mercoledì 17 agosto 2016

I Miserabili



Alla fine il numero legale per poter scendere in campo a Torino ci dovrebbe essere. Se poi la sorte volesse fare un regalo in anticipo alla Fiorentina per il suo novantesimo compleanno, le metterebbe di fronte una Juventus che come all’inizio del campionato scorso ha ancora la testa alle vacanze, oppure già a quella Champion’s League che è il suo obbiettivo dichiarato di stagione.
Pericoloso farsi illusioni. I bianconeri saranno anche in officina per la revisione, con diverse parti meccaniche da mettere ancora a punto. Higuain sarà ancora dal dietologo. Ma loro hanno nel DNA che ogni lasciata è persa, e se appena gli capita l’occasione (e la Fiorentina come si è visto di recente ne fornisce in quantità) te la buttano dentro, e poi rifagliela se ti riesce, in queste condizioni. Noi, appunto, siam quella razza che non sta tanto bene, d’estate salta i fossi, d’autunno non si sa che viene.
Senza scomodare il Benigni d’annata, si può dire che la Fiorentina comunque vada, e non solo sabato sera, ha buttato via un’estate. Mancano due settimane (un tempo che storicamente da queste parti preclude miracoli e perfino la conclusione di operazioni normali) alla fine della sessione di mercato più abominevole della sua intera storia. Oddio, ce ne furono un paio simili, anni fa. Al termine delle quali, un anno arrivò Bruzzone, l’altro Zagano. E rìzzati. Ma i proprietari allora non erano in classifica di Forbes.
Quest’anno, siamo partiti dando dell’incapace a Daniele Pradé, reo di tutte le colpe che una tifoseria ormai cloroformizzata è restia a dare al padrone, o almeno a chi tiene i cordoni della borsa per lui. Al suo posto, ecco Corvino 2 Il Ritorno. Tutti a fregarsi le mani, sognando il nuovo Mutu, il nuovo Toni.
Sono arrivati. Il nuovo Hagi, il nuovo Chiesa. Due ragazzini che – se gli adulti non fossero gli scellerati che sono – dovrebbero giocare in Primavera e farsi le ossa come si conviene. Invece sono in prima squadra a reggere il peso della non campagna acquisti, della non preparazione, della non presenza di obbiettivi e di strategie da parte di una non società.
Poi è arrivato un portiere rotto, mossa determinante visto che ne avevamo già due, di cui uno si può definire una promessa del nostro calcio (visto che è nel giro dell’Under 21) e l’altro ormai si può definire una botte che dà il vino che ha. E che abbiamo già assaggiato, con qualche perplessità.
In difesa, continuiamo a cercare centrali, quando è l’unica cosa – a dosi sempre più ridotte – che abbiamo. Gonzalo e Astori reggono baracca, con l’entusiasmo di un judoka egiziano che deve stringere la mano ad uno israeliano, ma la reggono. Più Tomovic, che come l’Araba Fenice risorge tutti gli anni dalle ceneri del mercato. E dei discorsi che da queste parti ormai sostituiscono le risorse economiche. Terzini? No, grazie.
Vedran Corluka è l’ultimo di una lista di nomi seconda soltanto a quella della Panini. Il croato dimostra che buon sangue balcanico non mente, ed usa la Fiorentina come grimaldello per far saltare il monte ingaggi del suo club, il Lokomotiv Mosca, che alla fine gli rinnova per quattro pippi. Roba che a Cognigni non gliela puoi neanche proporre come battuta in pausa caffè. Si va su De Maio, che era qui dietro casa fino ad un mese fa, che adesso è all’Anderlecht, che insomma per arrivare finalmente a Firenze probabilmente presuppone l’imbastitura di uno dei soliti casini stagionali che non ci siamo mai fatti mancare negli ultimi anni. Di Vitor Hugo non ne parliamo, ci sentiamo già abbastanza miserabili così come siamo.
Centrocampo. Si può discutere di tutto. Anche di Borja Valero a Roma per quindici milioni. E vedrete se a Firenze in Viale Manfredo Fanti non ne discutono. Non si può farlo però a chiusura di calciomercato. Questi non son boni nemmeno a trovare un terzo portiere con tutta la stagione davanti. Figurarsi in quindici giorni il sostituto dell’unico regista di centrocampo che abbiamo, dell’unico che dà del tu al pallone, con buona pace sia di Vecino che di Badelj.
In attacco, dice che siamo a posto. Certo, con Gomez che ha fatto il giro d’Europa (questa settimana siamo a Wolfsburg) e che di tornare qui non ha comunque nessuna voglia, né ha voglia di continuare a pagargli lo stipendio il suo datore di lavoro. E poi con Babacar che è diventato più difficile da piazzare di Balotelli. A meno di scordarci Pincopallo, se non andiamo errati gli attaccanti della Fiorentina al momento sono due, e su entrambi non ci si può fare affidamento per trentotto partite, più Europa League e Coppa Italia. Il primo, Nikola Kalinic, perché ha dimostrato che non le regge. Il secondo, Giuseppe Rossi, perché ha dimostrato che se non è prima è dopo, ma ce lo stroncano.
Ma insomma, se il mercato ci affligge, tra poco torna a parlare il campo. Purtroppo. Vorremmo tanto incontrare sabato sera la Juventus dello scorso anno, di questi tempi. E probabilmente non ci basterebbe nemmeno.

mercoledì 10 agosto 2016

Io sto con Giancarlo Antognoni

Disgraziata la patria che ha bisogno di eroi, diceva Bertolt Brecht. E’ il caso di Firenze. Che di eroi, in tutti i campi, ne ha avuti e ne avrà probabilmente sempre. Ma che sono destinati a spiccare sempre di più sullo sfondo di un panorama cittadino d giorno in giorno più misero. E questo non è detto che sia un bene. Anche se i nostri eroi non ce li tocca nessuno, com’è gusto che sia.
Giancarlo Antognoni a Firenze è l’eroe per antonomasia. L’uomo che, dotato di una classe e di una maestria nella propria arte come pochissimi altri prima e dopo, rinunciò a grandi vittorie a lui assolutamente confacenti per attaccamento ad una maglia, quella viola, che ai suoi tempi era già diventata una delle pochissime cose a cui questa città - che una volta di geni ne produceva e ne accoglieva in quantità industriale – poteva aggrapparsi per non avvilirsi a proposito delle sue presenti condizioni.
La luce del sole, se stagliata sullo sfondo di una tenebra fittissima, risplende ancora di più. Ecco perché Firenze ha voluto bene a Julinho, a De Sisti, a Rui Costa, a Mutu, ma a lui, Giancarlo, sempre e comunque un pochino di più. Perché lui è stato la ragione di vita per tutti quei ragazzi che negli anni Settanta cominciarono ad andare allo stadio. Per vedere le giocate del numero 10, e pochissimo altro. Perché lui è stato ed è Firenze. Come Michelangelo. Come Lorenzo il Magnifico. Come Ghiberti e Brunelleschi. Nei secoli dei secoli.
Giancarlo Antognoni è un uomo intelligente. E’ consapevole di essere un personaggio pubblico senza eguali. Non solo qui, ma soprattutto qui. Ecco perché non ha ancora deciso se presenziare alla cosiddetta festa dei 90 anni viola. Perché sa che, comunque si muova, scontenterà qualcuno, compromettendo la sua immagine di icona, di simbolo, di valore super partes.
Se resta a casa, come orgoglio e dignità più che giustificati suggerirebbero, verrà accusato da parte dei filo-societari e degli agnostici di aver boicottato quella che qualcuno spaccia per la più grande celebrazione viola degli ultimi anni per ragioni di “bottega” personale. Se va, cedendo alla mozione di un cuore che ormai bene o male viola è e viola resta, verrà accusato di andare a Canossa per “mendicare qualcosa” da coloro che l’hanno messo ai margini della storia viola. Lui, che è la storia viola, ad inginocchiarsi da chi la storia viola non ha neanche cominciato a scriverla.
In realtà, le cose stanno diversamente. Qualunque cosa faccia, Giancarlo Antognoni resta Giancarlo Antognoni. Firenze deve ringraziarlo, e la Fiorentina pure. E i Della Valle rassegnarsi al fatto che anche qualora cominciassero a vincere qualcosa (del che ci permettiamo non di dubitare ma di essere sicuri del contrario) non potranno mai sperare di avere un milionesimo dell’affetto che la città riserva a colui che essi giustamente – dal loro punto di vista – hanno messo in disparte perché l’ombra che avrebbe proiettato su di loro sarebbe entrata in confitto con tutti i motivi soprattutto di visibilità per cui hanno acquisito e mantengono la Fiorentina.
Quindi, Giancarlo non ha di che preoccuparsi, e sicuramente non se ne preoccupa. Qualunque cosa faccia il 28, lui in quei 90 anni c’é. E non si discute. Chi lo fa, commette un peccato di ignoranza prima ancora che di mancanza di senso critico. Peccato mortale, di questi tempi.
Il fatto però è che il grandissimo Giancarlo Antognoni è ormai, al pari di Julinho, De Sisti, un giocatore del passato. Sono sempre meno quei ragazzi degli anni Settanta di cui sopra, e sono tutti appartenenti a quella maggioranza silenziosa che della gestione Della Valle comincia a non poterne più, ma che comunque non si fa sentire, per timidezza, disinteresse o scarsa voglia di mettersi a discutere con energumeni di ogni ordine e grado.
Gli altri, quelli che vanno allo stadio magari in settori dove si discute poco e si pensa ancora meno, si fanno sentire eccome. Magari non andando oltre la ripetizione di mantra come “tornateci voi a Gubbio”, “se vanno via chi ci piglia”, “allora compratela voi”, “fate i fenomeni con i soldi degli altri”, “i Della Valle ci tengono ai massimi livelli a cui può ambire la Fiorentina” (Baglini vendeva inchiostri e Befani stracci di lana, chissà qual era allora il livello a cui potevano ambire).
Sono coloro che erroneamente vengono definiti i dellavalliani. Gente per cui Giancarlo Antognoni è un video da cineteca, ma “Vittorio se lo ricordano bene, e poi Gubbio e Gualdo Tadino”. Gente per cui anche Gabriel Batistuta comincia a stemperarsi e a sfumare come ricordo nelle nebbie di un passato sempre più lontano e sempre meno conosciuto.
Gente che il 28 agosto si precipiterà alla festa viola, perché bisogna esserci. Poi magari domandate loro che cosa si festeggia, e di ripeterlo – come si faceva a scuola una volta – con parole loro.
Personalmente, riteniamo che tutto ciò che ci sarebbe realmente da festeggiare in questi 90 anni di storia viola o non c’è più (perché la legge del tempo è l’unica che si deve rispettare sempre e comunque, anche in questo paese), oppure finirà per restare ai margini – per un motivo o per un altro – di questa kermesse di Cognigni & soci.
Semmai, ci sarebbe da commemorare proprio quel ragazzo che poteva andare a vincere quello che voleva e dove voleva. E che invece rimase qui a fare assist per gente che per stoppare un pallone rischiava di bucarlo. Poi, nel 1982, si ruppe la testa e quasi si ammazzò per andare in fuga per il terzo scudetto viola. Nel 1984, andato male il primo tentativo, si ruppe la gamba e chiuse la carriera solo per averci riprovato. La Fiorentina alla fine di quei due anni non vinse niente, ma è stata l’ultima volta che è andata veramente vicina a farlo. Batigol, non ce lo dimentichiamo, per mettere le mani su un trofeo che non fosse la Coppa Italia dovette trasferirsi a Roma.
Chi ha voglia di festeggiare qualcosa di serio, il 28, vada su youtube e si guardi tutto quello che c’è sul “ragazzo che giocava guardando le stelle”. E tenga un occhio al calciomercato, perché fra frizzi e lazzi la stagione che va a cominciare potrebbe aggiungere ben poco ai festeggiamenti, e molto a certi corsi e ricorsi storici a cui non vogliamo neanche pensare.

Comunque vada, #noistiamoconGiancarloAntognoni.

lunedì 8 agosto 2016

Schalke 04 batte Fiorentina 09



Disclaimer: questo è un articolo dal contenuto riservato agli adulti. Se certi ragionamenti ti offendono o non hai la coscienza critica necessaria per sostenerli, sei pregato di uscire. Astenersi perditempo, immotivati e sostenitori del “tanto nel calcio tutto si aggiusta e tutto si equilibra”.
Quest’anno, cari tifosi, continuando così non si aggiusta proprio niente. E non è calcio d’agosto, è quello che vedremo tutto l’anno, se la società non corre ai ripari immediati. E forse è tardi. O forse non ha nessuna intenzione di farlo. Non sul serio, almeno.
La sconfitta con lo Schalke 04 è la quarta consecutiva, dopo Cesena, Celta Vigo e Bayer Leverkusen. Nove gol subiti, due fatti. Da Kalinic, di rapina alla sua maniera. E non è detto che Kalinic sia qui nelle prossime uscite. A Valencia, in quella che dovrebbe essere – vivaddio – l’ultima amichevole precampionato. A Torino allo Juventus Stadium, in quella che dovrebbe essere – ahimé – la prima di campionato.
Dunque. I punti fermi sono questi. A protezione di un portiere che non è Sebastien Frey la squadra viola non ha praticamente difesa. Eccezion fatta per due ex pilastri della scorsa stagione, Gonzalo e Astori, che al pari di tutti i compagni hanno probabilmente avvertito il calo di tensione e la mancanza totale di obbiettivi che si respira nelle stanze societarie all’avvio di questo Anno Domini 2016-17. Poi c’è Tomovic, inutile aggiungere nulla, nel bene e nel male. Poi c’è Diks, aspettiamo ad aggiungere nulla, è meglio, speriamo solo non sia questo.
A centrocampo, Borja Valero sta raggiungendo un’età in cui è più facile fare il sindaco (soprattutto come lo fanno a Firenze da vent’anni a questa parte) che giocare al pallone. Finché gli regge il fiato (e Roma o Milan non alzano il tiro delle offerte) tutto ok. Poi? A proposito di Milan - inteso come club e come giocatore omonimo a livello di nome di battesimo, il Badelj che vorrebbe acquistare a cifre stratosferiche – finora era uno di quei casi in cui si diceva “lo porto io, parto subito”. Come per Vecino al Napoli, stesso discorso. Ma dati i tempi storici delle trattative viola al tempo di Corvino (e di chi gli mette i soldi nel borsellino), forse è meglio che stia qui, e non parta nessuno. Almeno il numero legale ce l’abbiamo.
Poi c’è il figlio di Hagi e quello di Chiesa. Diventeranno sicuramente forti come i genitori, ma per ora forse sarebbe meglio vederli in Primavera. Così come sarebbe forse opportuno non vedere più Bernardeschi fuori ruolo, o non vedere più in assoluto Babacar. Rivedremmo volentieri Gomez in un nuovo ruolo, quello di finalizzatore di un gioco costruito per lui. A queste condizioni si potrebbe discutere di Kalinic altrove (con tesoretto reinvestito), altrimenti vale il discorso per Borja & C.
Abbiamo tralasciato qualcuno o qualcosa? Dice che la società corre ai ripari con Carlos Sanchez, centrocampista dell’Aston Villa. Nei capelli ricorda Marcelo del Brasile (e non è un bel ricordo, né per i brasiliani né per nessun altro), o andando più indietro il mitico Cuellar, che giocava nel Messico diversi decenni fa, colui che brevettò la caratteristica “chioma a leone”, e poco altro per la verità. C’è di buono, in attesa di saperne di più, che almeno è in età da poter prendere una patente di guida. Il che non è poco, di questi tempi.
Speriamo bene. Speriamo molto bene. Quando dopo partite come quella di ieri una tifoseria ossequiosa come quella viola (16.000 abbonamenti, in proporzione un fenomeno di portata mondiale, a fronte di simile campagna acquisti) intona il celeberrimo canto “vinceremo il tricolor” qualche domanda in Viale Manfredo Fanti farebbero bene a farsela. Meglio ora che verso novembre – dicembre, in ogni caso.

mercoledì 3 agosto 2016

La festa dei Quattordici Anni



E’ la festa dei quattordici anni. E zero titoli.
Quattordici anni fa, Diego della Valle accettava ufficialmente l’offerta di Leonardo Domenici, sindaco  pro-tempore di Firenze che aveva recuperato il titolo sportivo perso dall’A.C. Fiorentina (dichiarata inammissibile ai campionati di calcio della F.I.G.C., e poi anche fallita) dalla holding di Cecchi Gori e l’aveva offerto appunto a quella di Della Valle.
La storia di quei giorni l’abbiamo scritta in tanti, la conosciamo veramente fino in fondo in pochi e ce la immaginiamo però tutti.
Un fallimento indubbiamente pilotato e poco casuale, una rinascita che sul momento ebbe del miracoloso. Squadra e società allestite in meno di 20 giorni (poco dopo Ferragosto la nuova Florentia Viola già giocava al Franchi contro il Pisa). A ripensarci adesso a mente fredda, con l’entusiasmo sbollito da tempo, quella lista di giocatori di categoria (C2) che Gino Salica e Giovanni Galli andarono a comprare in quattro e quattr’otto sembra – fatte le debite proporzioni – come quella che Erdogan aveva già pronta per le epurazioni dopo il fallito colpo di stato.
La storia passata, presente e futura (per quanto prevedibile) del calcio ci insegna che i miracoli si fanno, sì, ma ci vogliono un po’ più di 20 giorni. Le trattative per quel dolorosissimo (per i tifosi) e complicatissimo  (per gli addetti ai lavori) passaggio di mano viola durarono probabilmente più delle 48 ore che Domenici, Giani e compagnia bella hanno consegnato alla leggenda, più che alla storia della Fiorentina.
Che da allora ha come ragione sociale A.C.F.. Non più A.C.. E che non volle recuperare la storica sede di Piazzale Donatello. Da allora alloggia al Franchi, come una sfollata di lusso. A fatica riacquistò nome e trofei, era il minimo sindacale, di meno Firenze non avrebbe accettato. Quel nome e quei trofei erano quanto aveva di più caro. Al pari del David, del Ponte Vecchio, del Campanile di Giotto, del Battistero, del Piazzale Michelangelo, di Santa Maria del Fiore. Non è un mistero, in questa città Giancarlo Antognoni sta alla pari di Michelangelo Buonarroti.
Tra poco si festeggiano i 90 anni. Quando fa comodo l’A.C.F. rivendica una continuità con il passato che nella sostanza non ha mai, o quasi, perseguito. Nei giorni in cui si dura fatica a comprare un terzinaccio, è indubbiamente molto più appassionante giocare al Top 11 o immaginare quale delle vecchie glorie, di un passato con il quale i Della Valle non hanno nulla e non hanno voluto avere nulla a che fare, interverranno alla festa.
Senza chiedersi se non fosse più opportuno limitare la commemorazione agli ultimi quattordici, di questi anni. E interrogarsi sul perché, a parte un paio di amichevoli con squadroni spagnoli in cerca di lauti ingaggi, non abbiamo vinto più nulla, né ci siamo andati vicini.
Di seguito alleghiamo una scheda contenente la lista dei presidenti che si sono succeduti al timone della Fiorentina, A.C. o A.C.F. che dir si voglia.
Lo proponiamo noi un gioco. In questa lista dei TOP 24, i Della Valle a che punto li mettereste? Aspettiamo curiosi le risposte.

I Presidenti Viola

Luigi Ridolfi Way da Verrazzano (1926 – 1942)
Fondatore, promozione in A nel 1931, retrocessione in B nel 1938, promozione in A nel 1939, 1^ Coppa Italia nel 1940, lasciò la presidenza della Fiorentina per assumere quella della Federcalcio nel 1942
Scipione Picchi (1942 – 1945)
Padre del giornalista e storico viola Sandro
Arrigo Paganelli (1945 – 1946)
Ex dirigente della Palestra Ginnastica Fiorentina Libertas, cofondatore della Fiorentina nel 1926 e vicepresidente con Ridolfi, fu reggente della società viola per un anno (con Ridolfi caduto in disgrazia per il suo passato fascista ed un comitato di reggenza che eleggeva le cariche sociali)
Iginio Cassi (1946 – 1947)
Reggente viola per un anno, in seguito presidente della Mostra Internazionale dell’Artigianato (fu lui a spostarla dal Parterre alla Fortezza nel 1958)
Ardelio Cassi (1947 – 48)
Reggente viola per un anno, imprenditore tessile pratese, che sponsorizzò società e squadra anche dopo il termine della propria reggenza
Carlo Antonini (1948 – 1951)
Imprenditore di Chiusi, fu il primo vero presidente viola del dopoguerra, e colui che avviò la costruzione della squadra che sarebbe diventata campione nel 1956
Enrico Befani (1951 – 1961)
Imprenditore tessile pratese, campione d’Italia nel 1956, finalista di Coppa Campioni nel 1957, vincitore di Coppa delel Coppe e Coppa Italia nel 1961, il primo double della storia del calcio europeo (due trofei nella stessa stagione)
Enrico Longinotti (1961 – 1965)
Imprenditore di Geve in Chianti, rilevò la società viola dopo le improvvise dimissioni di Befani, sdegnato perché il C.d.A. viola gli aveva bocciato il progetto di ristrutturazione e ricapitalizzazione societaria.
Nello Baglini (1965 – 1971)
Imprenditore pisano del settore inchiostri, Cmpione d’Italia nel 1969, vincitore di Coppa Italia nel 1966 e nello stesso anno della Mitropa Cup (altro double continentale)
Ugolino Uolini (1971 – 1977)
Imprenditore fiorentino, la Gover Gomma (forniture per edilizia e abbigliamento) era una delle fabbriche più importanti non solo della Toscana, vincitore della Coppa Italia nel 1975 e della Coppa di lega Italo – Inglese nel 1976
Rodolfo Melloni (1977 – 1979)
Presidente per delega di Ugolini, il primo dei tre presidenti morti in carica, per infarto
Enrico Martellini (1979-1980)
Già consigliere viola, anch’egli delegato di Ugolini
Ranieri Pontello (1980 – 1986)
Nessuna vittoria, ma uno scudetto sfiorato per quindici minuti
Pier Cesare Baretti (1986 – 1987)
Ex giornalista, il secondo dei presidenti viola, in questo caso per delega di Pontello, a morire in carica, per incidente aereo
Lorenzo Righetti (1987 – 1990)
Ex arbitro, delegato di Pontello alla presidenza viola fino a pochi mesi prima della cessione della società dopo la finale UEFA di Avellino
Flavio Pontello (1990)
Riassunse la presidenza per breve tempo, quello necessario a trattare la cessione a Cecchi Gori
Mario Cecchi Gori (1990 – 1993)
Imprenditore fiorentino del cinema, terzo presidente a morire in carica, stroncato da un infarto. Una retrocessione in B
Vittorio Cecchi Gori (1993 – 2002)
Una promozione in A, due Coppe Italia, una Supercoppa italiana, un fallimento della società
Ugo Poggi (2002, per due mesi)
Ottavio Bianchi (2002,  per tre mesi)
Leonardo Domenici (1° agosto – 3 agosto 2002)
Sindaco pro – tempore di Firenze, recupera il titolo sportivo della società fallita e lo cede a Diego della Valle, che costituisce la Giorentina 1926 Florentia Viola
Gino Salica (2002 – 2004)
Una promozione in C1, un ripescaggio in B, una promozione in A dopo spareggio con il Perugia
Andrea Della Valle (2004 – 2009)
Mario Cognigni (2009 – 2016)

sabato 30 luglio 2016

Cialdini, prestaci il secchio

Ti alzi, vai a fare colazione al bar, e sulla locandina di un noto quotidiano cittadino leggi: Baby viola ko, l’Ajax su Mario Gomez. Ti prende uno di quei nervosi che andresti dritto filato dal sig. Giovanni Cialdini a sentire se gli è avanzato un secchio di quella roba. E poi via, verso Casette d’Ete. Saltando anche la colazione.
Mentre il popolo viola si diletta con il tormentone estivo della top 11 (capirai, non l’abbiamo mai fatto, sono 50 anni che cerchiamo di stabilire se Sarti è meglio di Albertosi, se Antognoni è meglio di Julinho, se Batistuta è meglio di Hamrin, e altre sciocchezze del genere che servono tanto a distogliere l’attenzione dal presente gramo), una Fiorentina che non è la prima squadra né la Primavera va in campo a Cesena e perde due a zero. Secco. Le cronache, per chi ha voglia di leggerle (avendo previdentemente omesso di seguire la partita in streaming), parlano di una Viola arruffona, senza difesa, sempre in affanno, con un Babacar al suo peggio (difficile, ma ancora possibile). Con un Sousa che alla fine parla di inatteso fuori pista, o giù di lì.
Ieri mattina, a leggere l’elenco dei convocati per la trasferta in Romagna pigliava male. Va bene, i reduci da Europei e Copa America ancora smaltiscono le ferie pregresse. Va bene, c’è qualche infortunato da primi contraccolpi agonistici (non siamo più a Roccaporena, ma anche a Moena qualche salitina da fare c’è, non foss’altro per andare in sala pranzo all’albergo). Ma dico io, benedetto il Signore, domani l’altro è agosto, ultimo mese di calciomercato. Possibile che l’elenco dei convocati della Fiorentina sia come quello di quando si faceva le squadre per il meccettino a porticine di quando s’era ragazzi??? Ma Corvino, e Sousa che è in piena sintonia con lui, che diamine fanno?
Dice, non c’è soldi. Mah, Diego è sempre nei primi dieci di Forbes, che ci ha messo il cappello stavolta per rientrarci?
Dice, c’è il fair play, bisogna vendere e poi comprare. Forse a questo punto bisogna tenere? Non lo so, ma questo Mario Gomez, centravanti titolare della Germania campione del mondo a noi ci fa così tanto schifo? Loew è un cretino e Sousa un genio? Dice, ma c’è da pagarlo. Quando venne tre anni fa, era a gettone?
Dice, Corvino fa così, aspetta agli ultimi giorni a tirare le reti che getta. Facciamo una cosa, allora, ammesso che sia vero. Aboliamo la preparazione estiva. Che si va a fare in ritiro o a giocare queste amichevoli se tanto chi va in campo a luglio non è chi ci va poi a settembre? Cioè quando devi partire a palla perché trovi subito Juventus, Roma e Milan, per non parlare della Europa League dove anche un Trabzonspor o un Apoel di Nicosia ti fanno girare le scatole a ventola?
I proprietari della Fiorentina forse non se la passano bene. Psicologicamente, intendiamo dire. Uno è lì a cercare di capire che è successo al Corriere della Sera, era lì che lo voleva comprare, con i soldi in mano, bam, l’ha preso Cairo. Seguiranno, presumibilmente, due o tre anni di polemiche sterili con Cairo e il mondo, come quelli seguiti a Calciopoli con Moratti.
L’altro fratello l’ha ritrovato l’aria di Moena. E’ venuto, ha detto un po’ di banalities (scusate l’inglese, ma chi scrive avrebbe tanta voglia di Dellavallexit, chissà se si capisce), è ripartito e adesso fino alla prima di campionato non si rivede più.
E noi qui, alle prese con il giochino del top11 (alla migliore formazione in premio una gigantografia di Ariatti firmata da ADV in persona) e con la spasmodica attesa della sagra del tortello viola. La festa dei 90 anni della Fiorentina, di cui negli ultimi 14 in particolare non c’è da festeggiare assolutamente nulla. Una vittoria in amichevole estiva con il Real, una con il Barcellona. End of transmissions.
Dice, ci saranno tutti i presidenti del passato. No, cari amici, ci saranno solo quelli che non hanno vinto un cazzo (ci si scusi il latinismo, stavolta). Quelli che hanno messo trofei in bacheca sono tutti morti, pace all’anima loro. Senti se è passato un giorno da quando la Fiorentina vinceva.
Dice, ci sarà anche Vittorio. Cari signori, scherziamo e sfottiamo poco. Si può pensare ciò che si vuole dell’ultimo Cecchi Gori, ma se oggi qualcuno è a baloccarsi con il giochino del top11 e ha da scegliere tra Hamrin e Batistuta, tra Toldo e Galli, tra Rui Costa e Roberto Baggio, è anche grazie a lui. Che quando andava in Argentina, o ci mandava il famigerato Luna, tornava con il Re Leone, non con figure da Mammana.
Ma tant’é. La sagra del tortello viola si avvicina. Quando si mangia, le polemiche si fanno da parte. A tavola non invecchia nessuno, figurarsi vecchie glorie e giornalisti. Nel frattempo si avvicinano anche il 31 agosto e l’avvio di una stagione che potrebbe essere meno divertente di quello che sembra adesso. L’abbiamo scritto e lo ribadiamo, nel 1977 in estate c’era un clima più o meno così. Confrontare almanacchi per conoscere il seguito, chi non c’era.
Chissà se il sig. Giovanni Cialdini tiene da parte delle scorte della sua “roba”. Stai a vedere se prima o poi con questi non torna utile. E poi tutti a Casette d’Ete.

In un modo o nell’altro si prospetta una stagione di merda.

giovedì 28 luglio 2016

Keep calm & date retta a Andrea



E’ sempre un avvenimento quando l’1% delle azioni dell’A.C.F. Fiorentina si presenta al ritiro della squadra. Passano gli anni, 14 per l’esattezza, e se anche i titoli non arrivano l’avvio di una nuova stagione viola è sempre un momento adatto a fare dei bilanci. Consuntivi e soprattutto preventivi.
Luglio, si sa, è un mese critico per Firenze. Non solo perché le temperature di consueto salgono a ridosso dei 40°, per non parlare del tasso di umidità, rendendo tutti più nervosi del solito (che non è poco). Ma anche perché se qualcosa può andar male, o comunque in modo insoddisfacente (sempre nei parametri della Legge di Murphy), generalmente è questo il mese che sceglie per farlo.
14 anni fa furono i giorni dell’agonia di Vittorio Cecchi Gori, e quelli in cui il Comune di Firenze (erede del titolo sportivo Fiorentina) cercava convulsamente un interlocutore per la rinascita. Firenze conobbe allora Diego Della Valle, imprenditore del ramo calzature poi estesosi ad altri settori anche grazie alla visibilità acquisita con il viola sullo sfondo. Andrea, il fratello minore, arrivò dopo, sia nell’interesse “tout court” per il nuovo giocattolo di famiglia che nel possesso di quella quota societaria pur minima che da allora gli dà diritto di parlare al popolo fiorentino.
L’attesa messianica di quell’1% rappresentato dal biondo Della Valle jr. ha finito negli ultimi anni per sostituire quella tradizionale per i nuovi acquisti. La stagione svolta quando a Moena atterra l’elicottero di Andrea, e dopo che quest’ultimo ha licenziato alla stampa le frasi storiche contenenti le coordinate dell’anno che verrà.
C’è stato un tempo in cui questa stampa aveva bisogno di essere allettata magari anche con inviti a cena. Nel 2012, il secondo progetto fu accompagnato da uno storico piatto di tagliatelle al tartufo che finirono inevitabilmente per prevalere su qualsiasi considerazione tecnica fatta dal proprietario di minoranza. Quello di maggioranza già allora si teneva alla larga dalle cose viola. Parlò il fratellino, tra una forchettata e l’altra. Nessuno si ricorda più cosa disse. Dopo quattr’anni, i titoli son sempre quelli. Non c’è bisogno di ricordarsi nessuna frase in particolare.
Quest’anno, niente cena. Solo bagno di folla, firma di autografi e dichiarazioni in libertà. Che tra un anno nessuno si ricorderà, perché altra acqua sarà passata sotto i ponti di Firenze portandosi dietro chissà cosa. Eppure varrebbe la pena tenersi qualche appunto. Le parole di Andrea sembrano sempre lasciar trapelare un animo sensibile e coinvolto, che purtroppo un destino cinico e baro ha finora tenuto ai margini dei progetti viola. Tutto il contrario di quanto appare a chi segue i campionati della Fiorentina domenica per domenica.
Dunque. La Famiglia ci tiene a Firenze. Andrea ci tiene alla Fiorentina in modo viscerale. Finché durerà questo amore, cioè per sempre, la Famiglia resterà proprietaria della Fiorentina. Continuando a mandare allo stadio e ai ritiri solo l’1% delle azioni, ma poco male, tanto quello che conta è che il restante 99% non molla. Chissà mai perché, ma non molla.
La Famiglia ribadisce che vuole vincere, non vivacchiare. Ma siccome c’è il fair play finanziario (quella regola per cui compri solo se vendi, e se non hai investito bene gli anni scorsi vendere è un bel problema), e siccome arrivano i cinesi (quelli che da tre anni dovevano entrare in Fiorentina e che poi come in tanti altri casi hanno dirottato su Milano), la Famiglia ribadisce che quest’anno si punta al sesto posto. Fatti due conti potrà essere anche l’ottavo, ma non stiamo a sottilizzare.
La famiglia promette lo Stadio nuovo. Non sia mai, a Roma ha restaurato il Colosseo, e vogliamo lasciare Firenze a prendere l’acqua al Franchi tutte le domeniche che piove? A Roma se l’è cavata con 25 milioni d’euro, qui ce ne vorrebbero parecchi ma parecchi di più. A meno di non aspettare che ce li metta il Comune, o qualche sponsor. Ma se tanto ci da tanto, se si dura fatica a mettere il nome del Folletto (con il dovuto rispetto) sulla maglia, forse non siamo messi bene nemmeno in questo campo. Tanta acqua ha da prendere ancora il fiorentino, quanta ne deve scorrere sotto i ponti sull’Arno, probabilmente.
La famiglia ribadisce che tra Corvino e Sousa c’è sintonia. Fa tanto piacere saperlo. Allora la faccia contrita del mister probabilmente dipende da una gastrite cronica. E quella allegrona del diesse non è dovuta a senescenza precoce. Lui ha in serbo qualcosa, vecchia volpe. Solo che aspetta gli ultimi giorni di mercato. Quelli in cui si può dire che con 48 ore a disposizione di più non si poteva fare. Ai tempi della Democrazia Cristiana (quelli in cui tra l’altro secondo un suo esponente di spicco a pensar male si faceva peccato ma ci si indovinava sempre), sarebbe stato un grande faccendiere Pantaleo Corvino.
A proposito, la Famiglia ribadisce anche che di qui non si muove nessuno. Men che meno Kalinic, Borja Valero, il recuperato Rossi, il prode Gonzalo e forse anche il prode redivivo Gomez. A meno che non arrivi l’offerta che non si può rifiutare. Il problema è che da quando ci sono i della Valle, di offerte ne hanno rifiutate ben poche.
L’estate prosegue, le parole dell’1% dell’A.C.F. vanno in archivio. Tra un mese nessuno le ricorderà più, o le confronterà con la realtà, quale che sia. Ed è un peccato, lo era sia ai tempi della D.C. che in questi tempi moderni di fair play.
Come cantava Lucio Dalla? L’anno che sta arrivando tra un anno passerà. Io mi sto preparando, è questa la novità.

giovedì 21 luglio 2016

Non capisco, non mi adeguo

L’ultima foto che ritrae un Paulo Sousa sorridente risale agli auguri di Natale 2015. Poi, immancabilmente, ha addosso la stessa espressione del fratello di Michael Corleone, Fredo (ci somiglia anche), quando lo portano a fare l’ultima gita in barca.
Non vorremmo attirarci querele, visto che in casa Della Valle si spendono per avvocati (e cause regolarmente perse) tutti i soldi che si risparmiano per i calciatori. Ma questo paragone con il Padrino è decisamente stimolante. Alluzzante, come si dice in gergo tra il folto pubblico di fiorentini che solitamente segue le vicende viola, e che non si è voluto far mancare nemmeno la trasferta in Val di Fassa, anche quest’anno.
C’è tanta gente a Moena, a vedere la genesi di questa Fiorentina 2016-17, nonché il recupero di Giuseppe Rossi che il mister Sousa ha annunciato con lo stesso entusiasmo con cui avrebbe comunicato il decesso del proprio animale d’affezione. E allora, di fronte a tanta allegria e manifesta voglia di vivere (con quello stipendio, poi), si ritorna lì. Gli avranno mica fatto la proposta che non si può rifiutare?
Intendiamoci: la citazione dalla saga di Coppola la vogliamo destituire di fondamento noi per primi. Non sia mai avessimo a finire per pagare noi le spese processuali anche per Salah & company. Ma insomma, sapendo che notoriamente in casa Della Valle i contratti si rispettano, vien da pensare: che gli avranno offerto, per ritirare le dimissioni ed onorare il secondo anno? O meglio, cosa gli avranno minacciato?
Son tempi duri per il gruppo Tod’s. RCS scivola via, nelle sapienti e capienti mani di Urbano Cairo che sta allestendo tra l’altro un Torino di caratura almeno non inferiore alla Fiorentina. Il patron Diego reagisce allo stesso modo di quando pretendeva di mettere a sedere ad un tavolino Massimo Moratti a discutere di fair play. Hai voglia a chiedere garanzie di trasparenza alle authority, in Italia. Viene in mente la canzone di Guccini, a proposito dello sconsolato imprenditore marchigiano, a cui non ne sta andando bene una: vedi caro, è difficile spiegare, è difficile capire, se non hai capito già.
Tempi duri, pieni di amarezze. E così finisci per non renderti conto che – volente o nolente – ti ritroveresti una squadra quasi già fatta, e con poca spesa potresti farne non diciamo uno squadrone, ma insomma. E rifarti di tante amarezze, se appena appena del calcio ti importasse qualcosa.
Il Gomez che ti torna dagli Europei è un giocatore rivalutato al di là di ogni più rosea previsione. Il tuo investimento può fruttare quanto e più di Italo. Fallo giocare, e regalaci finalmente quella coppia Rossi-Gomez su cui tu stesso avevi creduto, oltre che investito. Oppure vendilo, e reinvesti, senza litigare con i Turchi peggio di Obama con Erdogan dopo il colpo di stato.
Per Tello, cosa aspettiamo? Che al Barcellona girino talmente le scatole da accettare la prima proposta del primo bischero che passa, però con due piotte pronte in mano? Un po’ come il Torino con Llajic? A proposito, ci faceva scomodo il figliol prodigo che tornava a casa maturato e motivato?
E di Rossi, ne vogliamo parlare? La notizia del suo recupero è stata data – non solo da Sousa – con empatia pari a quella con cui fu annunciato il crollo della spalletta dell’Arno vicino al Ponte Vecchio. Ma non basta. Dice, abbiamo quattro attaccanti, ne dobbiamo dare via almeno tre.

Scusa,  Diego, ma non fai prima a dare via la Fiorentina?