata di campionato però non aveva ancora vinto un granché. Aveva incassato anzi già due sconfitte, a Roma con i giallorossi di Falcao e Pruzzo (e ci poteva stare) e a Cesena (e questa aveva scatenato i primi malumori nella tifoseria).
A Firenze era dunque arrivato il Genoa, che quell’anno era una neopromossa, dopo tre anni di calvario in serie B. I rossoblu erano retrocessi alla fine del campionato 1977-78 proprio al posto della Fiorentina, al termine di un drammatico spareggio conclusosi sullo 0-0 e deciso dalla rete dell’interista Scanziani che a sei minuti dalla fine del campionato a San Siro aveva condannato il Foggia, spedendolo in serie cadetta insieme ai genovesi, che avevano un punto in meno dei viola.
Quell’anno il divario tecnico era troppo, ed il Genoa non era in grado di cercare vendette. Era la Fiorentina semmai a dover cercare conferme. Nei suoi ranghi, c’era un giocatore in particolare che aveva bisogno di mettersi in luce in quel momento, di smentire quello che la stampa nordista – come sempre interessata – scriveva su di lui, sulla sua scarsa tenuta fisica e sulla sua scarsa utilità tecnico-tattica.
Giancarlo Antognoni era un titolare fisso di quella Nazionale di Enzo Bearzot che aveva incantato il mondo ai mondiali di Argentina, arrivando veramente ad un soffio da un titolo che avrebbe strameritato. Era anche da diverse stagioni il capitano e la stella indiscussa di una Fiorentina che non aveva saputo rinnovarsi dopo la generazione ye ye del secondo scudetto. Le nuove promesse viola si erano spente tutte, ad una ad una. Tutte meno una, lui, la luce, l’unico 10, l’unica ragione per cui alla fine degli anni settanta a Firenze si andava allo stadio.
Per diverse annate, oltre quella drammatica del 1978 conclusasi come sopra detto, Antonio aveva retto da solo sulle proprie spalle il peso di una squadra dalle tradizioni gloriose e di una intera città che non si rassegnava al declino, meno che mai in ambito sportivo. Aveva giocato sempre, anche quando le sue condizioni fisiche lo avrebbero sconsigliato (un po’ come più tardi sarebbe successo ad un altro portacolori epico, Gabriel Omar Batistuta).
Tormentato a lungo da una fastidiosa tarsalgia, il ragazzo che giocava guardando le stelle era riuscito lo stesso a diffondere un po’ ovunque la sua luce rischiaratrice della notte altrimenti fonda viola. Ma in Nazionale aveva diversi concorrenti, da Evaristo Beccalossi a Renato Zaccarelli che erano sostenuti dai quotidiani di Milano e Torino, ai quali non pareva vero di gettare la croce addosso ad un campione che in certi momenti giocava su una gamba sola.
Fiorentina - Genoa veniva quindi dopo un periodo incerto dei viola, come si è detto, e dopo un paio di sostituzioni subite da Antonio in Nazionale. Il numero 10 quella domenica 22 novembre era una furia della natura. Voleva dimostrare una volta per tutti che lui era l’interno di centrocampo più forte in Italia, uno dei più forti del mondo e una stella assoluta di quella Nazionale che un anno dopo sarebbe andata a vincere il titolo mondiale in Spagna.
Al gol iniziale di Daniel Bertoni pareggiò il Genoa con Gorin. A inizio ripresa, Antonio trasformò senza problemi il rigore che riportò avanti la Fiorentina. Ne aveva sbagliati tanti nel periodo buio della tarsalgia, ma ora il suo piede funzionava perfettamente. E il suo piede di eguali al mondo ne aveva pochi. L’unico 10 sentiva che quella poteva essere la sua giornata, e si avventava su tutti i palloni in cerca di altre prodezze. Al 12’ minuto un rilancio della difesa lo trovò avanti a tutti, al di là degli stessi difensori genoani. Il fuoriclasse viola si fece mezzo campo in fuga, fino all’area avversaria. Tra lui ed il secondo gol, il terzo della Fiorentina che avrebbe chiuso il match, c’era ormai solo un ostacolo, il portiere.
Silvano Martina, portiere fino a quel momento lontano dalle luci della ribalta, gli si lanciò contro scoordinato, in preda al panico. Giancarlo vide la possibilità di metterlo fuori causa con una finta, spostando il pallone di testa. Sulla sua testa arrivò invece il ginocchio sollevato goffamente da Martina. L’impatto fu tremendo, un intero stadio ammutolì all’istante, come se quella ginocchiata avesse colpito ciascuno dei 45.000 presenti.
La scena che seguì, il minuto scarso in cui Giancarlo Antognoni smise di respirare, il suo cuore si fermò e fu tra la vita e la morte, a Firenze non potrà dimenticarla mai nessuno, di quelli che c’erano e anche degli altri che l’hanno sentito raccontare o hanno visto le immagini alla TV. Il genoano Onofri che, a due passi, si mette le mani nei capelli, l’arbitro Casarin che raggelato chiama i soccorsi, il massaggiatore della Fiorentina, il mitico Pallino Raveggi ed il medico sociale del Genoa dott. Gatto che arrivano di corsa a rianimare il corpo esanime del Capitano viola sono i fotogrammi indelebili di quel drammatico film che nessuno qui vuol più rivedere.
Giancarlo riprese a respirare grazie al loro intervento, la folla che riempiva lo stadio lo vide uscire in barella senza sapere se era vivo o morto, e poté solo tributargli uno dei più fragorosi applausi che si siano mai sentiti su un terreno di gioco. Il cuore di Firenze ritornò a battere solo mezz’ora dopo, quando lo speaker del Comunale annunciò finalmente (la partita si era conclusa con la vittoria 3-2 della Fiorentina, ma la gente era ancora ferma al suo posto ad aspettare un altro risultato) che Giancarlo Antognoni respirava regolarmente, si era svegliato ed era fuori pericolo.
In realtà fuori pericolo ci andò realmente qualche giorno dopo, e la notte che seguì a Firenze furono in pochi a dormire tranquillamente. Il prof. Mennonna gli ricostruì la testa al C.T.O. e lo restituì sano e salvo alla sua gente, che da quel momento dovette solo preoccuparsi di come avrebbe fatto la squadra viola a proseguire un campionato di vertice senza il suo faro, la sua stella più brillante, i suoi gol ed i suoi assist.
Che infatti alla fine mancarono dolorosamente ad una squadra che perse uno scudetto soltanto per un punto, maturato come tutti sanno a vantaggio della Juventus nel confronto a distanza sui campi di Cagliari e Catanzaro. Il 16 maggio 1982 arrivò un altro dolore, a parere di molti evitabile se solo la sorte non avesse privato Firenze della sua arma migliore nella lotta contro la Torino e l’Italia bianconera.
Il momento culminante di quel lungo, favoloso, drammatico, maledetto campionato fu tuttavia il 21 marzo 1982. Dopo un intero girone coincidente con il calvario del Capitano ferito, a Firenze arrivò il Cesena, l’ultima squadra capace di battere i viola quell’anno. A quell’epoca lo speaker subito prima dell’inno (che in quel momento non era quello storico di Narciso Parigi) leggeva le formazioni delle squadre. Quando fu il momento della Fiorentina, arrivato al numero nove ed al nome di Ciccio Graziani, lo speaker ebbe un attimo di esitazione, quanto bastava per fermare di nuovo il cuore ad uno stadio intero. E poi, quel nome, scandito chiaramente e seccamente, come un grido di guerra liberatorio: Antognoni.
L’urlo dello stadio comunale fu una delle cose più emozionanti che sia dato di ricordare ad un tifoso viola. Antonio fece il suo rientro in campo con i capelli corti, come non l’aveva mai visto nessuno e nessuno l’avrebbe mai più visto in seguito, e la fascia di capitano al suo braccio. Girandosi verso la Fiesole, gli si parò davanti lo striscione che vi campeggiava quel giorno: “FORZA ANTONIO, L’INFERNO E’ FINITO, IL PARADISO TI ATTENDE”.
Non era destinato al paradiso quell’anno Giancarlo Antognoni. Non in viola, dove il suo gol segnato con la testa rattoppata che sbancò Napoli qualche domenica dopo risultò inutile, vanificato dal rigore di Liam Brady a Catanzaro. Né tutto sommato in Nazionale, dove fu costretto per infortunio a saltare la finale del Santiago Bernabeu e ad assistere a bordo campo al trionfo di una squadra a cui aveva dato un contributo decisivo nella conquista della Coppa del Mondo.
Come dice Erodoto nelle sue Storie, “presso gli antichi Greci vi era la credenza che le doti particolari di un essere umano, quali l’eleganza, l’abilità nella danza o nell’arte della guerra, suscitassero l’invidia degli Dei, la cui collera colpiva senza pietà colui che essi ritenevano troppo fortunato”.
Firenze aveva e ha continuato a perdere scudetti, Coppe e quant’altro. Ma da quarant’anni ha Giancarlo Antognoni, e se lo fa bastare, orgogliosa. A lui ha legato il suo destino, e lui ha legato il proprio a quello di Firenze. Che rischiò di perderlo soltanto in un pomeriggio del novembre 1981, nell’unico modo possibile, perché lui non era destinato ad indossare altre maglie.
Tanti auguri Capitano.

Giancarlo Antognoni, il ragazzo che giocava guardando le stelle

E’ il 15 ottobre 1972, si gioca la terza giornata di campionato. La Fiorentina è a Verona, senza Giancarlo De Sisti, squalificato. Un’assenza pesantissima, quella di Picchio, fuoriclasse del secondo scudetto. Ma Liedholm ha una carta di riserva, e la gioca. Sposta Claudio Merlo al 10, e dà la maglia numero 8 a un giovane appena comprato da una società di serie D, l’Astimacobi. E’ stata una trattativa lampo, anche se difficile. Quel ragazzo è una grande promessa, gioca in una società satellite della Juventus, in quel momento evidentemente disattenta. Chi l’ha visto giocare, e tra questi c’è Liedholm (che di talenti se ne intende), dice che «quel ragazzo gioca guardando le stelle».
Non si sa con certezza chi è stato il primo a coniare quella frase, che passerà subito alla storia. Se Liedholm, che lo fa esordire nella Fiorentina, o Bernardini, che lo fa esordire in Nazionale (dandogli la maglia di Rivera, ed il ragazzo non trema, a Rotterdam si merita i complimenti nientemeno che di Johann Cruyff), o giornalisti del calibro di un Giovanni Arpino, Gianni Brera o Vladimiro Caminiti. O semplicemente quel Sandro Ciotti che fa la telecronaca della sua partita d’esordio, al Bentegodi, vinta dai viola 2-1. La Voce, a fine partita, chiosa breve e conciso: «oggi ho visto esordire un campione».
Giancarlo Antognoni non uscirà più di squadra, per 15 anni. I fiorentini lo chiamerano dapprima Enel, perché da quando è arrivato lui si è accesa la luce. Poi, quando gli altri campioni se ne andranno e resterà solo lui a fare luce, per tutti sarà semplicemente e solamente “Antonio”. Il più grande. L’unico.
E se in quel primo campionato, per rispetto ai seniores De Sisti e Merlo, Liedholm lo schiera con il numero 7, dopo il numero 10 sarà solo suo, per sempre. E pochi dopo di lui saranno ritenuti meritevoli di portarlo (e sempre un passo indietro, comunque) dai tifosi viola.
Giancarlo Antognoni esordisce a ottobre nella Fiorentina, ad ottobre 1974 gioca la sua prima partita in Nazionale e ad ottobre 1983 l’ultima. Ad aprile 1954 (il primo, ma per una volta non è un pesce d’aprile) è nato, ad aprile 1989 gioca la sua ultima partita, Fiorentina-Losanna, le uniche squadre di cui ha indossato la maglia. Altri hanno provato a mettergli addosso la loro, principalmente a strisce: la Juve assedia la Fiorentina per anni, fino al 1978, ma Ugolini – unico nella storia – dice di no a chi non se l’è mai sentito dire, e Antonio resta a Firenze. Ugolini entra nella leggenda viola, Antonio c’è già. Non vincerà mai lo scudetto, ma come dirà un giorno, «l’amore di una città come Firenze vale più di ogni altra cosa».
Nel 1982 vince il titolo mondiale in Spagna, dopo il primo grave infortunio nello scontro con il portiere Martina del Genoa. Per una notte sembra addirittura che la sua vita sia in pericolo. Rientra in squadra a poche giornate alla fine contro il Cesena, quando lo speaker dello stadio annuncia il suo nome l’urlo dei tifosi è impressionante. Il sogno viola finisce a un quarto d’ora dalla fine, a Cagliari, al Santiago Bernabeu per la finale mondiale Antonio è infortunato. Sembra che la vita voglia rivalersi dei doni, enormi, che gli ha dato.
Due anni dopo, quando la Fiorentina sembra avere di nuovo le carte in regola per vincere, si rompe la gambanello scontro con Luca Pellegrini della Sampdoria, mentre cerca generosamente di raddoppiare il suo primo gol. E stavolta, le stelle gli voltano le spalle definitivamente.
Quando torna, nel campionato 1984-85 (una pessima annata), è chiaro che la società non crede più in lui, e l’anno dopo dà addirittura mandato all’ineffabile Aldo Agroppi di metterlo in panchina. Agroppi alla fine viene addirittura malmenato dai tifosi, ma il suo successore, Bersellini, mantiene la stessa politica, finché Antonio capisce che la luce si è spenta. Due anni a Losanna, e poi la fine. La sua maglia intanto è sulle spalle di un altro grandissimo fuoriclasse, Roberto Baggio, ma vuoi per il fatto che nella vita c’è posto per un solo grande amore, vuoi per le vicende successive che vedranno la società cedere alle lusinghe juventine (chi nasce Pontello non può morire Ugolini), Antonio è e resterà l’Unico 10.
Anni dopo diventerà anche un grande dirigente di una nuova Fiorentina. Ma questa è un’altra storia.

Ascesa e caduta della casa Pontello

Maggio 1980. Allo Stadio Comunale di Firenze esplode la contestazione dei tifosi verso la proprietà di una Fiorentina che sta concludendo l’ultimo di una serie di campionati incolori, inframmezzati da un paio in cui ha addirittura rischiato la retrocessione in serie B.
La presidenza di Ugolino Ugolini prima e dei suoi collaboratori Rodolfo Melloni ed Enrico Martellini poi si conclude tristemente tra le urla e i mortaretti degli Ultras ed i fumogeni della Polizia, dopo che per un decennio l’industriale della gomma aveva cercato di rinverdire i fasti del suo predecessore, quel Nello Baglini che aveva portato a Firenze il secondo e ultimo scudetto con la prima “linea verde”, e dopo aver lasciato in eredità alla città il cartellino di Giancarlo Antognoni, un capolavoro paragonabile per i fiorentini al David di Michelangelo, per ottenere il quale la Juventus aveva sferrato una lunga ed insistente quanto inutile offensiva.
La contestazione si placa improvvisamente all’annuncio che la società viola è stata acquistata da una nota famiglia di imprenditori edili locali che stanno assurgendo ad una crescente fama nazionale, i Pontello.
Flavio Callisto Pontello
Maggio 1990. Ancora grida, mortaretti e lacrimogeni a Firenze, ma stavolta in Piazza Savonarola, davanti alla sede dell’A.C. Fiorentina e per le strade circostanti. La guerriglia urbana non è stata scatenata per motivi politici o sociali, ma perché il decennio delle grandi speranze viola legate al nome ed alla gestione dei Pontello si è concluso con la abdicazione all’odiata rivale storica, la Juventus, che si è appena portata via non soltanto la Coppa UEFA conquistata nella doppia finale contro la Fiorentina a Torino ed Avellino, ma anche la stessa “argenteria di famiglia”, quel Roberto Baggio che ormai la gente aveva investito dell’eredità di Giancarlo Antognoni, come nuova bandiera viola da difendere ed ostentare sempre e comunque, a prescindere.
La famiglia che aveva preso la Fiorentina nel clamore di una contestazione la lascia dieci anni dopo nel marasma di una contestazione dieci volte più violenta. In mezzo, un decennio che a tutt’oggi può essere considerato tra i più affascinanti della storia della Fiorentina, molte luci ed ancora più ombre, e soprattutto due titoli agognati da tempo e sfiorati veramente per poco. Sfumati entrambi alla fine di un esaltante ed estenuante confronto con la solita rivale di sempre, la Juventus di Torino.
Nell’albo d’oro, la Fiorentina è ferma all’ultimo scudetto vinto nel 1969 ed a livello internazionale all’ultimo e unico trofeo vinto nel 1961, la Coppa delle Coppe. Nel 1982 arriva a quindici minuti da uno spareggio in cui avrebbe potuto conquistare il terzo scudetto, nel 1990 arriva a un passo dalla sua prima Coppa UEFA. In entrambi i casi il titolo prende all’ultimo momento la via di Torino, e il relativo trofeo finisce nelle mani di Dino Zoff, la prima volta come capitano, la seconda come allenatore.
Stemma araldico famiglia Pontello
Ma chi è questo proprietario, questo condottiero viola che può mettere in campo addirittura un blasone nobiliare, e che rimane a tutt’oggi il patròn viola che è arrivato più vicino a vincere, dai tempi ormai storici di Baglini? Dopo di lui i Cecchi Gori metteranno in bacheca due Coppe Italia, mentre i Della Valle sono fermi a zero tituli, per dirla con Mourinho. Ma la gente ricorda sempre piuttosto quel mancato scudetto del 1982 e quella maledetta finale di Coppa UEFA.
Flavio Callisto era l’erede di una famiglia nobile, i Conti Pontello, inizialmente originari del Friuli e poi trasferitisi a Firenze, che avevano legato con successo le loro fortune all’imprenditoria edilizia. Nel 1944 il giovane Flavio aveva dovuto abbandonare gli studi di ingegneria al Politecnico di Milano, perché la guerra e l’occupazione nazista si erano portati via i “vecchi”. Lui, che era il più grande di quattro fratelli, Claudio, Gianluigi e Miuta, aveva inevitabilmente ereditato le redini dell’impresa di famiglia, la “S.a.s. Costruzioni Pontello”. Negli anni sessanta la ditta aveva partecipato in modo consistente alla realizzazione della rete autostradale che stava modernizzando l’Italia del boom economico.
All’inizio degli anni 80, la Fiorentina era in cerca di un futuro, i Pontello erano in cerca dell’ultimo salto di qualità, quello che ne avrebbe fatto imprenditori di fama nazionale ed internazionale più di quanto già non fossero. Fu così che Ugolini passò la mano al Conte, e il calcio italiano ebbe il suo stemma nobiliare tra i partecipanti al suo massimo torneo, il Campionato di Calcio di Serie A.
Flavio Pontello era un personaggio singolare, che non si accontentava di partecipare. Lui voleva primeggiare. Nel 1968 aveva istituito una Fondazione per l'incremento degli studi e delle ricerche scientifiche in edilizia e in architettura, che ogni anno assegnava premi cospicui a giovani studiosi. Per tutto ciò che aveva fatto nel 1973 aveva ricevuto il Cavalierato del Lavoro dall’allora Presidente della Repubblica Giovanni Leone.
Ranieri Pontello ingaggia Picchio de Sisti
Nel 1980 prese la Fiorentina con l’intento di farne subito uno squadrone. Il primo anno ereditò allenatore e giocatori della passata gestione. Il povero mister Paolo Carosi e i suoi ragazzi raccolti attorno alla “bandiera” Antognoni stavano ripetendo il campionato incolore delle passate ultime stagioni (la Fiorentina passò un intero girone d’andata pareggiando o perdendo, senza vincere mai), quando il Conte, che non era famoso per avere un carattere facile o tollerante, prese in mano la situazione, esonerò Carosi affidando la squadra ad un’altra “bandiera” carica di gloria, quel Picchio De Sisti capitano del secondo scudetto, e partì in quarta in primavera con una campagna acquisti come a Firenze non si vedeva forse dagli anni 50.
Arrivarono Graziani e Pecci da quel Torino che aveva vinto lo scudetto nel 76, Cuccureddu dalla Juventus,  la giovane promessa Daniele Massaro dal Brescia, l’altra promessa Renzo Contratto dall’Atalanta, Francesco Casagrande dal Cagliari, Roberto Galbiati era già arrivato dal Pescara e Daniel Bertoni dal Siviglia, alla riapertura delle frontiere. Questa fu la squadra – vestita della nuova maglia con il giglio stilizzato che fece tanto discutere ed al suono del nuovo inno stile bossa nova che sostituì momentaneamente quello tradizionale glorioso di Narciso Parigi - che sfiorò lo scudetto nel 1982, con Giovanni Galli in porta e con Luciano Miani che sostituì alla grande Antognoni, infortunatosi alla nona giornata contro il ginocchio assassino di Martina, portiere del Genoa, e rientrato solo a tre giornate dal termine. In tempo per giocare uno spareggio che i vertici del Calcio avevano già deciso che non ci dovesse essere.
Ranieri Pontello
Il programma di Pontello era stato semplice. Una sera ad una TV privata dichiarò né più e né meno che “l’epoca della Juventus in Italia era finita”. Dopo la “beffa di Cagliari” ed il rigore di Catanzaro trasformato da Liam Brady, il Conte non si perse d’animo e andò in Argentina a comprare nientemeno che Daniel Alberto Passarella, carismatico capitano della nazionale biancoceleste che aveva trionfato ai mondiali casalinghi del 1978. Dopo il campionato del 1984, naufragato su secondo grave infortunio di Antognoni, andò a prendere anche il capitano del Brasile, quel Socrates che fece innamorare subito anche Firenze con il suo spessore di personaggio anche e soprattutto fuori dal campo.
Nei primi cinque-sei anni Pontello ci provò in tutti i modi, gestendo in prima persona la società con l’ausilio del figlio Ranieri a cui aveva affidato la presidenza formale della stessa. Poi, i colpi della sfortuna, la mancanza di successi e l’arrivo delle prime contestazioni al Comunale nella stagione che coincise con la presa di coscienza che Antognoni era alla fine della carriera (una fine pessimamente gestita dal mister Aldo Agroppi, peraltro), spinsero non solo il Conte ma tutta la famiglia a ridimensionare entusiasmo ed impegno. Ranieri si dimise dalla presidenza, che andò prima al povero Pier cesare Baretti (ex giornalista di Tuttosport e dirigente di Lega Calcio) e poi dopo la scomparsa di questi a Renzo Righetti (ex arbitro e dirigente federale anch’egli).
Gli ultimi quattro anni di gestione Pontello coincisero con il tentativo di attuare una nuova “linea verde”, che ruotava intorno al gioiellino Roberto Baggio acquistato da Baretti e Nassi dal Vicenza, su preciso mandato del Conte. Presidente del Vicenza era Maraschin, l’industriale del ferro. “Lo conosco, abbiamo fatto insieme un’autostrada, ci penso io”, raccontò poi Pontello. Baggio arrivò a Firenze nel 1985, cominciò a giocare nel 1987 – una volta superati due gravi infortuni – e restò fino al 90.
Piazza Savonarola nel maggio 1990
In quell’anno, l’uomo che aveva orgogliosamente e con sprezzo del pericolo affermato una volta che non avrebbe “mai trattato con i metalmeccanici di Torino”, gli Agnelli, decise di farlo, e nel modo più clamoroso. L’avvocato Agnelli si era scornato con Ugolini per Antognoni, era orfano di Platini arrivato a Torino in sua vece. Stavolta voleva Baggio, a tutti i costi. Fece un’offerta di quelle che non si potevano rifiutare. Il Conte accettò, malgrado avesse già deciso di vendere la società a Mario Cecchi Gori, il quale aveva preteso come condizione che il “Codino” rimanesse. E malgrado sapesse anche che Firenze non l’avrebbe presa affatto bene. Come infatti successe.
A Piazza savonarola, tra il fumo dei lacrimogeni, le sirene delle camionette dei Carabinieri e le urla della gente che scappava a nascondersi nelle case circostanti dopo aver lanciato i sampietrini, finì la presidenza dei Pontello, che avrebbe potuto essere ricordata come un periodo glorioso della storia viola. Per lungo tempo i carabinieri dovettero fermarsi di sorveglianza sotto casa del Conte.
Il quale è scomparso nel 2006, poco dopo la sua azienda di famiglia, che non ha retto ai tempi nuovi, arrivati non solo nel calcio.

Ugolino Ugolini, l'uomo che disse no ad Agnelli

Era nato a Firenze nel 1924, due anni prima che il Marchese Ridolfi fondasse quella creatura di cui sarebbe stato innamorato per tutta la vita e la cui società avrebbe avuto l’onore di presiedere, pur in uno dei periodi più difficili. Ugolino Ugolini  era uno di quei fiorentini che aveva avuto successo. La sua impresa, la Gover Gomma (forniture per edilizia e abbigliamento), fondata nel 1952, era diventata ben presto una delle  imprese
toscane più importanti.
Ugolini era entrato nella Fiorentina allorché ne era uscito Befani, nel 1961, diventando uno dei membri del consiglio d’amministrazione durante la Presidenza di Longinotti. Con Baglini era poi diventato amministratore delegato, per rilevare poi da lui proprietà e presidenza quando il presidente del secondo scudetto aveva detto basta, stressato dal durissimo campionato del 1971 conclusosi con una salvezza conquistata all’ultimo tuffo.
Ugolini aveva condiviso molto con Baglini, oltre alle gioie e ai dolori, soprattutto la filosofia imprenditoriale applicata al calcio fiorentino. Pertanto proseguì (o cerco di farlo) sulla strada della linea verde che aveva così ben pagato con il suo predecessore. Anzitutto individuò l’allenatore giusto per il nuovo ciclo in Nils Liedholm, valorizzatore di talenti e fautore del bel gioco come pochi altri mister, all’epoca. Baglini non lo aveva amato, ritenendolo troppo prudente, un non vincente. Ugolini invece gli si affidò senza riserve, e in un primo tempo sembrò aver avuto ragione. Con Liddas (così era stato soprannominato al suo arrivo in Italia), Ugolini cercò di impostare una nuova Fiorentina ye ye cercando talenti in casa propria e a giro per l’Italia sotto la supervisione del mago Pandolfini e dei suoi osservatori.
Inizialmente il progetto ebbe fortuna. Moreno Roggi, Andrea Orlandini, Domenico Caso, Vincenzo Guerini, Claudio Desolati, Walter Speggiorin, Nello Saltutti, Alessio Tendi, Ennio Pellegrini arrivarono progressivamente a sostituire gli eroi del secondo scudetto, a mano a mano che questi se ne andavano o appendevano le scarpe al chiodo. Alcuni di questi baby viola erano considerati delle vere e proprie promesse al pari dei loro predecessori, e qualcuno arrivò anche a vestire una meritata maglia azzurra (erano gli anni di Bernardini – altro estimatore dei piedi buoni - e della rifondazione della Nazionale). Ma soprattutto i nomi di Ugolini e di Liedholm sono consegnati per sempre alla leggenda viola per aver regalato alla città di Firenze quello che è stato e resterà sempre uno dei suoi artisti più grandi, al pari di Michelangelo e del Brunelleschi: Giancarlo Antognoni da Marsciano, in provincia di Perugia.
Con Nils Liedholm
Da tempo Pandolfini aveva segnalato a Liedholm questo ragazzo magro come uno stecco (lo chiamavano canna d’organo) ma dal talento straordinario. Lo svedese lo vide giocare con una selezione azzurra giovanile, e da subito non ebbe dubbi: “se non diventa un campione questo, non ci diventa nessuno”.
Ugolini e i suoi uomini mercato ebbero quindi la richiesta del mister di mettere le mani sul nuovo talento a tutti i costi. La trattativa non era facile, il ragazzo era in forza all’Astimacobi, società satellite della Juventus, che però in quel momento evidentemente era distratta, perché gli emissari viola riuscirono a tornare a Firenze con il loro acquisto preziosissimo, pur dopo una trattativa estenuante. Il fuoriclasse esordì a soli 18 anni in serie A il 15 settembre 1972, sostituendo lo squalificato Picchio De Sisti nella terza giornata del campionato 72-73. Fu un esordio vittorioso, e Antognoni non disattese le speranze di Liedholm che non lo tolse più di squadra nonostante il rientro di De Sisti.
Dopo due campionati conclusi al quinto e quarto posto, Liedholm passò la mano a Radice, giovane tecnico emergente, che però non riuscì a fare meglio del più famoso collega. Per qualche motivo la nuova Fiorentina non decollava, rimanendo dietro ai blasonati squadroni del nord e alla Lazio di Maestrelli e Chinaglia che viveva in quegli anni il suo periodo migliore. Neanche Radice convinse, e allora fu il turno di Nereo Rocco. Il paron triestino era a fine carriera, dopo i trionfi milanesi, e non volle o non seppe dannarsi l’anima a cavare qualcosa di più da questa squadra di ragazzi sempre sul punto di esplodere ma che non ci riusciva mai. Nel frattempo, era stato ceduto De Sisti, dei campioni dello scudetto resistevano solo Brizi, Superchi e Merlo, Antognoni incantava e diventava titolare fisso della Nazionale, ma per quanto grande fosse la sua arte, la squadra più di tanto non lo poteva seguire e molti talenti venivano via via ridimensionati.
Ugolini viveva anche un periodo di crisi nella sua azienda, il che riduceva le possibilità di investimento nel calcio. Nel 1975 esplose anche la contestazione, con Desolati e Speggiorin che dopo l’ennesima prestazione casalinga deludente vennero rincorsi dai tifosi inferociti per il Viale dei Mille. Al campionato mediocre concluso all’ottavo posto fece da contraltare la Coppa Italia, vinta sul Milan di Rivera e Chiarugi e destinata a restare l’ultimo trofeo aggiunto dai viola alla propria bacheca fino alla magica notte di Bergamo nel 1996. 
Il nuovo tecnico preso al posto del pensionando Rocco, Carletto Mazzone non ancora soprannominato “er Magara” ma piuttosto affettuosamente chiamato “stroncapettini” per la sua incipiente calvizie dai tifosi fiorentini, non poté sedersi in panchina perché le carte federali non glielo permettevano ancora, e all’Olimpico con la squadra scese in campo il secondo, Mario Mazzoni.
Antognoni e Rivera nella finale di Coppa Italia 1975
Dopodiché, la stella di Ugolini e della sua Fiorentina declinò irreparabilmente. Roggi e Guerini si infortunarono gravemente, il primo in un incidente di gioco e il secondo in un incidente d’auto, e le loro carriere finirono bruscamente. I sostituti non erano all’altezza, risorse economiche da investire ce n’erano sempre meno, ci si affidava esclusivamente al vivaio, ma i giovani che facevano sfracelli nella primavera al momento di fare il salto nella serie maggiore si perdevano. Mazzone riuscì a concludere il campionato del 1977, quello del lungo derby tra una Juventus ed un Torino di un’altra categoria, al terzo posto ma staccato di quindici punti dalla seconda, la squadra granata appunto.
L’anno dopo tornò di scena il dramma. Ugolini aveva preso la presidenza nel 1971, all’indomani di una salvezza per il rotto della cuffia, e la lasciò nel dicembre 1977, mentre la squadra si trovava di nuovo impelagata in una lotta per non retrocedere, ancora più drammatica se possibile. Alla fine lo stress per le vicende viola unito a quello per le vicende della propria azienda diventarono per lui insopportabili, e pur rimanendo proprietario fino al 1980, delegò la presidenza prima a Rodolfo Melloni e poi ad Enrico Martellini, suoi ex collaboratori. Al primo toccò ricostruire un minimo di squadra e di ambiente dopo la salvezza al cardiopalma del 1978, ingaggiando il tecnico Paolo Carosi al posto del “salvatore” Chiappella che aveva a sua volta preso il posto dell’esonerato Mazzone. Al secondo toccò invece traghettare la società verso i nuovi proprietari, i Pontello, famiglia emergente dell’imprenditoria edile fiorentina, e presto anche nazionale.
A conclusione di questo altalenante e alla fine drammatico periodo, la presidenza di Ugolini resta nel cuore dei tifosi e nella storia della Fiorentina soprattutto per un motivo: non aver mai ceduto alle lusinghe della Juventus affinché le cedesse il gioiello della corona, quel Giancarlo Antognoni che fu in quel periodo buio l’unica consolazione (enorme, peraltro) dei tifosi. Soprattutto nel 1978, all’indomani della scampata retrocessione, i bianconeri fecero un’offerta che non si poteva rifiutare. Nessuno aveva mai detto di no all’Avvocato Agnelli, più che mai deciso oltretutto a prendersi ciò che gli era sfuggito da sotto il naso anni prima. Ugolini lo fece. Per questo motivo sulla sua tomba, in cui è sceso nel 2009, non mancherà mai un fiore
portato dai fiorentini riconoscenti.